La resa (coatta)?

Tranquilli, a breve cambierà tutto. Una nuova classe politica e dirigente salirà al potere, fatta di esponenti che parlano quotidianamente di salvaguardia e promozione autentica della cultura, che si vantano di quanti libri di pregio leggano ogni mese e che finalmente promettono di mettere davanti a tutto quanto il paese ha più di tutti gli altri, ovvero il proprio patrimonio artistico e culturale, consci che quel paese che abbia a cuore la cultura è un paese che si garantirà un buon futuro… – insomma, vedrete: le cose verranno sistemate.
Sì, “sistemate”.

Ecco perché un libro è un fucile carico, nella casa del tuo vicino. Diamolo alle fiamme! Rendiamo inutile l’arma. Castriamo la mente dell’uomo.

(Ray Bradbury, Fahrenheit 451, 1953.)

P.S.: grazie a Mara della Libreria Maramay per la segnalazione.

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Ma quali politici e musei d’Egitto!

Bene, benissimo! Finalmente la politica si occupa di cultura, e lo fa da par suo, con la mirabile “cognizione di causa” che essa sola possiede sul tema, in ItaGlia!

Ora, però, per coerenza ci si aspetti, ad esempio, che il Castello di Sammezzano venga traslocato fuori dai confini nazionali in quanto edificato in stile moresco ovvero architettonico islamico ergo contrario alla nostra “gloriosa” tradizione italico-cristiana, o che la stessa sorte tocchi alla Basilica di San Marco di Venezia, che assomiglia vergognosamente troppo alla Basilica dei Santi Apostoli di Costantinopoli – l’ignobile capitale dell’impero islamico ottomano! – oppure che la torre del paese fantasma di Consonno venga abbattuta in quanto terroristicamente denominata il minareto. Inoltre, che si faccia subito chiudere il Palazzo del Quirinale, che ebbe la sfrontatezza di ospitare, nel 2015, una mostra sull’arte della Civiltà Islamica.

(Christian Greco, foto di Nicola Dell’Aquila tratta da http://www.artribune.com)

Eppoi, ben fa la politica a mettere in luce una tale assurdità: come si può nominare a capo di un museo italiano un direttore specializzatosi in una disciplina come l’egittologia, innegabilmente araba?! Solo perché il museo in questione si chiama “Egizio”? Non è forse l’Egitto un paese di cultura arabo-islamica?

Anzi, diciamocela tutta: cos’è tutta questa cultura tra i piedi del paese? Tutti questi musei, le istituzioni culturali, le mostre, i teatri, e pure i libri e la lettura, la musica colta, il cinema di pregio… per non dire di quei degenerati degli artisti! Tutti elementi nocivi, pericolosi, sovversivi, da eliminare quanto prima! Di sicuro la politica ne è ben conscia, dimostra di esserlo quotidianamente, e altrettanto sicuramente agirà in tal senso con fiera risolutezza italica!

(A tal punto si raccomanda di cantare l’Inno di Mameli, facendo consueta attenzione a storpiarne il testo e, naturalmente, a omettere del tutto le strofe successive alla prima.)

P.S.: per chi non capisse il senso idiomatico del titolo, legga qui.

I migliori alleati del terrore

E se quanto successo sabato sera in Piazza San Carlo a Torino fosse la conseguenza anche – se non soprattutto – della fobia ottusamente e ossessivamente diffusa da certi media per meri fini di sostegno (non dichiarato ma palese) verso schieramenti ed esponenti politici che sul populismo di stampo xenofobo stanno basano tutta la loro sussistenza? Un populismo fobico di forma totalmente psicotica e altrettanto totalmente vuoto di autentiche soluzioni (e risolutezze) concrete, il quale per ciò diventa non l’acerrimo nemico di quel problema dal quale trae le suddette fobie, come vorrebbe far credere, ma il suo miglior alleato, con quei media sodali che trasformano la propaganda in psicosi e sociopatia di massa. Coi risultati che, Torino insegna, diventano sempre più evidenti.

Ribadisco, per essere chiaro e inequivocabile: quanto sopra non significa sottovalutare il problema, anzi, tutto l’opposto – il problema va risolto e nel modo più drastico possibile. Sono proprio certi atteggiamenti pseudo-ideologici, diffusi dai media, ad aggravare il problema senza di contro fornire alcuna soluzione. E la massima vittoria che può conseguire il terrorismo, di qualsiasi matrice esso sia, è proprio quella vista sabato sera a Torino: diffondere il panico senza nemmeno muovere un dito. Se permettiamo ciò, e se permettiamo a certuni di far accadere ciò praticando quello che a tutti gli effetti è un “terrorismo socio-culturale”, quel problema non lo risolveremo mai.

Nel “derby” dei saloni del libro Torino asfalta Milano e stravince la sfida!

Nel mio precedente articolo (anche qui) sulla “querelle” tra Milano e Torino in tema di saloni del libro, m’era venuto di allegorizzare il tutto immaginandolo come una specie di finale a doppio turno, andata e ritorno, d’un torneo di calcio tra le due “compagini”. Bene: l’andata – Tempo di Libri, a Milano – era finita con una bella vittoria della squadra ospite, Torino – un 3 a 0, ecco, – e tutto grazie ai demeriti della squadra di casa. La partita di ritorno – il Salone Internazionale del Libro di Torino – s’è appena conclusa, e alla fine ne è scaturita una sonora asfaltata dell’evento torinese su quello milanese: tipo un 7 a 0, una roba veramente clamorosa, insomma.

Ora qui è inutile che mi metta ad elencare, pure io, ciò che certamente leggerete in mille articoli circa i motivi – ovvero i pregi – per i quali dalla suddetta disfida il Salone del Libro sia uscito innegabilmente vincente; una cosa tuttavia la posso e voglio denotare, dato che a Torino ci sono stato e ho chiacchierato parecchio con editori, librai, scrittori e altri professionisti della filiera editoriale. Nonostante non è che nei padiglioni del Lingotto si vedesse qualcosa di completamente nuovo e inopinatamente rivoluzionario, rispetto ai precedenti saloni – alla fine ciò che spiccava di più, a mio modo di vedere, era l’assenza dei grandi editori che hanno voluto la fiera di Milano, e devo dire che da tale assenza il salone torinese ci ha assolutamente guadagnato, sotto ogni punto di vista -, la cosa veramente nuova e sorprendente rispetto alle edizioni precedenti è stata l’atmosfera generale: un mix di entusiasmo, spirito di rivalsa verso la cronica crisi del mercato editoriale nonché di “orgoglio anti-sistema”, per così dire, ovvero contro il sentore di oligopolio assolutista che si percepiva dietro Tempo di Libri e soprattutto dietro il modus operandi AIE (e dei grandi editori che la controllano, “Mondazzoli” in primis) che l’ha creata.

Sia chiaro, non è che ora ‘sto successone di Torino guarisca il mercato dei libri nostrano dal suo coma o faccia rinascere negli italiani la passione per la lettura forte (magari!), ma senza alcun dubbio contribuisce a rimettere le cose al proprio posto, almeno in tema di grandi eventi pubblici dedicati ai libri: il Salone torinese come manifestazione principale, sia per i lettori che per gli addetti ai lavori, e Milano che innanzi tutto deve mettersi davanti a uno specchio e farsi un bell’esame di coscienza, eppoi che deve profondamente ripensare la propria fiera, magari ripartendo da ciò che la città già da tempo sa fare bene – BookCity per prima cosa: ma perché creare (malissimo) un pastrocchio come Tempo di Libri e invece non potenziare al meglio un evento che già c’è da anni e che s’è conquistato la sua bella credibilità e un altrettanto bel pubblico? – senza più l’arroganza e la supponenza (nonché la concreta e sconcertante incapacità organizzativa) che ha contraddistinto la fiera milanese andata in scena ad aprile.

Il tutto, a prescindere da ciò che vado dicendo da tempo: due eventi “rivali” (o impostati come tali) di questa portata in un paese nel quale 2 italiani su 3 non leggono un libro all’anno, è qualcosa di francamente incomprensibile. In tal senso concordo perfettamente con Nicola Lagioia, direttore del salone torinese, quando afferma: “Ben vengano anche dieci saloni, purché non ci sia il rischio né della fotocopia né del rito cannibalico” Anche perché, come già qualcuno ha rimarcato, è ormai appurato che non sia il successone anche imponente di eventi del genere a fare di un paese una comunità di veri e forti lettori. I problemi di fondo del mercato dei libri italiano restano, e sono ancora sostanzialmente irrisolti; c’è solo da sperare che l’entusiasmo torinese diventi contagioso, e quanto prima.

P.S.: articolo pubblicato anche su Cultora, qui.

Roy Paci

A volte capita che i “sentieri” che ciascuno di noi percorre vivendo la propria più o meno ordinaria esistenza nei territori del tempo e della quotidianità s’incrocino in modi sorprendenti, offrendo opportunità di conoscenze e dialoghi tanto imprevedibili quanto illuminanti.
Così a me è capitato, durante l’ultimo Salone del Libro di Torino, di bere un caffè in un bar del Lingotto e trovarmi fianco a fianco con uno dei migliori musicisti italiani in assoluto, Roy Paci.

Musicista autentico, intendo dire (chi mi conosce o segue in radio lo sa e chi non mi conosce lo sappia, che io la gran parte dei “musicisti” nostrani la manderei seduta stante a lavorare nei campi!), virtuoso notevole e artista del suono dal fascino tout court. Pur da inguaribile estremista sonoro quale sono, dunque formalmente non così vicino alla produzione artistica che l’ha reso maggiormente noto, ho sempre visto in Roy Paci un musicista di quelli di cui riesci rapidamente a percepire la grande cultura che sta alla base della mirabile preparazione tecnica e l’altrettanta profonda passione che mette nel suo far musica, costantemente aperto a ogni altra esperienza musicale rintracciabile per il mondo da cui poter attingere nuova e ulteriore energia e, al contempo, con la quale dialogare e intessere sul pentagramma infinite narrazioni armoniche che poi, per chi ascolta, diventano veri e propri viaggi sonori, divertenti, coinvolgenti, affascinanti, stimolanti – nonché, ribadisco, di gran peso culturale. Riflettendo peraltro pure il sentiero della vita – non solo artistica – di Paci: siciliano verace ma pure – anzi, proprio per questo, cittadino del mondo.

Avere poi l’opportunità di conoscere Roy Paci di persona, e scoprire che tutto ciò si può vedere e percepire nel musicista e nell’artista lo si ritrova pure nell’uomo comune, per di più con simpatia, disponibilità e affabilità più uniche che rare, rende incontri del genere piccoli/grandi momenti di “storia” – ovvio, personale, privata, della quale magari ad altri non frega nulla ma a me sì, e molto.

Anche se, confesso – e l’ho dovuto confessare pure a lui – ad accrescere ancor più l’importanza di Roy Paci per lo scrivente c’era (e c’è) pure un motivo molto più… bizzarro: in base alla celebre teoria dei sei gradi di separazione, Paci è il collegamento necessario per unirmi a uno dei personali miti assoluti, John Zorn, quello che considero IL genio musicale contemporaneo par excellence (ne ho scritto spesso, qui sul blog), con il quale Roy Paci ha collaborato; ma Paci ha collaborato pure con Claudio Parodi, sperimentatore sonoro tra i più apprezzati in Italia, che conosco e che è stato anche ospite nel mio programma radio in una memorabile chiacchierata-fiume che durò qualche ora. Ecco, tre passaggi ovvero solo tre gradi di separazione!

Beh, ok, metto da parte queste mie bizzarrie pseudosociologiche, vado ad ascoltarmi qualche brano degli Aretuska e nel frattempo recupero la “causa” principale della presenza di Paci al Salone: Fight for Freedom, la colonna sonora, firmata insieme a Remo Anzovino, del film di Emanuela Audisio Da Clay ad Alì, la metamorfosi sulla vita del grande Muhammad Alì, presentata appunto a Torino.

Baciamo le mani, eh!