La wilderness e i panda, sulle Alpi

[Foto di Vincentiu Solomon da Unsplash.]
Trovo la fotografia qui sopra pubblicata, che riproduce la massima vetta delle Dolomiti, la Marmolada con il suo ghiacciaio (assai sofferente, ahinoi) vista da Nord, non solo bellissima ma anche assolutamente significativa. Perché ammirata così, a prima vista, sembra rappresentare un paesaggio d’alta montagna emblematico nel suo genere, selvaggio, incontaminato, magari anche inospitale, all’apparenza, comunque un’immagine di grande e invitta potenza naturale al punto che facilmente si potrebbe associare alla definizione di «wilderness», per come viene intesa e utilizzata comunemente (al proposito ne ho disquisito qui).

Certamente la Marmolada è montagna autentica, non serve dirlo, e l’immagine che vi sto proponendo non lascia dubbi al riguardo. Tuttavia, se la si ingrandisce – la pubblico in grande formato appositamente, cliccateci sopra – e si scandaglia con un minimo di attenzione visiva, si possono scoprire innumerevoli segni antropici, grandi e piccoli, poco o tanto evidenti e più o meno modificanti la porzione di territorio in cui si trovano. Nell’immagine sottostante li ho indicati con le frecce gialle – ma può ben essere che qualcuno dei manufatti umani presenti e ritratti mi sia sfuggito, mentre altri occupano ben più spazio di quello identificato dalle relative frecce. Potete facilmente constatare quanti siano (clic per ingrandire):

In questa porzione di spazio montano la “territorialiazzazione” – come si dice in tali casi, ovvero la strutturazione (e conseguente infrastrutturazione) del territorio e la sua messa al servizio di un certo uso funzionale dello stesso di natura socioeconomica – è prettamente determinata dal turismo invernale dello sci. E se sul vasto e geograficamente tribolato versante della Marmolada i manufatti antropici devono necessariamente relazionarsi con la sua morfologia (oggi anche più che in passato posto il forte ritiro del ghiacciaio, ancora il più vasto delle Dolomiti ma più che dimezzato rispetto a pochi decenni fa e il cui disfacimento destabilizza il versante), la quale inesorabilmente ne limita entità, materialità e quantità, il versante Nord del settore ritratto della catena del Padòn – la cresta montuosa in primo piano – è completamente lavorato dall’uomo al fine di adattarlo alle esigenze del comprensorio sciistico qui presente, salvo ovviamente le porzioni maggiormente scoscese.

Sia chiaro: con ciò non voglio affermare che ci sia qualcosa di sbagliato in tale realtà montana, almeno non nella forma (la sostanza la si può discutere quanto si vuole ma non qui, ora). Voglio invece rendere chiaro, grazie all’immagine in questione, come praticamente tutta la catena alpina sia stata in qualche modo antropizzata, modificata e reificata dall’uomo, anche quelle parte che all’apparenza ci sembrano le più selvagge, difficili, inospitali. E ciò da secoli, non da ieri, anche se in modo crescente e più impattante con l’avvento dell’era contemporanea. Sulla Marmolada e sui monti limitrofi, parte di un territorio alpino da centinaia d’anni antropizzato prima per ragioni di sussistenza quotidiana e oggi, maggiormente, per scopi economico-turistici, questa realtà risulta particolarmente evidente, tuttavia, ribadisco, non esiste quasi porzione di Alpi che non abbia subìto qualche forma di intervento umano, minima e inintelligibile ai più oppure più lampante e caratterizzante il paesaggio in loco.

Tutto questo rende il termine «wilderness» quanto mai fuori luogo sulle Alpi (come i panda, già: ecco il sensoironico del titolo di questo articolo), la catena montuosa più antropizzata del pianeta, anche se si può “capire” l’uso propagandistico di esso a scopo turistico. Ma se le Alpi presentano un’impronta antropica secolare ormai assimilata nei loro territori, e se ciò determina tutt’oggi il senso e la sostanza della relazione culturale e antropologica che possiamo (e dobbiamo) mantenere con essi, questa realtà rappresenta pure il contesto materiale entro cui coltivare la dovuta, indispensabile responsabilità che tutti noi abbiamo/dobbiamo avere verso le Alpi, verso un territorio così fondamentale per la parte di mondo in cui viviamo. Una responsabilità che è manifestazione di consapevolezza del valore assoluto delle montagne alpine ovvero della loro grande bellezza così come della delicatezza e del fragile equilibrio sul quale si sviluppa quella nostra relazione con esse. Pensare alle Alpi come a un territorio “selvaggio” e “incontaminato” di default, ovvero perché in questo modo dall’immaginario diffuso al riguardo da due secoli a questa parte ci viene presentato (anche al netto degli scopi turistico-commerciali), rappresenta una notevole ingenuità che non solo non ci fa comprendere il valore storico autentico della catena alpina (e parimenti tutta la sua insuperabile bellezza) ma produce terreno fertile per l’antropizzazione più violenta, invasiva, inquinante e degradante, la quale appunto si nasconde dietro pretese di «wilderness» alpina del tutto infondate per giustificare un nuovo intervento in più, poi un altro, poi un altro ancora e poi ancora e così via, fino al profondo depauperamento del valore culturale, antropologico e identitario delle montagne alpine, con relativi danni riprovevoli e difficilmente rimediabili.

Invece, e forse più che per altri territori antropizzati, si può dire che se le Alpi con la loro severa geografia condizionano in quasi ogni aspetto vitale la presenza dell’uomo, l’uomo può condizionare il valore del paesaggio alpino in maniera profonda e per questo delicatissima ma pure, potenzialmente, virtuosa come non mai. È sui monti che la relazione tra uomini e montagne può trovare un equilibrio e un’armonia realmente benefiche per il futuro dei territori in quota (e non solo per essi) a fronte di fin troppi episodi di segno opposto messi in atto nel passato. Bisogna farsi “montagna”, per così dire, una volta per tutte: come abbiamo lasciato nel tempo la nostra impronta sui monti, dobbiamo lasciare che i monti imprimano la loro impronta nel nostro animo, così che il bene nostro possa essere quello dei monti e di chiunque altro o qualsiasi altra cosa e ciò mettendo in atto qualsivoglia opera, la quale risulterà finalmente armonica e contestuale al territorio montano.

In fondo è una semplice questione di buon senso alpino, da perpetrare nel presente verso il futuro con umanissime sensibilità e consapevolezza. Una questione semplice, già, tanto quanto ineludibile.

 

(Imparare a) dipingere le montagne

[Alessandro Busci, Cervino, polittico, smalto su acciaio corten, 80×80 cm, 2018.)
Se il paesaggio, dal punto di vista concettuale, è il prodotto culturale dell’intelletto umano, dal punto di vista materiale e dell’immaginario relativo è per gran parte conseguenza della raffigurazione pittorica che, dal Quattrocento in poi, ha cominciato a farne il soggetto più o meno peculiare di innumerevoli opere d’arte. Ciò significa che la valenza estetica – quella principale, nel bene e nel male, per la considerazione diffusa del paesaggio – che noi elaboriamo, quando osserviamo un luogo, un territorio, un panorama ricavandone il relativo paesaggio, è stata formata, forse pure normata nonché determinata nel corso dei secoli da come gli artisti la concepirono nel dipingere le loro opere paesaggistiche. In breve si può dunque dire che il “bel paesaggio” di oggi è lo stesso di quegli artisti rinascimentali, poi romantici (i quali hanno “creato” il paesaggio montano, nello specifico), poi moderni eccetera, cioè si basa da allora sullo stesso – o comunque su un ben similare – metro estetico e, ad esempio, le immagini delle brochure promozionali contemporanee delle località turistiche lavorano sugli stessi stilemi raffigurativi e immaginifici elaborati decenni se non secoli fa. Naturalmente il paesaggio è anche molto altro ma, ripeto, è tutt’oggi in primis un elemento “naturale” e palesemente elementare di bellezza, e in questo senso viene percepito e recepito dai più.

Posto ciò, per tutti coloro che amano e studiano la pittura di montagna la Fondazione Lucia De Conz, sita nel cuore del Parco Nazionale Dolomiti Bellunesi, propone un (assai interessante, n.d.L.) laboratorio guidato da Francesco Santosuosso, maestro riconosciuto della pittura di paesaggio e artista ben rappresentato nelle migliori gallerie di arte contemporanea.

L’obiettivo del corso consiste nella realizzazione di due opere su tela in formato 50×70 cm, sul tema del paesaggio di montagna, con la tecnica della pittura ad olio e acrilico. Il corso è personalizzato e impostato sulle capacità di partenza dei singoli allievi.
Le lezioni, pratiche e teoriche, si svilupperanno sia in laboratorio che all’aperto, tramite osservazioni dal vero durante escursioni e passeggiate.
Santosuosso, docente di illustrazione presso l’Istituto Europeo di Design da oltre un ventennio, seguirà personalmente e quotidianamente ogni partecipante per garantire a ciascuno un reale progresso tecnico e artistico.
Il termine per le iscrizioni è il 10 luglio 2021.

Gli splendidi panorami alpini delle Dolomiti Bellunesi saranno la diretta fonte di ispirazione degli artisti, mentre l’ospitalità della Fondazione permetterà un’esperienza didattica densa e completamente immersiva. Gli ospiti soggiorneranno, in pensione completa, negli ambienti raffinati di Villa Lucia, un tempo dimora privata della famiglia De Conz. La Villa, immersa nel verde della natura più rigogliosa, è il luogo ideale dove raggiungere l’illuminazione artistica.

Per qualsiasi informazione al riguardo, visitate il sito web della Fondazione Lucia De Conz, qui.

Le colonne del cielo

[Foto di eberhard 🖐 grossgasteiger da Unsplash.]

[…] Il desiderio di capire e di spiegare i grandi fenomeni che gli si svolgevano attorno ha spinto l’uomo di un tempo a interpretare l’ambiente che lo circondava con la sua fantasia e i pochi dati oggettivi di cui disponeva.
L’egocentrismo (che poi l’uomo ha ancor più sviluppato), le grandi catastrofi, frane, forse terremoti gli hanno fatto pensare che il cielo potesse crollargli addosso. Solo l’essenza delle montagne era lì a puntellarlo, a garantire una sicurezza tanto aleatoria quanto dipendente dai capricci degli dei.
Così nacque l’idea che le montagne fossero le colonne del grande tempio del cielo, idea presente in ogni cultura e civiltà. Basti pensare all’Odissea, al Libro di Giobbe, ai Rigveda. I nomadi vedevano le montagne come il palo portante della loro tenda. Il libro arabo delle Mille Domande dice che le montagne sono i chiodi della terra. Per non parlare di Atlante, il gigante che in prossimità delle Colonne d’Ercole sosteneva a spalle la colonna che separa il Cielo dalla Terra e che in seguito fu trasformato lui stesso nella catena di montagne omonima. In Cina sono addirittura quattro, situate in quattro opposti punti cardinali, le montagne che reggono il mondo: basta una piccola oscillazione per avere lutti, tragedie o nuove creazioni […].

(Alessandro Gogna, Le colonne del cielo, da “GognaBlog”, 1 settembre 2014. Cliccate qui per leggere il testo nella sua interezza.)

Lo sci (sempre) nel tunnel

[Foto di StockSnap da Pixabay.]
Qualche giorno fa, nel cercare sul web alcune informazioni circa la storia delle località sciistiche lombarde, mi sono imbattuto in un articolo datato 17 febbraio 2010 su alcuni finanziamenti per progetti di sviluppo dei comprensori sciistici in provincia di Lecco che trovo meravigliosamente emblematico – per ciò che riporta – del “rapporto” tra politica (ovvero politici) e montagna. Ciò perché se letto contestualizzandolo al momento in cui venne scritto appare oltremodo ottimista e trionfale, quasi pomposo, nei contenuti e nei toni con i quali vengono espressi, tanto quanto se letto oggi si rivela grottesco al limiti del ridicolo e sconcertante proprio in quel suo ostentato trionfalismo, oltre che parecchio ipocrita visto il seguito della storia – d’altro canto quando si ha a che fare con i politici italiani questa è un’immancabile normalità.

Nell’articolo in questione, riguardante la località sciistica dei Piani di Bobbio e quella attigua ex-sciistica dei Piani di Artavaggio (sui monti della Valsassina, tra le provincie di Lecco e Bergamo – due luoghi veramente bellissimi peraltro) si scrive tra le altre cose che:

Entro due anni un tunnel collegherà i piani di Bobbio a quelli di Artavaggio, offrendo agli sciatori un comprensorio molto più ricco e ampio. […] A Barzio verrà completato il tanto atteso parcheggio multipiano e alle Betulle verranno sistemate le piste. Ecco alcune iniziative inserite nell’accordo di programma annunciato dalla Regione Lombardia qualche giorno fa, che prevede oltre 120 milioni di Euro di investimenti per il miglioramento dei comprensori sciistici lombardi.

E poi:

C’è aria di cambiamento, o meglio di “potenziamento”, nei comprensori sciistici della Valsassina. Alla faccia di chi diceva, alcuni anni or sono, che nel lecchese “fioca più”, non nevica più.

E ancora:

Una buona spinta allo sviluppo è venuta dalla Regione, che nei giorni scorsi ha annunciato il cofinanziamento di numerose iniziative che da qui al 2012 promettono di cambiare faccia alle aree sciabili valsassinesi […] “Ci aspettiamo una vera e propria scossa allo sviluppo della nostra industria turistica” ha detto il presidente della Regione Roberto Formigoni. […] In totale, si tratta di un progetto da oltre 25 milioni di euro.

E pure che

“Quest’accordo è la dimostrazione dell’attenzione della Regione Lombardia per la montagna – ha detto l’assessore regionale Giulio Boscagli […] “E’ un grande risultato per il nostro territorio – ha commentato Alberto Denti, presidente della comunità montana Valsassina e Valvarrone – Ora auspico che ciascun amministratore operi con la massima convinzione perché questa è un’occasione unica per le nostre valli, che deve essere sfruttata al massimo”.

Aaaah, che meraviglia, vero?
Peccato (si fa per dire) che, salvo qualche intervento tutto sommato marginale e necessario come la sostituzione di un paio di seggiovie obsolete ovvero giunte a fine vita tecnica, non è stato fatto niente di quanto così magniloquentemente annunciato, peraltro in modi che, avrete notato dai toni delle dichiarazioni, parevano riferirsi a lavori e cantieri già allestiti e pronti a partire l’indomani mattina.
Invece no, niente di niente – o quasi, appunto. E tutti quei milioni di Euro dati per certi e già investiti, dove sono finiti? Eh, bella domanda, già.
D’altro canto meno male che la gran parte di quei progetti non siano stati realizzati! Sarebbero risultati in molti casi degli scempi ambientali notevolissimi oltre che sproporzionati e obiettivamente frutto d’una visione dei luoghi in questione parecchio alienata, già.

Tutto questo fa ben comprendere l’atteggiamento ordinario che la politica tutt’oggi, con ancora poche eccezioni, mantiene nei confronti della montagna (non solo in Lombardia, sia chiaro): un’idea di sviluppo legata a modelli turistici rimasti agli anni Settanta e Ottanta e prettamente appoggiata al solo sci su pista (le recenti disposizioni governative “contro” la pandemia lo hanno confermato bene), progetti totalmente deconstestuali ai luoghi e drammaticamente impattanti (dunque inquinanti) sui territori e sui loro ambienti, una totale mancanza di comprensione (o ignoranza) riguardo il concetto e il valore del paesaggio e la relativa incapacità di comprenderne la potenzialità culturale ed economica sapendola mettere a frutto per innovare l’offerta turistica, oltre al solito profluvio di belle parole, slogan propagandistico-elettorali ed enfatiche promesse, regolarmente accompagnate da cascate di soldi del tutto virtuali che puntualmente non portano ad alcun fatto concreto e, soprattutto a nessuna scelta illuminata e di lunga visione per i territori montani.
E con quelle dichiarazioni citate si era nel 2010, badate bene: non nel 1960 ma solo poco più di dieci anni fa, quando la montagna viveva la stessa situazione attuale e ovviamente già la questione dei cambiamenti climatici – la quale, inutile rimarcarlo, deciderà la sorte delle località come quelle di cui vi sto dicendo a prescindere da promesse politiche, progetti faraonici, vagonate di soldi eccetera – era fondamentale nella realtà della montagna sciistico-turistica.

Ma, appunto, se si può sperare che in questi dieci anni quei politici, alcuni dei quali ancora attivi, altri inesorabilmente caduti in disgrazia, si siano resi conto delle corbellerie che andavano proferendo e abbiano cambiato idee e visioni in tema di sviluppo delle montagne, quell’atteggiamento di analfabetismo funzionale politico, amministrativo, economico e culturale verso i territori montani è ancora ben presente e diffuso lungo tutto l’arco alpino italiano. E ancora, in Lombardia, sull’onda delle iniziative per le Olimpiadi di Milano-Cortina del 2026, si sentono spesso idee e progetti su nuove infrastrutture turistiche alpine e relative promesse di finanziamenti pubblici talmente sconclusionate, sproporzionate, inutili e ineluttabilmente ridicole da lasciare costantemente sconcertato chiunque abbia a cuore il futuro delle Alpi italiane.

D’altronde bisogna ammettere che l’idea del “tunnel” di congiungimento tra diversi comprensori sciistici, come quello follemente prospettato sui monti valsassinesi (un’idea che evidentemente piace parecchio agli amministratori della montagna italiana, dato che ogni tanto salta fuori anche altrove) è assolutamente simbolica per molti territori montani: perché, con certi politici, con le loro idee e per come essi spendono/vorrebbero spendere i soldi pubblici, la montagna italiana non sarà mai fuori dal tunnel – del declino inesorabile. Ecco.

Nevica sempre meno, comunque

[Foto di harzpics da Pixabay.]
Ha senso parlare di nevicate sempre più scarse e meno frequenti sulle Alpi, dopo una stagione invernale che, alla faccia del turismo dello sci su pista (lo dico senza malizia, qui), ha regalato neve abbondante e temperature “d’una volta” come da tempo non si riscontravano?

Sì, ha senso e lo ha per parecchi validi motivi. Innanzi tutto perché, purtroppo, una singola buona stagione invernale non fa tendenza e non modifica l’andamento climatico instauratosi ormai da anni; c’è da augurarsi non resti l’unica tra tante altre ben più siccitose e miti ma, al momento, questa non è che una speranza. Posto ciò, ha senso parlarne proprio perché si hanno a disposizione dati scientifici sempre più incontrovertibili al riguardo, per giunta già espansi su un periodo di tempo piuttosto lungo – il ciclo standard che viene considerato in climatologia per misurare con attendibilità ne variazioni del clima è di trent’anni – che lasciano poco spazio alla suddetta speranza (la quale è sempre l’ultima a morire, certo, auspichiamolo pure qui). E terzo motivo importante, per certi versi anche più dei precedenti, è che ogni volta accade qualche fenomeno “d’una volta” ovvero apparentemente antitetico ai cambiamenti climatici in atto – neve abbondante, freddo intenso, eccetera – ecco che ci sono i soliti negazionisti che se ne vengono fuori a provocare con le solite cose del tipo «Ah, ma dov’è finito il cambiamento climatico?» – alcune di queste solite sparate le ho sentite anch’io da tali “espertissimi climatologi”, già.

Ma a parte tali baggianate negazioniste, ha senso parlare di neve sempre più scarsa sui monti anche perché di recente è uscito, ad opera della European Geosciences Union, un dettagliatissimo report intitolato proprio Observed snow depth trends in the European Alps: 1971 to 2019 (è in inglese, sì, ma la lettura è importante e merita lo sforzo traduttivo: cliccate sul titolo appena riportato per leggerlo) che mette nero su bianco la situazione in atto sulla base di un arco temporale anche maggiore rispetto al ciclo climatico trentennale standard, dunque facendo acquisire ai dati una ancor maggiore solidità scientifica. I ponderosi elementi raccolti nel report sono riassunti da questo articolo pubblicato sul sito della CIPRA International, nel quale si legge che

«I risultati confermano quanto emerso da precedenti osservazioni: l’altezza della neve e la copertura nevosa nelle Alpi tendono a diminuire – ma in quale misura dipende fortemente dalla regione e dall’altitudine. Nel versante meridionale delle Alpi, ad esempio, già caratterizzato da scarsa nevosità, la diminuzione dello spessore del manto nevoso è stata molto più marcata rispetto alla catena principale e al versante nord. “Questo dimostra che non si possono generalizzare le osservazioni relative a una sola regione, ma che occorre considerare l’evoluzione in modo differenziato”, afferma Sven Kotlarski, coautore della ricerca e collaboratore di MeteoSvizzera. L’altezza della neve calcolata sulla base di questi dati è diminuita nell’82% delle stazioni nel periodo invernale (dicembre-febbraio) e addirittura nel 90% delle stazioni in primavera (marzo-maggio). Nelle regioni settentrionali delle Alpi, negli ultimi cinque decenni il numero di giorni con neve al suolo al di sotto dei 2000 metri è diminuito da un minimo di 22 fino a 27 giorni, nel versante sud da 24 a 34 giorni. Ciò corrisponde, a seconda dell’altitudine, ad un calo pari fino a un terzo in inverno e fino alla metà in primavera.»

Insomma: nevica più tardi e la neve si scioglie sempre prima, così che alcune regioni alpine hanno perso fino a un mese di neve rispetto agli anni Settanta e, di questo passo, rischiano nel prossimo futuro di vederne al suolo solo per qualche giorno all’anno, con effetti materiali e immateriali a dir poco funesti.

No dunque, un singolo “buon” inverno non significa che il clima è cambiato; significa solo che possiamo continuare a sperare. Ciò almeno non ci costa nulla ovvero, senza dubbio, ci costa molto meno di quanto i cambiamenti climatici rischiano di far subire alle nostre montagne e a tutti noi.