Cosa vuol dire essere “ambientalista”? (Ospite speciale: Fabio Balocco)

Occupandomi di montagne e paesaggi mi occupo anche (nel mio piccolo e per quel poco che posso fare) di tutela dell’ambiente montano, ma non riesco a dirmi un «ambientalista». Nel senso che non penso di fare così tanto per meritarmi questo titolo e perché cosa sia, possa, debba essere un “ambientalista” me lo domando spesso senza trovare risposte così soddisfacenti. Credo che esserlo in senso veramente compiuto sia estremamente difficile, un percorso di costante impegno civico e politico (al netto di qualsiasi parte), di rigore morale, di estrema coerenza, una missione quasi “ascetica” non tanto perché debba contemplare la rinuncia agli agi contemporanei o alla tecnologia (anzi, questa oggi in molti casi aiuta tantissimo a ridurre la propria impronta ambientale) quanto nel carattere altamente ideale che l’essere ambientalista deve manifestare. Poi, ovviamente, chiunque può sentirsi tale nel modo che preferisce e ritiene può consono al proprio spirito, quotidianità e visione del mondo, non è certo una questione di graduatorie di merito: l’importante, dal mio punto di vista, è fare del bene al mondo in cui viviamo sapendo che significa fare del bene a se stessi.

Detto ciò, se dovessi pensare a una persona da poter definire in maniera compiuta e esemplare “ambientalista”, rapidamente il primo pensiero e la conseguente citazione sarebbe per Fabio Balocco, scrittore in campo ambientale e sociale, opinionista su “Il Fatto Quotidiano”, appassionato frequentatore di montagne. Ancor più dopo aver letto il suo più recente libro “Bianco, benestante, ambientalista”, un’opera il cui tema del quale ho scritto nelle prime righe viene dipanato, approfondito e meditato sulla base della notevole e emblematica esperienza personale dell’autore.

Una sorta di (passatemi la definizione) autobiografia estroversa in chiave ambientalista (Balocco invece indica il neologismo «biosaggio»), per quanto nelle narrazioni personali di Balocco molti si possano facilmente ritrovare, per consonanze di vita e di pensiero, o per come da esse si possano sviluppare innumerevoli considerazioni sul tema principale e sugli altrettanto innumerevoli sottotemi possibili.

Al fine di presentare al meglio un libro così particolare, nel quale veramente la barriera tra autore e lettore tende a rompersi di frequente se non a svanire, ne ho chiesto direttamente conto a Balocco. Ecco ciò che è scaturito dalla chiacchierata.

Ti faccio subito “la” domanda: cos’è oggi un “ambientalista”? Cosa di dovrebbe intendere con questo termine, e cosa invece ritieni che la cosiddetta “opinione pubblica” intenda?

Ambientalista è sicuramente chi si attiva in concreto per difendere l’ambiente, ed io l’ho fatto per circa trent’anni. Ma di ambientalisti ne esistono due ben distinte categorie: quelli di pancia e quelli di testa. Ossia: difendo l’ambiente perché mi sento di farne parte. Oppure: difendo l’ambiente perché l’ambiente serve a me uomo per vivere. La prima è una visione olistica, La seconda antropocentrica. Io mi sento di appartenere alla prima. Quanto all’opinione pubblica credo non faccia differenza fra le due categorie e in buona parte associ, come molti uomini politici, l’ambientalista al salotto: quello che disquisisce senza conoscere.

“Bianco, benestante, ambientalista” è un titolo tanto obiettivo quanto provocatorio; inizialmente, scrivi a pagina 10, il titolo doveva essere “Gli animali, le piante e qualche uomo”, di tono e senso apparente piuttosto diversi. Come mai lo hai cambiato?

L’ho cambiato perché ritenevo necessario sottolineare nel titolo il dramma in cui sono immerso (e che ritengo comune a molti che difendono l’ambiente): da buon borghese, vivendo in questa società, e posto che in tanti anni di battaglie non ne ho mai, dico mai, vinto una, alla resa dei conti non fa una grande differenza tra essere ambientalista e non esserlo. Quanto ho contribuito a migliorare il mondo? Zero.

[Foto di Chris LeBoutillier su Unsplash.]
Un’altra cosa che metti in chiaro fin dalle prime pagine ci accomuna, visto che da sempre la pratico anche io: scrivere “Natura” con la N maiuscola. Se si può discutere a lungo su cosa sia un ambientalista, ci ritroviamo palesemente a non aver capito bene, noi “Sapiens”, cosa sia la Natura, visto ciò che le cagioniamo. Come può essere?

Credo che solo l’uomo cacciatore e raccoglitore sia stato e sia (non dimentichiamoci che esiste ancora) in armonia con la Natura. Da quando è diventato stanziale, le cose sono cambiate parecchio e ancor di più con l’avvento della rivoluzione (o involuzione?) industriale: è iniziato il dominio e lo sfruttamento intensivo dell’ambiente naturale. Spesso perciò mi ritrovo ad affermare che siamo uno scherzo della Natura.

Nel corso della tua vita da attivista, di azioni e di pensieri, come hai visto cambiare la considerazione diffusa verso l’ambiente naturale e la sua tutela? E parimenti come trovi si sia sviluppato l’ambientalismo, dalla sua nascita (in fondo recente) a oggi?

Tocchi un punto molto dolente. A livello sociale e politico, per lo meno in Italia, la difesa dell’ambiente ha avuto un proprio apice negli anni Ottanta/Novanta. Era un periodo di relativo benessere (o presunto tale) e il tema ambientale era particolarmente sentito. Il legislatore ad esempio promulgò la legge quadro sulle aree protette. Anche le associazioni ambientaliste erano relativamente floride e facevano sentire la loro voce. Poi è iniziato il loro declino, complice un modo di operare obsoleto ma soprattutto a causa della disattenzione della gente (erano e sono altri i temi importanti secondo l’uomo della strada) e la conseguente “crisi delle vocazioni”. Oggi le associazioni vivono in un tunnel di cui non si vede l’uscita.

A pagina 32 apri il capitolo con una bella citazione di Peppino Impastato: «Se si insegnasse la bellezza alla gente, la si fornirebbe di un’arma contro la rassegnazione, la paura e l’omertà.» Paradossalmente, molto del senso che diamo al termine e all’idea di “bellezza” scaturisce dal paesaggio naturale e lo stesso concetto di paesaggio nasce dalla considerazione culturale della Natura, eppure ci impegniamo a fondo nel distruggere continuamente ciò che definiamo “bello” alla massima potenza. Che ne pensi?

Il concetto di bello è diverso da persona a persona. Io credo fermamente che l’isola di Manhattan fosse bella senza grattacieli, ma la stragrande maggioranza delle persone ritiene invece che sia magnifica così. Legambiente, ad esempio ha edito una guida turistica nei “parchi eolici” (notare anche la distorsione del termine “parco”). A me piace di più un crinale appenninico senza pale. Evidentemente a loro no, o è indifferente. Del resto, a questo proposito, non ti sarà sfuggita la nuova formulazione dell’art.9 della Costituzione. Introducendo il concetto di ambiente (che peraltro esisteva già nelle pronunce della Corte Costituzionale) e di interesse per le future generazioni, a tutta evidenza si sono volute promuovere le energie “verdi” a scapito del paesaggio. E quindi, a mio modo di vedere, della bellezza.

[Ambientalismo ante litteram su un numero della rivista del Touring Club Italiano del 1913. Fonte: https://it.wikipedia.org.]
Tornando all’essere (e al fare gli) ambientalisti oggi, un’altra cosa che metti subito in chiaro nel libro, fin dal risvolto della copertina, è l’antitesi, da bianchi e benestanti – occidentali, aggiungo per ulteriore chiarezza – quali (salvo rare eccezioni) siamo, tra l’avere cura per l’ambiente naturale e l’impronta del nostro stare in quell’ambiente e al mondo, inevitabilmente pesante. Si può cercare di riequilibrare questa evidente contraddizione di fatto, e se sì come?

Come detto, io vivo come drammatica la mia vita, meglio, il mio tenore di vita, che consuma l’ambiente, visto che ad esempio guido un’automobile e ho una dieta alimentare varia. Esattamente come chi ambientalista non è. Come giustamente afferma il filosofo statunitense Timothy Morton, noi viviamo immersi dentro degli iperoggetti, e non vediamo neppure esattamente i danni che, sia pure involontariamente, causiamo all’ambiente naturale. E ai nostri simili, certo.

Tu sei savonese di origine ma vivi da tempo in Val di Susa, dunque a stretto contatto con la questione TAV e tutto quanto l’ha determinata nel tempo fino a oggi – vi dedichi molte pagine nel libro. Posto che chiaramente la TAV è anche legata ai temi alla tutela ambientale del territorio coinvolto, quanto la tua esperienza da residente valsusino è entrata anche nelle riflessioni ambientaliste e le ha determinate, definite, magari cambiate?

Ho vissuto parecchi anni in Valle, ora vivo a Torino, ma continuo a seguire le problematiche connesse con la TAV. La TAV mi ha purtroppo fatto crescere nella conoscenza della nostra classe politica, di “sinistra” come di destra, tutta tesa a concepire e giustificare l’opera inutile per eccellenza, pur di favorire il solito partito delle costruzioni, quello che detta legge nel campo delle grandi opere come nell’urbanistica nel nostro paese. Nessuna proiezione di traffico giustificava l’opera un tempo né la giustifica oggi, ma tant’è si continua a bucare e a sconvolgere il territorio. La mia simpatia è tutta per i cosiddetti “antagonisti”, tra i quali io mi metto a pieno titolo. Del resto, come avvocato No TAV ero presente quando lo Stato con le sue forze di polizia fece irruzione nel sito della Maddalena a Chiomonte, con manganelli e lacrimogeni.

Invece, trovi che i temi della tutela ambientale e quella dei diritti sociali siano non solo in qualche modo legate – come peraltro è evidente su scala globale – ma forse persino dipendenti l’una dall’altra, magari anche nelle nostre realtà locali?

Ogni lotta per un ambiente integro, ogni lotta per i beni comuni – acqua, aria, suolo – è una lotta di vera civiltà e di non asservimento al potere economico. Questo è anche il vero progresso, che poi è l’esatto contrario dello sviluppo, oggi definito dal sistema “sostenibile”: un chiaro ossimoro. Ti dirò di più, occorre sfatare il mito negativo della sindrome di Nimby: è sacrosanto che una comunità locale lotti con tutte le sue forze per tutelare il proprio territorio.

[Una recente azione di Mountain Wilderness Italia contro le vie ferrate in montagna.]
A pagina 89, cercando di spiegarti la crisi ambientale, scrivi che «Forse la spiegazione più consona e che l’uomo ha dei limiti, come qualsiasi altra specie animale o vegetale. E non dovrebbe superare questi limiti. Se li supera commette hybrys, come dice la tragedia greca, e all’hybris segue inevitabilmente la punizione degli dei, che è in realtà la punizione della Natura stessa, che si trasforma da vittima in carnefice». Al tempo dei greci la credenza negli dei rappresentava un efficace metodo di rispetto dei limiti nelle cose umane; oggi invece il progresso tecnologico e, per certi versi, l’evoluzione “culturale” fa credere a noi stessi di essere degli dei, onnipotenti e intoccabili, e qualsiasi senso del limite (o quasi) se ne va a farsi benedire. Pensi – al netto del tuo pessimismo – che si possa uscire da una tale situazione oppure no?

Non sono pessimista, sono realista. Il che è peggio, nel senso che il pessimista comunque in fondo nutre un minimo di speranza. Io invece, proprio perché analizzo la realtà che ci circonda e vedo le cause del disastro, non ho speranze per il futuro. Infatti dico sempre che la speranza è degli sciocchi. Comunque, sì, è vero l’uomo odierno anche a causa della tecnologia e della mancanza assoluta di un qualsivoglia anelito religioso, crede di potersi permettere ogni cosa/nefandezza, anche di massacrare i propri simili, come i genocidi del recente passato e quelli che stiamo vivendo oggi dimostrano. Quando invece un’ipotetica salvezza risiederebbe in un sentimento panico, olistico. E non antropocentrico.

Per chiudere ti sottopongo una provocazione. Nell’epilogo al libro scrivi di non ritrovarti «nel mondo di oggi», di provare «un senso di straniamento come altri amici della mia epoca». E scrivi che il libro è la testimonianza di un’epoca che «sta portando la nostra specie all’estinzione». Posti i danni che l’umanità ha perpetrato alla Terra e alla Natura e dato che se pure l’uomo si estinguerà la Natura probabilmente gli sopravvivrà nonostante i danni subiti, il vero ambientalista, quello più coerente, che più ama la Terra e la Natura, è forse quello che in fondo ambisce a che l’estinzione del genere umano avvenga sicuramente e magari prima possibile?

Premesso che purtroppo è accertato che l’uomo sta causando la sesta estinzione di massa (“istruttivo” in proposito il saggio di Elizabeth Kolbert), un vero ambientalista, e cioè un ambientalista di pancia, non può che vedere la scomparsa dell’uomo come auspicabile ed ineluttabile, transitando peraltro prima all’interno di una fase di decrescita infelice a causa della depredazione inarrestabile delle risorse. Solo allora si avrà la resurrezione della Natura, che peraltro ha capacità di resilienza già oggi visibili per chi vuol vedere. Perciò prima avverrà la nostra scomparsa e meglio sarà per la Natura. Del resto, tendiamo a dimenticare che prima dell’homo sapiens altre specie umane in passato sono già scomparse ed erano decisamente molto meno invasive di questa.

Le piste da sci e gli impianti di Colere sono fuorilegge? Lo stabilirà la Procura di Bergamo

Ricorderete, forse, la vicenda del progettato collegamento tra i comprensori sciistici di Colere e Lizzola, sulle Prealpi bergamasche, uno degli interventi più devastanti e megalomaniaci degli ultimi anni che, appunto, non è al momento partito e anzi s’è impantanato in mille ovvi problemi – anche grazie all’attivismo del Comitato “Terre Alt(r)e” che da subito ha cercato di mettere pubblicamente in evidenza quei tanti problemi. Ne ho scritto spesso anche io della vicenda, qui trovate molti dei relativi articoli.

Nel frattempo sul versante di Colere, la cui società di gestione degli impianti è la capofila del progetto di collegamento con Lizzola, sono stati fatti molti lavori su piste da discesa, impianti, infrastrutture ovvero – per dirla in altro modo pure più obiettivo – molti danni al territorio montano coinvolto.

Per questo sabato 8 agosto scorso Legambiente, con l’assistenza dell’Avvocato Laura Testa, esperta di diritto amministrativo e ambientale, ha depositato un esposto alla Procura di Bergamo (vedi qui) per fare chiarezza su alcuni interventi realizzati nell’area negli ultimi mesi, dopo che le segnalazioni inviate un anno fa al Parco delle Orobie Bergamasche, ai carabinieri forestali e ai Comuni di Colere e Vilminore di Scalve non avrebbero mai ricevuto risposta; qui trovate il comunicato stampa al riguardo dell’associazione. A destare le maggiori preoccupazioni è la zona del geosito “Mare in Burrasca”, un sito carsico considerato tra i più pregiati della Lombardia, variamente devastato da nuove strade, spianamenti delle piste, scavi per impianti di servizio al comprensorio, in barba a numerose prescrizioni ambientali, senza le autorizzazioni previste dalla legge e in assenza di controlli da parte degli organi preposti, nel silenzio (assenso?) del Parco delle Orobie Bergamasche nel cui territorio ambientalmente tutelato ricade il comprensorio di Colere. Infine, anche il nuovo albergo di lusso realizzato (ristrutturando un preesistente stabile) nel mezzo delle piste a 1600 metri di quota presenterebbe criticità nella gestione dei rifiuti di cantiere e presunti problemi nell’impianto di trattamento dei reflui. Tombola!

E, ribadisco, la società di gestione del comprensorio sciistico di Colere è quella che vorrebbe realizzare il collegamento con Lizzola. Immaginatevi il disastro assoluto che ne scaturirebbe.

Tutto ciò ha reso l’esposto di Legambiente sostanzialmente inevitabile. Ma, forse, ancora più tale lo rendono le immagini dei lavori nel comprensorio che vedete sopra e sotto, tratte dalla documentazione che ha fatto da base all’esposto (e ringrazio molto i suoi estensori per avermi concesso di pubblicarle). Ecco: tali immagini – di un versante montano tra i 1600 e i 2200 metri di quota dalle peculiarità geologiche, naturalistiche e ambientali più uniche che rare così devastato e degradato – credo valgano molto più di qualsiasi pur articolato commento scritto.

Chiudo con le parole di Elena Ferrario, presidente di Legambiente Bergamo che, insieme a OrobieVive, fa da “motore” principale al Comitato che contrasta i lavori tra Colere e Lizzola, la quale ha così commentato la presentazione dell’esposto in procura: «Colere è un territorio molto fragile, soggetto a una pressione che non sembra valorizzare i suoi contenuti naturalistici e paesaggistici. Sono questi ultimi a costituire la garanzia di una sua attrattività a lungo termine, garantendo riparo dagli effetti della crisi climatica. L’esposto alla Procura serve a rimettere al centro la specificità del territorio, sperando che le attività imprenditoriali orientino diversamente le loro energie.»

Un altro paradosso turistico a Madesimo, che avrà una nuova funivia ma intanto la scuola se ne va via

Un altro recente caso emblematico dei tanti paradossi della montagna turistificata contemporanea è quello di Madesimo, celebre località sciistica e di villeggiatura (come si diceva una volta) della Valle Spluga, in provincia di Sondrio.

Madesimo, che oggi conta una popolazione di 506 abitanti e ha il reddito medio pro capite più elevato della Provincia di Sondrio, è dotata di un comprensorio sciistico rinomato, in assoluto il più vicino delle Alpi lombarde a Milano, con 10 impianti di età media pari a 25 anni circa e 36 chilometri di piste per il 90% innevate artificialmente. Un comprensorio che nel 2027/2028 (salvo ritardi: già qualcuno parla di 2029) annovererà una nuova funivia per raggiungere la Val di Lei, la zona sciistica con le piste più belle che sarà contestualmente dotata anche di una nuova seggiovia, per un investimento complessivo di oltre 40 milioni di Euro dei quali 16,5 milioni saranno finanziati da Regione Lombardia.

[Madesimo in inverno. Foto tratta da www.tripadvisor.it.]
Insomma, si direbbe che Madesimo viva una situazione felice, grazie al turismo che alimenta l’economia locale. Invece no, non è esattamente così, perché pur a fronte di quanto appena rimarcato, la realtà attuale del luogo è contrassegnata da numerose criticità.

Innanzi tutto a livello demografico: da tempo Madesimo perde abitanti in misura tendenziale sugli ultimi venticinque anni e non solo per il saldo naturale (quello tra nascite e decessi) negativo, ma anche perché molti lasciano la località e se ne vanno altrove.

Come si evince dal grafico soprastante, quelli che hanno lasciato Madesimo cancellandosi dall’anagrafe comunale per andare altrove, indicati dalla linea con i pallini rossi, sono stati spesso più di quelli che invece ci si sono iscritti fissando la propria residenza in loco. Detto in altro modo, il luogo non sa attirare nuovi abitanti e al contempo non riesce a trattenere quelli che ha.

Non solo: la comunità di madesimini stanziali, in quanto a struttura demografica, non è messa affatto bene. La popolazione è molto vecchia, contando ben 347,6 anziani ogni 100 giovani, così come lo è quella che lavora ancora, con un rapporto percentuale tra gli abitanti in età lavorativa più anziana (40-64 anni) e in quella più giovane (15-39 anni) di 184,8: indici spesso più che raddoppiati negli ultimi vent’anni, addirittura quasi triplicato per quello di vecchiaia. Inevitabilmente ne risente l’indice di natalità: nel 2024 è risultato pari a 3,9 x 1.000 abitanti, dunque soli 1,9 figli/anno per la comunità residente:

Le conseguenze di tale situazione sono state le solite riscontrabili per le montagne italiane, in fondo senza troppe differenze tra quelle “ricche” e quelle povere: in soli tre anni Madesimo ha perso la scuola materna, chiusa nel 2023, l’ambulatorio pediatrico nel 2024 e ora le scuole elementari, tutti servizi di base fondamentali – inutile rimarcarlo – per gli abitanti della comunità e per chi volesse farne parte. Senza poi contare la chiusura consequenziale di molti negozi di vicinato del paese e di altri esercizi e servizi prima a disposizione dei residenti, così alimentando un’involuzione demografica e sociale costante e all’apparenza irrefrenabile.

Dunque, nonostante la fama turistica, il marketing che l’alimenta, gli investimenti nelle infrastrutture del comprensorio sciistico, i finanziamenti pubblici al riguardo, anche a Madesimo l’industria turistica sembra non stia apportando alcun vantaggio alla comunità locale, anzi, verrebbe da supporre che in certi casi rappresenti una causa del suo costante deperimento.

Qualcuno potrebbe obiettare che senza lo sci e il turismo le cose sarebbero andate anche peggio. Potrebbe essere, ma siccome la storia non la si costruisce con i «se» e i «ma», per lo stesso principio logico si potrebbe di contro denotare che con uno sviluppo socioeconomico territoriale molto più organico e articolato forse le cose sarebbero andate meglio. Insomma, è un’obiezione che non tiene; d’altro canto, per buon senso, logica e attinenza oggettiva al contesto locale, è bene ragionare sulla realtà effettiva delle cose e sui dati concreti che la certificano, non su opinioni o ipotesi poco o tanto fondate.

[La vecchia funivia per il Pizzo Groppera e la Val di Lei, realizzata nel 1964 e giunta a fine vita tecnica.]
Quindi, a Madesimo ben venga la nuova funivia, che però – inevitabile supporlo – potrà salvare i bilanci della società che gestisce il comprensorio sciistico ma molto meno il paese, la sua comunità, la qualità di vita degli abitanti, la socialità che lo tiene realmente vivo ben più che i parcheggi pieni e gli skipass venduti.

Piacere, «odiatore dello sci»!

[Immagine generata con Google Gemini AI.]
Qualche tempo fa, a commento di uno dei miei articoli di analisi critica dell’industria dello sci contemporanea, un tale ha scritto che sono un «odiatore dello sci». Una definizione che mi ha fatto veramente molto ridere, innanzi tutto perché non capisco cosa voglia realmente dire (no, non mi apposto lungo le piste da sci gettando grossi rami tra le gambe degli sciatori per farli cadere e non infilo frammenti di ferro nelle carrucole delle seggiovie per bloccarne il moto!) eppoi per come risulti infondata ancor più di quanto la sua origine strumentale farebbe credere: chi l’ha proferita non sapeva cos’altro dire per ribattere alle mie considerazioni (e tanto meno conosce la mia storia sciistica) e dunque ha provato a chiudere la questione così, e amen.

Ovviamente chi la pensa in questo modo non vuole concepire che, invece, la critica allo sci attuale che elaboro nasce dalla mia grande passione per esso. Così come, se da parte mia nessun odio per niente e nessuno potrei mai sensatamente formulare, quello/quelli non capiscono che, per cosa è diventato oggi, è proprio lo sci ovvero cioè chi lo gestisce a manifestare, in tutta apparenza, una sorta di articolato “disprezzo” per le montagne, che in certi casi potrebbe pure essere sembrare, con tutti i distinguo e le attenuanti del caso, “odio”. Montagne che pretende di sfruttare oltre ogni limite, di (s)vendere per tentare di preservare i propri affari, di banalizzarne il paesaggio e l’anima (come fanno le orribili strisce di neve artificiale nei prati quando la neve naturale manca, ad esempio), verso la cui realtà ambientale, climatica, sociale, culturale non mostra alcuna sensibilità. Posso comprendere che lo sci provi a salvarsi in una situazione sempre meno favorevole, sia in forza dei cambiamenti climatici e sia per la congiuntura economica attuale, e capisco che la sua economia, ancora oggi importante per i territori montani che coinvolge, sia in certi casi (non in tutti) da salvaguardare. Ma tutto va (andrebbe) fatto ciò con logica, buon senso, attinenza alla realtà delle cose e consonanza ai territori e alle loro specificità. Con il più sensato equilibrio, insomma, rispetto alle montagne sulle quali si scia.

Altrimenti, con il passare del tempo, l’attività sciistica protratta in circostanze e condizioni climatiche, ambientali, ecologiche, socioeconomiche, culturali sempre meno adatte, solo perché non si vuole prendere consapevolezza di come stanno realmente le cose e, di conseguenza, non si ammette alcun limite ad essa anche quando il superamento di qualsiasi limite è ormai palese, diventa ogni anno di più una forzatura, un’imposizione, una prepotenza basata soltanto su una presunta forza economica, una prevaricazione bella e buona sulle montagne interessate. Una cattiveria verso di esse, si può dire, cioè qualcosa che assomiglia in vari modi a un “odio”, appunto.

[Immagine generata con Google Gemini AI.]
Lo sci, per quanto mi riguarda, potrebbe andare avanti senza alcun problema ancora per molto tempo, dove trovasse le condizioni (climatiche e non solo) per farlo e se dimostrasse una coerenza completa e compiuta con le montagne sulle quali opera, diventandone uno strumento reale e concreto di sviluppo e progresso, non di sfruttamento e decadenza come lo è stato nei decenni scorsi in un mondo che, lo sappiamo bene tutti, per vari motivi non esiste più. Dunque, pretendere che esista e resista qualcosa che si giustifica tramite i modelli superati di un mondo passato nel mondo attuale ormai profondamente cambiato, rifiutando di adattarsi alla realtà attuale delle cose e di farsi ben più organico con ciò che le montagne sanno offrire con ben maggiore contestualizzazione al presente e al futuro – dal turismo ecosostenibile alle economie circolari locali, ai servizi alla comunità residente, alla cura attiva e passiva dei territori, alla salvaguardia di ambienti e paesaggi – a me pare, in base alla più ordinaria coscienza civica e morale, una gran prepotenza verso le montagne. Per giunta sovente sostenuta con denaro pubblico da una politica incompetente e meschina, dunque con un doppio danno alla collettività alla quale appartiene il patrimonio naturale delle montagne sfruttato dalle società, private, che gestiscono lo sci.

Quindi, per ribadire: chi è che veramente “odia” cosa?

Il sacrificio di un (altro) lago alpino naturale agli affarismi dell’industria dello sci?

Leggo su “AostaNews” che il comprensorio Monterosa Ski sta potenziando l’impianto di innevamento artificiale delle stazioni di Gressoney-Saint-Jean ed Estoul: quasi cinque chilometri di nuove tubazioni e 70 generatori di neve, con l’acqua necessaria che sarà captata dal lago Litteran (o Literan), un bacino naturale posto a 2.228 metri di quota in Val d’Ayas, ai piedi del Monte Bieteron nel comune di Brusson.

Innanzi tutto, io proibirei per legge la captazione di acqua per l’innevamento artificiale dai bacini naturali, ancor più se in alta quota, cosa che mi pare un vero e proprio delitto ambientale, ecologico e paesaggistico. Posto ciò, leggo nella notizia citata che «L’impianto potrà contare su una portata complessiva di 600 metri cubi d’acqua all’ora, con una capacità di trasformare in neve i circa 62.000 metri cubi d’acqua necessari all’apertura dell’intero comprensorio in circa 100 ore di produzione.»

Bene, facciamo due semplici calcoli. Il lago Litteran, dal quale l’acqua verrà captata, ha una superficie di circa 10.100 m2: i bacini alpini di questa estensione (circa 1 ettaro) situati in conche di escavazione glaciale, in base alla morfologia tipica dei piccoli bacini alpini di origine glaciale a queste altitudini, presentano solitamente una profondità media che oscilla tra i 3 e i 6 metri. Stiamo larghi: considerando i 6 metri di profondità media, si ottiene per il Litteran un volume d’acqua massimo stimato di circa 60.600 m³, dato leggermente variabile (più in difetto che in eccesso) in base agli andamenti nivo-idrologici stagionali ma sicuramente verosimile.

[Foto di Maurizio Vallenari, tratta da www.outdooractive.com.]
Dunque, tirando le somme: si vuole alimentare un impianto di innevamento artificiale che consuma 62.000 metri cubi di acqua con un lago naturale che può contenere al massimo poco più di 60.000 metri cubi d’acqua.

Ecco.

Lascio a voi ogni commento al riguardo.

Nel frattempo, prepariamoci a dare l’addio ad un altro lago naturale alpino sacrificato alle vili pretese del business dell’industria dello sci.

N.B.: le immagini dei lavori sono tratte dalla pagina Facebook “Varasc.it” che fornisce altre informazioni significative, e inquietanti, sui lavori in corso.