L’Alute di Bormio è salva e non sarà più devastata. Forse questa è la volta buona?

La piana dell’Alute di Bormio, uno dei luoghi più importanti di tutta l’alta Valtellina, ultima grande area rurale della conca bormina e dimora d’elezione come poche altre del suo Genius Loci, forse è salva e non sarà devastata dalla nuova grande strada a mero uso turistico – la cosiddetta “Tangezialina” – che vi era stata progettata.

Almeno questo è ciò che si deduce dagli articoli di stampa (qui ad esempio) che dal pomeriggio di lunedì scorso, 12 ottobre, riferiscono sul risultato del confronto istituzionale tra Regione Lombardia, Provincia di Sondrio e amministrazioni comunali dell’Alta Valtellina presentato a Palazzo Lombardia, a Milano, per il quale la “Tangenzialina” non è più considerata un’opera “prioritaria” (faceva parte anche delle infrastrutture olimpiche, peraltro), e i fondi ad essa riservati verranno dirottati su un altro progetto viabilistico in zona. In realtà, il progetto della “Tangenzialina” rimarrà nella disponibilità del Comune di Bormio, ma privo della necessaria copertura finanziaria: spetterà quindi all’amministrazione locale, attuale o futura, decidere se considerare ancora prioritaria l’opera e cercare eventuali nuove risorse per realizzarla.

Ecco, queste ultime osservazioni motivano il «forse è salva» che ho scritto poc’anzi. Il Sindaco di Bormio ha affermato che «Dal punto di vista di questa amministrazione, sicuramente il progetto va nel cassetto», non che sarà gettato nel cestino o altro di totalmente rassicurante. Ricordo bene che pure nell’agosto 2023 sembrava che la “Tangenzialina” fosse stata fermata, e ne scrissi qui sul blog esprimendo qualche dubbio al riguardo: infatti di lì a poco l’iter del progetto ripartì. Purtroppo in un paese come l’Italia nel quale da sempre «la situazione politica è grave ma non seria», come disse Ennio Flaiano, bisogna sempre andarci con i piedi di piombo.

In ogni caso, prendendo per effettivo e attendibile quanto hanno riferito gli organi d’informazione, è senza alcun dubbio una bellissima notizia. La vicenda dell’Alute con il tempo si è palesata come una delle più emblematiche nelle Alpi in tema di sfruttamento eccessivo e scriteriato del territorio montano da un lato, e di salvaguardia non solo e non tanto ambientale ma ancor più paesaggistica culturale, sociale, antropologica del luogo. Non c’è in gioco solo una porzione di terreno da secoli ad uso agricolo e tra le poche non ancora urbanizzate della zona, ma l’anima del territorio, della sua comunità e l’identità culturale dell’intera conca bormina, dunque anche dei suoi abitanti, il senso del contesto, la coscienza di luogo. In un territorio già ampiamente antropizzato e turistificato come quello di Bormio, dare in pasto anche l’Alute alla speculazione urbanistica e chissà poi a cos’altro (fatta la strada con tanto di urbanizzazioni, credete che in breve tempo altre lottizzazioni di varia natura non sarebbero seguite, cementificando in breve tempo l’intera piana?) significherebbe la morte culturale del luogo. Un’ipotesi che cadrebbe come un macigno distruttivo sulla comunità locale e sul suo futuro: qualcosa di totalmente inammissibile, visti anche i notevoli problemi demografici che già Bormio presenta da tempo.

[In alto, una veduta recente della piana dell’Alute, in basso in un dipinto di Luigi Bracchi (1892–1978) intitolato “Campi di segale nella piana di Bormio” (di proprietà di Crédit Agricole Italia). Come vedete, l’Alute non è cambiata molto da com’era un tempo a differenza della gran parte della conca di Bormio d’intorno, ampiamente edificata, urbanizzata e turistificata.]
Dunque, posto questo stato delle cose, voglio rimarcare alcune considerazioni secondo me importanti:

  1. Va dato grandissimo e riconoscente merito ai cittadini che, riunitisi dal 2022 nel Comitato Promotore Referendario a Tutela dell’Alute e nel gruppo “Bormini per l’Alute”, hanno lottato strenuamente lungo tutti questi anni per difendere la piana e sensibilizzare in ogni modo possibile chiunque, dai concittadini ai villeggianti e ai turisti occasionali, sull’importanza della sua salvaguardia (e posso dire di aver avuto, nel mio piccolo, il privilegio di partecipare a questa “lotta”). Il loro è un esempio di fondamentale importanza sia dal punto di vista civico-politico e sia da quello culturale, di consapevolezza, responsabilità, attenzione e cura verso il proprio territorio, non tanto contro la “Tangenzialina” ma a favore dell’Alute e di tutto ciò che rappresenta per Bormio e la sua comunità. Un esempio illuminante al quale ispirarsi in altri luoghi delle nostre montagne che vivono circostanze e “assalti” simili. Chapeau!
  2. Va anche dato atto e merito all’amministrazione comunale di aver cambiato idea e propositi circa il progetto e, pur tra i notevoli contrasti sorti in questi anni con parte della comunità locale, che hanno generato numerose tensioni, di aver compreso l’eccessiva e inaccettabile (per un contesto come quello di Bormio) criticità della “Tangenzialina”. Mi auguro che ciò sia stato compreso non solo in senso di convenienza politica del momento ma, soprattutto, in ottica socio-culturale a lungo termine. In altre parole, non come un “risultato” conseguito da qualcuno ma come un bene fatto al territorio, alla sua comunità e alla storia che da oggi al futuro ne caratterizzerà la realtà in esso.
  3. Poste le prime due considerazioni, è indispensabile che – come proposto già da altri – il progetto della “Tangenzialina” dell’Alute venga stralciato dal Piano Regionale dei Trasporti che a breve verrà discusso in Regione. Solo quest’atto, che pur non garantirà totalmente la chiusura definitiva del progetto (invariabilmente «di doman non c’è certezza», nel bene e nel male) può cancellare quel «forse» sulla salvezza effettiva dell’Alute.
  4. Ultima (ma non ultima) considerazione, che si lega a quanto ho accennato poco fa: in una comunità di montagna come quella di Bormio, relativamente piccola e caratterizzata da non poche criticità (alle quali purtroppo i recenti Giochi Olimpici di Milano-Cortina ne hanno aggiunte altre), sarebbe buona cosa una riconciliazione tra i vari soggetti, amministrativi e della società civile, che si sono ritrovati a dibattere in maniera più o meno concitata sulla questione. Se troppe volte alle comunità di montagna non viene riservata e garantita da parte delle istituzioni un’autentica e adeguata interlocuzione, mortificando di conseguenza la loro rappresentatività politica, è d’altro canto vero che la prima e più importante interlocuzione è quella che deve essere elaborata dentro le comunità nel modo più inclusivo, organico e articolato possibile. Mai come in montagna il paesaggio è la comunità che lo abita e viceversa: ogni cosa che vi viene realizzata è come se venisse fatta sugli La “Tangenzialina” dell’Alute, se compiuta, avrebbe rappresentato uno sfregio alla piana e al paesaggio bormino tanto quanto all’anima della sua comunità. Mi auguro dunque che, oltre alla suddetta e piena riconciliazione, la vicenda dell’Alute diventi pure uno strumento di accrescimento della consapevolezza e della relazione culturale che i bormini devono e dovranno sempre avere nei confronti delle loro montagne.

Questo è quanto. Spero di tutto cuore che l’Alute sia veramente salva e che chiunque riacquisisca – se già non l’abbia fatto – la piena consapevolezza del suo inestimabile valore. Che è nel patrimonio di Bormio, dell’alta Valtellina e delle comunità locali ma, per molti versi, è pure un patrimonio dell’intera montagna italiana e di noi tutti.

P.S.: trovate qui tutti gli articoli che in questi anni ho dedicato alla vicenda dell’Alute. Invece qui trovate il comunicato stampa del Centro Culturale “Oltre i Muri” di Sondrio, uno dei soggetti che più si è battuto in difesa dell’Alute e a supporto dei comitati bormini, che chiarisce nel dettaglio alcuni aspetti importanti e significativi della vicenda.

A proposito del “Parco Tartasì” di Talamona, in Valtellina

Vi propongo di seguito il testo completo dell’articolo pubblicato su “SondrioToday” giovedì 3 febbraio scorso con le mie riflessioni in merito al progetto turistico del “Parco Tartasì” di Talamona (Valtellina, provincia di Sondrio), iniziativa certamente interessante e potenzialmente valida ma che al momento presenta alcune criticità culturali che rischiano di inficiarne il valore e gli obiettivi che i sostenitori del progetto si pongono. Sono riflessioni che, al solito, non vogliono essere meramente polemiche ma capaci, mi auguro, di contribuire al necessario dibattito, il più possibile condiviso, in merito alla realizzazione di infrastrutture turistiche in ambienti pregiati e delicati come quelli montani. Grazie a chiunque vi dedicherà anche qui attenzione e considerazione.

Leggendo quanto prospetterebbe il progetto del nuovo “Parco Tartasì” di Talamona (Valtellina, provincia di Sondrio) per come i media di informazione ne hanno riferito (qui un articolo al riguardo), non si può che esprimere consensi. Un intervento che mira a mettere in sicurezza e riqualificare «Un’ampia porzione di territorio, 220 ettari in totale, posta all’ingresso della Valtellina» ovvero quella del conoide del torrente Tartano, tra lo sbocco della valle omonima e la confluenza nell’Adda, per poi creare «un parco a tema, fortemente identitario, che racconta il territorio in tutti i suoi aspetti, proponendo divertimento a impatto zero, attività ludiche e didattiche, di giorno e di notte. Gli obiettivi principali sono sette: creare attrattività territoriale tutelando gli aspetti naturalistici, incrementare i flussi turistici; aumentare la permanenza dei turisti; destagionalizzare; riqualificare; promuovere l’ospitalità dei residenti; far conoscere storie e tradizioni». Insomma, sulla base di tali premesse, se un progetto del genere venisse realizzato con criterio, ne risulterebbe qualcosa di certamente interessante.

Peccato però che anche un tale progetto così ben promettente non riesca a cadere in certi “stereotipi” che così spesso contraddistinguono l’infrastrutturazione turistica contemporanea dei territori ad alto valore culturale e ambientale come quelli montani – e se anche Talamona è situata a 300 m scarsi di quota, risulta evidente che il suo territorio abbia caratteristiche di fondovalle montano prettamente alpine. Stereotipi che inficiano non poco la validità del progetto e ne mettono palesemente in discussione i principi cardine sui quali si baserebbe.

Poste tali ineluttabili premesse, chiedo: ma quando nel progetto si prospetta «Un turismo slow in cui sono le esperienze vissute a fissare il ricordo e a generare consenso» e poi si pensa a «spettacoli di luci, illuminazione artistica e schermi ad acqua che proiettano immagini di animali», quale memoria esperienziale vissuta viene generata da una fonte virtualizzata e dunque sostanzialmente distaccata, se non forzatamente alienata, dalla realtà concreta di ciò che si propone e, inevitabilmente, anche dalla cultura che vi sta alla base? Come può un progetto del genere essere «fortemente identitario» se non offre che riproduzioni preconfezionate oltre che smaterializzate di tutti quegli elementi che identitari lo sono, senza dubbio, ma solo se relazionati al loro contesto naturale e autentico, non a un palcoscenico turistico dagli scopi ludico-ricreativi pur ben concepito?

Il principio di fondo mi sembra per certi versi quello di certe esposizioni artistiche interattive e/o multimediali nelle quali non vi sono materialmente le opere d’arte ma queste vengono virtualizzate e proposte in modi “immersivi” (termine molto in voga, se ci fate caso) che di primo acchito sembrano effettivamente suggestivi ma nella sostanza mediano e alienano la fruizione reale dell’opera d’arte attraverso modalità create innanzi tutto per stupire, divertire e svagare più che per insegnare l’arte e educare al suo godimento consapevole e adeguatamente approfondito. Sono esposizioni multimediali mirate su un target di pubblico parecchio generalista che inevitabilmente vengono criticate da chi di educazione e cura artistica si occupa abitualmente. Ma se nel principio si può anche ammettere che, quando molte persone non possano facilmente andare a visitare il Van Gogh Museum di Amsterdam o il Moma di New York (due siti museali esteri a caso), siano evidentemente interessate a poter comunque godere dei capolavori là esposti in modi alternativi, più o meno interattivi e multimediali, che cerchino di “risolvere” la lontananza e la mancanza materiale delle opere d’arte, di contro chiunque può recarsi sui monti sopra Talamona (e sulle nostre montagne in genere) per vedere e vivere realmente quella natura che nel parco si vuole meramente riprodurre e imitare peraltro in modi, ribadisco, potenzialmente disorientanti seppur proposti in buona fede. E allora perché non farlo, perché pensare di imitare una natura che si ha a disposizione con qualche mezz’ora di cammino a piedi (o anche senza un tale sforzo) la cui frequentazione genera un’autentica esperienza e un consenso nei confronti della sua specificità ambientale e della cultura identitaria che vi è conservata e vi scaturisce? Perché tra le montagne bisogna “imitare” le montagne e smaterializzarne le realtà peculiari piuttosto di salirci sopra, magari in modo strutturato ovvero con un progetto di frequentazione turistica di matrice culturale che porti economia (insieme a ecologia) in alto invece che mantenerla in basso? Ovvero, per giunta, rivitalizzando la relazione, questa sì profondamente identitaria in senso storico tanto quanto in prospettiva futura, tra il fondovalle e le sue terre alte (a Talamona e altrove, ribadisco), così che l’intero territorio possa generare un dinamismo equilibrato ai fini di uno sviluppo completo e compiuto?

Ecco, queste sono solo alcune delle domande che viene spontaneo porsi se si riflette sulle potenzialità culturali concrete che un progetto come quello del “Parco Tartasì” deve necessariamente perseguire, ottenere e offrire ai propri frequentatori, per non rischiare di diventare l’ennesimo “parco giochi” alpino che, in fin dei conti, le montagne che vorrebbe valorizzare rischierebbe invece di banalizzarle e deprimerne la valenza, nonché di allontanarvi i potenziali frequentatori che ambiscono – pur nelle variegate e a volte superficiali modalità contemporanee – a godere della bellezza naturale e del benessere della montagna.

Infine, non posso non denotare un ultimo dubbio, riguardo il progetto di Talamona: ma se il conoide del Tartano «è anche una zona di elevato valore paesaggistico e ambientale che necessita di tutela per la salvaguardia della biodiversità» nonché, a ben vedere, una delle rare zone di rinaturalizzazione spontanea che si possono riscontrare in un territorio altrimenti altamente antropizzato e territorializzato come quello del fondovalle valtellinese, non è forse che stiamo tutti sbagliando e che in verità il migliore, più autentico e più logico progetto di tutela della zona del conoide del Tartano sia quello di non toccarlo affatto, istituendovi invece un’area di tutela ambientale il più possibile integrale, al netto delle necessarie salvaguardie idrogeologiche che le caratteristiche del luogo impone, e semmai pensando a un’altra sede meno ecologicamente “sensibile” per il “Parco Tartasì”?

Chissà, forse è solo una mera suggestione, questa mia. Ma il dubbio al momento resta.

Oggi, su “SondrioToday”

Ringrazio di cuore la redazione di “SondrioToday” per aver ripreso e pubblicato, oggi, le mie riflessioni in merito al progetto turistico del “Parco Tartasì” di Talamona (Valtellina, provincia di Sondrio), iniziativa certamente interessante e potenzialmente valida ma che al momento presenta alcune criticità culturali che rischiano di inficiarne il valore e gli obiettivi che i sostenitori del progetto si pongono.

Sono riflessioni che, al solito, non vogliono essere meramente polemiche ma capaci, mi auguro, di contribuire al necessario dibattito, il più possibile condiviso, in merito alla realizzazione di infrastrutture turistiche in ambienti pregiati e delicati come quelli montani, affinché nel tempo risultino iniziative veramente virtuose e pienamente proficue non solo per chi le voglia frequentare ma per l’intero territorio nel quale si vogliono realizzare.

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