L’imprescindibile Antonio Cederna

Il 27 agosto scorso sono passati trent’anni esatti dalla scomparsa di Antonio Cederna, uno dei più grandi intellettuali italiani del Novecento nonché un fondamentale attivista della tutela ambientale quando ancora non esisteva il termine “ambientalismo” nell’accezione oggi diffusa.

Per varie ragioni arrivo solo ora a proporre un omaggio a Cederna nell’occasione della ricorrenza trentennale, ma ritengo doveroso farlo perché il grande intellettuale di origine valtellinese (all’omonimo nonno Antonio, grande appassionato di montagne, è intitolato un celebre bivacco posto a 2585 metri di quota in alta Val Forame, tra le vette retiche che sovrastano la media Valtellina e Sondrio [1]) è tutt’oggi un punto di riferimento imprescindibile e indispensabile per chiunque abbia a cuore la salvaguardia dei territori e dei paesaggi naturali, i cui pensieri al riguardo vanno letti, riletti e tenuti ben a mente perché rappresentano dei princìpi di assoluto valore culturale – nel senso più ampio e necessario del termine.

Siccome non ho certamente la pretesa di potermi mettere sullo stesso piano di una figura così importante e illuminante pensando per ciò di disquisirne compiutamente, e sapendo sul web è possibile trovare moltissima documentazione sulla sua vita e sulle opere (vi do una mano anch’io al riguardo, in calce a questo articolo), il mio omaggio lo voglio articolare su una selezione personale degli stessi pensieri di Cederna, sulle parole proferite nel tempo con le quali ha cercato di far capire alla società civile italiana la necessità assoluta di tutelare il territorio nazionale e i suoi paesaggi, tanto quelli ancora incontaminati quanto gli altri nei quali l’uomo lungo i secoli ha saputo trovare un’armonia e una relazione che li ha umanizzati (come avrebbe detto qualche anno dopo Eugenio Turri) in maniera virtuosa, ben diversamente di ciò che è accaduto altrove quando la tutela ambientale non solo è stata trascurata ma addirittura calpestata, ritenuta un ostacolo, un impedimento, un fastidio. Con le conseguenze che oggi possiamo constatare un po’ ovunque nel nostro paese, e sulle montagna in modi particolarmente evidenti e sconcertanti.

Parole e pensieri, i suoi, che a volte  – ad esempio quando fu «indignato speciale» per il “Corriere della Sera”, presero la forma di spigolature sarcastiche e taglienti: definì l’Italia sempre così carente di cura e sensibilità verso il suo territorio

Paese a termine;

Espressione topografica delle manovre della speculazione e della rapina privata;

Crosta repellente di cemento e asfalto;

Città a macchia d’olio,

con quest’ultima intuendo il fenomeno oggi definito dello sprawl urbano, cioè l’espansione rapida e disordinata di una città verso le aree periferiche e rurali, caratterizzata da una bassa densità abitativa e da una scarsa pianificazione.

Parimenti parlava già mezzo secolo fa dell’Italia come del

Paese delle eterne emergenze, delle calamità ‘naturali’ solo per ipocrita convenzione

e, in tema di esondazioni e dissesti idrogeologici, male cronico del territorio italiano, parlò di

Alluvioni programmate: l’Italia annega nell’imprevidenza.

Definì la già allora cementificatissima riviera romagnola

Crosta adriatica,

assimilò il Colosseo, per come veniva considerato, a un mero

Spartitraffico

e, in generale, i beni culturali italiani alle vacche sacre dell’India,

Intangibili, ma indesiderati.

Non le mandava certo a dire, insomma. Fin dagli anni Cinquanta Cederna, articolista per “Il Mondo”, denunciava

Le arretratezze culturali della classe politica e di quella accademica e la loro acquiescenza nei confronti degli interessi privati più retrivi e aggressivi

e

I guasti di un capitalismo distorto che si pone al riparo dal rischio d’impresa rifugiandosi nella passività della rendita immobiliare e fondiaria o nella corruzione», invocando «la difesa della pianificazione pubblica e per la salvaguardia della natura e del territorio nel suo complesso perché bene non reintegrabile.

Notate come tali considerazioni siano assolutamente valide anche oggi, a settant’anni di distanza, se non anche più di allora viste certe cose che accadono – anzi, che continuano a accadere e in modo crescente – soprattutto – anzi, regolarmente – per responsabilità politica.

Nel 1961 su “Casabella” scrisse che

La lotta per la salvaguardia dei valori storico-naturali del nostro paese è la lotta stessa per l’affermazione della nostra dignità di cittadini, la lotta per il progresso e la coscienza civica contro la provocazione permanente di pochi privilegiati onnipotenti.

Nel 1967 sul “Corriere della Sera” rimarcò che

La guerra alla natura in Italia continua. I disastri che affliggono periodicamente il nostro Paese, ultimi quelli del novembre scorso, non ci hanno ancora aperto gli occhi sui pericoli che questa guerra comporta,

mentre nel 1975 nel libro “La distruzione della natura in Italia”, contestò

La visione della natura come paesaggio inteso quale sommatoria di panorami e quindi prevalentemente interpretato nelle valenze estetiche.

Be’, mi pare che siamo rimasti come allora: cittadini con ben poca dignità e per di più miopi, se non proprio ciechi, sui disastri che devastano il territorio italiano, ma intanto ci facciamo i selfie con i “posti mozzafiato” e da «effetto wow!», già.

Infine (potrei andare avanti a lungo, ma non voglio diventare tedioso ovvero fonte – indiretta – di ulteriore sconcerto), le sue parole che più ho a mente, dedicate nello stesso libro appena citato alle montagne – avendo negli occhi e in mente quelle della sua Valtellina, mi viene da immaginare – e incredibilmente premonitrici riguardo la loro tutt’oggi irrefrenabile turistificazione, la devastazione, il consumo, lo svilimento dell’anima dei luoghi e delle loro comunità, che proprio nei territori olimpici di Milano-Cortina 2026, dunque anche in quelli valtellinesi – hanno conseguito nuovi apici di insensatezza in forza di tanti degli aspetti che ritrovate nelle parole di protesta e biasimo vecchie di decenni di Cederna citate fino a qui, ma, come detto, assolutamente attuali:

Osservo con sgomento l’aggressione alla montagna con il cemento e la ferraglia di impianti di risalita costruiti rovinando paesaggi di millenario splendore […] in presenza dell’avidità e del cinismo di speculatori e costruttori, dell’ignoranza e della mancanza di sensibilità di tanti cittadini comuni, dell’assenza di cultura e di senso di responsabilità di molti politici.

Parole che ho già riproposto tante volte qui sul blog e continuerò a farlo, come “mi” indica lo stesso Cederna che nel 1980 osservò:

Scrivo da sempre lo stesso identico articolo, finché le cose non cambieranno continuerò imperterrito a scrivere le stesse cose.

Ecco, resterò «imperterrito» quanto più possibile, e mi auguro lo vorrete, potrete e saprete essere anche voi che avete letto fin qui, di fronte a certi disastri cagionati alle nostre montagne e ogni altro territorio e paesaggio italiano. Grazie, Antonio Cederna, per questi imprescindibili insegnamenti: personalmente li terrò sempre nella mente e nell’animo.

N.B.: questa è la sitografia utilizzata per la stesura dell’articolo, nella quale potete trovare molte altre cose sull’opera e il pensiero di Cederna:

P.S.: anche per questa ricorrenza trentennale dalla morte, come per il centenario dalla nascita nel 2021, dalle istituzioni e dalla politica non è giunta alcuna commemorazione. Un silenzio da permanenti scheletri nell’armadio, mi viene da pensare.

[1] Dal 1980 il bivacco è stato denominato Capanna Cederna-Maffina, unendo al nome di Antonio Cederna quello dei fratelli Fedele e Attilio Maffina, due giovani alpinisti valtellinesi scomparsi tragicamente nel giugno del 1978.

Ciclovie montane e dissesto ambientale, come volevasi dimostrare

[La ciclovia verso il Passo del Muretto, in alta Valmalenco: a sinistra in fase di realizzazione nell’estate 2023, a destra come è ridotta un anno dopo, tra piogge intense e transiti eccessivi.]
In uno dei numerosi post che fino a oggi ho dedicato al tema delle nuove ciclovie montane, strumento con il quale molte amministrazioni pubbliche poco sensibili ai propri territori e alla loro cura li stanno turistificando, banalizzando e degradando spesso oltre ogni limite lecito, ho rimarcato l’aspetto della manutenzione di queste strade alpestri, quasi sempre mancante tanto nei progetti alla base della loro realizzazione tanto nelle parole e nei propositi degli amministratori che li deliberano.

Chiedevo, al riguardo: visto il contesto e le condizioni ambientali che lo caratterizzano, nonché i fenomeni meteo sempre più estremi causati dalla crisi climatica,

  • la manutenzione dei tracciati è stata prevista?
  • È stato elaborato un piano manutentivo ordinario dell’opera?
  • Chi sistemerà con la necessaria solerzia eventuali danni straordinari, dissesti del fondo, smottamenti, cedimenti dei cigli a valle e delle spalle a monte?
  • Sono state accantonate o preventivate risorse adeguate allo scopo?
  • E quale ente pubblico deve pensarci?

Bene (si fa per dire): il sito di informazione “Valbiandino.net” pubblica le foto di Giovanni Sanelli (le vedete qui sotto) che testimoniano lo stato di una nuova ciclovia realizzata di recente sui monti della Valsassina, in provincia di Lecco, dopo i nubifragi che hanno caratterizzato qui come altrove la seconda metà di agosto. Ciclovie, come sottolinea giustamente il sito, per la cui realizzazione vengono spesi milioni di Euro di soldi pubblici.

Converrete che non serva commentare oltre.

Però una cosa la aggiungerei. Questi inutili disastri imposti alle nostre montagne, per infrastrutture ludico-ricreative che alimentano un turismo invasivo e banalizzante senza apportare nessun vantaggio ai territori e alle loro comunità, non possono restare senza dei soggetti ai quali imputarne le inesorabili responsabilità. E non tanto (o non solo) per la qualità realizzativa dei lavori eseguiti e per l’assenza di qualsiasi previsione manutentiva, ma innanzi tutto per il danno ambientale, paesaggistico e culturale cagionato ai territori coinvolti. Perché la questione non è che «col clima di oggi vengono certe bombe d’acqua imprevedibili!», non è che i disastri a tali opere in quota sono frutto di mere fatalità, ma che spesso, se non sempre o quasi, opere del genere semplicemente non ci devono essere lì dove sono state realizzate, la loro presenza è assurda, scriteriata, priva di senso del contesto, carente di cura per i luoghi e la loro tutela nonché per la cultura attraverso la quale vanno frequentati, e perché legata a dinamiche e interessi che non c’entrano nulla con la «valorizzazione» dei territori e con altre baggianate attraverso le quali molti amministratori le giustificano.

Quegli amministratori che, ribadisco nuovamente per essere ben chiaro, devono assumersi le proprie responsabilità giuridiche, politiche, civiche, morali. E pagarne il legittimo conto, qualsiasi esso sia.

[Immagine generata con Google Gemini AI.]
Chi invece vuole essere, o restare, un frequentatore autenticamente appassionato, sensibile, consapevole, responsabile delle montagne, sia esso un camminatore oppure, in particolar modo, un cicloescursionista, spero capisca sempre di più che opere del genere non vanno utilizzate e, per quanto possibile, devono essere osteggiate, preferibilmente prima che si aprano i cantieri per la loro esecuzione. La tutela della montagna e del benessere che ci dona nel frequentarla passa anche, forse soprattutto, da questo minimo tanto quanto fondamentale buon senso. E dal fare massa critica, tutti insieme, contro quegli amministratori locali che invece di pensare al bene delle loro montagne pensano a tutt’altro. O non pensano proprio: evenienza che in numerose località montane appare assai probabile, purtroppo.

E intanto noi paghiamo, prima per realizzare le inutili e impattanti ciclovie, poi per i dissesti causati e i relativi danni. Contenti?

Contro l’overtourism già si protestava (vanamente) più di un secolo fa

Avanti, costruite ferrovie ovunque, profanate la Jungfrau con il frastuono delle vostre macchine e la cupa marea di gente, e calpestate il suo capo con le vostre suole sporche del fango della grande città! […] Ma l’avete violentata; la svendete per un misero guadagno, come una volgare prostituta!

Così scrive a pagina 228 del suo romanzo “Flut” lo svizzero Jakob Wiedmer, archeologo di grande fama, scrittore, direttore di museo, finanziatore, inventore, uomo di notevole e brillante eclettismo; del libro e del suo autore ne racconta un bell’articolo di “Swissinfo.ch”.

Quelle lì citate sembrano parole scritte oggi riguardo l’infrastrutturazione turistica delle montagne e le conseguenze legate al turismo di massa; invece il romanzo fu scritto nel 1904 e uscì l’anno successivo, quando Wiedmer si fece pure albergatore a Wengen – oggi celeberrima località dell’Oberland Bernese ma ai tempi poco più di un anonimo villaggio di montagna – per aver sposato Maria Stern, donna abile negli affari e proprietaria dell’albergo. Proprio in quegli anni Wengen si stava trasformando in località turistica grazie alle ferrovie che la collegavano a Lauterbrunnen e Grindelwald, ma divenne meta inevitabile del turismo internazionale con l’apertura della Ferrovia della Jungfrau, nel 1912. Wiedmer visse dunque la rapida e per molti versi sconvolgente trasformazione del villaggio, e il suo assoggettamento al turismo di massa, del quale già allora intuì le degradanti dinamiche consumistiche e – oggi si direbbe – “estrattive” a danno dei luoghi e delle loro comunità.

D’altro canto il suo libro è chiaro nei propri contenuti fin dal titolo: “Flut” significa ondata, un termine che tutt’oggi viene utilizzato per descrivere il sovraturismo, o overtourism, in territori che non hanno le capacità di sostenerlo, subendone gli sconquassi. Il libro racconta le vicende di un isolato villaggio di montagna dalle tradizioni rurali si trasforma improvvisamente in una località turistica internazionale invasa dai turisti. I contadini diventano albergatori, sullo sfondo di gelosie e conflitti crescenti che portano a un finale apocalittico: il villaggio viene completamente distrutto da un incendio, simbolo delle conseguenze di uno sviluppo centrato esclusivamente sul turismo e del suo impatto sulla natura alpina. Il romanzo ebbe un buon successo ma non piacque affatto nell’Oberland Bernese, tant’è che nel 1907 i Wiedmer dovettero andarsene da Wengen e si trasferirono a Berna, dove Jakob divenne direttore del Museo storico nel 1907.

[Turisti allo Jungfraujoch. Immagine tratta da https://swissfamilyfun.com.]
Insomma: già più di un secolo fa si erano perfettamente intuite le conseguenze negative che un turismo troppo massificato e basato su dinamiche prettamente economiche e commerciali in territori pregiati e delicati come quelli montani. Anzi: ancora prima, nel 1883, un altro autore svizzero legato all’Oberland, Arnold Halder, pubblicò il racconto Die Stiefelchen oder Was sich in Interlaken Alles treffen kann (“I piccoli stivali, ovvero cosa può succedere a Interlaken”) nel quale descrisse le fratture che il turismo stava generando all’interno delle società alpine e il mondo rurale che si opponeva ai sempre più numerosi e grandi alberghi di lusso.

[Veduta panoramica dell’odierna Wengen, con (nelle nuvole) la vetta della Jungfrau e a destra la celebre valle di Lauterbrunnen.]
Ecco, sono passati 150 anni e nonostante tutto ciò, nonché la grande massa documentale critica nei riguardi del turismo di massa che è stata elaborata nel frattempo in forza del divenire del fenomeno, abbiamo spesso (troppo spesso) lasciato che le montagne venissero violentate e svendute per un misero guadagno, come volgari prostitute, e continuiamo a farlo. Un secolo e mezzo (ma le radici del turismo contemporaneo nascono ancora prima, nel XVIII secolo) di storia, cronache, fatti, conseguenze, successi divenuti fallimenti, paesaggi stravolti, frequenti disastri, culture e identità calpestate, in molte località non è servito a nulla, non ha fatto capire niente. E non tanto sul o contro il turismo in sé (ovvero i turisti), ma riguardo la sua trasformazione in uno strumento di assoggettamento, sfruttamento, consumo e svendita dei territori montani. Che è il modo con il quale ancora oggi il turismo viene considerato e utilizzato da certa politica alienata dalla realtà delle cose, dal tempo e dalla storia ma che, purtroppo, governa molte nostre montagne. Speriamo almeno che non facciano la fine apocalittica del villaggio raccontato da Wiedmer perché, in effetti, le premesse ci sono tutte.

N.B.: le immagini storiche (cioè le prime due nell’articolo) sono tratte dal blog del Museo Nazionale Svizzero.

I travel influencers, i luoghi instagrammabili e i turisti-mosche

Ma, secondo voi, è stata più riprovevole Wanna Marchi che ha truffato migliaia di persone vendendo loro amuleti magici farlocchi, o quelle migliaia di persone credulone convinte che Wanna Marchi potesse vendere loro dei veri amuleti magici?

Ecco, lo stesso principio di fondo che scaturisce dalle queste domande, riferite a ciò che, appunto, io chiamo “Sindrome di Wanna Marchi”, mi viene da applicarlo alla questione dei travel influencers e dei content creator di viaggio, cioè a tutti quei profili social che esaltano luoghi ameni e località spesso poco note in modi quanto meno superficiali, a partire dal lessico utilizzato nei propri contenuti, riuscendo inopinatamente (per me) a far che migliaia e migliaia di persone poi si rechino in quei luoghi turistici generandovi sovraturismo e problematiche varie. Un fenomeno così diffuso che, ad esempio in Svizzera, si è espressamente chiesto a tali “celebrità social” di non scrivere più delle località elvetiche, proprio per non peggiorare situazioni di sovraffollamento turistico ormai insostenibili. E come al riguardo non ricordare la verace Rita De Crescenzo che, forte dei suoi 1,5 milioni di follower su TikTok, spedì migliaia di gitanti sprovveduti sulle nevi di Roccaraso, località che fino a prima dei suoi reel molti nemmeno sapevano dove fosse?

Insomma: per certi sovraffollamenti turistici e per i danni che provocano alle località coinvolte hanno più colpa travel influencers e content creators più o meno famosi con i propri reel sui social e tutto il resto di turisticamente banale che gira tra media e web, oppure ne hanno di più i tanti che, appena leggono termini come «adrenalina», «panorama mozzafiato», «effetto wow» eccetera, partono a spron battuto verso le mete instagrammate e tiktokizzate senza quasi sapere né dove stanno andando né cosa ci vanno a fare (selfies a parte)? Cioè, per essere più franchi e pure un po’ cinici, i tanti che hanno trasferito la sede dei propri pensieri dal cervello allo smartphone e ora si muovono come sciami di mosche attratti dalla prossima m… (vorrei scriverlo ma non lo faccio) …mela in marcescenza?

[Ad memoriam.]
Ma non sono proprio più in grado di usare la loro testa per trovare e scegliere luoghi belli da visitare senza bisogno che qualcuno gli imponga dove andare come fossero bambini ingenui e un po’ idioti? O forse bisogna pensare che anche in questo caso, come in numerosi altri, ci sia di mezzo la necessità impellente di sentirsi accettati dal mondo e dalla società, di sentirsi parte di un gruppo, di un insieme, non sapendo formulare per se stessi una singolarità (di mente, d’animo, di carattere, di personalità), ovvero l’evidente manifestazione di bias cognitivi, di desiderabilità sociale, di conformità, cioè di un disagio umano latente in certa parte della nostra società?

D’altro canto, in molti hanno ormai capito che da quelle mete turistiche e turistificate sulle cui pubblicità e nei contenuti media e social che li promuovono si leggano termini e definizioni come i citati «adrenalina», «panorama mozzafiato», «effetto wow» oppure «natura incontaminata», «experience», «borgo da favola» e altri simili [1], probabilmente è bene starsene lontani o andarci fuori dalla piena stagione turistica. E magari sanno anche che, con tutte le buone informazioni che si trovano in rete o sui libri (che esistono ancora, già), di luoghi altrettanto belli da visitare, a volte anche più di quelli più rinomati e socialmediatizzati e di contro molto meno affollati, se ne possono scoprire in gran quantità e in essi trovarvi molta più soddisfazione ludico-ricreativa.

Se di simil-Wanne Marchi che nei propri contenuti social “vendono” mete turistiche come fossero amuleti magici ce ne sono in circolazione ancora un sacco, essere ancora còlti dall’omonima “sindrome” e farsi fregare finendo accalcati su qualche funivia, ponte tibetano o panorama-che-non-è-meglio-di-tanti-altri sarebbe proprio da… mosche. Ecco.


[1] Mi sono occupato varie volte di termini iper abusati e di lessico turistico superficiale, in particolar modo in questo articolo e in quest’altro.

Il “Patto del non racconto” da (ri)sottoscrivere oggi – anche contro l’overtourism

[Foto di Karl Egger da Pixabay.]
Michele Comi, rinomata guida alpina della Valmalenco, prezioso educatore ambientale soprattutto negli ambiti montani e caro amico, già lo aveva proposto cinque estati fa – nel 2021 – sul sito web del Collettivo Vendül, denominandolo il “Patto del non racconto”: visitare un luogo di pregio ambientale, naturalistico e paesaggistico notevole, sia esso una montagna, una vetta, un bosco, una valle, un paese, qualsiasi ambito (ovviamente non solo alpestre) che ci doni belle sensazioni e esperienze profonde, ma poi evitando di raccontarlo sul web e sui social perché «Vi sono luoghi così rari e preziosi che meritano di non essere raccontati, se non per quello che suscitano in noi quando li attraversiamo».

E il “Patto” concerneva proprio nell’impegno formale di «non rivelare dettagli, descrizioni e informazioni dell’accesso e del percorso e di non divulgare e pubblicare alcuna immagine e/o video che ritraggono i luoghi attraversati. Pena l’esclusione con disonore e ignominia dal gruppo di esploratori erranti». L’obiettivo era (è) di privilegiare ad altro di più superficiale le emozioni percepite e le esperienze personali elaborate durante la permanenza (più o meno ludica e ricreativa) nei luoghi visitati perché «Più cediamo alla spettacolarizzazione, più rinunciamo a conoscere per davvero questi ultimi spazi selvaggi, ormai ridotti a piccoli scenari di “imprese” umane, troppo umane».

Allora l’interno del “Patto” era appunto quello di non cadere nella banalizzazione delle esperienze importanti vissute in luoghi psicogeograficamente capaci di favorirle al fine di ricavarci il più compiuto e consapevole arricchimento del proprio bagaglio culturale e emotivo. Ma nel 2021 si era ancora in tempi di Covid e non era del tutto esploso il fenomeno dei travel influencers e dei content creator che hanno preso a sollecitare più o meno direttamente – ovvero più o meno consapevolmente – il turismo in certi luoghi resi sfondo dei loro contenuti social. Fenomeno che, appunto, oggi è deflagrato in tutta la sua virulenza con risultati viepiù negativi ormai stigmatizzati da molti anche perché ritenuti una delle cause principali del sovraturismo, o overtourism, nei luoghi montani.

Quanto sarebbe dunque importante sottoscrivere e osservare il “Patto del non racconto” oggi, quando milioni di persone decidono di spostarsi in base a ciò che vedono sui social e che li solletica (per come sanno solleticare, e sollecitare, gli algoritmi social) con, obiettivamente, molta ingenuità e un po’ di ottusità, finendo inesorabilmente per degradare tanto i luoghi che visitano quanto la loro stessa esperienza di visita? E come sarebbe bello se tutti questi turisti, viceversa, usassero sì il web e i suoi strumenti di ricerca sempre più avanzati ma in forza della propria curiosità, non di quella altrui – peraltro spesso ben finanziata dagli enti turistici e dai tour operator – ovvero per scoprire posti nuovi da visitare senza così finire ad ingolfare sempre gli stessi, come mandrie che cercano di stare tutte insieme in un recinto troppo stretto il quale finirà per esplodere, e magari scoprirne persino di più belli e affascinanti di quelli tanto rinomati e instagrammati (spoiler: ce ne sono a bizzeffe ovunque, in montagna, al mare, nelle aree interne, a volte in zone che nemmeno avrete mai sentito nominare).

E poi, coerentemente a questo “stile” di viaggio e di turismo, evitando di raccontare dove si è stati oppure facendolo senza troppi dettagli, come forma di salvaguardia sia dei luoghi tanto belli, rari e preziosi che si è scoperto e visitato, e sia della propria esperienza di visita in essi, per fare che le nozioni, le emozioni, le sensazioni, le percezioni raccolte durante il viaggio possano decantare al meglio nella propria mente e nell’animo e diventare conoscenza, cultura, relazione, senza nessuna banalizzazione o spettacolarizzazione social che invece inevitabilmente degraderebbe l’esperienza vissuta smaterializzandola in meri “oggetti virtuali di consumo” (foto, video, reel, post, eccetera) che, “deputati” a determinare l’unico valore riconosciuto di quell’esperienza, cioè quello misurato in visualizzazioni, condivisioni e “like”, durerebbero quanto possono durare sui social e nella mente di molti utenti, cioè qualche attimo e non di più.

Dunque, ora che siamo nel mese clou delle vacanze e la gran parte di noi se ne andrà per pochi o tanti giorni in viaggio verso mete vicine o lontane: se lo riscoprissimo e sottoscrivessimo, il “Patto del non racconto”? Se almeno stavolta, mentre andiamo a divertirci spensieratamente (non troppo, mi auguro) per mari e monti, provassimo a evitare «la riprovazione di nostra madre Terra» al contempo facendo del bene, in modo semplice ma efficace, ai luoghi visitati?