«Non cieca opposizione al progresso ma opposizione al progresso cieco»

In molti, troppi luoghi montani ci sono persone, tra le quali purtroppo si annoverano numerosi politici, che al termine “sviluppo” associano immediatamente “ruspe”. E a seguire ogni altra cosa che possa indicare tornaconti e vantaggi particolari, invece di associare a “sviluppo” il termine “comunità”, e a seguire “luoghi”, “paesaggi”, “ambiente naturale”, “beni comuni”.

Che accada per superficialità, leggerezza, incompetenza, ignoranza o per mera scelleratezza, o che in ciò non vi sia nulla di formalmente illegittimo, la sostanza che ne deriva è un costante, irrefrenabile sfruttamento dei territori montani ancora intatti, spesso con autentiche devastazioni di ambienti naturali peculiari e identitari per quei territori, considerati né più né meno come spazi vuoti da riempire e mettere a valore (questa è la loro “valorizzazione”) per applicarvi un prezzo di vendita (uno skipass, ad esempio) e trarne una rendita.

Tutto ciò senza porsi limiti, senza farsi domande, senza porsi dubbi sulla legittimità politica, civica, culturale di tali interventi, come fossero la manifestazione di una verità assoluta che fa di un patrimonio collettivo e dei suoi beni comuni un ambito sostanzialmente privatizzato da sfruttare a piacimento – visto come quasi sempre tali opere commissionate da enti pubblici producano vantaggi soprattutto a soggetti privati.

È un assalto ormai costante, tambureggiante, apparentemente irrefrenabile. Già, perché solo la sensibilità diffusa derivante dal nostro senso civico di cittadini, persone, donne e uomini sinceramente appassionati di montagne può contrastare quell’assalto e impedirlo, come molti vicende hanno dimostrato. Forse dobbiamo solo fermarci un attimo e riflettere su ciò che vediamo e constatiamo, capendo che cose del genere sono sempre “affare nostro”, ci coinvolgono sempre e comunque perché toccano e consumano un nostro patrimonio collettivo e perché ogni indifferenza al riguardo è uno stimolo in più regalato a quei soggetti per perpetrare il loro assalto e la devastazione alle montagne. Fermarci un attimo, osservare, comprendere, riflettere. E agire non con «cieca opposizione al progresso ma in opposizione al progresso cieco» come disse già un secolo fa John Muir. Senza più remore, se queste nostre montagne le vogliamo salvare da un degrado altrimenti inevitabile e, forse, irreversibile.

In cammino con Matteo Righetto “Per Silenzio e Vento” e valli e vette montane, e per noi

Penso spesso – o, meglio, ne sono intimamente convinto – che la montagna non ha bisogno dell’uomo mentre l’uomo ha bisogno della montagna. Esisterebbero lo stesso, le montagne, noi invece esisteremmo senza di esse? Sì, probabilmente, ma non bene come lo possiamo fare grazie ad esse, a ciò che ci sanno dare sia materialmente che immaterialmente, al senso delle nostre vite nelle quali – per le quali – scegliamo di salire verso l’alto, verso le vette, per godere di tutto ciò che ci sanno dare.

Tuttavia, ci sono uomini che servono alle montagne e abbisognano a noi che le frequentiamo (e anche a chi non le frequenta), perché hanno il dono di saper tradurre in voci e parole ciò che le montagne raccontano. E ce n’è bisogno perché molti altri uomini la montagna non la vogliono e non la sanno ascoltare, così da lasciare libera la propria prepotenza verso di essa con tutte le conseguenze dannose che ne inevitabilmente derivano.

Matteo Righetto è uno di quegli uomini, una di quelle persone che ci aiuta ad ascoltare, conoscere, comprendere le montagne: con la sua attività culturale, i suoi libri (bellissimi, da leggere assolutamente) e con “Per Silenzio e Vento”, il film che lo vede protagonista e che sarà presentato in anteprima nazionale sabato 25 aprile al Trento Film Festival 2026, del quale sarà l’evento di apertura: date un occhio qui per saperne di più.

La domanda da cui nasce il film è proprio quella accennata: se la montagna potesse parlarci, sapremmo ascoltarla? Da tale interrogativo si sviluppa il cammino e il racconto di “Per Silenzio e Vento” tra vallate e vette dolomitiche, un cammino che per Righetto si fa viaggio interiore nel quale l’alpinismo, il salire verso l’alto sulle vette montane, assume significati nuovi: diventa ascolto, relazione, responsabilità, esplorando il legame spirituale tra l’essere umano e l’ambiente montano. Un legame che ogni uomo ha dentro anche se poi non tutti manifestano frequentando le montagne, che le rende necessarie per chiunque come detto. Attraverso lo sguardo di Matteo Righetto e il suo incontro con alpinisti, studiosi e persone che in montagna vivono e lavorano (Reinhold Messner, Erri De Luca, Enrico Camanni, Katharina Lunger, Wafaa Amer), il film riflette sul valore etico dell’alta quota in un’epoca di crisi ecologica e di pressione turistica.

Trovate maggiori informazioni su “Per Silenzio e Vento” qui e, se potete e ne avete l’occasione, andate a vederlo. Sono certo che sarà un’esperienza che vi lascerà molto di buono e importante nella mente, nel cuore e nell’animo. Qualcosa di cui anche le montagne hanno bisogno.

Il richiamo atavico e irresistibile delle montagne

[Dal Monte San Primo verso le Alpi svizzere, dicembre 2025.]

Percorrendo un sentiero, risalendo un crinale, attraversando un prato o una foresta, raggiungendo una cima, immergendo i piedi in un torrente, osservando il volo dell’aquila o udendo il fischio del camoscio, io subisco una trasformazione panica e a poco a poco divento tutt’uno con l’ambiente circostante. Sento di entrare in una simbiosi primordiale con l’anima mundi platonica. È un richiamo atavico irresistibile. I passi cadenzati e il ritmo del respiro sono un mantra e più a lungo cammino nella natura più forte si manifesta il legame tra il gesto concreto e il contatto con l’assoluto, quel sacramentum che per gli antichi Romani aveva anche il significato di giuramento, atto di fedeltà. La sacralità della Montagna sta nel riconoscere che c’è qualcosa di più grande e inconoscibile attraverso le nostre attuali conoscenze, e questa sacralità merita il rispetto più grande.

[Matteo RighettoIl richiamo della montagna, Feltrinelli, 2025, pagg.107. Qui trovate la mia “recensione” al libro.]

Torniamo a casa, in montagna!

[Foto di winluk da Pixabay.]

Mentre la schizofrenia di questa società ci presenta da un lato i sovranismi, i populismi, la guerra e lo sfacelo climatico; dall’altro il metaverso, l’intelligenza artificiale, la realtà aumentata e gli spazi virtuali come se fossero la risposta ai nostri problemi, io dico: restiamo umani e ascoltiamo richiamo della Montagna!
Heimgang, come dicevano gli antichi norreni, cioè il “ritorno nella casa madre” di tutti i tempi, così come gli islandesi chiamavano Heimkomu questo atavico richiamo e i ladini delle vallate dolomitiche del Sella definiscono Jì a ciasa.
Poiché è nei luoghi selvaggi, quelli dello spettacolo eterno e meraviglioso, che si respira un richiamo ancestrale che riporta i nostri sensi e il nostro spirito a un utero materno universale, la fonte della luce originaria dove sgorga la nostra più autentica pienezza, nel flusso vitale primigenio che ci lega alla Montagna e in essa ci permette di riconoscerci.

[Matteo RighettoIl richiamo della montagna, Feltrinelli, 2025, pagg.92-93.]

Righetto rinnova e ribadisce in questo brano del suo recente libro ciò che scrisse quasi un secolo e mezzo fa Walt Whitman (l’ho citato anche di recente): «Dopo aver esaurito quel che t’offrono affari, politica, allegri simposi, amore e così via […] che cosa ti resta? Resta la Natura.»

Ribadisce ciò che in fondo è dentro di noi fino dalla notte dei tempi e rappresenta oggi, come ha fatto ieri e lo farà in eterno, uno degli elementi ineludibili del nostro essere creature viventi in questo mondo: il legame con la Terra che le montagne, con la loro potenza geomorfologica e con ogni altra cosa che sanno manifestare, rappresentano con una forza più unica che rara.

[Cliccate sull’immagine per leggere la mia “recensione” al libro.]
Noi Sapiens, pur iper tecnologici quali siamo, nel profondo restiamo e resteremo sempre animali selvatici, e la nostra selvaticità si palesa innanzi tutto nel legame armonico che abbiamo con la Natura – perché siamo Natura, d’altro canto. Paradossalmente, diventiamo sovente selvaggi, nel senso più negativo del termine – rozzi, crudeli, violenti, arretrati – quando invece trascuriamo o dimentichiamo quel nostro legame ancestrale con la Natura sentendoci liberi di devastarla come nessun altra creatura selvatica può e sa fare. Perché noi abbiano la tecnologia: ma che ci serve realmente, se il fatto di poterne usufruire ci può far diventare più bestiali delle bestie così (da noi) dette?

Se questa è l’evoluzione che ci ha portato a dominare il mondo a scapito di qualsiasi altra creatura vivente e ancor più della nostra casaHeimgang, Heimkomu, Jì a ciasa… – in realtà ci stiamo soltanto scavando da secoli la fossa nella quale prima o poi, inesorabilmente, finiremo dentro senza più possibilità di uscirne.

Vogliamo finalmente renderci conto che le montagne siamo noi?

[Foto di Cristina Gottardi su Unsplash.]

Possiamo continuare a vivere alla ricerca dell’adrenalina e dell’edonismo sapendo che intorno a noi le montagne e la loro biodiversità stanno morendo? Questa mentalità tossica, sia che si esprima sugli sci da discesa lungo lingue di neve finta e chimica) che si snodano tra foreste abbattute e bostricate, sia che si esprima su azioni performanti estreme e competitive o su raccolte monstre di funghi, fiori e frutti di bosco, o ancora su atteggiamenti irrispettosi e cafoni che disturbano la fauna alpina, come l’eliski e l’eliturismo, è qualcosa che mi ricorda vagamente la necrofilia. Vogliamo finalmente renderci conto che quelle montagne siamo noi?

[Matteo RighettoIl richiamo della montagna, Feltrinelli, 2025, pagg.80-81.)

La necessità di concepire e adottare un senso del limite come segno massimo di civiltà contro la gigantesca cafonata di pensare che di limiti non ce ne siano, in pratica.

Le montagne, anche le più ciclopiche le cui pareti sembrano innalzarsi all’infinito verso il cielo, prima o poi terminano sulle rispettive vette. Lassù è bello fermarsi e contemplare il mondo, sapendo che oltre non si può andare e che è giusto che sia così, è naturale. Anzi: dalla vetta bisogna ridiscendere, ritornare ben entro il limite da essa delineato dove si può vivere pienamente: il mondo è al di qua, non oltre.

Perché noi non sappiamo essere come le montagne e tanto meno pensare (Aldo Leopold docet) come le montagne?