Cambiamenti (del clima) e immobilità (dell’uomo)

Mi viene molto difficile non percepire la brutta sensazione che buona parte delle persone, un po’ ovunque nel mondo, non si rendano veramente conto del rischio ambientale che il nostro pianeta sta correndo, dei danni che la nostra civiltà ha già ampiamente causato, della situazione reale in merito ai cambiamenti climatici e al futuro prossimo che ci potrebbe aspettare, se le previsioni più negative dovessero avverarsi.

Senza dubbio negli ultimi anni la sensibilità sul tema è aumentata, i media ne parlano – seppur con troppo frequente superficialità – il tema sembra (sembra!) essere nell’agenda di molti governi. Tuttavia, ribadisco, ancor più del poco impegno dei politici se non del disimpegno di qualcuno di essi, mi preoccupa il sostanziale disinteresse di ancora tanta gente: come se tutt’oggi bastasse un buon condizionatore d’estate, un efficiente riscaldamento d’inverno oppure una per ora normale disponibilità di acqua (per chi gode di tali fortune) a farci credere al sicuro, non toccati dal problema o solo sfiorati, a farci pensare che sì, forse quello che dicono è vero ma la situazione non è così grave, ce la possiamo cavare, tutto sommato.

E se invece fosse già ora ben più grave di quanto sia constatabile? Se, come sostengono molti studiosi, il grosso del cambiamento climatico, che deriva dall’alterazione di meccanismi naturali i cui effetti si sviluppano nel lungo periodo, dovesse ancora realizzarsi e quelli che constatiamo ora è solo l’inizio? Se quello che i vari paesi stanno cerca di attuare – contenimento dei gas serra e degli altri inquinanti, diffusione delle energie rinnovabili, impegni di mantenimento dell’aumento delle temperature entro certi limiti, eccetera – non dovesse fin d’ora essere sufficiente a porre riparo ai danni giù causati? Siamo (saremmo) pronti – non solo scientificamente e tecnologicamente ma pure culturalmente e socialmente – ad affrontare un tale scenario? Siamo capaci di concepire quali conseguenze potrebbe avere, su scala globale? Oppure il nostro bel condizionatore e la doccia di casa col suo abbondante getto di acqua ci continueranno a illudere ancora per lungo tempo? In effetti, ci vantiamo di abitare in un mondo totalmente conosciuto e iperconnesso ma le calotte polari in scioglimento restano ancora così lontane, e lo stesso per le acque oceaniche ricoperte di rifiuti plastici,

Tante domande, certo, ma ben poche risposte, al momento. E a fronte di una domanda – fondamentale, peraltro – se si vuole trovare una buona risposta bisogna pensarci bene, riflettere, ponderare ogni cosa, ogni elemento al meglio, e fare in modo che quella risposta sia la migliore possibile, e non un ennesimo sbaglio. Potrebbe essere quello finale.

(Immagine in testa al post: Jorge Gamboa, “The tip of an iceberg“)

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Jørn Riel, “Uno strano duello”

Da tempo sono convinto che le più grandi verità siano spesso custodite nelle piccole realtà, e analogamente che si possano trovare molte più cose interessanti dove si ritiene ci sia poco o nulla piuttosto di dove ci sia molto, moltissimo, ma poco o pochissimo di valore. Che ci sia ben più socialità ove ci sia meno “società” (ovvero ciò che oggi viene intesa come tale), che ci sia molta più ricchezza in certa “povertà” – no, non intendo soldi o altro che non sono ricchezza, semmai potere – oppure, per restare in tema, che abbiano molto più “potere” cose che di predominanza sugli altri non ne danno – e così via.
In base allo stesso principio – che è uno e univoco, come credo avrete capito e che gli anglosassoni, maestri delle definizioni, hanno per lo più compendiato nell’espressione less is more – può ben essere che ci sia molta più civiltà, urbanità, umanità, ove le presenze umane nel raggio di centinaia di km si possano contare sulle dita di non più di due mani. In fondo, anche in tale ambito conta la qualità (umana) più che la quantità, no? Be’, credo che una buona risposta in senso affermativo a tale domanda (comunque parecchio retorica, lo ammetto) l’abbia data – e ribadita più volte – Jørn Riel e la sua bislacca banda di cacciatori polari, di nuovo radunati ne Uno strano duello (Iperborea, 2005, traduzione e postfazione di Maria Valeria D’Avino; orig. En underlig duel og andre skrøner, 1976) e nuovamente in azione nell’immenso deserto ghiacciato della Groenlandia nordorientale.
Anche in questo caso come per gli altri libri della serie, dire Jørn Riel significa “dire” skrøner, la particolare forma narrativa scandinava descritta dallo stesso Riel come “una verità che potrebbe essere una menzogna, o una menzogna che potrebbe essere una verità”: una specie di leggenda metropolitana in salsa iperborea, insomma []

(Leggete la recensione completa di Uno strano duello cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

I ministeriali appestano peggio del morbillo! (Jørn Riel dixit)

“Che il diavolo mi scortichi se aprirò mai la porta a quel mucchio d’ossa fradicie”, brontolò Bjørk quando Sylte propose l’ispettore come quarto a whist. “Quell’uomo è pericoloso. Ti rendi conto, Sylte, è quasi ministeriale. E gente simile noi uomini liberi non dobbiamo frequentarla. I ministeriali appestano peggio del morbillo, te lo dico io. Dei veri cannibali. Vivono di leggi e articoli fatti apposta per spolpare la gente libera.”

(Jørn Riel, Uno strano duello, Iperborea, 2005, pag.138.)

Sostituite il “ministeriale” di Riel con un più nostrano burocrate, e constaterete per l’ennesima volta come a ogni latitudine – dall’estremo Nord della Groenlandia dove è ambientato il libro dello scrittore danese fino alle nostre più temperate e altrove – qualsiasi uomo libero non possa che sentirsi sotto minaccia del sistema di potere dei cui gangli quei burocrati/ministeriali sono emissione ed emblema. Non perché non possano servire leggi e articoli, sia chiaro, semmai perché debbano – dovrebbero essere applicate a favore e salvaguardia della libertà delle persone, non contro – come pare sovente avvenga un po’ ovunque sul pianeta, appunto.