Su OROBIE di ottobre la storia e il fascino dell’ex Grande Albergo del Pertüs

[…] Nonostante la sua ubicazione alpestre, fin dalla sua prima apertura il Grande Albergo Pertüs si contraddistinse per il notevole lusso e l’elevato livello di servizi e comfort disponibili, venendo a lungo annoverato tra i migliori hotel della bergamasca. Aperto tutto l’anno, anche durante inverni particolarmente nevosi (come quello del 1911, con due metri e mezzo di neve al suolo), l’albergo era dotato di trentotto camere da letto, un bagno, diversi gabinetti all’inglese, una sala da pranzo, un bar con macchina per il caffè espresso (una rarità, allora), tre salotti con pregiati divani, una grande cucina, una grande veranda, un ampio locale per coloro che volevano mangiare al sacco oltre a cantine, magazzini, lavanderie con caldaie asciuga panni e bollitori per la sterilizzazione, stirerie con ferri da stiro e una splendida ghiacciaia. Inoltre c’erano già, a inizio Novecento, la corrente elettrica, il telefono (con numero “3”!) e l’acqua corrente potabile, garantita da sorgenti locali dotate di pompe che alimentavano le cisterne sotterranee e i due serbatoi posti sul tetto. Gli ospiti, i quali giungevano lassù a piedi o con il “servizio mulo” da Carenno, mangiavano con posate d’argento che avevano inciso sui manici il nome “Pertüs” e, a richiesta, la colazione veniva servita nelle camere. Quotidianamente pervenivano all’albergo il pane, alcuni viveri e i giornali, mentre al venerdì da Lecco giungeva il pesce fresco. Si poteva godere di quasi tutto ciò che l’epoca offriva, insomma, e un tale alto livello di servizi garantiva la presenza di una clientela benestante e colta composta da imprenditori brianzoli e milanesi (ma non mancavano bergamaschi, lecchesi, comaschi e villeggianti d’altre zone anche fuori Lombardia): vi soggiornavano nobili, avvocati, dottori, artisti tra i quali l’editore Dante Segati e il letterato Nicola Zingarelli, che nel 1922 pubblicò (proprio con Segati) la prima edizione del suo tutt’oggi celebre dizionario […]

Sul numero di ottobre 2018 della rivista OROBIE, che trovate nelle edicole in questi giorni, con un articolo corredato dalle belle foto di Pio Rota, vi racconto la storia di un luogo a dir poco affascinante: l’ex Grande Albergo del Pertüs, posto a 1183 m di quota nelle vicinanze dell’omonimo valico tra la dorsale dell’Albenza e le propaggini meridionali del gruppo del Resegone. Un tempo tra i primi e più lussuosi hotel di montagna delle Alpi lombarde, oggi presenza monumentale e silente cristallizzata in una suggestiva sospensione vitale, per certi aspetti stridente rispetto alla sua imponenza e all’ancora percepibile fastosità, forse melanconica eppure tutt’oggi capace di offrire narrazioni intriganti e sorprendenti.

Da leggere per conoscere il luogo e per lasciarsi ammaliare dalla sua bellezza: su OROBIE nr.337 – ottobre 2018, in tutte le edicole della Lombardia (e non solo).

Annunci

Enrico Camanni, “Il Cervino è nudo”

Intorno al 1930, in prossimità di un colle alpino tra il Piemonte e la Francia il cui toponimo pare risalga ad un cippo di pietra ivi presente (Petra sistaria, ovvero “sesta pietra”) misuratore di distanza dalla città più vicina, e fino ad allora abitato da pochissimi allevatori di bestiame, succede qualcosa che cambia drasticamente il destino della frequentazione ludico-ricreativa delle Alpi: nasce la prima località di villeggiatura interamente pensata a beneficio dei turisti e totalmente svincolata dalla realtà del luogo e dei suoi abitanti: Sestriere. Una vera e propria cittadella dello sci o, per meglio dire, un pezzo di città ricreato in quota, con tutti gli annessi e connessi tipici d’una grande conglomerazione urbana. È un evento che cambia totalmente e drasticamente, appunto, il modo di frequentare turisticamente la montagna dacché costruisce un nuovo immaginario alpino – anzi, di nuovo, che riproduce un immaginario sostanzialmente urbano in un contesto montano, così che il turista (per semplificare al massimo il concetto di fondo) si possa sentire a casa propria anche a 2.000 metri di altezza, in pieno inverno e con tanta neve intorno.

Sestriere diventa un progetto modello per molte altre stazioni di montagna: in particolare, solo qualche anno dopo, comincia l’edificazione di un’altra località completamente progettata a beneficio dei villeggianti e, sotto molti aspetti, di ancor più drastica realizzazione (e impatto ambientale) rispetto a Sestriere: Cervinia, nome “artificiale” (e molto ispirato all’immaginario fascista, al tempo al potere in Italia) per un agglomerato urbano che cambia i connotati di una delle zone montane più peculiari dell’arco alpino occidentale, la conca del Breuil dominata dalla iconica e spettacolare mole del Cervino.

L’essenza e la sostanza di Cervinia, di natura architettonico-urbanistica, ambientale ma ancor più antropologica, sono del tutto emblematiche in merito allo sviluppo antropico delle vallate alpine votate al turismo degli sport di montagna – in particolar modo di quelli invernali: Enrico Camanni, scrittore e giornalista torinese tra i massimi esperti italiani di cultura di montagna, ne analizza realtà, significati e conseguenze in Il Cervino è nudo (Liasion Editrice, 2008), un volumetto tanto veloce e agile (sono solo 65 pagine) quanto denso di contenuti e di riflessioni illuminanti, soprattutto per maturare un quanto mai necessario sguardo consapevole verso la realtà della montagna italiana moderna e contemporanea nonché l’altrettanto necessaria visione di un “buon” futuro per essa []

(Leggete la recensione completa de Il Cervino è nudo cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

Del viaggiare, di “turisti” e di “viaggiatori”

Da buon appassionato di viaggi, e da autore di “narrazioni di viaggio” (anche se una definizione del genere risulta gioco forza limitata e limitante), mi trovo spesso a riflettere sull’evidente (e inevitabile, oggi) dicotomia esistente tra le due figure sostanziali che “viaggiano” (in senso generale ovvero per scopi ricreativi / culturali / esperienziali e non per altri fini meramente funzionali): il viaggiatore propriamente detto e il turista. Inutile rimarcare che di elementi costitutivi di tale dicotomia – o antinomia, se preferite – se ne possono trovare numerosi. Su uno in particolare, tanto facilmente riscontrabile quanto in verità sfuggente, mi sono ritrovato a meditare di recente, anche grazie al mio grande interesse per l’etimologia delle parole – e, sia chiaro, con il massimo rispetto verso ogni forma di viaggio, dalla più superficiale alla più intensa: ognuno è libero di viaggiare come vuole, ma capirete che non è questo ciò di cui voglio dissertare, qui.

Quando si disquisisce di turismo, si usa di frequente il termine destinazione – una “destinazione turistica”, ad esempio. “Destinazione” ha la stessa (palese) radice etimologica di destino: il latino destinàre, che a sua volta rappresenta una forma allungata (comune anche al greco) dell’indoeuropeo stà-re, essere fermo, dunque fermarsi, fissare, stabilire fermamente. Da queste accezioni nasce pure il significato di destino: ciò che viene stabilito, decretato in modo ineluttabile – in forza d’una decisione divina, si credeva un tempo.

Posto ciò, e divinità varie e assortite a parte, mi viene conseguentemente da pensare a una definizione del genere: il turista è colui che viaggia per raggiungere una “destinazione” (altrui), il viaggiatore è chi viaggia per raggiungere, o conseguire, un “destino” (proprio). Notate come, a fronte d’una comune radice etimologica, le due accezioni risultino in effetti profondamente antitetiche, e vadano a toccare non solo il senso del viaggio in sé e il suo scopo, ma pure quello del “viaggiatore” in quanto soggetto attivo, il valore culturale e antropologico originario del suo muoversi nello spazio e nel tempo nonché del rapporto intercorrente con i luoghi viaggiati.

Non so se da ciò si possa derivare che “viaggiare”, nel senso più autentico del termine, rappresenti dunque una vera e propria vocazione, piuttosto d’un effetto dell’ambiente socioculturale nel quale si vive e dal quale si proviene e si parte. Ma di contro sono del tutto convinto che nessun viaggio che in qualche modo non diventi un “pezzo” più o meno grande di destino possa realmente definirsi tale. In fondo, spesso si rappresenta il destino come la meta del nostro viaggio vitale – in tal senso l’accezione del termine torna apparentemente ad avvicinarsi a quella di “destinazione”. Però, il viaggiatore autentico è pure quello che governa il proprio viaggio, che non segue rotte prestabilite verso destinazioni prestabilite da altri ma che sceglie la propria verso proprie mete, è quello che esce dal sentiero battuto per vedere oltre l’orizzonte altrimenti limitato e traccia nuovi cammini, nuove vie: è colui che – lo rimarco spesso – non viaggia per visitare un luogo, ma viaggia per fare che sia il luogo a visitare lui. Facendo in tal modo della “destinazione” e del “destino” una cosa sola e unicamente sua.

Non dovremmo mai dimenticare che noi uomini – creature intelligenti e civili – possiamo dirci umani proprio in relazione al mondo che viviamo e col quale interagiamo, con lo spazio nel quale ci relazioniamo e dal quale ricaviamo identificazione e identità, nonché la cui conoscenza ci fornisce la migliore direzione per il nostro moto vitale – e non solo metaforicamente. La geografia del mondo deve correlarsi e armonizzarsi con la nostra geografia interiore perché noi siamo il mondo che abbiamo intorno (e che costruiamo giorno dopo giorno) e il mondo è ciò che noi siamo e facciamo. Altrimenti, non saremmo altro che eterni forestieri ovunque, ineluttabilmente smarriti e incapaci di ritrovarci, corpi estranei in uno spazio sconosciuto privo di coordinate geografiche (e geoculturali) e potenzialmente pericoloso. Non saremmo affatto umani, appunto, ma creature ad uno stato antropologico inferiore.

Per tutto ciò, io credo, serve il viaggio. Per questo, come ho già detto qui, in buona sostanza il viaggiatore è il viaggio. E solo così il viaggiare diventa momento fondamentale di vita, e non un mero spostarsi nello spazio verso una qualsiasi “destinazione” ma senza una vera meta: un atto sostanzialmente illogico, dunque “non umano”, ecco.

Smarrirsi senza perdersi, per ritrovarsi… (a Lucerna)

Forse oggi, nel nostro mondo contemporaneo del quale ogni pur remoto angolo può essere raggiunto attraverso il web al punto da ritenere ogni impulso all’esplorazione un retaggio d’altri più avventurosi e ingenui tempi, bisognerebbe realmente tornare a pretendere la possibilità di perdersi. Magari non in senso geografico quanto più in senso emozionale, spirituale. Partire dalla conseguita consapevolezza geo-mentale, come l’ho definita poco fa, per lasciarvi in deposito le certezze materiali e vagare verso ignoti ambiti immateriali ove la realtà ordinaria si amplia, si spande in innumerevoli direzioni metafisiche, liberi come se non si avesse nulla da perdere o da rischiare e tutto da guadagnare perché sicuri di ciò che si è già acquisito. Anche in una città come Lucerna, sì, che parrebbe il luogo sul pianeta in cui perdersi è più difficile, per quanti riferimenti orientanti d’ogni sorta offra in ogni parte della propria conurbazione. D’altro canto Lucerna è parimenti così ricca di suggestioni, magnetismi, incanti, miraggi, visioni e quant’altro di conturbante e strabiliante, che realmente in essa può venire facile smarrirsi senza perdersi, volare lontano sulla ali del più istintivo estro rimanendo coi piedi ben saldi per terra oppure lasciando che la città solleciti di continuo e in modo vibrante la curiosità del suo esploratore, spingendolo entro vicoli o passaggi apparentemente insignificanti ma nei quali, invece, spunta d’improvviso qualche dettaglio magari minimo ma a suo modo incredibile.
In fondo l’uomo ha dovuto perdersi infinite volte per trovare la propria strada e per conoscere il mondo nel quale oggi si muove con tanta sicurezza; e l’eccessiva sicurezza spegne inesorabilmente la curiosità, ciò che fin dai tempi remoti spinge l’uomo verso direzioni ignote. Non è vero che nel nostro mondo di oggi in cui tutto è stato scoperto, esplorato e conosciuto, non sia ancora possibile trovare nuove e mai percorse direzioni verso cui andare, anche solo per sapere cosa c’è, laggiù. Forse andandoci ci si smarrirà. Forse, invece, troveremo la miglior occasione possibile per ritrovare noi stessi, oppure per renderci conto che era quando ci ritenevamo certi, e senza alcun dubbio, di sapere dove fossimo, che in realtà eravamo persi.”

(Cliccate qui sotto… che potrebbe pure essere una buona idea per un piccolo dono natalizio a qualche parente o amico a cui piaccia viaggiare – nel senso più pieno e autentico del termine!)

Grüße aus Berlin

Berlino, 2017.
Visioni crepuscolari di una “città-mondo” che da tempo è insieme alba e tramonto dell’Europa, contraddizione e consequenzialità, definizione e dubbio. Luogo dal Genius Loci “bipolare”, il cui dialogo svela verità attraverso dilemmi mentre il tempo corre sempre un po’ di sbieco, come appesantito dalla storia.

P.S.: su altre mie “visioni” berlinesi, date un occhio pure qui (peraltro è “un’occhiata” assolutamente all’ordine del giorno, purtroppo) – e altre ne verranno, a breve.