[Veduta del nuovo ponte sulla Valvarrone, immagine tratta da https://lecconotizie.com.]Il “Ponte dei Minatori”, il nuovo ponte pedonale sospeso («Il più alto d’Europa!») della Valvarrone, nelle montagne lecchesi, aprirà il 24 ottobre. «Finalmente!» dirà qualcuno, «Purtroppo!» esclamerà qualcun altro.
Io, che ho disapprovato numerose volte l’opera in base ai motivi il più possibile obiettivi e articolati (non li sto a ripetere nuovamente: li trovate nel blog, qui), non dico ne l’una ne l’altra cosa: ormai il ponte aprirà, tocca solo vedere che succede. Tuttavia, resto fermamente convinto che, conoscendo bene il territorio e le sue specificità, il nuovo ponte rappresenti – l’ho già detto, lo ribadisco – il classico elefante nella cristalleria, e che una valle assolutamente peculiare e profondamente affascinante (nelle sue notevoli virtù così come nelle sue emblematiche criticità) ha e avrà bisogno di ben altro per costruire un futuro realmente proficuo e duraturo alla sua comunità. Che di contro la nuova attrazione sottopone a un rischio che, appunto, un territorio come la Valvarrone temo (e mi auguro di sbagliare) non riesca e non possa reggere completamente.
Non voglio affatto rappresentare il solito uccello del malaugurio: come detto, mi auguro vivamente che le mie disapprovazioni non trovino conferma nel tempo. Parimenti, pur contestandone nel caso specifico l’operato, apprezzo l’impegno che di recente il Sindaco di Valvarrone ha messo nell’interloquire con la comunità locale riguardo l’opera, anche se lo ha fatto quando ormai i giochi erano fatti. D’altro canto il ponte è finanziato con capitali privati, seppur ciò non significa che un privato possa fare tutto ciò che vuole in un territorio pubblico per giunta di elevato valore paesaggistico e culturale: ma, ahinoi, in questo nostro paese ciò accade spesso.
[Il ponte quasi ultimato, immagine tratta da www.leccoonline.com.]Apprezzo pure che il Sindaco si dimostri conscio delle varie criticità che un’opera così grande genera in un territorio-cristalleria come la Valvarrone, per molti aspetti delicato e fragile. Di contro non apprezzo che, riguardo le suddette criticità, abbia dichiarato: «Prima ottimizziamo quello che c’è e poi valuteremo i flussi». Il che equivale – per usare l’esempio citato – a far entrare l’elefante nella cristalleria, consapevole del rischio che ciò comporta e per questo “ottimizzando” per quanto possibile gli spazi, per poi “valutare” se è stato sufficiente: e se non lo fosse? Se l’elefante prendesse a fracassare i cristalli, che si fa? Io temo che piazzare il ponte pedonale sospeso “più alto d’Europa” in un piccolo centro abitato da poche decine di abitanti di un comune che ne ha in tutto solo 500 e con risapute difficoltà logistiche e viabilistiche, esponga la valle e la sua comunità ad un rischio eccessivo di vedersi fracassati molti dei propri “cristalli” senza per giunta avere la possibilità di ripararli o sostituirli, e senza ricevere di contro dei benefici immediati e concreti con i quali bilanciare realmente quel rischio.
[Immagine generata con Google Gemini AI.]Infine, resto fermamente convinto che attrazioni prettamente turistiche e ludico-ricreative come queste richiamino un pubblico assolutamente libero di visitare il ponte e divertirsi quanto e come vuole ma che per sua gran parte non sia quello di cui la Valvarrone, in forza di ciò che è e sa offrire, ha bisogno. E al contempo temo che l’altro pubblico che per vari motivi risulterebbe il più proficuo per il territorio e la sua comunità, in ottica di frequentazione turistica ma non solo per quella e di sviluppo socio-economico locale nel lungo termine, deciderà di stare lontano dalla valle. Oppure che ci andrà, pregando innanzi tutto di non restare bloccato nel traffico dei turisti-pontieri lungo le tortuose strade valvarronesi ma che poi si guarderà bene dal transitare sul ponte, preferendo invece l’esplorazione delle bellissime vie rurali della zona, sia verso la zona mineraria che verso le località in quota sul più solivo versante tra il Monte Legnone e il Legnoncino. Sarebbe comunque un bel risultato per la valle, e sicuramente pessimo per il ponte.
Quindi, da parte mia, nell’imminenza dell’apertura del ponte, non esclamo né «Finalmente!», né «Purtroppo!» e nemmeno penserò di dire tra un po’ «Ve l’avevo detto!». Continuerò invece a frequentare la Valvarrone (l’ho pure descritta in un libro, d’altronde) e continuerò a pensare per essa a un altro modello di “montagna”, di residenza stanziale, di frequentazione turistica, di sviluppo organico locale, di economia, di socialità, di valore comunitario, di cultura. Di futuro, insomma.
La piana dell’Alute di Bormio, uno dei luoghi più importanti di tutta l’alta Valtellina, ultima grande area rurale della conca bormina e dimora d’elezione come poche altre del suo Genius Loci, forse è salva e non sarà devastata dalla nuova grande strada a mero uso turistico – la cosiddetta “Tangezialina” – che vi era stata progettata.
Almeno questo è ciò che si deduce dagli articoli di stampa (qui ad esempio) che dal pomeriggio di lunedì scorso, 12 ottobre, riferiscono sul risultato del confronto istituzionale tra Regione Lombardia, Provincia di Sondrio e amministrazioni comunali dell’Alta Valtellina presentato a Palazzo Lombardia, a Milano, per il quale la “Tangenzialina” non è più considerata un’opera “prioritaria” (faceva parte anche delle infrastrutture olimpiche, peraltro), e i fondi ad essa riservati verranno dirottati su un altro progetto viabilistico in zona. In realtà, il progetto della “Tangenzialina” rimarrà nella disponibilità del Comune di Bormio, ma privo della necessaria copertura finanziaria: spetterà quindi all’amministrazione locale, attuale o futura, decidere se considerare ancora prioritaria l’opera e cercare eventuali nuove risorse per realizzarla.
Ecco, queste ultime osservazioni motivano il «forse è salva» che ho scritto poc’anzi. Il Sindaco di Bormio ha affermato che «Dal punto di vista di questa amministrazione, sicuramente il progetto va nel cassetto», non che saràgettato nel cestino o altro di totalmente rassicurante. Ricordo bene che pure nell’agosto 2023 sembrava che la “Tangenzialina” fosse stata fermata, e ne scrissi qui sul blog esprimendo qualche dubbio al riguardo: infatti di lì a poco l’iter del progetto ripartì. Purtroppo in un paese come l’Italia nel quale da sempre «la situazione politica è grave ma non seria», come disse Ennio Flaiano, bisogna sempre andarci con i piedi di piombo.
In ogni caso, prendendo per effettivo e attendibile quanto hanno riferito gli organi d’informazione, è senza alcun dubbio una bellissima notizia. La vicenda dell’Alute con il tempo si è palesata come una delle più emblematiche nelle Alpi in tema di sfruttamento eccessivo e scriteriato del territorio montano da un lato, e di salvaguardia non solo e non tanto ambientale ma ancor più paesaggistica culturale, sociale, antropologica del luogo. Non c’è in gioco solo una porzione di terreno da secoli ad uso agricolo e tra le poche non ancora urbanizzate della zona, ma l’anima del territorio, della sua comunità e l’identità culturale dell’intera conca bormina, dunque anche dei suoi abitanti, il senso del contesto, la coscienza di luogo. In un territorio già ampiamente antropizzato e turistificato come quello di Bormio, dare in pasto anche l’Alute alla speculazione urbanistica e chissà poi a cos’altro (fatta la strada con tanto di urbanizzazioni, credete che in breve tempo altre lottizzazioni di varia natura non sarebbero seguite, cementificando in breve tempo l’intera piana?) significherebbe la morte culturale del luogo. Un’ipotesi che cadrebbe come un macigno distruttivo sulla comunità locale e sul suo futuro: qualcosa di totalmente inammissibile, visti anche i notevoli problemi demografici che già Bormio presenta da tempo.
[In alto, una veduta recente della piana dell’Alute, in basso in un dipinto di Luigi Bracchi (1892–1978) intitolato “Campi di segale nella piana di Bormio” (di proprietà di Crédit Agricole Italia). Come vedete, l’Alute non è cambiata molto da com’era un tempo a differenza della gran parte della conca di Bormio d’intorno, ampiamente edificata, urbanizzata e turistificata.]Dunque, posto questo stato delle cose, voglio rimarcare alcune considerazioni secondo me importanti:
Va dato grandissimo e riconoscente merito ai cittadini che, riunitisi dal 2022 nel Comitato Promotore Referendario a Tutela dell’Alute e nel gruppo “Bormini per l’Alute”, hanno lottato strenuamente lungo tutti questi anni per difendere la piana e sensibilizzare in ogni modo possibile chiunque, dai concittadini ai villeggianti e ai turisti occasionali, sull’importanza della sua salvaguardia (e posso dire di aver avuto, nel mio piccolo, il privilegio di partecipare a questa “lotta”). Il loro è un esempio di fondamentale importanza sia dal punto di vista civico-politico e sia da quello culturale, di consapevolezza, responsabilità, attenzione e cura verso il proprio territorio, non tanto contro la “Tangenzialina” ma a favore dell’Alute e di tutto ciò che rappresenta per Bormio e la sua comunità. Un esempio illuminante al quale ispirarsi in altri luoghi delle nostre montagne che vivono circostanze e “assalti” simili. Chapeau!
Va anche dato atto e merito all’amministrazione comunale di aver cambiato idea e propositi circa il progetto e, pur tra i notevoli contrasti sorti in questi anni con parte della comunità locale, che hanno generato numerose tensioni, di aver compreso l’eccessiva e inaccettabile (per un contesto come quello di Bormio) criticità della “Tangenzialina”. Mi auguro che ciò sia stato compreso non solo in senso di convenienza politica del momento ma, soprattutto, in ottica socio-culturale a lungo termine. In altre parole, non come un “risultato” conseguito da qualcuno ma come un bene fatto al territorio, alla sua comunità e alla storia che da oggi al futuro ne caratterizzerà la realtà in esso.
Poste le prime due considerazioni, è indispensabile che – come proposto già da altri – il progetto della “Tangenzialina” dell’Alute venga stralciato dal Piano Regionale dei Trasporti che a breve verrà discusso in Regione. Solo quest’atto, che pur non garantirà totalmente la chiusura definitiva del progetto (invariabilmente «di doman non c’è certezza», nel bene e nel male) può cancellare quel «forse» sulla salvezza effettiva dell’Alute.
Ultima (ma non ultima) considerazione, che si lega a quanto ho accennato poco fa: in una comunità di montagna come quella di Bormio, relativamente piccola e caratterizzata da non poche criticità (alle quali purtroppo i recenti Giochi Olimpici di Milano-Cortina ne hanno aggiunte altre), sarebbe buona cosa una riconciliazione tra i vari soggetti, amministrativi e della società civile, che si sono ritrovati a dibattere in maniera più o meno concitata sulla questione. Se troppe volte alle comunità di montagna non viene riservata e garantita da parte delle istituzioni un’autentica e adeguata interlocuzione, mortificando di conseguenza la loro rappresentatività politica, è d’altro canto vero che la prima e più importante interlocuzione è quella che deve essere elaborata dentro le comunità nel modo più inclusivo, organico e articolato possibile. Mai come in montagna il paesaggio è la comunità che lo abita e viceversa: ogni cosa che vi viene realizzata è come se venisse fatta sugli La “Tangenzialina” dell’Alute, se compiuta, avrebbe rappresentato uno sfregio alla piana e al paesaggio bormino tanto quanto all’anima della sua comunità. Mi auguro dunque che, oltre alla suddetta e piena riconciliazione, la vicenda dell’Alute diventi pure uno strumento di accrescimento della consapevolezza e della relazione culturale che i bormini devono e dovranno sempre avere nei confronti delle loro montagne.
Questo è quanto. Spero di tutto cuore che l’Alute sia veramente salva e che chiunque riacquisisca – se già non l’abbia fatto – la piena consapevolezza del suo inestimabile valore. Che è nel patrimonio di Bormio, dell’alta Valtellina e delle comunità locali ma, per molti versi, è pure un patrimonio dell’intera montagna italiana e di noi tutti.
P.S.: trovate qui tutti gli articoli che in questi anni ho dedicato alla vicenda dell’Alute. Invece qui trovate il comunicato stampa del Centro Culturale “Oltre i Muri” di Sondrio, uno dei soggetti che più si è battuto in difesa dell’Alute e a supporto dei comitati bormini, che chiarisce nel dettaglio alcuni aspetti importanti e significativi della vicenda.
«Sognando la neve», già. Così leggete nell’articolo de “L’Eco di Bergamo” sopra riportato che riferisce dei “lavori in corso” nei comprensori sciistici delle Alpi e Prealpi bergamasche. E non so se quel verbo coniugato al gerundio presente sia casuale oppure meditato. Sognando, non «sperando» o «auspicando» la neve: e il “sogno” è, per definizione lessicale, un’immaginazione vana, fantastica, di cose irrealizzabili. Per cui si potrebbe interpretare il titolo del quotidiano bergamasco così: «Si costruiscano pure nuovi impianti sciistici, tanto è tutto (o quasi) inutile!»
Certo, è un’interpretazione provocatoria, e d’altro canto la neve non è qualcosa da sognare ma da sperare nel modo più intenso possibile: perché se nevicasse vorrebbe dire che il clima sulle nostre montagne non sarebbe del tutto compromesso come viene da temere allo stato attuale, e buon per i comprensori sciistici che potrebbero aprire le loro piste di discesa senza troppi patemi e soprattutto senza sparare la deprecabilissima neve artificiale, che essi ancora ritengono la salvezza dei comprensori quando invece rappresenta una gran zappata sui loro piedi.
Magari nevicasse come una volta, e magari facesse freddo come un tempo così che la neve caduta si conservasse al suolo! Invece, il vocabolo scelto da “L’Eco di Bergamo” per il titolo del suo articolo è assolutamente, tristemente azzeccato. Siccome, come diceva un tempo quel tizio, «Non si vive di sogni ma di solide realtà», e dato che non c’è nulla di più solidamente reale dei rilievi scientifici strumentali, nel grafico sottostante ho elaborato i dati sull’andamento delle precipitazioni nevose sulle Alpi bergamasche negli ultimi trent’anni:
La linea rossa tratteggiata mostra una tendenza complessiva alla diminuzione degli accumuli nevosi stagionali, con una riduzione media stimata nell’ordine di circa 70-80 cm per decennio rispetto agli anni Novanta e una diminuzione crescente col passare del tempo: più passano gli anni e meno nevica, insomma.
Qui sotto invece vedete l’andamento della quota dello zero termico sempre sulle Orobie nell’ultimo trentennio, su base annuale e, nel grafico più sotto, rispetto ai soli mesi invernali:
Anche qui la linea di tendenza tratteggiata in scuro mostra un chiaro e marcato incremento della quota media dello zero termico, con un aumento stimato di circa 130 metri per decennio e una curva tendenziale crescente con il passare del tempo: più passano gli anni e più fa caldo, in pratica.
Ecco poi, per utile raffronto, i grafici sulla variazione delle precipitazioni nevose e della quota dello zero termico riguardanti le Alpi italiane nel complesso:
Al pari delle montagne bergamasche, anche lungo tutte le Alpi italiane nevica sempre meno e fa sempre più caldo, sicché la contrazione della neve al suolo si specchia perfettamente con l’innalzamento della quota dello zero termico invernale: l’aumento delle temperature riduce la frazione solida delle precipitazioni (piove anche a quote alte in pieno inverno, insomma) e accelera la fusione precoce del manto nevoso a primavera.
Bene: posti tali dati ineccepibili (per i negazionisti la porta è sempre quella in fondo a destra!) e, tornando alla zona specifica delle Alpi Orobie contemplata nell’articolo sopra citato, considerando che tutti i comprensori sciistici bergamaschi sono posti totalmente o quasi al di sotto dei 2000 metri di quota, capirete chiaramente che il vero “sogno”, qui, non è tanto (o non è solo) che cada la neve, ma che gli investimenti nei nuovi impianti sciistici risultino realmente redditizi e non rappresentino invece un insensato spreco di denaro. Che non di rado è pubblico, per giunta, ergo la cui spesa dovrebbe essere molto più assennata e oculata di quanto appare.
Capisco bene che i gestori dei comprensori sciistici, messi sempre di più con le spalle al muro dal divenire della crisi climatica e della situazione economica generale del paese, tentino in tutti i modi di preservare la propria attività, formalmente “negando” la criticità della situazione meteoclimatica (perché il sempre maggiore utilizzo della neve artificiale non è affatto un adattamento ai cambiamenti climatici, come a volte viene affermato, ma è la dichiarazione evidente di una sconfitta che, continuamente perpetrata, assume sempre più i contorni di un disastro), ma temo che, in molti casi sulle nostre montagne e in modo pressoché inevitabile su quelle bergamasche, questo tentativo sia già fallito qualche tempo fa e il reiterarlo ancora rappresenti veramente una sorta di bias cognitivo, tanto se visto come un consapevole rifiuto della realtà di fatto funzionale alla (presunta) difesa dei propri interessi, quanto se interpretato come l’inconsapevole, ingenua, imprudente speranza che alla fine, in stile Covid, «andrà tutto bene» (e no, per il Covid non è affatto andato tutto bene, lo sapete!)
[Foppolo, inverno 2022.][Monte Pora, marzo 2023.]Affidare delle attività economiche (i comprensori sciistici) dalle quali sovente dipendono in buona parte i territori montani che le ospitano, spendendo in essi milioni e milioni di Euro sovente pubblici per progetti senza una reale visione temporale strategica, sostanzialmente ignorando i dati scientifici che certificano l’evoluzione climatica presente e futura in quei territori – dicevo, affidarle a dei meri «sogni nevosi» evitando invece di elaborare uno sviluppo territoriale molto più sensato, organico e consono ai territori e ai tempi che corrono, be’, a me sembra veramente una cosa piuttosto grottesca e francamente assurda. Ciò, nonostante tutta la possibile “comprensione” che posso riservare ai gestori delle suddette attività economiche che tuttavia, in quanto tali, non possono (non dovrebbero) trascurare la più elementare logica della cultura d’impresa oltre che – e forse ancor più – la cura nei confronti dei territori naturali nei quali operano e che utilizzano come strumento funzionale alla propria attività, ma che, non bisogna dimenticarlo, sono un patrimonio collettivo di inestimabile valore il cui eventuale degrado rappresenta una rovina materiale e immateriale per chiunque.
«Sognare non costa nulla», dice quel famoso proverbio: ma quando si sogna l’inverosimile, se non già l’impossibile, non serve pure a niente. Meglio restare coi piedi per terra e più razionali, nel bene e nel male: è una semplice tanto quanto fondamentale questione di buon senso, che sulle montagne ha valore forse più che in ogni altro luogo.
[Foto di Fotoauge da Pixabay.]Da quando ho cominciato a salire le montagne in maniera assidua – sempre da alpinista mediocre, sia chiaro – e dunque a pernottare nei rifugi, una delle cose che ho imparato ad amare di più è quel momento sul tardo pomeriggio, in attesa della cena, quando gli escursionisti di giornata se ne sono andati, la quiete si fa quasi assoluta, il Sole scende verso l’orizzonte e il giorno si stempera nella sera in quegli attimi sospesi nel tempo che i fotografi chiamano l’ora blu.
Trovo sia un momento bellissimo da vivere anche perché, per goderselo appieno, non bisogna fare niente. Me ne sto lì, perdo lo sguardo negli orizzonti che si fanno nitidi e, con gli ultimi raggi solari, luminescenti, seguo i profili multiformi delle vette d’intorno, osservo le prime luci che si accendono nei fondivalle mentre la quiete che regna accresce l’armonia con il luogo e il benessere dello starci. Rare volte come in questi momenti, a non fare niente si sente di stare facendo tutto ciò che serve.
Come d’altro canto le montagne richiederebbero di fare a chi le frequenta per svago: nulla.
Restare lassù, nei lori paesaggi meravigliosi come pochi altri, semplicemente godendo della loro bellezza – morfologica, geografica, naturalistica, culturale – e facendo che essa ci penetri dentro, diventi il nostro paesaggio interiore così regalandoci benessere, serenità, appagamento. L’anima della montagna è fatta anche di questa dote, di questa alterità dimensionale rispetto alla città e alle zone più antropizzate che la rende così speciale, preziosa, appagante e rigenerante. Gli ampi spazi delle montagne, apparentemente vuoti, in realtà sono pieni di queste peculiarità. Non c’è nulla ma c’è tutto; non c’è nulla solo per chi non sa vedere il tutto, e per vederlo, percepirlo, comprenderlo, non bisogna fare nulla, appunto. C’è solo da star lì e goderne: facendo nulla si fa tutto ciò che serve, l’assenza di azione è pienezza di senso.
Lassù al rifugio oppure stesi su un prato, seduti su un masso in un punto panoramico, camminando lentamente nel bosco o restandovi fermi in mezzo agli alberi. Non serve fare nulla di più, la montagna farà tutto per conto nostro.
[Immagine tratta dalla pagina Instagram “TMLPLanet“.]Non capisco proprio perché, invece, in montagna ci venga di frequente imposto di fare un po’ di tutto e molto di più di quanto classicamente si può fare – sciare, camminare e tutto il resto di correlato – al pari di quanto accade in città, che consente e impone di fare un sacco di cose. Ma è una città, appunto, offre per sua natura cose da fare e che chiede di fare.
Sulle montagne di oggi, di contro, l’hotel non è hotel senza la spa e senza una miriade di servizi che i clienti possono (devono) acquistare, nei ristori lungo le piste c’è il dj e si balla, dopo lo sci c’è da fare l’après-ski, il paesaggio lo si osserva dalle piattaforme panoramiche e dalle panchine giganti, sui ponti sospesi si fa l’experience e si scattano i selfie, il ciclista deve scendere dai monti a tutta velocità sulle piste di downhill e poi ci sale su ampie e comode ciclovie, bambini e ragazzi si devono divertire nei parchi avventura o sugli alpine coaster mentre i genitori salgono in quota perché c’è comprare quei krapfen di cui tutti parlano sui social… eccetera eccetera eccetera. La lista di cose che si possono fare in montagna, e spesso si devono fare per “sentirsi” in montagna, è assai lunga.
Lunga, sconcertante e non di rado assurda.
Anche perché tutte quelle cose che vengono proposte riducono la montagna a un mero spazio non più da vivere ma da utilizzare e, spesso, la cui fruizione è da acquistare in base a un prezzo di vendita. Da viaggiatori, villeggianti e turisti si diventa in tutto e per tutto clienti di beni e servizi che sfruttano la montagna, ne impongono il consumo – non solo in senso economico.
E questo consumo impone la realizzazione continua di “mezzi” per metterlo in atto e alimentarlo: ecco dunque tutta la messe di opere e infrastrutture – dalle funivie alle piste da sci e alle ciclovie, ai ponti sospesi e alle passerelle panoramiche, ai resort sempre più grandi ai parcheggi sempre più capienti, eccetera – realizzata senza limiti o quasi, proprio come se la montagna fosse uno spazio vasto e vuoto da poter riempire liberamente con tutto ciò che lo renda pieno, utile, sfruttabile, vendibile. Come fosse uno spazio urbano, una periferia della città da riempire di “servizi” dei quali i turisti possono fruire ma i locali non sanno concretamente cosa farsene.
[Foto di Pexels da Pixabay.]Chiunque può scegliere liberamente come divertirsi ovunque, inutile rimarcarlo. Ma in questo modo si vive veramente la montagna? Cosa si porta a casa, a giornata o vacanza finita, della sua bellezza, della sua anima peculiare, di ciò che sa donare, del gran bene che ci sa fare alla mente e all’animo? Da quante distrazioni certamente divertenti ma altrettanto superflue veniamo sviati, confusi e infine resi incapaci di comprendere pienamente la bellezza che ci circonda?
Una bellezza talmente grande, emozionante e coinvolgente – anche se osservata senza troppa retorica sentimentale e meramente estetizzante, converrete – che, lo ripeto di nuovo, non ha bisogno di nulla per poter essere goduta, apprezzata e amata. Recuperare questo dolce e prezioso far niente tra i monti, comprendere nuovamente quanto sia importante e proficuo perdere tempo nello stare lassù a far nulla guadagnando benessere – il vero lusso, come hanno già detto altri, non è avere tanto tempo per fare “cose”, è non avere fretta di farle – sono certo che recupera anche moltissima bellezza delle montagne altrimenti trascurata e smarrita. E ci fa recuperare anche il gusto pieno di stare lassù sentendosi bene come altrove raramente accade, nel posto giusto al momento giusto, in armonia con il luogo e in pace con se stessi. Che poi dovrebbe essere il senso ultimo della “vacanza”, parola che viene dal latino vacantia, che significa “essere vuoto”, “essere libero” o “essere privo di occupazioni”. Infatti il “vuoto” delle montagne è pieno di libertà: ci sentiamo liberi dagli impegni, dal tempo che corre, dagli obblighi e dalle responsabilità quotidiane, dalle preoccupazioni, dagli spazi regimentati delle città… perché dunque gettare al vento questa libertà così bella e preziosa per assoggettarci a fare cose – attività, svaghi, “esperienze”, divertimenti… – preconfezionate e imposte?
È montagna, questa?
Io credo di no. Non come e più di quanto sia lo stare seduti in un prato a osservare il paesaggio e non fare nient’altro. Dentro la sua bellezza autentica, fuori dalla sua scenografia artificiosa.
[Foto di Paul Pastourmatzis su Unsplash.]Liberissimi di godere delle montagne come volete, ribadisco. Ma provate ogni tanto, quando siete lassù, a non fare nulla, a “perdere tempo”, a stare semplicemente lì a godere il momento e osservare cosa avete intorno, a vivere il luogo e non più soltanto a usarlo. Forse così converrete con me che, sulle montagne, il vuoto è pieno, il nulla è il tutto, il tempo non si perde e si guadagna vita e il paesaggio è dentro di noi, il paesaggio siamo noi.
Premessa (inevitabile): chi scrive considera lo sci da discesa una delle attività sportive e ricreative più belle mai concepite dall’uomo e ha indossato un paio di sci prima che delle scarpe atte a camminare. Ciò che state per leggere non è contro lo sci e nemmeno contro i gestori degli attuali comprensori sciistici ma è una proposta di analisi obiettiva della realtà delle cose e di riflessione che, al netto di qualsiasi stimolo da cui possa scaturire, deve essere innanzi tutto basata sul più ordinario buon senso e sulla piena consapevolezza di ciò che è la montagna contemporanea.
Posta tale premessa, lo sci, per come l’abbiamo inteso da quando è nato a tutt’oggi oggi, e vista la realtà in divenire, sfortunatamente ha il destino pressoché segnato – salvo che per un numero esiguo di comprensori posti a quote alte che tuttavia a loro volta, in futuro, potrebbero non riuscire a garantire la continuità della pratica come un tempo. Se la situazione climatica continuerà a evolvere (o a peggiorare) come è accaduto finora, lo sci è un’attività che ha avuto una grande storia passata, ha un presente sempre più incerto – se non già irragionevole in molti casi – ma non ha più un futuro, ormai è tristemente chiaro [1].
A meno che…
Già, perché qualcuno sta pensando a come svincolare l’attività sciistica dal divenire della realtà climatica, e non serve rimarcare che non sarà certo la neve artificiale a salvare lo sci (anche se dovessero inventare quella che si può produrre in piena estate a 40°), anzi: con i suoi costi in aumento costante sta tanto illudendo gestori e sciatori quanto contribuendo ad accelerare le suddette sorti infauste.
[Una cartolina del Sestriere, “madre” di tutte le località sciistiche di stampo moderno delle Alpi italiane, viaggiata nel 1951, quando di neve sulle Alpi italiane ne cadeva – e ne rimaneva al suolo – un sacco.]Siccome di queste presunte “soluzioni” avrete certamente letto sul web o sentito in giro e magari vi sarete fatta una vostra opinione al riguardo, vi chiedo: vista la realtà di fatto sulle montagne, secondo voi quale sarà il futuro dello sci?
Vi propongo qualche spunto di risposta e/o di riflessione – senza voler o pensare di poter influenzare la vostra opinione:
Lo sci non ha futuro, pensare di preservarne l’attività è qualcosa di irrazionale e nocivo, dunque è destinato a finire e la cosa più sensata è accettare di buon grado questa realtà inevitabile ripensando di conseguenza il turismo invernale attraverso altre attività più consone alla realtà corrente e futura.
Lo sci potrà essere praticato per periodi invernali ridotti solo nei comprensori posti in massima parte oltre i 2000 metri di quota: ad essi verrà garantito il mantenimento allo stato dell’arte e l’aggiornamento tecnico continuo nel rispetto delle tutele ambientali e in accordo all’evoluzione climatica; i comprensori alle quote inferiori dovranno inevitabilmente convertirsi ad attività alternative.
In forza dell’evoluzione climatica, lo sci potrà essere praticato con una certa continuità stagionale solo alle quote più alte: a tale scopo si potranno convertire i comprensori sciistici estivi sui ghiacciai residui a comprensori invernali nel rispetto delle specificità geomorfologiche locali e delle tutele ambientali.
Lo sci, se pur in formato ridotto, sopravvivrà negli ski dome, impianti costosissimi ma non più di molte funivie e che d’altro canto si possono realizzare anche in territori urbani, senza così impattare sugli ambienti montani, e che lo consentono tutto l’anno.
L’attività sciistica potrà essere svolta sulle piste di plastica, che consentono di praticarla tutto l’anno all’aperto anche se non sarà più lo sci che abbiamo inteso fino a oggi e posta la necessità di risolvere l’incompatibilità dei materiali plastici in ambienti naturali.
Il futuro dello sci su neve sarà lo sci d’erba, opportunamente sviluppato e migliorato al fine di risolvere alcune problematiche che lo caratterizzano e differenziano da quello su neve.
Oppure, ribadisco, sentitevi assolutamente liberi di dire la vostra, qualsiasi essa sia, e proporre le risposte, le azioni e le soluzioni che ritenete più sensate, di contro – mi auguro – senza farne occasione di contrapposizione, scontro e battibecco disarticolato e scortese.
Grazie di cuore!
[1] Senza poi contare la variabile economica, che creerà ai comprensori grossi problemi di sostenibilità finanziaria come se non (per certi versi) più di quella climatica. Ma qui il focus è su quest’ultima, mi occuperò (di nuovo) della prima più avanti.