Venite dal Sole o dalla Luna?

[John Ward (1798-1849), “The ‘Swan’ and ‘Isabella’ ships”, olio su tela, circa 1830, Hull Maritime Museum. Fonte: https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=97427059, pubblico dominio. Cliccate sull’immagine per saperne di più.]

Le navi partirono in aprile, si separarono nell’Atlantico settentrionale e, con incrollabile ottimismo, si diedero appuntamento per ritrovarsi nel Pacifico. Le HMS Dorthea e Trent puntarono verso le Svalbard; le HMS Isabella e Alexander verso la Baia di Baffin. Le prime due, martellate spietatamente dalle bufere e dai ghiacci, si rifugiarono nella Baia Magdalena e a Fair Haven, nelle Spitzbergen, per effettuare le riparazioni prima di ritornare in patria. Le altre due navi, comandate da Sir John Ross e dal tenente William Parry, risalirono lo Stretto di Davis in compagnia d`una quarantina di baleniere, entrarono nella Baia di Melville alla quale diedero questo nome, e raggiunsero il punto più settentrionale all’imboccatura sud dello Smith Sound. Sulla costa della Groenlandia incontrarono un gruppo di Polar Eskimo. Si svolse una conversazione memorabile, tramite un interprete che era stato preso a bordo nella Groenlandia meridionale: “Chi siete? Che cosa siete? Da dove venite? Dal sole o dalla luna?”

(Barry LopezSogni artici, Baldini Castoldi Dalai Editore, 2006, traduzione di Roberta Rambelli, pag.335; orig. Arctic Dreams, 1986. La spedizione della Marina inglese alla quale Lopez fa riferimento è del 1819; “Polar Eskimo” è la definizione anglosassone per la popolazione Inuit. Il brano fa ben capire ciò che ho scritto nella mia recensione a Sogni Artici, ovvero che per lungo tempo l’esplorazione delle regione artiche ha assunto connotati che per molti versi l’ha resa paragonabile a quella spaziale e astronautica, con quei territori simili a “nuovi mondi” da scoprire con altrettanto nuove creature viventi con le quali entrare in contatto – e viceversa, appunto.)

 

Barry Lopez, “Sogni Artici” (una “diecensione”)

(“DIECENSIONI”: recensioni letterarie in 10 punti, per presentarvi un libro che ho letto e le sue peculiarità nel modo più chiaro, più utile e meno tedioso possibile. Dieci cose, insomma, per cui valga la pena di leggere – o meno – il libro del quale vi sto per dire.)

Barry Lopez, Sogni artici

  1. È un libro di Barry Lopez, il più grande scrittore americano (e forse più grande in assoluto) di Natura e paesaggi: serve aggiungere altro, al riguardo?
  2. Siamo stati sulla Luna, sbarcheremo su Marte e in futuro su altri pianeti, ma per secoli è stato l’Artico un “altro mondo” nel nostro mondo, e gli esploratori che vi si avventuravano erano gli astronauti dell’epoca che partivano per un ignoto realmente tale, a quei tempi. Leggendo il libro ve ne renderete conto.
  3. La narrazione di Lopez, e la sua capacità di fondere in essa diversi approcci intellettuali e sensoriali alla visione del paesaggio, è a dir poco coinvolgente: ad un certo punto ho scaricato dal web alcune mappe dell’Artico perché in quei territori, attraverso la lettura del libro, mi sembrava di viaggiarci veramente e avevo bisogno di capire “dove fossi”.
  4. «Lopez ha il carattere che solo la scrittura nordamericana propone con tanto vigore: la “perspective”, il taglio particolare che individua la terza dimensione tra narrativa e saggistica. Ed è questa “perspective” che lascia scorrere grandi intuizioni, verità elementari e imprescindibili.» (Davide Sapienza nella postfazione al volume e che è per lo stesso un altro valore aggiunto).
  5. L’Artico: uno sterile e disabitato deserto di ghiaccio? Giammai! C’è così tanta vita, lassù, e così varia e a volte così sorprendente che dire di quei territori che «non c’è nulla», come viene facile fare a noi abitanti del mondo temperato, è un immotivatissimo controsenso.
  6. E che l’Artico sia sterile e disabitato non vale nemmeno dal punto di vista umano: tra i ghiacci (e forse quando su molte terre artiche di ghiaccio non ce n’era) si è sviluppata una civiltà millenaria dalla cultura umanistica sovente assai avanzata e, nei suoi princìpi, del tutto emblematica anche per noi uomini del Terzo Millennio.
  7. Il leggendario “Passaggio a Nord Ovest”: Lopez narra la storia della sua esplorazione e scoperta, e vi assicuro che per certi aspetti è una storia incredibile e sconvolgente. Forse anche più (o senza “forse”?) di quella della moderna corsa allo spazio (vedi punto 2)!
  8. Lo sapevate che di “Polo Nord” non ce n’è solo uno ma ce ne sono almeno cinque? Andate a pagina 37 e lo scoprirete.
  9. La narrazione del rapporto tra l’uomo contemporaneo tecnologico, le terre artiche e il loro sfruttamento da parte della nostra civiltà è un tema che Lopez ovviamente tratta, e lo fa in un modo che, per l’epoca in cui Sogni Artici è stato pubblicato (metà anni Ottanta), è tanto innovativo quanto premonitore. Doti assolutamente valide anche oggi – purtroppo.
  10. «Nell’incamminarci verso l’uscita da questo libro capita di percepire ancora, vent’anni dopo la pubblicazione, il ruolo di pietra miliare della ”antropologia poetica” per il terzo millennio.» (Ancora Davide Sapienza nella postfazione.)

(Barry Lopez, Sogni artici, Baldini Castoldi Dalai Editore, 2006, traduzione di Roberta Rambelli; orig. Arctic Dreams, 1986. Nota bene: purtroppo al momento il libro pare non disponibile, in Italia, salvo che con una certa fortuna lo troviate sugli scaffali di qualche libreria.)

I «viaggiatori riluttanti»

[Immagine tratta da travelandtourworld.com, cliccateci sopra per leggere l’articolo da cui è tratta.]
Barry Lopez, il grande scrittore americano di natura e paesaggi, nel suo Sogni artici (libro di cui vi parlerò a breve, qui nel blog) propone una suggestiva definizione dei viaggiatori turistici contemporanei: li chiama «viaggiatori riluttanti», ovvero quelli che «hanno in mente quanto sta accadendo in patria e non badano al paesaggio» (pag.269). È una definizione parecchio interessante in quanto altrettanto arguta per come descriva benissimo, a suo modo e per come la intendo io, il (non) senso di certo viaggiare turistico contemporaneo. In pratica, il “viaggiatore riluttante” è quello che all’apparenza e per propria convinzione “epidermica” è ben contento di partire per un viaggio ma in realtà non vuole partire affatto, non vuole uscire dalla rassicurante routine quotidiana, dai suoi schemi, dalle abitudini consolidate, vi resta saldamente agganciato e in questo modo, anche quando si trova nel territorio più lontano e spettacolare, finisce inesorabilmente per cercare in esso quello che trova normalmente nella propria quotidianità. Non vede nulla del paesaggio, come dice Lopez, non genera alcuna relazione con il luogo in cui si trova: è come se davanti agli occhi avesse uno schermo sul quale la mente gli fa vedere soltanto ciò che egli riconosce perché abituale mentre su tutto il resto lo sguardo scorre come su un muro bianco. Un “viaggiatore” così non sta viaggiando affatto: si sta solo muovendo con il corpo ma, per tutto il resto, è ben fermo a casa propria.

Di “viaggiatori” così ne ho incontrati parecchi: gente che al Circolo Polare Artico si lamentava che nei ristoranti a cena non servissero il pane o che nei fiordi norvegesi, scesi a terra dalle grandi navi da crociera, osservavano tutto di fretta e non vedevano l’ora di tornare a bordo perché quel giorno c’era la “serata siciliana” oppure quelli che rifiutano di pernottare nei rifugi in montagna che non hanno camere singole e offrono solo camerate o si lamentano che non vi sia la connessione wifi o che la strada da cui partire per raggiungerlo non sia asfaltata e non offra ampi parcheggi oppure, più semplicemente, ricercano la folla (diurno o notturno) e non ne hanno fastidio esattamente come fossero in centro a Milano o a Roma… insomma, la lista potrebbe allungarsi parecchio.

Purtroppo questa predisposizione mentale è un effetto evidente del turismo di massa contemporaneo (a sua volta conseguenza del vivere odierno vocato al consumismo di tutto), il cui fine principale non è offrire esperienze di viaggio autentico ma vendere un mero prodotto (un pacchetto turistico) che, incidentalmente, ha “in allegato” dei luoghi i quali tuttavia non contano molto: conta il servizio, i comfort, ovviamente il prezzo e naturalmente la quantità di contenuti visivi che in tali “viaggi” si possono poi postare sui social. D’altro canto il viaggio vero risulta molto poco compatibile con un prodotto da vendere, e così molti “viaggiatori” (nel senso di gente che si sposta e compie un viaggio ma in modo inconsciamente riluttante, appunto) visitano paesi e regioni in giro per il mondo incredibilmente interessanti ma non mettono piede fuori dal villaggio turistico che hanno prenotato, nel quale hanno a disposizione esattamente quello che trovano ogni altro giorno dell’anno a casa propria: la brioche e il cappuccino a colazione, la pasta o la pizza, la sauna e l’idromassaggio, la serata in discoteca con, unica variante, lo spettacolo di danze tipiche locali eseguito da autoctoni che sono (gioco forza) più urbanizzati e forse pure più alienati di quelli che li applaudono.

In effetti, a pensarci bene, sinonimi di “riluttante” sono avverso, maldisposto, ostile. Per questo, alla lunga, quei non viaggiatori finiscono per generare notevoli danni ai luoghi che frequentano: inesorabilmente la trascuratezza verso i paesaggi che essi si portano appresso rischia di far diventare trascurati i paesaggi stessi, banalizzandone se non degradandone le peculiarità. Per come costoro “viaggiano”, se restassero a casa loro non cambierebbe molto e alla fine, probabilmente, riguardo certi luoghi farebbero meno danni. Già.

P.S.: sia chiaro, poi ognuno è libero di viaggiare o meno come vuole, non è una questione di forma (De gustibus non est disputandum, anche qui) ma di sostanza e, semmai, di travisamento di essa, ecco.

Il paesaggio di Barry Lopez, e di tutti noi

Il paesaggio non si conosce solo quando si sa il nome e l’identità di tutto quello che contiene, ma quando si ha la percezione intima delle relazioni al suo interno, come quella tra il passero e il rametto. Il paesaggio interiore risponde al carattere e alle sfumature di un paesaggio esteriore; la forma della mente individuale è influenzata tanto dai geni quanto dallo spazio fisico, dalla geografia dei luoghi.

(Barry LopezUna geografia profonda. Scritti sulla Terra e l’immaginazione, Galaad Edizioni, 2014, traduzione e cura di Davide Sapienza, pag.34-35).

Ho citato di recente questo emblematico brano del libro di Lopez, a mio modo di vedere così significativo da aver scelto di includerlo nel cammino letterario che ho proposto lo scorso settembre per Alt[r]o Festival in Val Malenco, ma ritengo doveroso riproporlo quale ulteriore omaggio al grande scrittore americano scomparso nel giorno di Natale. Con l’augurio che questi richiami e, chissà, pure le parole inscritte lungo il percorso del sentiero Rusca in Val Malenco possano contribuire ad accrescere la conoscenza di Barry Lopez, dei suoi libri e del suo pensiero, dal valore pressoché imprescindibile per la contemporaneità che noi tutti viviamo.