Dieci cose che se vengono dette di un romanzo americano fanno figo, se vengono dette di un romanzo italiano fanno cadere le palle (Giulio Mozzi dixit)

1. Fa 800 pagine, circa.

2. E’ un western postmoderno.

3. L’autore per scriverlo è vissuto sei anni in una baracca di legno in alta montagna senza riscaldamento senza lavarsi nutrendosi esclusivamente di formaggio caprino, avendo come unica compagnia un cane muto. (In alternativa: è vissuto sei anni in un’isola tropicale di dodici per quattordici metri, no servizi, no posto ombra, pelata come il cranio d’un calvo, nutrendosi esclusivamente di molluschi ciucciati vivi, lì, sulla battigia, senza neanche una goccia di limone, avendo come unica compagnia i propri fantasmi). (In alternativa: è vissuto sei anni al centoventisettesimo piano d’una multinazionale del tofu, a Las Vegas, senza mai uscire dall’ufficio, seduto su una comoda per sopperire alle esigenze fisiologiche, seguendo i movimenti di borsa dei titoli della multinazionale stessa ventiquattr’ore su ventiquattro, sette giorni su sette, nutrendosi esclusivamente di tofu tiepido fornitogli direttamente sulla scrivania via posta pneumatica, peraltro di una ditta concorrente perché costa meno, avendo come unica compagnia il tipo che alle sei di mattina passava a cambiargli il vaso sotto la comoda). (Ec.).

4. Non ci sono le virgolette sui dialoghi.

5. L’autore è uno che, dopo averci parlato solo qualche minuto, ti sembra appena sbarcato da una navicella spaziale.

(Le altre 5 cose le potete leggere qui, visitando l’articolo originale nel blog di Giulio Mozzi, Vibrisse. Al quale Giulio Mozzi, peraltro, questo mio articolo serva da necessario e giammai estemporaneo omaggio: da tempo lo è e resta una delle figure più brillanti e a suo modo illuminanti del panorama letterario italiano, con sguardo di notevole acume e voce di rara sagacia. Avercene, insomma!

Miti americani

In vista del compleanno di John Wayne, sul set, tra amici e colleghi, qualcuno propose: “Regaliamogli un libro”.
“No, ne ha già uno”, disse John Ford.
E la cosa finì lì.

(Citato in Oscar Iarussi, Andare per i luoghi del cinema, Il Mulino, Bologna, 2017.)

Insomma: pistole, cavalli, chewing gum e Coca Cola… per i libri, beh, si vedrà in un qualche altro futuro sogno americano, forse. Vista la contemporaneità, poi…

Enrico Camanni, “La nuova vita delle Alpi”

Ormai da qualche tempo è particolarmente vivace il dibattito pubblico sulle cosiddette “aree interne”, ovvero i territori meno urbanizzati che dallo sviluppo industriale in poi, e in particolare nella seconda metà del Novecento, hanno subìto una situazione di sostanziale squilibrio socioeconomico (in primis, ma non solo quello) rispetto alle aree maggiormente antropizzate. Tra queste aree interne, la montagna è senza dubbio l’ambito nel quale lo squilibrio si è palesato in modi via via più evidenti e, non di rado, paradossali: basti pensare a come le Alpi cingano una delle aree più ricche e sviluppate d’Europa, il bacino della Pianura Padana, eppure presentino una lunga e spesso drammatica lista di problematiche sociali, culturali, antropologiche oltre che ambientali, che da territorio centrale (non solo geograficamente) e fondamentale per la storia del continente europeo le ha rese spazio marginale, privato di voce politica, svuotato di forza sociale e civile, meramente sfruttato e sempre con scarsa o nulla considerazione delle sue peculiarità e delle criticità, trasformato in banale “divertimentificio” a discapito della propria secolare economia legata al territorio e alle relative risorse.

Il dibattito sui temi relativi alle aree interne e, in particolare, alle problematiche della montagna, dicevo, è oggi vivace e col tempo diventa sempre più strutturato, ma certo non è solo da qualche anno che si dibatte di ciò: è fin dagli anni Sessanta del Novecento che i primi studiosi di cultura di montagna hanno cominciato a mettere in evidenza e analizzare la realtà storica e quella che si stava delineando a seguito del forte sviluppo turistico di molte vallate alpine. Poi, dagli anni Ottanta, queste analisi si sono articolate anche in senso istituzionale – il che ha consentito la nascita di varie associazioni di salvaguardia della realtà alpina – ed è diventata sempre più evidente la necessità, per le genti delle Alpi, di prendere nuovamente in mano le redini del proprio destino, di agire per ottenere un cambio paradigmatico delle visioni strategiche verso i territori alpini, di lottare per preservare la millenaria, raffinata identità culturale delle loro Terre Alte, da troppo tempo posta alla mercé dell’antropizzazione più disordinata, insolente e selvaggiamente consumistica – insomma: la necessità di una nuova vita per le Alpi.

Ed è proprio così che Enrico Camanni, uno dei maggiori esperti italiani di cultura alpina in senso assoluto, ha voluto intitolare il proprio saggio dedicato a queste tematiche: La nuova vita delle Alpi (Bollati Boringhieri, 2002). “Nuova” vita, non semplicemente rinnovata: quantunque i problemi di sviluppo delle vallate alpine siano diventati evidenti soprattutto dal dopoguerra ad oggi, è almeno da due secoli che il processo di svilimento sociale, antropologico, economico ed ecologico nonché culturale delle Alpi si é avviato. Due secoli di stravolgimenti spesso talmente drastici da non poter più prevedere una qualche forma di riparazione, di aggiustamento, ma da necessitare di un nuovo inizio, una rinascita che sappia recuperare tutto il valore della millenaria civiltà alpina (continua…)

(Leggete la recensione completa di La nuova vita delle Alpi cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

Se dio non c’è, l’ironia ci salverà (Bohumil Hrabal dixit)

L’ironia come abolizione di una soggettività che è giunta fino in fondo è la più alta libertà possibile nel mondo senza dio.

(Bohumil Hrabal intervistato da Sergio Corduas, in appendice a Treni strettamente sorvegliati, Edizioni E/O, Roma, ed.2003, traduzione di Sergio Corduas.)

Ho scritto “salverà” – salvezza, sì, mentre Hrabal parla di libertà. Ma cos’era, la libertà, per un grande scrittore e intellettuale che nella natia Cecoslovacchia venne sottoposto a censura totale e i cui libri vennero sovente mandati al macero?

Buon compleanno, Thoreau!

Esattamente 200 anni fa, il 12 luglio 1817, nasceva Henry David Thoreau.
Probabilmente uno degli esseri umani più fondamentali che la storia possa annoverare. E credo che non serva aggiungere altro, a ciò.

P.S.: qui trovate i numerosi articoli che ho dedicato a Thoreau, alle sue opere e al pensiero. Qui, invece, potete visitare il sito della Thoreau Society, la principale associazione di ricerca, studio e promozione dell’opera del grande filosofo americano.