I travel influencers, i luoghi instagrammabili e i turisti-mosche

Ma, secondo voi, è stata più riprovevole Wanna Marchi che ha truffato migliaia di persone vendendo loro amuleti magici farlocchi, o quelle migliaia di persone credulone convinte che Wanna Marchi potesse vendere loro dei veri amuleti magici?

Ecco, lo stesso principio di fondo che scaturisce dalle queste domande, riferite a ciò che, appunto, io chiamo “Sindrome di Wanna Marchi”, mi viene da applicarlo alla questione dei travel influencers e dei content creator di viaggio, cioè a tutti quei profili social che esaltano luoghi ameni e località spesso poco note in modi quanto meno superficiali, a partire dal lessico utilizzato nei propri contenuti, riuscendo inopinatamente (per me) a far che migliaia e migliaia di persone poi si rechino in quei luoghi turistici generandovi sovraturismo e problematiche varie. Un fenomeno così diffuso che, ad esempio in Svizzera, si è espressamente chiesto a tali “celebrità social” di non scrivere più delle località elvetiche, proprio per non peggiorare situazioni di sovraffollamento turistico ormai insostenibili. E come al riguardo non ricordare la verace Rita De Crescenzo che, forte dei suoi 1,5 milioni di follower su TikTok, spedì migliaia di gitanti sprovveduti sulle nevi di Roccaraso, località che fino a prima dei suoi reel molti nemmeno sapevano dove fosse?

Insomma: per certi sovraffollamenti turistici e per i danni che provocano alle località coinvolte hanno più colpa travel influencers e content creators più o meno famosi con i propri reel sui social e tutto il resto di turisticamente banale che gira tra media e web, oppure ne hanno di più i tanti che, appena leggono termini come «adrenalina», «panorama mozzafiato», «effetto wow» eccetera, partono a spron battuto verso le mete instagrammate e tiktokizzate senza quasi sapere né dove stanno andando né cosa ci vanno a fare (selfies a parte)? Cioè, per essere più franchi e pure un po’ cinici, i tanti che hanno trasferito la sede dei propri pensieri dal cervello allo smartphone e ora si muovono come sciami di mosche attratti dalla prossima m… (vorrei scriverlo ma non lo faccio) …mela in marcescenza?

[Ad memoriam.]
Ma non sono proprio più in grado di usare la loro testa per trovare e scegliere luoghi belli da visitare senza bisogno che qualcuno gli imponga dove andare come fossero bambini ingenui e un po’ idioti? O forse bisogna pensare che anche in questo caso, come in numerosi altri, ci sia di mezzo la necessità impellente di sentirsi accettati dal mondo e dalla società, di sentirsi parte di un gruppo, di un insieme, non sapendo formulare per se stessi una singolarità (di mente, d’animo, di carattere, di personalità), ovvero l’evidente manifestazione di bias cognitivi, di desiderabilità sociale, di conformità, cioè di un disagio umano latente in certa parte della nostra società?

D’altro canto, in molti hanno ormai capito che da quelle mete turistiche e turistificate sulle cui pubblicità e nei contenuti media e social che li promuovono si leggano termini e definizioni come i citati «adrenalina», «panorama mozzafiato», «effetto wow» oppure «natura incontaminata», «experience», «borgo da favola» e altri simili [1], probabilmente è bene starsene lontani o andarci fuori dalla piena stagione turistica. E magari sanno anche che, con tutte le buone informazioni che si trovano in rete o sui libri (che esistono ancora, già), di luoghi altrettanto belli da visitare, a volte anche più di quelli più rinomati e socialmediatizzati e di contro molto meno affollati, se ne possono scoprire in gran quantità e in essi trovarvi molta più soddisfazione ludico-ricreativa.

Se di simil-Wanne Marchi che nei propri contenuti social “vendono” mete turistiche come fossero amuleti magici ce ne sono in circolazione ancora un sacco, essere ancora còlti dall’omonima “sindrome” e farsi fregare finendo accalcati su qualche funivia, ponte tibetano o panorama-che-non-è-meglio-di-tanti-altri sarebbe proprio da… mosche. Ecco.


[1] Mi sono occupato varie volte di termini iper abusati e di lessico turistico superficiale, in particolar modo in questo articolo e in quest’altro.

Rumore, ovunque

Seggiovie che sferragliano sulle montagne, musica ad alto volume nei rifugi e negli apres-ski, motoslitte che corrono sulla neve anche di sera, biciclette che sfrecciano a gran velocità nei boschi e a volte pure le motociclette, i grandi parcheggi nel fondovalle, le strade in quota… Insomma: rumore. Proprio non ce la facciamo a starne senza al punto che lo spargiamo ovunque, anche in alta quota, lì dove ogni cosa che non sia un suono naturale risulta comunque alieno, anche quando non sia impattante. E se impattante lo diventa, oltre che alieno diventa degradante.

Proprio non ce la facciamo a godere il silenzio, persino dove sarebbe normale, necessario, meraviglioso come sulle montagne perché condizione diversa da quelle che troviamo pressoché ovunque altrove, non solo in città. Ci dà fastidio, ci inquieta, ci spaventa. Forse perché il silenzio ci obbliga a restare soli con noi stessi e a pensare.

Pensare, già. Una cosa che sta diventando rara proprio come il silenzio. E se sapessimo fermarci solo qualche attimo a pensare – una cosa che sarebbe normale per noi “Sapiens”, no? – probabilmente molti, forse tutti quei rumori fastidiosi sparirebbero rapidamente. Chissà.

Sull’argomento si è espressa di recente anche Chiara Pesenti, che con il marito gestisce in quel meraviglioso angolo delle montagne della Val Brembana che è Sussia (lo vedete nelle immagini lì sopra) un altrettanto meraviglioso posto, Cà del Tòcio (lo raccontai qui), e che di vita in/di montagna scrive sul proprio blog su Substack. Qualche giorno fa vi ha pubblicato delle belle e franche riflessioni in un articolo intitolato Silenzi e rumori in montagna. Riflettere su motoslitte, turismo facile e il bisogno di cura e misura nei luoghi che amiamo. Ve ne offro di seguito due passaggi significativi e molto vicini alle mie considerazioni sopra espresse:

Questa mattina, un amico, mi ha inviato il link di una nuova proposta sulle montagne dell’alta valle. Tramonti, aperitivi e cene in motoslitta. Ho guardato le immagini e ho sentito quel disagio familiare. Non è solo il rumore, né il fascino del brivido facile. È l’idea che la montagna diventi una scena pronta da consumare, mordi e fuggi per chi ha soldi. Le motoslitte portano adrenalina e foto spettacolari, ma lasciano rumore, inquinamento, disagio per gli animali e per chi abita il luogo. Trasformano il paesaggio in esperienza rapida, istantanea, replicabile. La montagna diventa sfondo. È questo che mi inquieta: non il divertimento, ma l’indifferenza verso ciò che rende un luogo unico.
[…]
Per me la montagna è sempre stata un luogo che ridimensiona. Ti ricorda che non sei il centro, che devi adattarti, che a volte devi tornare indietro. Se la trasformiamo in qualcosa che si adatta sempre e solo a noi, cosa perdiamo? Forse perdiamo proprio quella frizione che ci fa crescere.
Non voglio una montagna-museo, immobile e inaccessibile. Ma nemmeno una montagna addomesticata fino a diventare innocua. Vorrei che restasse un po’ scomoda, un po’ esigente, capace di dire no.
E forse questa non è solo una riflessione sulla montagna. È una riflessione sul nostro modo di stare al mondo. Su quanto spazio lasciamo a ciò che non controlliamo. Su quanto siamo disposti a rinunciare per non trasformare tutto in qualcosa che serve soltanto a noi.

L’articolo di Chiara lo trovate per intero qui. Leggetelo: è veramente bello, emoziona e fa riflettere.

Tramonti alpini a motore (e gas di scarico, puzza, rumore, inciviltà)

[Immagine tratta da qui.]
L’emozione di un tramonto spettacolare ai 2.200 metri della Val Carisole? Attraversando panorami da favola? Raggiungendo il “terrazzo” sulle Orobie comodamente in motoslitta facendo un gran rumore per tutto il circondario e spargendo gas di scarico e puzza come lungo una via di città?

ORA SI PUÒ!

Già: in un paese come il nostro così spesso privo di rispetto per la montagna, di sensibilità verso l’ambiente naturale e di buon senso si può tutto, evidentemente. Idioti quelli che i tramonti spettacolari e i panorami da favola se li godono a piedi e in silenzio avendo cura di lasciare sul luogo e in Natura meno tracce possibili! Vero?

N.B.: la Val Carisole si trova sopra Carona, in alta Valle Brembana, nel comprensorio sciistico “Brembo Ski” di Foppolo-Carona. Sinceramente, consiglierei di non andarci, almeno quando certe iniziative siano in atto. In ogni caso, ciò che penso dell’uso ludico delle motoslitte in montagna l’ho già espresso in modo inequivocabile tempo fa qui.

La sicurezza senza consapevolezza, in montagna, è come una bicicletta senza freni in discesa

P.S. (Pre Scriptum): ringrazio di cuore il sempre prezioso Michele Comi che mi ha informato del tema sul quale di seguito leggerete. Ne ha scritto anche lui su “Montagna.tv”, qui.

[Immagine tratta da www.facebook.com/soccorsoalpinocnsas.]
Il casco da sci diventerà obbligatorio per tutti. Lo ha deciso un emendamento al decreto legge “Sport” (96/2025) approvato qualche giorno fa dalla Commissione Cultura della Camera.

Si direbbe una buona notizia ovvero una cosa giusta, e per certi versi lo è. Tuttavia, per molti altri versi non lo è affatto. Innanzi tutto perché si pretende di risolvere la questione dei troppi incidenti sulle piste da sci imponendo un obbligo e non educando gli sciatori a un comportamento meno maleducato e pericoloso: come si rimarca da tempo, la velocità sulle piste da sci è in costante aumento e non certo perché sia aumentata pure la perizia degli sciatori, anzi: la grande quantità di incidenti lo dimostra bene. Inoltre, c’è il rischio che proprio la percezione di maggior sicurezza indotta nello sciatore medio peggiori il problema invece di mitigarne le conseguenze. D’altro canto, proprio in forza della propria esperienza e della relativa consapevolezza lo sciatore dovrebbe stabilire da solo se sia il caso di utilizzare un casco sulle piste, e infatti molti già lo usano; ma, chiaramente, la presenza di una tale consapevolezza nella pratica dell’attività sciistica dovrebbe già da sé ridurre i rischi sulle piste. Invece ciò non sembra accadere: un’evidenza del tutto significativa.

La stessa cosa accade anche d’estate, sui sentieri e sui percorsi in quota: come denuncia il Soccorso Alpino ci sono sempre più incidenti, purtroppo spesso mortali, di frequente dovuti a imperizia, scarsa o nulla consapevolezza nei confronti delle montagne, equipaggiamento inadeguato. Ma, di contro, si registra un’eccessiva percezione di sicurezza data dall’avere con sé un cellulare («Se siamo in difficoltà basta una telefonata e ci vengono a prendere!») oppure proprio dal pensare di indossare un equipaggiamento super tecnico e dunque perfetto per qualsiasi itinerario. Il quale invece non può affatto garantire alcuna sicurezza preventiva: primo, perché senza consapevolezza su cosa sia la montagna (e relativa adeguata preparazione) non c’è alcuna sicurezza e, secondo, perché – molto semplicemente e altrettanto obiettivamente – in montagna non c’è sicurezza.

Eppure, l’intero immaginario scaturente dal marketing turistico, sia invernale che estivo, è sempre più un gran florilegio di «no limits!», «adrenalina», «effetto wow!» e così via. Di nuovo, il tutto si riconduce a una questione soprattutto culturale, tanto evidente quanto trascurata e ignorata: dietro le prescrizioni come quella sul casco, dietro le proposte turistiche, dietro l’immaginario che coltivano e dal quale scaturiscono, risalta drammaticamente la mancanza di volontà di educare i frequentatori delle montagne a una corretta relazione e fruizione di esse, sia verso i territori frequentati – dunque riguardo la loro conoscenza e la capacità di leggerne e valutare i rischi e i pericoli, ad esempio -, sia verso se stessi – la consapevolezza di ciò che si è in grado di fare e che al riguardo esista un limite da non superare. «Molti non conoscono i propri limiti» guarda caso rimarca Maurizio Dellantonio, il presidente del Corpo nazionale soccorso alpino e speleologico.

I limiti, già. In fondo il punto attorno a cui tutto gira è sempre questo: l’evidenza – culturale, appunto – che la montagna, pur in tutta la sua imponente vastità anche verso l’alto, è un luogo di limiti e, di contro, l’immaginario elaborato in funzione turistica e ancor più commerciale – per non dire consumistica – che fa di tutto per cancellare qualsiasi limite, materiale e immateriale. Alla fine il cortocircuito è inevitabile e le sue conseguenze sono le cose delle quali ho scritto fino a qui così come tante altre.

Come se ne esce? Be’, per me in maniera (idealmente) semplice: considerando il limite un pregio invece che un difetto o un ostacolo, un elemento di definizione che identifica e così rende speciale ciò che lo presenta – che si tratti di un luogo o di qualsiasi altra cosa. Se ci si pensa, in montagna il limite per antonomasia è la vetta: definisce compiutamente la montagna della quale è la massima sommità, oltre la quale non si può andare e ciò permette di potersi dire variamente contenti di esserci giunti. Se invece le montagne non avessero una vetta? Sarebbero ancora “montagne”?

Allo stesso modo: una montagna sulla quale ci si arroga il diritto di poter fare ciò che si vuole senza alcun limite (per supponenza, per inconsapevolezza, perché ci si sente sicuri o perché si indossa un casco oppure una scarpa da hiking di ultimissima generazione), è ancora “montagna”?

Che dite voi?

(Per leggere gli articoli che vedete nelle immagini cliccateci sopra.)

Vogliamo finalmente renderci conto che le montagne siamo noi?

[Foto di Cristina Gottardi su Unsplash.]

Possiamo continuare a vivere alla ricerca dell’adrenalina e dell’edonismo sapendo che intorno a noi le montagne e la loro biodiversità stanno morendo? Questa mentalità tossica, sia che si esprima sugli sci da discesa lungo lingue di neve finta e chimica) che si snodano tra foreste abbattute e bostricate, sia che si esprima su azioni performanti estreme e competitive o su raccolte monstre di funghi, fiori e frutti di bosco, o ancora su atteggiamenti irrispettosi e cafoni che disturbano la fauna alpina, come l’eliski e l’eliturismo, è qualcosa che mi ricorda vagamente la necrofilia. Vogliamo finalmente renderci conto che quelle montagne siamo noi?

[Matteo RighettoIl richiamo della montagna, Feltrinelli, 2025, pagg.80-81.)

La necessità di concepire e adottare un senso del limite come segno massimo di civiltà contro la gigantesca cafonata di pensare che di limiti non ce ne siano, in pratica.

Le montagne, anche le più ciclopiche le cui pareti sembrano innalzarsi all’infinito verso il cielo, prima o poi terminano sulle rispettive vette. Lassù è bello fermarsi e contemplare il mondo, sapendo che oltre non si può andare e che è giusto che sia così, è naturale. Anzi: dalla vetta bisogna ridiscendere, ritornare ben entro il limite da essa delineato dove si può vivere pienamente: il mondo è al di qua, non oltre.

Perché noi non sappiamo essere come le montagne e tanto meno pensare (Aldo Leopold docet) come le montagne?