Le definizioni contano

Mi viene da pensare che ad esempio quei due tizi là, quello di Roma e quello di Milano (dico loro ma vale anche per altri, nel caso), forse sbagliano a far le cose che fanno perché è sbagliato il modo con il quale si fanno definire. Cioè, voglio dire: se si facessero correttamente chiamare l’uno Presidente del Consiglio dei Ministri e l’altro Presidente della Giunta Regionale, e non invece “premier” e “governatore” come tanti sui media li chiamano sbagliando grossolanamente (nonché ingiustificatamente, per giunta) senza che loro stessi per primi abbiano da obiettare come dovrebbero, magari, chiamandoli nel suddetto modo giusto, direbbero cose altrettanto giuste e farebbero ciò che è giusto fare. Invece, chissà, può essere che dicano cose che poi non fanno e fanno cose che non dovrebbero proprio perché così tanti li denominano come non dovrebbero invece di come sarebbe opportuno facessero. Ecco.

È un po’ – se mi passate l’”allegoria” – come se aveste a che fare con un pittore, dal quale dunque vi aspettate delle tele dipinte, ma vi ostinate a chiamarlo imbianchino. Se quello non obietta nulla su tale pur errata definizione, finirà per assecondarvi e tinteggiarvi muri, forse anche con gran maestria, ma resta il fatto che non è ciò che avrebbe dovuto fare, essendo lui pittore e non imbianchino.

Perché insomma, mi preme rimarcarlo, le parole sono sempre importanti. Anche nelle piccole cose, anche dove sembrerebbero quisquilie, questioni trascurabili e invece no, sono spesso quelle più emblematiche e rivelatrici di come vanno le cose, qui. Già.

Una cosa che non si può fare

(Foto di Giuseppe Ravera, tratta da http://www.lenuovemadeleine.com/lamore-al-tempo-del-colera/.)

Ecco, ora dirò una cosa che in realtà non si potrebbe dire, ovvero che io andrei a prendere quelli che nei giorni scorsi hanno barbaricamente svuotato gli scaffali dei supermercati in preda al virulento delirio da imminente fine del mondo, insomma, troverei il modo di recuperarne i nomi, e metterei in seria discussione i loro diritti costituzionali, sottoponendoli quanto meno a una riconferma basata su attente valutazioni civiche e culturali oltre che intellettive, ovvio.

Ma non si può fare una cosa del genere, certo, ci mancherebbe, dunque non la posso nemmeno dire. Forse nemmeno scrivere, già, ma ormai tant’è, amen.

Pizza, spaghetti, mandolino… coronavirus!

«Italians? Pizza, spaghèti, mandolinow, maffia, berlusconey and coronavirus!»

Eh, a quanto pare all’estero stanno aggiornando l’elenco delle “peculiarità identitarie” tipicamente riconosciute agli italiani (si veda qui sopra la minima rassegna di titoli della stampa nostrana che ho trovato al riguardo sul web, i quali si decuplicano su quella estera), con un meccanismo mediatico che peraltro anche in Italia è molto utilizzato*. Ma se un tempo pensare agli italiani come quelli della pizza e del mandolino pareva una cosa sostanzialmente “bonaria”, e se con l’elemento “mafia” lo era meno ma non per tutti, visto come la malavita organizzata di origine italiana sia divenuta “sistemica” anche in certi altri paesi (ehm… sull’elemento “berlusconey” invece è meglio soprassedere!), l’accezione generale di quelle identificazioni, nel mondo xenofobicamente e sovranisticamente globalizzato di oggi, rischia di essere alquanto spregiativa e dannosa – ancorché non certo nuova nella “forma”, posto ciò che accadeva un secolo e più fa.

Be’, se ciò dovesse malauguratamente riaccadere di nuovo, gli italiani potranno chiedere buoni consigli a molti migranti giunti negli ultimi anni sul loro patrio suolo (*: ecco, appunto!).

Attaccate a ‘sta banana! (di Cattelan)

«Ma quindi, alla fine della fiera, la banana di Cattelan è arte o no?»

È questa l’inevitabile domanda che tanti si sono posti e hanno posto a leggere di (o ad ammirare) Comedian, di Maurizio Cattelan.

Be’, conoscendo bene l’arte di Cattelan, mi verrebbe da rispondere che, nel momento stesso in cui uno viene a sapere della banana e si chiede la domanda suddetta, la banana diventa arte. Così come lo è diventata quando l’artista newyorchese se l’è mangiata, quando è stata piantonata da agenti della sicurezza e quando, per motivi di sovraffollamento dello stand presso cui era esposta, è stata ritirata dal gallerista. Tutto questo era ed è parte dell’installazione, insomma. Tutto quanto previsto da Cattelan, troppo furbo da non aver messo in conto ogni cosa e aver capito come proprio questo dovesse servire ad una semplice banana appiccicata ad un muro con dello scotch per diventare “arte”. Per quanto sopra, ha perfettamente raggiunto il suo scopo di opera artistica: quello di provocare quell’istante di distorsione spazio-temporale o, meglio, intellettual-percettiva che spiazza e al suo cospetto costringe a farsi delle domande. Che possono essere domande “alte” o “basse”, contestualizzate all’opera stessa e al concetto che vi sta alla base. In tal senso la lezione della Fontana di Duchamp resta sempre validissima, vuoi perché tutt’oggi concettualmente potente, vuoi perché nessuno sia stato ancora capace di andarvi oltre. Di sicuro, tra i discepoli duchampiani contemporanei, capaci di crearsi una propria “incredibile credibilità” artistica, Cattelan è tra i migliori in senso assoluto. Al punto da aver raggiunto l’eccelso livello espressivo e mediatico (nel senso di media artistico) per il quale, ogni volta che faccia qualcosa, ci si torna a chiedere se sia un altro capolavoro artistico o se per l’ennesima volta stia prendendo tutti quanti per il sedere.
Caspita, se non è arte questa!

Cliccate sull’immagine di Comedian per leggere l’esaustivo articolo dedicato all’opera e alla “cronaca” d’intorno da “Artribune”.

Furto d’arte, o furto “ad” arte?

A leggere la notizia (qui, ad esempio) del furto di America, il celeberrimo wc d’oro di Maurizio Cattelan, a me (e non solo a me, ci posso scommettere) è venuto subito in mente che non si trattasse d’altro che dell’ennesima geniale trovata dell’artista padovano, un po’ come quando all’inaugurazione di una sua mostra alla Galleria Neon di Bologna non si presentò e, all’ingresso, fece trovare ai presenti un cartello con scritto “TORNO SUBITO”.
Temo sarebbe pure capace di coinvolgere nel suo “scherzo” la polizia locale, la quale pubblicamente dichiara che sta svolgendo «un’indagine approfondita per consegnare i responsabili alla giustizia». O forse no, forse la polizia sta dicendo il vero e Cattelan con la sua opera è effettivamente vittima di un reato: ma, in un modo o nell’altro, quale migliore réclame per la prima grande retrospettiva dedicata all’artista nel Regno Unito, allestita proprio nel palazzo in cui è avvenuto il furto?

Insomma: ladro o derubato, complice, mandante o vittima, Cattelan resta l’artista italiano più geniale in circolazione, sempre un passo avanti, se non di più, rispetto a tutti gli altri. Perché il suo stesso “essere artista” è una sorta di ininterrotta e imprevedibile performance, per propri meriti o suo malgrado, tra le rare, forse l’unica in Italia (o al pari di Piero Manzoni), che possa essere a buon titolo considerata erede della basilare lezione duchampiana. In effetti uniti, i tre artisti, dall’aver saputo rendere arte persino ciò che concerne i bisogni meno nobili e più fisiologici dell’essere umano senza suscitare ribrezzo e schifo ma consensi e applausi. Be’, se non è genialità questa!

(L’immagine in testa al post è tratta da qui.)