L’omofobia è solo un “coming out” occultato

Quella spigolatura uscita su pochi media, in Italia (uno è questo), circa tale David Matheson, membro della particolarmente omofoba Chiesa Mormone che “curava” le persone LGBT ma che era egli stesso omosessuale, personalmente la trovo estremamente significativa per moltissime altre situazioni di manifesta omofobia e di relative prese di posizione contro le persone LGBT e i loro diritti. L’ultima nostrana e palese è quella del quotidiano Libero del 23 gennaio scorso ma, inutile dirlo, l’elenco è parecchio lungo e comprende il diavolo e l’acquasanta, dagli esponenti del clero ai militanti di estrema destra, politici conservatori e progressisti, media di varia natura, credenti cattolici, islamici, ortodossi, eccetera. Tutti quanti che ce l’hanno con i gay, in modo più o meno violento ma nessuno accampando motivazioni concrete e strutturate, poggiandosi semmai su presunti dettami religiosi, etnici, clinici ovvero su giustificazioni alquanto fantasiose e bizzarre, e così via.

Mi torna in mente, a tal proposito, una cosa scritta da Indro Montanelli più di 80 anni fa, all’epoca di quando venne “esiliato” dal regime fascista in Estonia come presidente del locale Istituto Italiano di Cultura, periodo durante il quale fece da corrispondente in loco per alcuni giornali italiani tra cui La Stampa. In uno di questi articoli scrisse: «La teoria della superiorità delle razze nasce dall’oscuro tormento di una propria inferiorità», mettendo sagacemente in luce il nocciolo della condizione psicosociale che in molti casi genera le fobie razziali e di genere. In parole povere: sovente i più intransigenti omofobi attaccano le persone LGBT perché lo sono esse stesse, ma non hanno il coraggio di rivelarlo pubblicamente. È come se rifiutassero la propria immagine riflessa nello specchio della verità ma è un esercizio inesorabilmente vano: non si può negare ciò che si è, questo crea un profondo e oscuro tormento interiore, come scriveva Montanelli, che sfocia in atteggiamenti di odio verso i propri simili che invece sanno vivere liberamente la propria quotidianità, verso i quali essi si sentono inferiori e contro cui ricercano una qualche rivalsa. Ce l’hanno coi “gay” perché lo sono loro stessi ma da pusillanimi, in parole povere. Una rivalsa che è effetto di una volontà di repressione ma che alla fine ottiene il risultato opposto a quello voluto.
Dunque, quando si assiste a manifestazioni di omofobia, può ben essere che in verità si stia assistendo una dichiarazione rivelatrice, una forma di coming out repressa ma inesorabilmente palese.
Ecco: lo sappiano, i tanti omofobi, se proprio non sanno rendersene conto da soli – o se non hanno il coraggio di ammetterselo!

N.B.: l’immagine in testa al post l’ho trovata in un sito di vendita on line di gadget vari (fateci clic), e mi fa pensare che – lo sappiano pure i Mormoni! – di persone LGBT tra i loro fedeli ve ne siano parecchie, alla faccia della loro così palese omofobia!

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GGente che va in montagna

Sono reduce da qualche giorno passato in montagna e, devo confessare, in questo periodo di massima affluenza turistica “automatica” per le vacanze di fine anno in forza della quale giunge tra i monti un pubblico estremamente eterogeneo – fin troppo, in numerosi casi -, lo sguardo mi si fa irrefrenabilmente mordace (chiedo venia fin da ora per ciò) e la mente, di conseguenza, rispolvera le parole di Giusto Gervasutti scritte nel suo Scalate nelle Alpi quasi ottant’anni fa (il librò uscì in prima edizione nel 1945):

Io sono sempre stato fortemente convinto che, tra gli esseri viventi che abitano la Terra, l’uomo sia certamente il più brutto, ma ciò che si può osservare a Chamonix in fatto di campionario umano supera ogni immaginazione. L’ottanta per cento della gente che si vede girare per le strade, la quasi totalità di quella che regolarmente sale a Montenvers a contaminare il ghiacciaio, sembra inviata qui per una mostra particolare, vestiti nei modi più sgraziati possibili, in modo da aumentare la loro bruttezza. Persino i bambini seguono la sorte comune.

Così, di fronte a gente che “ammiro” muoversi su neve e ghiaccio indossando giubbotti di montone e mocassini o di contro bardata come se dovesse affrontare la traversata dell’Antartide a piedi (con relativa espressione facciale sgomenta), che vedo indicare e nominare con sicumera vette di montagne che in realtà si trovano dalla parte opposta a quella indicata o che non s’allontana di più di 50 metri dal proprio hotel per paura di perdersi, mi pongo il consueto quesito: è comunque un bene che siffatte brave persone senza alcuna consapevolezza (tecnica e culturale) dell’ambiente montano ci vadano, in montagna, sperando così che la fascinosa bellezza delle terre alte ne riattivi lo spirito (e agevoli una buona rieducazione al riguardo), oppure – un po’ come sosteneva indirettamente Gervasutti – c’è il rischio che le suddette brave persone finiscano per (o continuino a) contaminare la montagna con i propri modus vivendi bassamente metropolitani e consumistici in base ai quali ricercare nei monti niente più che un ennesimo banale divertimentificio in salsa alpestre?

Personalmente, trovo ancora difficile risolvere il quesito. Propenderei per la prima alternativa – in fondo è ciò che metto in pratica nelle mie attività sui territori montani – ma devo ammettere che la seconda a volte mi sembra ineluttabile e vanificante la prima. Ovvero che sia la prima a essere ineluttabile al fine di riuscire a vanificare l’altra, prima o poi. Ecco.

P.S.: l’immagine in testa al post (presa da qui) in realtà è estiva, ma il concetto è lo stesso. Sono turisti vagabondanti sui ghiacciai del Monte Bianco agghindati come per una passeggiata sul lungomare di Riccione. Già.

L’ammirazione elettorale

Alla fine, sul serio, io gli italiani che vanno a votare – che ancora ci credono, che ancora scelgono di dare fiducia a quei candidati, che ancora scorgono buone idee politiche e amministrative, o la parvenza di esse, che pervicacemente confidano che da tutto ciò possa scaturirne un reale e autentico sviluppo generale per il paese… beh, li ammiro. Sinceramente, non sono ironico (be’, l’immagine in testa all’articolo lo è ma senza alcuna malizia, sia chiaro).

Il diritto di voto nella forma di governo di una comunità sociale a rappresentanza politica è pratica intangibile, in una democrazia classica. Semmai, meno intangibile è che in una democrazia classica il diritto di voto comporti che una rappresentanza politica non garantisca una forma di governo efficace e proficua per il paese oltre che veramente rappresentativa, ovvio. Ovvero, come sostengono ormai in parecchi, che le trasformazioni politiche manifestatesi nel tempo non abbiano svuotato di senso l’atto della trasmissione del potere attraverso la pratica del voto – oppure ancora, per dirla in modo ancor più diretto, che la democrazia attuale sia propriamente ancora tale. Il che, appunto, non lede l’essenza e il valore del voto, ma senza dubbio, evidenzia la compromissione del suo criterio originario e degli effetti politici, in un circolo vizioso della cui realtà tutti diventano complici, dunque inevitabilmente tutti colpevoli. Sia ciò per scelta consapevole, sia per mera passività civica.

“Ogni volta che sento la parola cultura tolgo la sicura alla mia pistola!” (cit.)

Negli anni trenta Hanns Johst, presidente della Camera della Cultura del Reich e delle organizzazioni degli scrittori tedeschi, aveva sintetizzato il concetto in questo verso della sua opera Schlageter: “Ogni volta che sento la parola cultura tolgo la sicura alla mia pistola”

(Citazione tratta da quest’articolo in cui si dà conto dell’attuale situazione della cultura in Libia. Per saperne di più su Hanns Johst, cliccate qui.)

C’è solo da augurarsi che tempi tanto bui come quelli in cui Johst, da riferimento politico per la cultura del Terzo Reich (e, incidentalmente, da drammaturgo), si poteva permettere di scrivere cose simili – pur calandole in un ambito teatrale e facendole passare per un’esaltazione apologetica dell’eroismo guerresco nazista – non tornino mai più.

Tuttavia, la sensazione di un permanente contrasto, ovvero di una sostanziale antinomia tra produzione culturale e potere politico è sempre vivida: siano essi da ritenersi biecamente strategici, come certe evidenze potrebbero far ritenere, oppure il frutto di una mera ignoranza e dell’incapacità cronicizzata di comprendere la cultura come un volano fondamentale per ogni società avanzata, anche dal lato economico.

D’altro canto mi viene da pensare che il citato contrasto tra i due elementi è circostanza forse inevitabile e sostanzialmente irrisolvibile: ove la cultura è (quasi) sempre sinonimo di libertà – di pensiero e non solo – il potere politico si configura spesso come tale nel senso meno democratico: autorità, egemonia, predominio. Qualcosa che mai potrà trovare una qualsiasi forma di equilibrio armonizzazione con la libertà (della cultura) e la cultura (della libertà), che a loro volta nulla hanno a che fare con egemonia e predominio – nonostante siano il potere più autorevole e totale (dacché il meno egemonico) a disposizione dell’essere umano.

In buona sostanza, e come la storia dimostra bene, quanto più è forte e arrogante il potere politico, quanto più la cultura fatica a salvaguardarsi e proliferare; quando invece la cultura trova una condizione favorevole per manifestarsi e diffondersi, è dove l’egemonia politica è meno autoritaria e coercitiva.

Ora si tratterebbe solo di “stabilire” se possa avere maggior fortuna la società dell’un tipo o dell’altro, ma credo che pure su tale questione la storia ci abbia dato da tempo una risposta pressoché inequivocabile e continui a darcela, posta la solita incapacità dell’uomo di comprenderla e ricavarne le debite conseguenze. Una mancanza di cultura anche questa, in fondo.