Viva l’I…rlanda!

Sto constatando che molte delle bandiere italiane esposte ai balconi di altrettante case nel momento del lock down dovuto alla diffusione del coronavirus e del relativo moto mediatico (o mediatizzato) di solidarietà nazionale – quello da cui sono scaturiti certi slogan tanto suggestivi quanto illusori se non, per molti aspetti, fuorvianti – ormai da mesi piazzate (dimenticate?), quelle bandiere dell’Italia, in balìa degli elementi atmosferici e del clima e per questo subenti un certo evidente deterioramento cromatico, sono diventate delle bandiere d’Irlanda, in pratica. E, in effetti, la diffusione del Covid-19 lassù ha determinato meno problemi di quaggiù (più casi per milione di abitanti ma incidenza di morti molto minore, meno della metà rispetto all’Italia).

Chissà se di contro in quelle case italiane, nel frattempo e per coerenza vessillologica i fiaschi di Barbera e di Chianti saranno stati sostituiti da bottiglie di Guinness e di Jameson… mah!

Chiedilo a lui

Cliccateci sopra. sì. E, d’altronde,

È assai sorprendente che le ricchezze degli uomini di Chiesa si siano originate dai princìpi di povertà.

(Charles de Montesquieu, I miei pensieri, 1716-55.)

Sostenere la cultura. Altrove, però!

Passata (si spera definitivamente) la fase più critica dell’emergenza coronavirus, e constatati i notevoli problemi da essa generati in molti ambiti tra cui uno di quelli più fondamentali per l’intera società, ovvero il comprato culturale, ecco che in Europa si cerca di far fronte a tali difficoltà e sostenere un così importante elemento civico e sociale per qualsiasi società avanzata.

In Germania è stato varato il Neustart Kultur, un maxi-programma da oltre 1 miliardo di euro a sostegno dei lavoratori del settore artistico e culturale e dell’intera infrastruttura che produce cultura creativa.

In Gran Bretagna un piano di simile entità finanziaria andrà a supportare l’intera industria culturale con sostanziosi aiuti in forma di prestiti, sovvenzioni, sostegni diretti, investimenti in progetti materiali e immateriali.

La Francia ha varato a sua volta un programma straordinario di sostegno alla cultura, articolato al punto da segna il ritorno in forza dello Stato nella promozione e nel potenziamento dell’educazione artistica e culturale.

In Italia invece… be’, ecco… ehm… ah sì, è ripartito il campionato di calcio, finalmente! Evviva! Così, anche se i teatri o le librerie non riescono a riaprire, oppure chiudono proprio, possiamo vedere la partita in TV! Bello, no?

Il “Covid” delle librerie

[Foto di Phil Hearing da Unsplash]
Come c’era da aspettarsi, purtroppo, leggo (ad esempio qui) che dopo l’emergenza coronavirus le librerie italiane sono ancora più in difficoltà di prima. Riporta l’articolo dell’Agi sopra linkato che «oltre il 90% ha segnalato un peggioramento dell’andamento economico della propria attività e oltre l’84% è in difficoltà nel riuscire a fare fronte al proprio fabbisogno finanziario (pagare i propri dipendenti, saldare bollette e affitti, sostenere gli oneri contributivi e fiscali.». Più avanti l’articolo evidenzia altre due criticità – alquanto irritanti, dal mio punto di vista – ovvero che sono «in difficoltà le librerie indipendenti in merito all’assortimento dei libri: il 62,8% non riesce a mettere a disposizione dei consumatori un assortimento aggiornato» e che «le librerie che soffrono di più a causa della concorrenza dell’e-commerce lamentano in prevalenza l’assenza di regolamentazione del mercato e della concorrenza». Sono cose irritanti perché, riguardo la prima, conseguenza di un mercato conformato oligopolisticamente a favore delle grandi catene e dei grandi numeri, con inevitabile detrimento della qualità dei titoli presenti in libreria nonché, riguardo la seconda, del menefreghismo della politica italiana nei confronti del settore (derivazione diretta dello stesso atteggiamento negligente verso tutta la cultura), peraltro per certi versi funzionale agli interessi industriali dei grandi gruppi.

Ma, certamente, il problema all’origine (assai irritante a sua volta, oltre che desolatamente cronico e culturalmente devastante) resta sempre quello: l’Italia è un paese in cui si legge pochissimo e nel quale l’ignoranza viene funzionalmente coltivata anche in questi modi, lasciando le librerie (ovvero il libro quale oggetto e la lettura quale pratica culturali) privi di supporto politico. Peccato che, così facendo, viene pure lasciato l’intero paese privo di futuro. Ma è evidente che alla politica recente e contemporanea questa realtà non interessa affatto.

Per quanto mi riguarda, la mia parte – se posso “vantarmene” – l’ho fatta, con una trentina di nuovi libri acquistati negli ultimi giorni, dei quali solo un paio on line e soltanto perché di difficile reperibilità sul mercato ordinario. E ovviamente non li ho mica finiti, gli acquisti librari post Covid.
Me ne vanto molto, sì, e mi auguro di tutto cuore che pure voi che state leggendo siate ugualmente molto vanitosi, al riguardo. Ecco.

Minneapolis, America

[Immagine tratta da Agi.it, cliccateci sopra per leggere l’articolo da cui è tratta.]
Riguardo i fatti di Minneapolis, leggo molti che da posizioni più o meno autorevoli, prevedibilmente, mettono in capo all’attuale Presidente degli USA la maggior colpa dell’accaduto. Se ciò è comprensibile e per certi aspetti sostenibile, non si può non denotare che Donald Trump, a ben vedere, è a sua volta un effetto e un prodotto di quella società americana talmente degradata da aver reso cronicamente irrisolto un problema terribile come quello dell’odio razziale intersociale. Di sicuro un personaggio del genere con tutto il suo corollario di idee, parole, atteggiamenti e azioni, divenuto massima istituzione e simbolo degli Stati Uniti, è inesorabilmente un elemento divisivo e disgregante per una società fortemente polarizzata, per sua buona parte, su simbolismi artificiosamente forti e fortemente imposti (molto poco culturali, peraltro) ma che, in realtà, è posta fin dalle sue origini in eterno equilibrio su un filo sospeso sopra il caos. Un caos che, come per tentare una sorta di esorcismo sperabilmente salvifico al suo interno, l’America prova a togliersi dai piedi e esporta da sempre all’esterno dei propri confini, ad esempio con le continue guerre combattute un po’ ovunque sul pianeta. Almeno, un tempo, controbilanciava tale sua aggressività politico-bellica costruendo pure quel notevole “gadget di marketing immateriale” conosciuto come The American Dream, il “sogno americano”, il quale è ormai svanito da tempo ovvero imploso su se stesso crollando sulla propria effettiva vuotezza interna, al punto che oggi l’America non si affanna nemmeno più tanto a nascondere in qualche modo i suoi lati peggiori. Perché un paese che ha saputo portare l’uomo sulla Luna ma di contro non sa difendere i propri cittadini solo perché “diversi” dall’immaginario etnico del suo establishment, anzi, li mantiene in costante pericolo di vita e sovente gliela toglie pure in modi barbari, è un paese con grossi problemi non solo sociali e culturali ma pure – forse soprattutto – psicologici.

In ogni caso, per tornare ai fatti di Minneapolis, tali episodi non sono mancati nemmeno durante le amministrazioni Obama – ennesimo prodotto sociale americano per i motivi che si possono “trovare” sull’altra faccia della stessa medaglia, contrapposta a dove sta la faccia di Trump (vedi sopra), e che a sua volta non ha saputo granché risolvere la questione razziale latente nel paese. Ma, forse, perché in fondo è una questione non risolvibile in quanto congenita, almeno in una parte della società americana, costruita anche su quelle tensioni etniche continuamente coltivate dacché funzionali alla salvaguardia di una certa dimensione socioculturale tanto degradata quanto affine al modus vivendi del paese.

Per estirpare le motivazioni profonde alla base di questa situazione sociale ci sarebbe bisogno di un lavoro culturale plurigenerazionale che, temo, nessuno ha le reali possibilità e i sufficienti interessi di portare avanti se non accettando la possibilità di subire la stessa sorte dei vari Martin Luther King, Malcolm X e di altri personaggi dalle simili vicende umane – un’accettazione impossibile, per chi sia parte delle istituzioni, nemmeno in un paese apparentemente più avanzato come gli USA e pur con le migliori intenzioni per il cambiamento dello status quo. Anzi, è un lavoro culturale, quello appena citato, che semmai qualcuno nelle stesse istituzioni (e non pochi) ha solo l’interesse di ostacolare, impedire, evitare il più possibile. D’altro canto certi poteri – in primis quelli basati su atteggiamenti populisti – abbisognano del degrado e del caos sociale per proliferare al meglio, è la condizione ideale ai fini del loro sempre maggiore consolidamento e della salvaguardia delle posizioni acquisite. Sono esattamente come virus, che risultano assai più letali negli organismi già malati o debilitati che contribuiscono a far deperire sempre di più fino ad una pressoché certa morte, mentre in organismi sani o dotati di adeguate difese immunitarie avrebbero vita ben più dura o ne verrebbero debellati.

Il problema, insomma, non è che una figura come Trump in una società degradata come quella americana “provoca” fatti di questa gravità, semmai che una società come quella americana così degradata da implicare fatti di tale gravità non possa che agevolare una figura come Trump al suo comando. Ecco.

E, sia chiaro, non è affatto solo un problema dell’America.