Un viaggio artistico nel paesaggio della Valtellina

A Sondrio, presso Palazzo Sassi de’ Lavizzari, sede del MVSA – Museo Valtellinese di Storia e Arte, è in corso una bella mostra che indaga il tema della raffigurazione del paesaggio (della Valtellina, peraltro territorio emblematico un po’ per tutta la regione alpina) che vi consiglio caldamente. Accordi di paesaggio. Un viaggio in Valtellina attraverso le opere della Sezione Novecento del MVSA, che resterà aperta fino al 20 marzo, è una mostra che, come si può leggere nella presentazione, rappresenta «un viaggio attraverso una selezione di circa quaranta dipinti dal dopoguerra agli anni sessanta, caratterizzati da uno stile figurativo aderente alla realtà, memore altresì delle sperimentazioni astratte e informali di quegli anni, includendo inoltre quattro tavole degli anni Venti a mo’ di premessa tardo-impressionista e divisionista e due lavori degli anni ottanta quali incipit al figurativo sensibile alla cultura post moderna. Le opere rappresentano e interpretano il paesaggio attraverso una scansione tematica del territorio, dal fondo valle con le sue ampie vedute e i suoi corsi d’acqua alle cime maestose, meta di ascensioni alpinistiche, attraversando i versanti verdeggianti e il paesaggio costruito, esso stesso puntellato da architetture religiose, civili e rurali, memoria della presenza e del lavoro dell’uomo. Paesaggio è relazione (visiva) tra noi e il mondo, è raffigurazione e svelamento di luoghi che descriviamo, documentiamo, indaghiamo, trasformiamo, ammiriamo, contempliamo, imprescindibile dal nostro abitare e attraversare la terra. Le opere sono documenti e tracce identitarie del territorio, ma anche testimonianze del desiderio dell’uomo vivere in luoghi belli, caratterizzati dalla coesistenza armonica di elementi naturali e manufatti architettonici e infrastrutturali.»

Una mostra assolutamente interessante (qui sopra vedete una minima anteprima delle opere esposte), come lo è sempre l’arte quando sa fissare con le sue modalità espressive e con inimitabile forza la raffigurazione della realtà, andando oltre il visibile materiale per far viaggiare la mente verso ogni altro contesto immateriale – e il paesaggio è un ambito perfetto, per consentire un tale prezioso e illuminante viaggio. Da vedere, ribadisco; io conto di farlo presto.

Per saperne di più sulla mostra e su come visitarla, cliccate sull’immagine della locandina in testa al post.

Montagne-orologio

[Foto di Eric Terrade da Unsplash.]
Un tempo delle vette ai montanari non interessava nulla: erano posti brulli, sterili e inutili alla sussistenza quotidiana, privi d’alcuna valenza estetica, vi regnava il clima peggiore possibile, erano sovente coperte di neve e ghiacci e a salirci si rischiava pure la vita. Non stupisce che venissero considerate la dimora di divinità soprannaturali quando non di demoni, mostri spaventosi e altre creature arcane: tutto il contrario dell’epoca odierna, nella quale sulle vette “dimorano” impianti funiviari e sciistici, rifugi d’ogni sorta e alpinisti a frotte!

Tuttavia, nonostante la timorosa circospezione appena citata, a certe vette particolarmente prominenti anche i montanari d’un tempo trovarono una funzione utilitaristica: quella di orologi naturali i quali, grazie al transito del Sole sulla verticale della sommità, generalmente indicavano l’ora principale della giornata diurna, il mezzogiorno. La metà della giornata, la fine del mattino e l’inizio del pomeriggio, il momento del pranzo e la suddivisione di molte delle attività quotidiane. Per tale motivo quasi ovunque vi siano montagne di una certa prominenza morfologica e altitudinale, ci sono sommità nel cui toponimo c’è il riferimento al mezzogiorno: ad esempio nella foto in testa al post vedete i Dents du Midi (“Denti di Mezzogiorno”) nel Vallese, ma penso anche al Pizzo Meriggio nelle Orobie Valtellinesi, sopra Sondrio, al Sas de Mesdì nel gruppo del Sella, tra Trentino e Alto Adige, al Bric di Mezzogiorno sopra la Val Troncea, vicino Sestriere, ai tanti Mittaghorn (“Corno di Mezzogiorno”) sparsi per le regioni alpine di lingua tedesca…

D’altro canto, posta la suddetta circospezione, anche questa semplice funzione di misurazione del tempo ha rappresentato una forma minima ma importante di relazione antropologica con il territorio e il suo paesaggio, un atto di identificazione di matrice culturale con il monte che certamente non “serviva” materialmente alla vita del montanaro ma la cui presenza non poteva essere ignorata e, sotto molti aspetti, contribuiva a dare forma e anima al piccolo-grande mondo nel quale quella vita si svolgeva quotidianamente, rappresentandone inevitabilmente un marcatore referenziale non solo geografico. Un strumento elementare di misurazione del tempo che dava forma e identità allo spazio vissuto, insomma, ma pure a chiunque lo vivesse, identificandone la dimensione della quotidianità e generando un relativo processo di appropriamento geografico e antropologico del luogo.

Posto ciò, vi sono anche dalle vostre parti dei “monti-orologio”? Se sì, sarei alquanto curioso di saperne qualcosa e dunque vi prego di darmene notizia!

P.S.: per la cronaca, tra tanti monti di mezzogiorno esiste anche un “monte della mezzanotte”: il Mount Midnight, che guarda caso si trova in Antartide dove credo che nessun montanaro mai si sia interessato di che ora della notte fosse!

Un’ipotesi di “felicità”, in montagna

[Foto di Marc Wieland da Unsplash.]

Se fin dai primi passi nella montagna avevo provato un sentimento di gioia, è perché ero penetrato nella solitudine, rocce, foreste, un intero mondo nuovo si ergeva tra me e il passato; ma un bel giorno compresi che nel mio animo si era insinuata una nuova passione. Amavo la montagna per sé stessa. Amavo il suo aspetto calmo e superbo illuminato dal sole quando noi eravamo già nell’ombra; amavo le sue forti spalle cariche di ghiacci dai riflessi azzurri, i suoi fianchi dove i pascoli si alternano alle foreste e alle frane; le sue possenti radici che si estendevano lontano come quelle di un albero immenso, ogni volta separate da valloni coni loro rivoletti, cascate, laghi e prati; amavo tutto della montagna, fino al muschio giallo o verde che cresce sulla roccia, fino alla pietra che brilla in mezzo all’erbetta.

(Élisée ReclusStoria di una montagnaTararà Edizioni, Verbania, 2008, pag.5; 1a ed.1880.)

Sembra pura retorica ottocentesca, quella di Reclus, arcaicamente pomposa. Eppure io credo che nelle sue parole tutti quelli che vanno per monti con passione e sensibilità – e non ci vanno per “moda”, per mero diletto turistico-ricreativo (rispettabilissimo ma a volte, mi sia consentito osservarlo, culturalmente vacuo, nei confronti dei monti) o per altre motivazioni decontestuali – si ritrovino pienamente. Perché è vero, è proprio così: non sappiamo ovvero non possiamo saperlo, in senso assoluto, cosa realmente sia la “felicità”, ma andando in montagna noi possiamo credere, pensare, ritenere, illuderci che lo stare lassù sia qualcosa di molto simile, ecco.

“Grandi seghe” alpine

[Immagine tratta da duepertrefacinque.it, fonte qui.]
Il Resegone è senza dubbio uno dei gruppi montuosi più famosi delle Alpi lombarde e non solo: certamente per essere stato citato e così immortalato ne I Promessi Sposi manzoniani ma, in primis, per la particolare morfologia identificata fin dal toponimo: “Resegone”, italianizzazione del lombardo resegun, “grande sega”, per come l’infilata delle sue cime ne ricordi il profilo della lama.

Tuttavia c’è un’altra montagna nelle Alpi che può contendere al Resegone il “titolo” di «grande sega alpina»: è il Churfirsten, nel cantone di San Gallo in Svizzera, il qual profilo a sua volta ricorda chiaramente quello del classico utensile per tagliare, seppure in tal caso il toponimo ha origini diverse – potete ben constatare nelle immagini sopra e sotto l’analogia morfologica dei due gruppi montuosi.

[Foto di Janik Fischer da Unsplash.]
Ma un minimo di indagine geografica in più permette di trovare diverse altre analogie, tra Resegone e Churfirsten, per certi versi alquanto sorprendenti. Eccone alcune:

  1. Sono entrambi gruppi montuosi prealpini: il Resegone delle Prealpi Bergamasche, il Churfirsten delle Prealpi di Appenzello e San Gallo.
  2. Entrambe vengono considerate montagne geologicamente giovani.
  3. Le rispettive “seghe” hanno un numero di “denti” quasi uguale: il Resegone ha nove cime principali e ne conta quattordici con quelle secondarie; il Churfirsten ne ha sette principali e tredici in totale con le secondarie.
  4. Le varie cime di entrambi i gruppi montuosi hanno altezze piuttosto regolari: tra la vetta più alta e più bassa del Resegone c’è una differenza di 316 metri, sul Churfirsten la differenza è di 230 metri.
  5. Posta la loro morfologia, sia il Resegone che il Churfirsten rappresentano rinomati siti per l’arrampicata, con decine di vie di ogni difficoltà.
  6. Entrambi i gruppi montuosi sovrastano un lago: quello di Como (ramo di Lecco) il Resegone, il Walensee per il Churfirsten, bacini prealpini con caratteristiche a loro volta simili.
  7. Sia il Resegone che il Churfirsten nel passato hanno fatto da confine naturale a domini differenti: il Resegone era posto tra il Ducato di Milano e la Repubblica di Venezia, il Churfirsten tra i territori controllati dall’Abbazia di San Gallo e dal Vescovado di Coira.
  8. Entrambe sono montagne “suburbane”, trovandosi molto vicine a grandi città e a distanze sorprendentemente simili: tra il Resegone e la città di Milano ci sono poco meno di 84 km, tra il Churfirsten e la città di Zurigo ce ne sono 87…

[L’infilata di punte del Resegone da Est.]

[L’infilata di punte del Churfirsten da Sud.]
…E chissà, potrebbe ben essere che ce ne siano ancora altre, di analogie tra i  gruppi montuosi in questione! In ogni caso, senza dubbio si tratta di due “grandi seghe” che in fondo, piuttosto di “tagliare” e “dividere” qualcosa, uniscono (prima morfologicamente e poi emblematicamente) due territori delle Alpi relativamente lontani e differenti ma resi singolarmente simili da due montagne così peculiari, dalla loro geografia e dal paesaggio che ne scaturisce.

Di sicuro ce ne sono altre di “grandi seghe” in giro per le Alpi: se ne conoscete e vorrete raccontarmi ciò che ne sapete, sarò ben felice di esserne edotto: una prova ulteriore di come i paesaggi montani, con tutta la loro insuperabile varietà geografica e al contempo con la scoperta delle affinità che presentano, possano essere sempre affascinanti e sorprendenti.

Il cielo stellato sopra i monti

[Foto di Felix Wegerer da Unsplash.]
Io sono da sempre un modestissimo alpinista, privo di velleità tecniche o prestazionali e contento di riuscire a fare quanto di facile vi sia nella pratica del salire le montagne senza puntare a chissà quali imprese. Posto ciò, di vette ne ho salite a bizzeffe lungo tutte le Alpi, ma se c’è una cosa che mi ha sempre fatto felice, quelle volte che la salita da affrontare prevedeva di passare la notte in un rifugio d’alta quota, è la possibilità di poter ammirare il cielo stellato come solo lassù si può fare, nel buio notturno non corrotto da illuminazioni antropiche, avvolto in un silenzio armonioso e una quiete che culla i sensi e l’animo.

La visione e la contemplazione della bellezza infinita – in ogni senso – che la volta celeste presenta, in alta montagna, è qualcosa di insuperabile tanto quanto stupefacente. Ci sarebbe da andare in territori remoti e lontani dalla civiltà per godere di una visione simile ma lo stare in montagna, in qualche modo, fa sentire ancora più vicini alla meraviglia cosmica, fa credere di farne parte, di esserne già immersi anche se solo per poco, come se le vette d’intorno fossero veramente le colonne che sorreggono il cielo – un’interpretazione mitologica risalente alla notte dei tempi e comune a tante civiltà – e noi fatti di polvere di stelle, come enuncia la fisica quantistica.

A fronte di questa meravigliosa esperienza visiva, ogni volta diversa e potente, la soddisfazione per la vetta raggiunta diventava per me fremente ma in effetti quasi secondaria, almeno ad ascoltare le emozioni nel loro complesso. Così come poteva capitare che di questa sublime visione cosmica ne godessi, lassù al rifugio, e poi nel corso della notte il tempo si guastava, la vetta da “conquistare” non potevo salirla e gioco forza tornavo a valle ma senza affatto la sensazione di una mancanza, di un’occasione persa, anzi, convinto d’aver guadagnato una nuova e strabiliante conquista celeste, che non avrei iscritto nel personale curriculum alpinistico ma in modo ancor più indelebile nell’animo e nello spirito.

Non so se abbiate mai goduto della visione del cielo stellato dall’alta quota montana ma, se non vi è mai capitata questa fortuna, be’, mi auguro che possiate goderne almeno una volta, prima o poi. In fondo anche una sola volta può bastare per sentirsi parte integrante dell’infinito universale.

P.S.: comunque date un occhio anche qui.