Gettare rifiuti di carta sui sentieri è giustificabile?

Spettabile Associazione Podistica/escursionistica,

abitualmente organizzate gare podistiche amatoriali lungo i sentieri delle nostre montagne e sono ben contento che continuiate a farlo. Tuttavia ho dovuto nuovamente constatare, con un certo sconcerto e altrettanta irritazione, che continuate pure a tracciare gli itinerari di gara spargendo frammenti di carta, ricavati dalle macchine tritadocumenti o in coriandoli da foratura. Lo testimoniano le fotografie che vedete sopra e sotto, scattate personalmente lo scorso sabato. Ne avete gettati persino nel letto di un piccolo corso d’acqua!

Ma come è possibile? Veramente non vi rendete conto che questa vostra abitudine equivale all’abbandonare rifiuti in ambiente naturale? Non riuscite a capirlo oppure devo temere che lo capite benissimo e nonostante ciò continuiate a farlo?

A questo punto probabilmente bisogna rimarcarvi che l’abbandono di rifiuti di carta lungo i sentieri di montagna è inesorabilmente punibile dalla legge: l’articolo 192 del Testo Unico Ambientale (Decreto Legislativo n°152/2006) vieta l’abbandono e il deposito incontrollato di rifiuti di qualsiasi entità e taglia su tutto il territorio nazionale, compresi suolo e aree aperte al pubblico come i sentieri escursionistici, mentre l’articolo 255 stabilisce le sanzioni pecuniarie, che possono anche arrivare a diverse migliaia di Euro, e le eventuali pene accessorie.

Essendo persone che frequentano le montagne, posso pensare (e sperare) che anche voi vi sarete indignati qualche volta per aver visto dei rifiuti nei prati, nei boschi o lungo i sentieri di montagna – fazzoletti di carta, involucri di caramelle o altro di simile – pensando a quanto siano maleducate le persone che commettono questi gesti di piccola ma eloquente inciviltà. Be’, la vostra abitudine di segnare gli itinerari con frammenti di carta è la stessa identica cosa: che si tratti di segnare i tracciati delle vostre gare per indicare il percorso ai partecipanti non vi giustifica per nulla, anzi! È comunque un abbandono di rifiuti in ambiente naturale punibile dalla legge.

Anche perché, nonostante la carta sia spesso un materiale biodegradabile, impiega comunque mesi per decomporsi se non anni quando sia trattata o plastificata, spesso è scritta con inchiostro probabilmente chimico, vento e precipitazioni la spargono ovunque e la fanno finire nei corsi d’acqua e c’è il rischio concreto che i frammenti possano essere ingeriti dalla fauna selvatica, soprattutto dagli animali più piccoli, danneggiandone la salute. Oltre ovviamente alla pessima visione di un sentiero insozzato da quei vostri rifiuti cartacei.

Ripeto: veramente non riuscite a capirlo?

Fatene pure tutte le gare che volete e quando volete, segnatele pure – come già fate – con i pezzi di nastro bianco-rosso legati ai rami della vegetazione lungo i sentieri interessati (anche se, a voler essere pignoli, pure quella è plastica – Polietilene a bassa densità, di solito – ovvero un elemento potenzialmente inquinante in forza delle microplastiche che può rilasciare; mi auguro almeno che, fatta la gara, li rimuoviate) ma, per favore, EVITATE DI SEGNARE I TRACCIATI DI GARA CON I FRAMMENTI DI CARTA. È un comportamento incivile che rischia di definirvi per ciò che credo proprio non siate, soprattutto da appassionati e frequentatori delle montagne. E che, se nuovamente reiterato, renderebbe pressoché inevitabile una denuncia alle autorità competenti per la violazione delle leggi sopra citate. Ma, anche in questo caso, mi auguro che non si debba arrivare a tanto.

Grazie, buone gare e, ancor più, buona cura delle nostre montagne!

P.S.: naturalmente l’Associazione destinataria di questa mia “lettera” la conosco bene; d’altro canto, al netto del caso specifico, spero che queste mie considerazioni possano risultare valide anche per le situazioni similari che accadono sulle montagne ovvero per altri soggetti che vi compiono azioni all’apparenza tanto banali quanto deprecabili nonché giuridicamente perseguibili.

La «montagna accessibile»: un principio di civiltà o un inganno pericoloso?

La «montagna accessibile» è un’altra di quelle formule spesso utilizzate quando si infrastrutturano a scopo turistico i territori montani, al fine di giustificare un fine positivo e “virtuoso” delle opere realizzate, ma in verità è tra le “idee” più ipocrite e pericolose che sui monti si possano proferire.

Spesso utilizzata insieme ad altre per le quali «La montagna è di tutti» e dunque «Tutti hanno il diritto di frequentare le montagne» – di recente declinata pure con «L’alta quota deve essere per tutti», francamente delirante – è infida in quanto trasforma un diritto ipotetico e presunto in un “principio” sostanziale e forzato senza considerare il contesto e le sue specificità, quasi sempre per scopi e interessi che nulla hanno a che fare con le montagne propriamente dette. Ecco dunque che, in base a questa distorsione concettuale, si arriva a giustificare ogni cosa; dalle nuove vie ferrate che rendono accessibili le pareti montane anche a chi non sarebbe in grado di salirle per «avvicinarsi alle vette» e a un «ambiente d’alta montagna», alle ciclovie che rendono accessibili anche ai ciclisti meno abili luoghi in quota da sempre raggiunti solo a piedi, a nuovi impianti di risalita che rendono accessibile l’alta quota a chiunque, anche a chi si trova in affanno a salire una sola rampa di scale.

A questo punto, perché non realizzare funivie su tutte le sommità montane degne di tal nome oppure, ancora meglio, delle ampie e comode strade che rendano accessibili le vette anche a quelli che, magari, soffrono di vertigini e non salirebbero su una funivia?

Mi sembra chiaro che chiunque abbia in mente un tale concetto di «montagna accessibile», la montagna vera non sappia cosa sia ovvero decida di ignorarlo proprio per imporre principi palesemente illogici e infondati funzionali a obiettivi decontestuali. A parte che “accessibile” la montagna lo è già in innumerevoli modi (le Alpi sono la catena montuosa più antropizzata al mondo), non di rado eccessivi e pure alienanti: infatti ci ritroviamo spesso persone in bermuda e infradito a camminare sui ghiacciai o che percorrono vie ferrate in sneakers e senza l’attrezzatura di sicurezza proprio perché, in forza del messaggio che passa da tutto ciò, se la montagna diventa «accessibile» non può che essere anche “sicura”. Ecco dunque che alla formula «montagna accessibile» se ne unisce quasi sempre un’altra, «in totale sicurezza»: un’altra menzogna fuorviante e pericolosa (chiedetene conto ai membri del Soccorso Alpino!). La “totale sicurezza” in montagna non esiste, così come per principio non esiste – per ovvio buon senso, raziocinio, natura, geografia, cultura, evidenza lampante – la montagna “accessibile”: perché altrimenti non sarebbe più montagna vera. Dunque, forse non è così scontato rimarcare che la montagna è accessibile a chi è in grado di accedervi in forza delle proprie capacità e delle varie difficoltà da affrontare, ed è questo che rappresenta la sua bellezza, il suo fascino più attraente, il senso della sua frequentazione consapevole, il divertimento e l’appagamento che sa donare.

Su un sentiero pianeggiante vi possono accedere tutti, su una parete verticale vi accede chi ha l’attrezzatura individuale e le capacità tecnico-atletiche per superarla. Se non le ha può frequentare un corso di escursionismo o alpinismo ovvero affidarsi a un professionista dell’accompagnamento in montagna – una guida alpina o altro. Altrimenti dove non può accedere semplicemente (e razionalmente) non accede, ed è proprio questo il fascino profondo delle montagne: di fronte a una parete verticale che si è consci di non poter superare, scaturisce la meraviglia di una forma naturale spettacolare, estrema, sublime, repulsiva ma per questo attraente ed emozionante. Che senso ha renderla “accessibile” e poterla superare con – ad esempio – una via ferrata, se non banalizzarne il fascino attraverso un vero e proprio inganno? Che senso può avere l’avere accesso a un valico in alta quota, da sempre raggiungibile solo a piedi su sentiero a bordo di una bicicletta, magari pure elettrica, grazie a un’ampia e comoda ciclovia che per giunta ha intaccato pesantemente il versante che a quel valico adduce?

Ma di cosa stiamo parlando, seriamente?

La mia risposta: di un inganno, appunto, di una ipocrisia bella e buona con potenziali effetti perniciosi oltre che culturalmente deleteri.

Bisogna essere chiari: il concetto di «montagna accessibile» è un mero sotterfugio funzionale a infrastrutturare la montagna il più possibile – con ferrate, ciclovie, funivie e quanto altro di simile, come detto – che in verità svilisce e degrada l’idea stessa di montagna, la sua bellezza, il valore del suo paesaggio, la sua frequentazione logica, consapevole e intelligente, il godimento di frequentarla e magari di imparare a superarne le asperità senza inganni ma grazie alle conoscenze e alle capacità acquisite.

Diffidate sempre della montagna che viene definita «accessibile», perché probabilmente sarà una montagna artefatta e banalizzata. E diffidate parimenti di chiunque vi dica che «la montagna è di tutti»: no, la montagna è di tutti, ma tutti quelli che ne hanno rispetto, e il rispetto deriva anche dal non barare nei suoi confronti, dalla consapevolezza di ciò che in montagna si può fare e non si può fare, dal senso del limite che sui monti bisogna riconoscere e osservare proprio perché quello montano è un ambito la cui realtà naturale è fatta di limiti: fisici, morfologici, geografici, ambientali, ma anche e per certi versi soprattutto limiti di accessibilità.

Non lasciamo che a diventare così “accessibile” sia l’anima profonda della montagna. Perché se ciò accadesse non sarebbe più montagna. Tanto varrebbe raderle al suolo, le vette: così diventerebbero massimamente accessibili a chiunque e non ci sarebbe nemmeno bisogno di spendere risorse pubbliche per costruirci qualsivoglia infrastruttura per accedervi. Forse è proprio questo l’obiettivo finale di quelli che vanno blaterando di «montagna accessibile», quelli che le montagne non sanno realmente cosa siano.

274 persone in un giorno sull’Everest, a milioni sulle nostre montagne

[Coda di alpinisti sull’Everest. Immagine tratta da www.mountlive.com.]
Avrete forse visto le immagini di qualche giorno fa delle code di “alpinisti” sull’Everest, sulla cui vetta, a 8848 metri di quota, il 20 maggio scorso sono giunte ben 274 persone (!), un record assoluto.

Cioè, dico: l’Everest, la cima più alta della Terra, la “Madre dell’universo” (Chomolungma) dei tibetani, il “Dio del cielo” (Sagaramāthā) del nepalesi, un luogo inevitabilmente “assoluto” per tutti e non solo per ragioni geografiche, ormai diventato una meta turistica per persone danarose che spesso nemmeno sanno cosa sia l’alpinismo ma, pagando un certo prezzo, pretendono di usufruire del servizio offerto. Cioè la salita alla vetta più alta del mondo, appunto. Come fosse una qualsiasi altra attrazione della quale poi vantarsi.

È una situazione denunciata ormai da anni, ma che evidentemente nessuno pensa veramente di risolvere – il governo nepalese ci prova da anni, senza ottenere risultati concreti. Anzi, pure sugli altri Ottomila la situazione sta degenerando: come riporta un articolo sul tema pubblicato sulla “Rivista del Club Alpino Italiano” lo scorso marzo, sul ben più difficile e pericoloso K2 (8611 metri, la seconda vetta più alta della Terra), dal 2021 al 2025 sono arrivate in vetta 400 persone, tante quante quelle dei precedenti 66 anni dalla prima ascensione.

[Coda di escursionisti sulle Dolomiti. Immagine tratta da www.lavocedibolzano.it.]
Ora, io che cerco sempre di provare a capire, per quel che riesco, il mondo in cui viviamo, inevitabilmente mi chiedo: ma se noi tutti in quanto genere umano, civiltà “più avanzata” del pianeta, “Sapiens”, non sappiamo tutelare uno dei luoghi più simbolicamente assoluti del mondo e pure quello lo svendiamo facendone una fonte di guadagni senza limiti, senza ritegno, senza rispetto e cura per il luogo e per ciò che rappresenta, come possiamo pensare e credere di salvaguardare ogni altro luogo “meno importante” ma, a suo modo, altrettanto fondamentale per la propria parte di mondo? Come possiamo ad esempio salvaguardare le nostre Alpi e gli Appennini, già così antropizzate e vicine alla “civiltà”, se non sappiamo nemmeno tutelare le vette himalayane così selvagge e lontane da tutto? È perché “accettiamo” che sulla montagna più alta del mondo ci possano salire centinaia di persone al giorno che proporzionalmente acconsentiamo pure che sulle cime delle nostre montagne ci possano arrivare in milioni?

Gli escursionisti danneggiano la Natura (?)

[Escursionisti sull’Altopiano della Greina, tra i cantoni svizzeri Ticino e Grigioni. Immagine tratta dalla pagina Facebook di TicinoSentieri.]
Sulla testata svizzera “Tio.ch” il 29 agosto scorso è stato pubblicato un articolo intitolato Le escursioni danneggiano la natura? che rimarca come pure l’attività apparentemente più sostenibile che si possa praticare negli ambienti naturali, il camminare, rischi per molti versi di rappresentare una fonte di alterazione e inquinamento ambientali, senza con ciò negare il valore educativo e culturale fondamentali dell’escursionismo.

Ve lo lascio leggere al fine di constatare le cose molto interessanti che riporta; qui invece voglio riflettere un attimo sulle reazioni che, senza dubbio, in alcuni la lettura potrebbe manifestare. Cose del tipo «troppe paturnie!», «be’, ma allora non facciamo più nulla!», «robe da ambientalisti talebani!» eccetera, le quali invero riflettono l’atteggiamento che spesso – per non dire sempre, salvo casi rari – assumiamo nella nostra relazione con il mondo naturale (del quale siamo parte integrante insieme con ogni altro organismo vivente e con tutto il resto). In verità, pensare che anche una semplice camminata lungo un sentiero in montagna possa rappresentare un elemento di disturbo e di inquinamento ambientali non è una semplice sega mentale: innanzi tutto perché è un dato di fatto al quale non si può sfuggire (se non evitando di andarci, in montagna: cosa variamente irrazionale, come capite bene), ma ciò non ci esime dalla responsabilità di averne consapevolezza e di agire in modo da rendere la nostra presenza nella Natura la più primordiale possibile, se mi passate la definizione, ovvero la più armonica con essa e meno dipendente da quella tecnologia che ci ha resi la razza dominante sul pianeta (ancor più della nostra intelligenza, dote invero spesso discutibile) ma con un impatto che ha generati danni vari e assortiti.

Dunque, se la stessa nostra tecnologia così avanzata potrebbe aiutarci ma ancora non lo ha fatto e dà l’impressione di non volerlo fare tanto rapidamente – ad esempio eliminando totalmente i mezzi di locomozione a combustibili fossile oppure risolvendo il problema della dispersione di microplastiche, provocata anche dai capi ultra-tecnici che indossiamo, per dirne due tra le tante – non è una sega mentale ma è un’azione di grande intelligenza e coscienza provare quanto meno a riflettere sulla nostra presenza, anzi, sull’intera relazione che generiamo e intessiamo con gli ambienti naturali nei quali stiamo, sul senso di questa nostra presenza – al netto degli aspetti meramente ludici e ricreativi, ovviamente – su cosa ci stanno dando ma pure cosa noi stiamo dando ad essi attraversandoli e interagendo con la biosfera locale. Peraltro è un esercizio assolutamente semplice – siamo o non siamo Sapiens, esseri intelligenti, pensanti e senzienti? – che arricchisce oltre modo la nostra esperienza in Natura, la bellezza di starci, il godimento dei luoghi e dei paesaggi, il divertimento autentico, il relax e tutto ciò che la Natura sa regalare.

Non ci vuole tanto, insomma, per farci del bene e al contempo fare del bene alla Natura che ci ospita. Anche perché, lo ribadisco, la Natura siamo noi: averne cura o danneggiarla significa avere cura o danneggiare noi stessi. Le vere seghe mentali sono quelle di chi crede che tali pensieri siano “seghe mentali”, esattamente come i cretini sono tali anche per essere fermamente convinti che i “cretini” siano sempre gli altri. Ecco.

Di certi “escursionisti” che, forse, sarebbe meglio se restassero ben lontani dalle montagne!

Ho trovato estremamente interessante e significativo leggere le dichiarazioni pubblicate dalla stampa (ad esempio su “Il Dolomiti” ma originariamente pubblicate su Facebook qui) di Duilio Boninsegna, guida alpina e gestore del Rifugio Pradidali nelle Pale di San Martino (provincia di Trento – lo vedete nelle immagini del post, tutte tratte dalla sua pagina Facebook), circa le pretese di un numero sempre crescente di escursionisti che reclamano servizi da hotel in un rifugio a oltre 2200 metri di quota, che hanno fatto sbottare Boninsegna facendogli dichiarare che «Quest’anno al Pradidali ci sarà un ritorno al classico. Non venite a chiedere ‘voglio questo o quell’altro’. Quello che c’è, c’è. Non sarà un ristorante, perché di quelli ne trovate quanti volete in valle, ma un vero rifugio d’altri tempi.»

Le ho trovate interessanti e significative, le parole di Boninsegna, non tanto per quel che affermano quanto per una di quelle coincidenze che a ben vedere non sono affatto tali. Infatti, quasi in contemporanea la pubblicazione delle sue parole, m’è capitato di chiacchierare con un amico gestore di un noto rifugio delle montagne lecchesi, posto a 2000 metri di quota, il quale si diceva sgomento nel constatare quale sia la più frequente e spesso prima domanda posta dagli escursionisti giornalieri che giungono al suo rifugio, cioè se lassù vi sia il wifi. E di come, osservando quei “gitanti” nel contesto montano nel quale lavora, abbia parimenti constatato l’evidente, sostanziale insensibilità verso il luogo e le sue peculiarità, visto solo come una tra tante altre mete ludico-ricreative ovviamente buona come sfondo per l’ennesimo selfies da caricare e dimenticare sui social media e pressoché ignorata nelle sue più importanti e affascinanti valenze geografiche, naturalistiche, paesaggistiche, storiche e culturali in genere. Per di più, di frequente consumando poco o nulla, dunque non contribuendo nemmeno a sostenere il lavoro di chi permette di tenere aperto il rifugio e accogliere chiunque, usualmente a costo di grandi sacrifici. Come fossero in gita in un parco fuori città, insomma, nel quale poter credere (e esigere) di trovare tutto ciò che abitualmente si ha a disposizione nella quotidianità urbana, dal wifi citato dall’amico rifugista alle docce calde con l’acqua razionata come denunciato dal gestore del Pradidali – ma ricordo pure ciò che mi raccontò un altro amico rifugista del lecchese, di una tizia che, richiedendo espressamente una stanza singola in un rifugio di sole camerate a 2400 metri di quota, pretendeva che le venisse riservato in via esclusiva il bivacco invernale. D’altronde immagino che di storie del genere i rifugisti di tutte le nostre montagne ne abbiano a iosa da raccontare. Per farla breve, salire fino a un rifugio a 2000 e passa metri di quota e sottoporre al gestore simili domande, al netto del tasso di ingenuità ammissibile, significa non aver capito nulla del luogo in cui ci si trova.

Con questa “moda” dell’andare per monti che in misura prepotente da dopo il Covid è diventata un sinonimo di “fuga” dalle città caotiche e insalubri, ma che viene quasi sempre praticata nelle modalità tipiche del turismo massificato e attraverso modelli e immaginari che appaiono viepiù superficiali e pressoché privi di qualsiasi consapevolezza culturale riguardo la montagna e le sue realtà, da più parti si invoca la necessità di una “rialfabetizzazione” del pubblico meno avvezzo alla frequentazione dei territori montani ma voglioso di visitarli. È un pubblico che d’altro canto rappresenterebbe un elemento potenzialmente positivo tanto per chi lavora in montagna quanto per le comunità residenti e non solo dal punto di vista economico, ma a patto che tale pubblico si dimostri disponibile a lasciare a casa, o quanto meno – per così dire – nell’autovettura al parcheggio di fondovalle, quell’atteggiamento così superficiale e puerile così da fare spazio a una sincera volontà di conoscere, comprendere e di godere veramente appieno di tutto ciò che la montagna sa offrire. Che è talmente tanta roba che quei turisti nemmeno se la sognano e che giammai potrà essere “riassunta” da un post e da qualche immagine su Instagram.

Questa volontà può e deve certamente essere agevolata e coltivata, come già avviene ampiamente, da chiunque operi a favore della cultura di montagna – le associazioni alpinistiche e escursionistiche, le guide e gli accompagnatori, i tour operator locali, i rifugisti e i gestori degli alloggi turistici, gli operatori culturali, eccetera – così che in forza di tale attività diffusa possa avviarsi quel processo di equilibratura dei modelli e degli immaginari in base ai quali si frequentano e si percepiscono le montagne. Se tuttavia questa volontà non viene manifestata, né tanto e nemmeno poco, ma anzi in barba al più naturale buon senso si sale in montagna e si pretende, consciamente, di potersi comportare come in una piazza cittadina o, peggio, al centro commerciale se non allo stadio, be’, ribadisco fermamente che, a mio parere, le persone con tale atteggiamento è bene che se ne stiano il più lontano possibile dai territori montani. Perché sono elementi di degrado per le montagne anche senza che facciano nulla di che. Diventano manifestazione di ciò che già nel 1995 Tiziano Terzani – in Un indovino mi disse – descriveva così:

Brutta invenzione il turismo! Una delle industrie più malefiche! Ha ridotto il mondo a un enorme giardino d’infanzia, a una Disneyland senza confini.

Ecco, “Disneyland”: proprio ciò a cui viene paragonata spesso la montagna turistificata, quella che ormai ha abdicato e soggiogato la propria bellezza autentica e il valore culturale che la caratterizza ai grandi numeri del turismo di massa, delle grandi e piccoli infrastrutture decontestuali – i mega impianti di risalita tanto quanto le panchine giganti, per intenderci -, dei “resort” e dei ristoranti gourmet lungo le piste da sci che però mantengono nel proprio nome il termine “rifugio” per tentare di far credere ciò che ormai non è più credibile – ma un’esca alla quale evidentemente tanti sprovveduti abboccano.

Be’, io credo che tutto questo è bene che non salga di quota, è bene che non inquini e distrugga quella meravigliosa realtà che è il rifugio di alta montagna, quello vero – e la vera montagna di conseguenza, quella che ancora possiamo definire tale, fortunatamente. Secoli addietro si pensava che sulle vette dimorassero i più inquietanti demoni infernali, oggi pare che invece questi siano scesi a valle e laggiù si divertano, travestiti da turisti per non farsi riconoscere – ma in realtà diventando riconoscibili come non mai.