Oggi, con questo articolo, vorrei ringraziare tutti voi che vi siete abbonati al blog, quelli di lunga data e i numerosi che si sono iscritti negli ultimi tempi. Grazie di cuore, veramente!
Spero, nel mio piccolo, di potervi sempre offrire dei punti di vista interessanti e il più possibile significativi sulle montagne e la loro realtà sempre più emblematica, visto come vanno le cose a questo nostro mondo.
Le montagne sono una dimensione tanto entusiasmante e affascinante quanto per molti versi complessa e delicata: quando saliamo lassù ci sentiamo subito bene, anche per le mille occasioni che ci offrono per divertirci, rilassarci, emozionarci, mentre se vi abitiamo sappiamo il grande privilegio che ciò rappresenta, pur tra le molte difficoltà a volte da affrontare. Ma sono anche un mondo che forse più di altri ha bisogno di attenzione per essere compreso compiutamente e di cura, rispetto, sensibilità per poter essere goduto al meglio e salvaguardato, dunque di conoscenza e consapevolezza.
Ecco, mi auguro vivamente di riuscire, con gli articoli che vi propongo quotidianamente (o quasi) sul blog, di contribuire ad alimentare almeno un poco la conoscenza sulle montagne e la consapevolezza delle loro realtà, oltre che il desiderio costante di scoprirle e esplorarle, di frequentarle, viverle, coltivare una relazione profonda con esse e così diventare parte del loro paesaggio in modo avveduto e virtuoso. E anche di maturare opinioni articolate e strutturate su ciò che vi accade: di «pensare come una montagna» per dirla con Aldo Leopold.
Ci provo, insomma: se riesco ne sono ben felice, se non riesco vi chiedo perdono e cerco di migliorare sempre più.
In ogni caso, di nuovo grazie di cuore e spero proprio – come a volte è accaduto e accade – di poterci incontrare di persona prima o poi, in montagna o altrove.
P.S.: l’abbonamento al blog è e sarà sempre gratuito. Il “guadagno” che ricavo dalle montagne è già grandissimo ed è ben accumulato nel cuore, nell’animo e nello spirito – come penso e credo succeda anche a voi.
«Sognando la neve», già. Così leggete nell’articolo de “L’Eco di Bergamo” sopra riportato che riferisce dei “lavori in corso” nei comprensori sciistici delle Alpi e Prealpi bergamasche. E non so se quel verbo coniugato al gerundio presente sia casuale oppure meditato. Sognando, non «sperando» o «auspicando» la neve: e il “sogno” è, per definizione lessicale, un’immaginazione vana, fantastica, di cose irrealizzabili. Per cui si potrebbe interpretare il titolo del quotidiano bergamasco così: «Si costruiscano pure nuovi impianti sciistici, tanto è tutto (o quasi) inutile!»
Certo, è un’interpretazione provocatoria, e d’altro canto la neve non è qualcosa da sognare ma da sperare nel modo più intenso possibile: perché se nevicasse vorrebbe dire che il clima sulle nostre montagne non sarebbe del tutto compromesso come viene da temere allo stato attuale, e buon per i comprensori sciistici che potrebbero aprire le loro piste di discesa senza troppi patemi e soprattutto senza sparare la deprecabilissima neve artificiale, che essi ancora ritengono la salvezza dei comprensori quando invece rappresenta una gran zappata sui loro piedi.
Magari nevicasse come una volta, e magari facesse freddo come un tempo così che la neve caduta si conservasse al suolo! Invece, il vocabolo scelto da “L’Eco di Bergamo” per il titolo del suo articolo è assolutamente, tristemente azzeccato. Siccome, come diceva un tempo quel tizio, «Non si vive di sogni ma di solide realtà», e dato che non c’è nulla di più solidamente reale dei rilievi scientifici strumentali, nel grafico sottostante ho elaborato i dati sull’andamento delle precipitazioni nevose sulle Alpi bergamasche negli ultimi trent’anni:
La linea rossa tratteggiata mostra una tendenza complessiva alla diminuzione degli accumuli nevosi stagionali, con una riduzione media stimata nell’ordine di circa 70-80 cm per decennio rispetto agli anni Novanta e una diminuzione crescente col passare del tempo: più passano gli anni e meno nevica, insomma.
Qui sotto invece vedete l’andamento della quota dello zero termico sempre sulle Orobie nell’ultimo trentennio, su base annuale e, nel grafico più sotto, rispetto ai soli mesi invernali:
Anche qui la linea di tendenza tratteggiata in scuro mostra un chiaro e marcato incremento della quota media dello zero termico, con un aumento stimato di circa 130 metri per decennio e una curva tendenziale crescente con il passare del tempo: più passano gli anni e più fa caldo, in pratica.
Ecco poi, per utile raffronto, i grafici sulla variazione delle precipitazioni nevose e della quota dello zero termico riguardanti le Alpi italiane nel complesso:
Al pari delle montagne bergamasche, anche lungo tutte le Alpi italiane nevica sempre meno e fa sempre più caldo, sicché la contrazione della neve al suolo si specchia perfettamente con l’innalzamento della quota dello zero termico invernale: l’aumento delle temperature riduce la frazione solida delle precipitazioni (piove anche a quote alte in pieno inverno, insomma) e accelera la fusione precoce del manto nevoso a primavera.
Bene: posti tali dati ineccepibili (per i negazionisti la porta è sempre quella in fondo a destra!) e, tornando alla zona specifica delle Alpi Orobie contemplata nell’articolo sopra citato, considerando che tutti i comprensori sciistici bergamaschi sono posti totalmente o quasi al di sotto dei 2000 metri di quota, capirete chiaramente che il vero “sogno”, qui, non è tanto (o non è solo) che cada la neve, ma che gli investimenti nei nuovi impianti sciistici risultino realmente redditizi e non rappresentino invece un insensato spreco di denaro. Che non di rado è pubblico, per giunta, ergo la cui spesa dovrebbe essere molto più assennata e oculata di quanto appare.
Capisco bene che i gestori dei comprensori sciistici, messi sempre di più con le spalle al muro dal divenire della crisi climatica e della situazione economica generale del paese, tentino in tutti i modi di preservare la propria attività, formalmente “negando” la criticità della situazione meteoclimatica (perché il sempre maggiore utilizzo della neve artificiale non è affatto un adattamento ai cambiamenti climatici, come a volte viene affermato, ma è la dichiarazione evidente di una sconfitta che, continuamente perpetrata, assume sempre più i contorni di un disastro), ma temo che, in molti casi sulle nostre montagne e in modo pressoché inevitabile su quelle bergamasche, questo tentativo sia già fallito qualche tempo fa e il reiterarlo ancora rappresenti veramente una sorta di bias cognitivo, tanto se visto come un consapevole rifiuto della realtà di fatto funzionale alla (presunta) difesa dei propri interessi, quanto se interpretato come l’inconsapevole, ingenua, imprudente speranza che alla fine, in stile Covid, «andrà tutto bene» (e no, per il Covid non è affatto andato tutto bene, lo sapete!)
[Foppolo, inverno 2022.][Monte Pora, marzo 2023.]Affidare delle attività economiche (i comprensori sciistici) dalle quali sovente dipendono in buona parte i territori montani che le ospitano, spendendo in essi milioni e milioni di Euro sovente pubblici per progetti senza una reale visione temporale strategica, sostanzialmente ignorando i dati scientifici che certificano l’evoluzione climatica presente e futura in quei territori – dicevo, affidarle a dei meri «sogni nevosi» evitando invece di elaborare uno sviluppo territoriale molto più sensato, organico e consono ai territori e ai tempi che corrono, be’, a me sembra veramente una cosa piuttosto grottesca e francamente assurda. Ciò, nonostante tutta la possibile “comprensione” che posso riservare ai gestori delle suddette attività economiche che tuttavia, in quanto tali, non possono (non dovrebbero) trascurare la più elementare logica della cultura d’impresa oltre che – e forse ancor più – la cura nei confronti dei territori naturali nei quali operano e che utilizzano come strumento funzionale alla propria attività, ma che, non bisogna dimenticarlo, sono un patrimonio collettivo di inestimabile valore il cui eventuale degrado rappresenta una rovina materiale e immateriale per chiunque.
«Sognare non costa nulla», dice quel famoso proverbio: ma quando si sogna l’inverosimile, se non già l’impossibile, non serve pure a niente. Meglio restare coi piedi per terra e più razionali, nel bene e nel male: è una semplice tanto quanto fondamentale questione di buon senso, che sulle montagne ha valore forse più che in ogni altro luogo.
Premessa (inevitabile): chi scrive considera lo sci da discesa una delle attività sportive e ricreative più belle mai concepite dall’uomo e ha indossato un paio di sci prima che delle scarpe atte a camminare. Ciò che state per leggere non è contro lo sci e nemmeno contro i gestori degli attuali comprensori sciistici ma è una proposta di analisi obiettiva della realtà delle cose e di riflessione che, al netto di qualsiasi stimolo da cui possa scaturire, deve essere innanzi tutto basata sul più ordinario buon senso e sulla piena consapevolezza di ciò che è la montagna contemporanea.
Posta tale premessa, lo sci, per come l’abbiamo inteso da quando è nato a tutt’oggi oggi, e vista la realtà in divenire, sfortunatamente ha il destino pressoché segnato – salvo che per un numero esiguo di comprensori posti a quote alte che tuttavia a loro volta, in futuro, potrebbero non riuscire a garantire la continuità della pratica come un tempo. Se la situazione climatica continuerà a evolvere (o a peggiorare) come è accaduto finora, lo sci è un’attività che ha avuto una grande storia passata, ha un presente sempre più incerto – se non già irragionevole in molti casi – ma non ha più un futuro, ormai è tristemente chiaro [1].
A meno che…
Già, perché qualcuno sta pensando a come svincolare l’attività sciistica dal divenire della realtà climatica, e non serve rimarcare che non sarà certo la neve artificiale a salvare lo sci (anche se dovessero inventare quella che si può produrre in piena estate a 40°), anzi: con i suoi costi in aumento costante sta tanto illudendo gestori e sciatori quanto contribuendo ad accelerare le suddette sorti infauste.
[Una cartolina del Sestriere, “madre” di tutte le località sciistiche di stampo moderno delle Alpi italiane, viaggiata nel 1951, quando di neve sulle Alpi italiane ne cadeva – e ne rimaneva al suolo – un sacco.]Siccome di queste presunte “soluzioni” avrete certamente letto sul web o sentito in giro e magari vi sarete fatta una vostra opinione al riguardo, vi chiedo: vista la realtà di fatto sulle montagne, secondo voi quale sarà il futuro dello sci?
Vi propongo qualche spunto di risposta e/o di riflessione – senza voler o pensare di poter influenzare la vostra opinione:
Lo sci non ha futuro, pensare di preservarne l’attività è qualcosa di irrazionale e nocivo, dunque è destinato a finire e la cosa più sensata è accettare di buon grado questa realtà inevitabile ripensando di conseguenza il turismo invernale attraverso altre attività più consone alla realtà corrente e futura.
Lo sci potrà essere praticato per periodi invernali ridotti solo nei comprensori posti in massima parte oltre i 2000 metri di quota: ad essi verrà garantito il mantenimento allo stato dell’arte e l’aggiornamento tecnico continuo nel rispetto delle tutele ambientali e in accordo all’evoluzione climatica; i comprensori alle quote inferiori dovranno inevitabilmente convertirsi ad attività alternative.
In forza dell’evoluzione climatica, lo sci potrà essere praticato con una certa continuità stagionale solo alle quote più alte: a tale scopo si potranno convertire i comprensori sciistici estivi sui ghiacciai residui a comprensori invernali nel rispetto delle specificità geomorfologiche locali e delle tutele ambientali.
Lo sci, se pur in formato ridotto, sopravvivrà negli ski dome, impianti costosissimi ma non più di molte funivie e che d’altro canto si possono realizzare anche in territori urbani, senza così impattare sugli ambienti montani, e che lo consentono tutto l’anno.
L’attività sciistica potrà essere svolta sulle piste di plastica, che consentono di praticarla tutto l’anno all’aperto anche se non sarà più lo sci che abbiamo inteso fino a oggi e posta la necessità di risolvere l’incompatibilità dei materiali plastici in ambienti naturali.
Il futuro dello sci su neve sarà lo sci d’erba, opportunamente sviluppato e migliorato al fine di risolvere alcune problematiche che lo caratterizzano e differenziano da quello su neve.
Oppure, ribadisco, sentitevi assolutamente liberi di dire la vostra, qualsiasi essa sia, e proporre le risposte, le azioni e le soluzioni che ritenete più sensate, di contro – mi auguro – senza farne occasione di contrapposizione, scontro e battibecco disarticolato e scortese.
Grazie di cuore!
[1] Senza poi contare la variabile economica, che creerà ai comprensori grossi problemi di sostenibilità finanziaria come se non (per certi versi) più di quella climatica. Ma qui il focus è su quest’ultima, mi occuperò (di nuovo) della prima più avanti.
La storia naturale moderna si occupa solo raramente dell’identità di piante e animali, e incidentalmente delle loro abitudini e comportamenti. Si occupa principalmente delle loro relazioni reciproche, del loro rapporto con il suolo e l’acqua in cui crescono, e delle loro relazioni con gli esseri umani che cantano “il mio paese” ma ne vedono poco o nulla del funzionamento interno. Questa nuova scienza delle relazioni si chiama ecologia, ma il nome che le diamo non ha importanza. La domanda è: il cittadino istruito sa di essere solo un ingranaggio di un meccanismo ecologico? Che se lavorerà con quel meccanismo la sua ricchezza mentale e la sua ricchezza materiale potranno espandersi all’infinito? Ma che se si rifiuta di farlo, alla fine lo ridurrà in polvere? Se l’istruzione non ci insegna queste cose, allora a cosa serve l’istruzione?
[Aldo Leopold, Natural History: The Forgotten Science (1938); pubblicato in Round River, Luna B. Leopold (ed.), Oxford University Press, 1966, pagg.63-64.]
Le domande che pone Leopold in questo brano sono tanto fondamentali e necessarie quanto ignorate e pervicacemente eluse da noi umani. Invece, sulle buone risposte che vi si possono dare si basa la gran parte della nostra presenza nel mondo e del senso della vita che condividiamo con innumerevoli altre creature sia animali – ciò che noi siamo, sempre e comunque – sia vegetali.
E sono domande che ne richiamano altre di pari importanza: ad esempio, quelle che proprio nell’agosto di trentuno anni fa – era il 1994 – Alexander Langer propose nel suo intervento ai “Colloqui di Dobbiaco”: perché l’allarme (sulla catastrofe ecoambientale) non ha prodotto la svolta? “Sviluppo sostenibile”: pietra filosofale o nuova formula mistificatrice? Come può risultare desiderabile una civiltà ecologicamente sostenibile? – quest’ultima alla quale Langer rispose affermando che «La conversione ecologica potrà affermarsi soltanto se apparirà socialmente desiderabile» e delineandone il “motto” in modi divenuti poi celebri: «”Lentius, profundius, suavius”, al posto di “citius, altius, fortius”»: più lento, più profondo, più dolce invece di più veloce, più alto, più forte.
Purtroppo, sia le domande di oltre trent’anni fa di Langer che quelle proferite da Leopold quasi novant’anni fa restano ancora sostanzialmente senza buone risposte, almeno da parte della “civiltà” umana. I risultati si vedono e ce li abbiamo spesso davanti agli occhi, di frequente quando visitiamo ambienti naturali pregiati e fragili come le montagne. Sarebbe invece finalmente il caso di riprendere, rivitalizzare e diffondere il più possibile quell’istruzione citata da Leopold ovvero la consapevolezza culturale grazie alla quale delle buone risposte si possono elaborare per quelle domande. Cosa aspettiamo? Di finire ridotti in polvere per mera incoscienza e ignoranza, e così di piangere disperati ignorando (di nuovo) che chi è causa del suo mal deve (solo) piangere se stesso?
La capacità di cogliere il valore culturale della natura selvaggia si riduce, in ultima analisi, a una questione di umiltà intellettuale.
[Aldo Leopold, A Sand County Almanac: And Sketches Here and There, edizione originale Oxford University Press, 1949, pag.200. Qui trovate la mia “recensione” all’edizione italiana Pensare come una montagna. A Sand County Almanac, Piano B Edizioni, 2019-2023.]
Con la preveggente lucidità che ne ha sempre contraddistinto la visione e la narrazione dell’ambiente naturale, Aldo Leopold, nella breve ma precisissima analisi citata, mette in luce una delle caratteristiche fondamentali del nostro rapporto con la Natura, quando da esso ne scaturiscano conseguenze variamente dannose: la mancanza di umiltà intellettuale, cioè la presenza di tanta, troppa prepotenza e supponenza in ciò che facciamo, e in come concepiamo, il territorio naturale. Basti pensare a quei tanti progetti turistici e infrastrutturali che si vogliono imporre alle nostre montagne – ambito naturale per eccellenza, qui – nei quali appaiono lampanti la prepotenza e la supponenza suddette, quell’arrogarsi il diritto di poter fare ciò che si vuole del territorio e al contempo il totale disinteresse nel capire le conseguenze delle azioni compiute, come se il paesaggio naturale e il patrimonio collettivo che rappresenta fosse di proprietà di quelli e non di tutti, e nessuno potesse permettersi di dire qualcosa in sua difesa, in presenza di quei progetti. E tutto ciò, nonostante la storia del rapporto tra la civiltà umana e la Natura, debordante di disastri, di follie, di barbarie.
Eppure, ancora oggi, c’è grande carenza di umiltà intellettuale al riguardo: è probabilmente uno dei motivi per i quali non riusciamo a vivere veramente in armonia con la Natura. Il nostro imprinting “culturale” (d’una cultura ben poco umanistica, in realtà) ci fa ritenere sempre e comunque dominanti su di essa, dunque dotati del diritto di fruirne quanto più vogliamo e fino al consumo totale. Per il quale, in forza dello stesso motivo, godiamo di una sostanziale “immunità”. Se a ciò si aggiungono le varie cose materiali proprie del sistema di potere vigente – politico, economico, sociale -, ecco che il citato imprinting si approfondisce e trasforma la disarmonia in vera e propria prepotenza, appunto.
[Il frontespizio della versione originale di A Sand County Almanac, del 1949.]Ma l’umiltà, nella sua manifestazione intellettuale, è sempre un sintomo di saggezza, di buon senso, di intelligenza oltre che di forza mentale, etica e di spessore culturale. La sua assenza è parimenti un segnale di inciviltà e di ignoranza, che prima o poi, inevitabilmente, si ritorcerà contro e comporterà una rovina che potrebbe coinvolgere anche altri, non solo il soggetto che la manifesta. Un rischio che correre oggi, nel 2025, è semplicemente da idioti. Ecco.