Eliski ed eliturismo, quando l’oltraggio alle montagne giunge dal cielo

Di recente Mountain Wilderness Switzerland, con una serie di manifestazioni sparse per le Alpi svizzere, ha rilanciato la battaglia contro la pratica dell’eliski, da sempre ritenuta una delle più dannose e impattanti sull’ambiente alpino ma ora, con la piega sempre più marcata verso il lusso e «l’adrenalina» che sta prendendo il turismo sciistico e nonostante la crescente sensibilità ambientale diffusa anche in forza delle criticità climatiche di cui le Alpi soffrono, in forte crescita.

Già nel 2012 un rapporto della Commissione federale per la protezione della natura e del paesaggio (CFNP) rimarcava che gli atterraggi in montagna sono incompatibili con gli obiettivi di tutela dei paesaggi di importanza nazionale (in Svizzera denominate “zone IFP”); tuttavia il governo federale non ha mai affrontato la questione. Nel frattempo, il numero di movimenti aerei è aumentato vertiginosamente nei 40 siti di atterraggio consentiti sulle Alpi svizzere. Mentre nel 2007 si registravano 10.112 movimenti aerei in aree di atterraggio situate in zone IFP, questa cifra è salita a 17.024 nel 2024: rappresentando un aumento di quasi il 70%. Circa la metà di questi movimenti aerei è legata ad attività turistiche come l’eliski o a eventi turistici di vario genere sui ghiacciai.

Per Mountain Wilderness Switzerland la situazione attuale è inaccettabile. I paesaggi montani più belli e preziosi necessitano di una maggiore protezione, per questo motivo l’associazione chiede che la questione venga esaminata più a fondo, per verificare se gli atterraggi in queste aree protette siano legalmente consentiti, e presenterà una richiesta di divieto al Dipartimento federale dell’ambiente, dei trasporti, dell’energia e delle comunicazioni (DETEC).

[Una mappa delle aree svizzere – i pallini blu – nelle quali è concesso l’atterraggio per la pratica ell’eliski. Le aree verdi sono zone sottoposte a tutele ambientali, quelle marroni sono aree totalmente interdette ad attività antropiche.]
«Con oltre 2.400 impianti di risalitasostiene Mountain Wilderness Switzerlandle montagne svizzere sono già ottimamente servite. Gli atterraggi di aerei ed elicotteri in montagna per attività come l’eliski o gli aperitivi sul ghiacciaio sono un lusso superfluo; quando avvengono in aree protette, sono del tutto inappropriati. I voli in montagna rendono accessibili anche le regioni più remote senza sforzo fisico, ma disturbano l’ambiente montano unico con rumore e gas di scarico. Mountain Wilderness Switzerland si impegna a rispettare l’ambiente montano, che offre uno spazio di calma, consapevolezza ed esperienze della natura nella sua forma più pura, qualcosa che è diventato raro nella frenetica vita quotidiana di molti. Allo stesso tempo, l’ambiente montano è un habitat fragile per la flora e la fauna, che richiede attenzione. Pertanto, la tutela dei paesaggi più preziosi della Svizzera, le aree IFP, deve essere attuata in modo coerente.»

E in Italia come vanno le cose con l’eliski?

Un po’ come Svizzera se non peggio, e anche qui a causa dell’assenza cronica di una regolamentazione nazionale coerente (presente invece in Francia, Austria, Germania e Slovenia, dove normative precise regolano l’accesso motorizzato alle montagne). Una carenza che dura almeno più di 25 anni, visto che le prime proposte di regolamentazione risalgono al 1998 ma in ambito parlamentare non hanno mai avuto corso concreto, che lascia alle regioni la discrezionalità sul consentire o vietare la pratica determinando un panorama frammentato, confuso, incoerente, anche per la difficoltà oggettiva di controllare e nel caso punire i trasgressori. Una situazione che sembra fatta apposta per essere violata, aggirata, disattesa, insomma, in perfetto “stile” italico.

[Eliturismo – o Instaeliturismo, verrebbe da dire – nelle Dolomiti.]
In ogni caso, sulle montagne italiane l’eliski si pratica soprattutto in Valle d’Aosta e in alcune zone di Piemonte, Lombardia e Veneto, mentre in Trentino e in Alto Adige è formalmente vietato; per la cronaca, il sito “Italiaskirama.it” indica anche la pratica dell’eliski sulle Alpi del cuneese, a Sella Nevea in Friuli e a Roccaraso, in Abruzzo. Tuttavia, come accennato, i tentativi di aggirare i regolamenti vigenti e le conseguenti violazioni non sono rare: basta presentarli come eventi promozionali, attrazioni turistiche o mascherarli come voli di servizio che le deroghe vengono concesse e il gioco – ovvero il danno – è fatto.

Come in Svizzera, anche in Italia è la delegazione nazionale di Mountain Wilderness a denunciare (si veda qui) la situazione e l’inaccettabile realtà di fatto derivante. Secondo l’associazione, il vuoto legislativo nazionale contribuisce a generare un effetto paradossale: l’eliski viene percepito come normale, persino legittimo, nonostante le chiare ripercussioni su ecosistemi fragili, specie nel periodo invernale. È urgente una legge nazionale che armonizzi le norme, garantendo coerenza tra Regioni e Province autonome. Tale normativa dovrebbe includere divieti chiari per voli turistici e ricreativi, limiti acustici e di impatto, strumenti di controllo tecnologici efficaci e sanzioni realmente dissuasive. Solo un intervento organico potrebbe porre fine alla frammentazione legislativa e alle deroghe arbitrarie, restituendo dignità alle montagne e garantendo un turismo più sostenibile e rispettoso.

[Una manifestazione copntro l’eliski di Mountain Wilderness Italia di qualche anno fa.]
L’eliski sulle Alpi italiane rappresenta non solo un problema ambientale ma anche un esempio emblematico di come la mancanza di una legislazione nazionale coerente possa produrre effetti devastanti, vanificando gli sforzi locali e internazionali di tutela del patrimonio montano.

La montagna, con i suoi ecosistemi unici e fragili, merita regole chiare e applicate con rigore, soprattutto in merito ad attività antropiche non solo palesemente impattanti ma pure del tutto aliene alla cultura della montagna e alla sua frequentazione più consapevole e proficua. È bene mantenere alta l’attenzione sul tema e rilanciare il più possibile l’azione contro tali pratiche: e se non lo sa fare la miserrima classe politica che ci ritroviamo, che lo faccia la società civile, cioè tutti noi. Le nostre montagne lo meritano e noi glielo dobbiamo.

I voli turistici in montagna, oggi (non) come un secolo fa

[Foto di Banff Lake Louise Tourism & Travel Alberta.]
Il “Corriere del Ticino”, quotidiano della Svizzera italiana, nella sua rubrica “Cent’anni fa” ove ripropone alcune notizie pubblicate sul giornale un secolo esatto fa, ricorda che l’11 dicembre 1925 «La Compagnia aerea Ad Astra ha l’intenzione di organizzare anche nella attuale stagione invernale, a St. Moritz, un servizio di escursioni aeree e che dislocherà a questo proposito un aeroplano Junker a St. Moritz

Dunque già cent’anni fa si proponevano esperienze turistiche attualmente ancora “in voga” sui monti e spesso promozionate – oggi con l’elicottero (ai tempi sostanzialmente non ancora inventato), che siano voli turistici, eliski o altro di affine. Non si è inventato granché di nuovo, insomma, nonostante a volte i voli attuali vengano ritenuti una pericolosa devianza contemporanea del turismo montano.

[Uno degli Junkers F 13 della compagnia aerea svizzera Ad Astra Aero. Fonte: commons.wikimedia.org.]
Ma se nel 1925 si può immaginare che non si fosse in grado di comprendere il portato e le conseguenze (non solo ambientali, ovviamente) di tali esperienze turistiche, è sorprendente che oggi, con tutte le conoscenze, le vicende, le consapevolezze sia sui temi della tutela ambientale che della frequentazione turistica responsabile dei territori montani, ancora si abbia il coraggio e la faccia tosta di proporre cose come, appunto, l’eliski, i voli turistici ai rifugi o in occasione di eventi montani o altre esperienze di volo di matrice ludico-ricreativa e non legate a necessità proprie dei territori.

[Veduta dell’alta Engadina. Immagine tratta da www.engadin.ch.]
Per qualcuno non è bastato un secolo e più, insomma, per maturare un buon senso consono a cosa sono le montagne, al loro valore specifico e a come si possono (e devono) vivere con il miglior equilibrio possibile, sia da abitanti che da visitatori, per il bene di tutto e tutti. Cosa ci vorrà, poi, per capire un’evidenza così palese?

Di certi “escursionisti” che, forse, sarebbe meglio se restassero ben lontani dalle montagne!

Ho trovato estremamente interessante e significativo leggere le dichiarazioni pubblicate dalla stampa (ad esempio su “Il Dolomiti” ma originariamente pubblicate su Facebook qui) di Duilio Boninsegna, guida alpina e gestore del Rifugio Pradidali nelle Pale di San Martino (provincia di Trento – lo vedete nelle immagini del post, tutte tratte dalla sua pagina Facebook), circa le pretese di un numero sempre crescente di escursionisti che reclamano servizi da hotel in un rifugio a oltre 2200 metri di quota, che hanno fatto sbottare Boninsegna facendogli dichiarare che «Quest’anno al Pradidali ci sarà un ritorno al classico. Non venite a chiedere ‘voglio questo o quell’altro’. Quello che c’è, c’è. Non sarà un ristorante, perché di quelli ne trovate quanti volete in valle, ma un vero rifugio d’altri tempi.»

Le ho trovate interessanti e significative, le parole di Boninsegna, non tanto per quel che affermano quanto per una di quelle coincidenze che a ben vedere non sono affatto tali. Infatti, quasi in contemporanea la pubblicazione delle sue parole, m’è capitato di chiacchierare con un amico gestore di un noto rifugio delle montagne lecchesi, posto a 2000 metri di quota, il quale si diceva sgomento nel constatare quale sia la più frequente e spesso prima domanda posta dagli escursionisti giornalieri che giungono al suo rifugio, cioè se lassù vi sia il wifi. E di come, osservando quei “gitanti” nel contesto montano nel quale lavora, abbia parimenti constatato l’evidente, sostanziale insensibilità verso il luogo e le sue peculiarità, visto solo come una tra tante altre mete ludico-ricreative ovviamente buona come sfondo per l’ennesimo selfies da caricare e dimenticare sui social media e pressoché ignorata nelle sue più importanti e affascinanti valenze geografiche, naturalistiche, paesaggistiche, storiche e culturali in genere. Per di più, di frequente consumando poco o nulla, dunque non contribuendo nemmeno a sostenere il lavoro di chi permette di tenere aperto il rifugio e accogliere chiunque, usualmente a costo di grandi sacrifici. Come fossero in gita in un parco fuori città, insomma, nel quale poter credere (e esigere) di trovare tutto ciò che abitualmente si ha a disposizione nella quotidianità urbana, dal wifi citato dall’amico rifugista alle docce calde con l’acqua razionata come denunciato dal gestore del Pradidali – ma ricordo pure ciò che mi raccontò un altro amico rifugista del lecchese, di una tizia che, richiedendo espressamente una stanza singola in un rifugio di sole camerate a 2400 metri di quota, pretendeva che le venisse riservato in via esclusiva il bivacco invernale. D’altronde immagino che di storie del genere i rifugisti di tutte le nostre montagne ne abbiano a iosa da raccontare. Per farla breve, salire fino a un rifugio a 2000 e passa metri di quota e sottoporre al gestore simili domande, al netto del tasso di ingenuità ammissibile, significa non aver capito nulla del luogo in cui ci si trova.

Con questa “moda” dell’andare per monti che in misura prepotente da dopo il Covid è diventata un sinonimo di “fuga” dalle città caotiche e insalubri, ma che viene quasi sempre praticata nelle modalità tipiche del turismo massificato e attraverso modelli e immaginari che appaiono viepiù superficiali e pressoché privi di qualsiasi consapevolezza culturale riguardo la montagna e le sue realtà, da più parti si invoca la necessità di una “rialfabetizzazione” del pubblico meno avvezzo alla frequentazione dei territori montani ma voglioso di visitarli. È un pubblico che d’altro canto rappresenterebbe un elemento potenzialmente positivo tanto per chi lavora in montagna quanto per le comunità residenti e non solo dal punto di vista economico, ma a patto che tale pubblico si dimostri disponibile a lasciare a casa, o quanto meno – per così dire – nell’autovettura al parcheggio di fondovalle, quell’atteggiamento così superficiale e puerile così da fare spazio a una sincera volontà di conoscere, comprendere e di godere veramente appieno di tutto ciò che la montagna sa offrire. Che è talmente tanta roba che quei turisti nemmeno se la sognano e che giammai potrà essere “riassunta” da un post e da qualche immagine su Instagram.

Questa volontà può e deve certamente essere agevolata e coltivata, come già avviene ampiamente, da chiunque operi a favore della cultura di montagna – le associazioni alpinistiche e escursionistiche, le guide e gli accompagnatori, i tour operator locali, i rifugisti e i gestori degli alloggi turistici, gli operatori culturali, eccetera – così che in forza di tale attività diffusa possa avviarsi quel processo di equilibratura dei modelli e degli immaginari in base ai quali si frequentano e si percepiscono le montagne. Se tuttavia questa volontà non viene manifestata, né tanto e nemmeno poco, ma anzi in barba al più naturale buon senso si sale in montagna e si pretende, consciamente, di potersi comportare come in una piazza cittadina o, peggio, al centro commerciale se non allo stadio, be’, ribadisco fermamente che, a mio parere, le persone con tale atteggiamento è bene che se ne stiano il più lontano possibile dai territori montani. Perché sono elementi di degrado per le montagne anche senza che facciano nulla di che. Diventano manifestazione di ciò che già nel 1995 Tiziano Terzani – in Un indovino mi disse – descriveva così:

Brutta invenzione il turismo! Una delle industrie più malefiche! Ha ridotto il mondo a un enorme giardino d’infanzia, a una Disneyland senza confini.

Ecco, “Disneyland”: proprio ciò a cui viene paragonata spesso la montagna turistificata, quella che ormai ha abdicato e soggiogato la propria bellezza autentica e il valore culturale che la caratterizza ai grandi numeri del turismo di massa, delle grandi e piccoli infrastrutture decontestuali – i mega impianti di risalita tanto quanto le panchine giganti, per intenderci -, dei “resort” e dei ristoranti gourmet lungo le piste da sci che però mantengono nel proprio nome il termine “rifugio” per tentare di far credere ciò che ormai non è più credibile – ma un’esca alla quale evidentemente tanti sprovveduti abboccano.

Be’, io credo che tutto questo è bene che non salga di quota, è bene che non inquini e distrugga quella meravigliosa realtà che è il rifugio di alta montagna, quello vero – e la vera montagna di conseguenza, quella che ancora possiamo definire tale, fortunatamente. Secoli addietro si pensava che sulle vette dimorassero i più inquietanti demoni infernali, oggi pare che invece questi siano scesi a valle e laggiù si divertano, travestiti da turisti per non farsi riconoscere – ma in realtà diventando riconoscibili come non mai.

Non volete pagare qualche centinaia di Euro per ammirare il cielo da una “stanza panoramica”? Ecco come fare!

(Articolo pubblicato su “L’AltraMontagna” il 29 febbraio 2024.)

[Immagine tratta da infosannio.com.]

Questo provvedimento, modificato, riconsegna alle nuove generazioni la possibilità di vedere il cielo, di ammirare la Via Lattea: si dà un’opportunità in più per far conoscere l’ambiente montano, non per violarlo.

Così afferma il consigliere regionale del Veneto Marzio Favero nel sostenere la legge, approvata qualche giorno fa, che permette la realizzazione di “stanze panoramiche” di vetro e legno, veri e propri micro hotel di lusso sulle montagne venete anche sopra i 1600 metri di altitudine cioè dove, fino a ora, potevano essere costruiti solo rifugi, bivacchi o manufatti di servizio al territorio, e pure in zone sottoposte a tutela ambientale.

Non c’è dubbio che il consigliere Favero sia certamente un politico competente e preparato, nelle proprie mansioni istituzionali, ma lo manifesti in misura minore – almeno così viene da ipotizzare, leggendo le sue dichiarazioni – nei riguardi dei territori montani, al punto da dover premurosamente svelare al consigliere e a chi sostenga le sue stesse posizioni una cosa che probabilmente ad essi sfugge. In montagna c’è già un posto dal quale poter osservare il cielo, ammirare la Via Lattea e conoscere a fondo l’ambiente circostante: è la vetta. E di vette a disposizione ce ne sono a iosa, certe montagne ne hanno anche più d’una, alcune sicuramente ostiche da raggiungere ma molte altre semplicissime: ci si arriva tranquillamente a piedi, spesso con poca fatica e non si devono spendere qualche centinaia di Euro per soggiornarvi, come di norma richiedono quelle stanze panoramiche in forza dei pacchetti turistici con i quali vengono offerte. Semmai basta una normalissima tenda oppure nemmeno quella, è sufficiente stendersi lassù, sulla vetta liberamente prescelta, e osservare il cielo al di sopra e il paesaggio d’intorno fino a che se ne abbia voglia. Anzi, fino a che ci si senta parte di essi, in relazione profonda con l’ambiente montano e soprattutto in contatto diretto, senza mediazioni, senza infrastrutture artificiali di mezzo che, inevitabilmente, disturbano l’esperienza e ne annacquano il valore peculiare spesso fino a farlo svanire del tutto.

[Immagine tratta da venetosecrets.com.]

Non c’è bisogno di qualcuno o qualcosa che «dia un’opportunità» di fare tutto questo, dunque. Anzi, sostenere ciò significa ritenere le «nuove generazioni» un po’ stupidotte e incapaci di conoscere e relazionarsi con l’ambiente montano senza qualche invenzione di natura commerciale, pur fascinosa che sia… [continua su “L’AltraMontagna”, qui.]

 

Una bella (e beneaugurante) notizia dai Monti Sibillini

[Panoramica dell’alta Valle del Fiastrone, dove si trova Bolognola. Foto di tony_57, CC BY 3.0, fonte commons.wikimedia.org.]
Voglio cominciare bene questo nuovo anno con una bella notizia giunta di recente dai meravigliosi Monti Sibillini, dal Monte Castel Manardo per la precisione, presso il quale con la sentenza numero 833/2023 il Tribunale Amministrativo Regionale (T.A.R.) delle Marche ha definitivamente respinto il ricorso promosso dal Comune di Bolognola per ottenere l’annullamento del parere con cui il Parco Nazionale dei Monti Sibillini aveva negato il nulla osta alla realizzazione della nuova seggiovia quadriposto “Castelmanardo Express”.

La proposta del Comune di Bolognola, dietro la facciata della sostituzione di un vecchio impianto con uno nuovo, nascondeva in realtà – in tutto e per tutto – la realizzazione di una nuovo impianto di risalita (come tale vietato dalla legge), che avrebbe fatto scempio della Zona di Protezione Speciale (ZPS) della Gola del Fiastrone e del Monte Vettore e della Zona Speciale di Conservazione (ZSC) appunto di Monte Castel Manardo, devastando così irreversibilmente un’area importante del Parco Nazionale dei Monti Sibillini, di altissimo valore ambientale.

Ancora una volta sconcerta il constatare come degli enti pubblici locali, amministratori ma ancor prima custodi dei propri territori, si permettano di imporre progetti talmente impattanti in aree giuridicamente tutelate e protette, dimostrando un evidente disprezzo verso i regolamenti vigenti nonché una drammatica mancanza di sensibilità nei riguardi delle proprie montagne, del loro ambiente naturale e del paesaggio, beni comuni fondamentali dei quali, palesemente, non sanno comprendere il valore e tanto meno sanno convenientemente valorizzarlo.

Peraltro, si noti la situazione dell’innevamento in zona, proprio dove si sarebbe voluta realizzare la nuova seggiovia (immagine tratta da qui):

Tuttavia, fermare tali progetti così insensati (l’immagine qui sopra lo dimostra perfettamente -ancor più perché quasi sempre basati su finanziamenti pubblici) e talmente diffusi sulle montagne italiane si deve e si può, come nuovamente il caso di Bolognola dimostra. Come dichiara l’associazione Iniziativa Democratica per l’Europa e per l’Ambiente, intervenuta in giudizio insieme al WWF Italia a sostegno dell’Ente Parco Nazionale dei Monti Sibillini contro il progetto, «Un altro Appennino, basato non sullo sfruttamento della montagna, ma sulla sua valorizzazione e sulla preservazione è possibile: speriamo che da questa storica sentenza arrivi un messaggio chiaro alle tante, troppe Amministrazioni pubbliche che – nonostante l’opposizione dei cittadini e delle associazioni ambientaliste – continuano invece a puntare su progetti che invece devastano la montagna e l’ambiente.»

Ribadisco ancora una volta per i sordi d’orecchio, i chiusi di mente e i poveri di spirito: la questione non è essere contro gli impianti sciistici tout court, la cui valenza socio-economica in chiave turistica può ben essere riconosciuta quando sia presente, ma essere contro idee, progetti e opere palesemente scriteriate, impattanti, decontestuali, degradanti e pericolose non solo dal punto di vista ecoambientale ma per la realtà complessiva delle montagne e delle comunità che le abitano. In presenza di tali circostanze, l’opposizione deve e dovrà sempre essere radicale, a salvaguardia di quelle realtà e fino al ristabilimento del buon senso civico che sarebbe da considerare ordinario nelle politiche di gestione dei territori di montagna, con tutta la loro bellezza e le tante fragilità che presenta, e invece, purtroppo, di frequente ordinario non è.

P.S.: per inciso, Bolognola si trova vicino alla località di Sarnano-Sassotetto, sede di un altro tentativo di imposizione d’un progetto sciistico a dir poco dissennato, del quale ho scritto qui.