(S)confini d’una volta e di oggi

Il sito di informazione svizzero “Swissinfo.ch” sta pubblicando un’interessante inchiesta in più parti legata all’epopea del contrabbando, che ha contraddistinto in particolare e peculiare modo le zone di confine tra Svizzera e Nord Italia da fine Ottocento e per buona parte del Novecento – qui sopra pubblico un bel contributo che fa parte dell’inchiesta. Un fenomeno per molti aspetti indotto dalla presenza di un confine che divideva drasticamente una geografia fisica e umana invece unitaria e pressoché omogenea ovvero una comunità di persone unite dalla stessa cultura, da identiche tradizioni, usanze, saperi, visioni e che, se osservato con una speciale sensibilità contemporanea ben consapevole della realtà presente, dimostra la notevole irrazionalità di quel confine, la cui valenza geopolitica appare lontanissima dalla storia e dalle peculiarità (anche identitarie) di quei luoghi.

È un aspetto sul quale a mio modo ho meditato e disquisito nel saggio incluso in Hic Sunt Dracones, il libro d’artista realizzato da Francesco Bertelé e pubblicato da Postmedia—Books come opera integrante dell’omonimo progetto espositivo a cura di Chiara Pirozzi e in collezione al Museo Madre di Napoli – e d’altro canto quello del “confine” è un tema del quale mi occupo spesso anche qui sul blog. Vi ho meditato partendo proprio dalla storia delle Alpi e da quando le vette alpine sono state trasformate muri naturali per confini politici tanto orograficamente netti quanto antropologicamente insensati, dato che fino a quel momento, dal Settecento in poi, le Alpi erano sempre state un territorio di fitti transiti, di scambi e di unioni tra opposti versanti costanti e proficue. L’imposizione di quei confini, è ormai realtà assodata, ha cagionato notevoli danni alle comunità alpine, dalle divisioni socioculturali ai fenomeni all’apparenza suggestivi ma invero drammatici come il contrabbando, appunto, fino a tragici conflitti bellici – la Prima Guerra Mondiale è stata una guerra combattuta sulle Alpi per contendersi confini alpini, per citare l’esempio più evidente.

Oggi i confini sono più labili, in certi territori come le montagne tra Italia e Svizzera, mentre altrove restano tremendamente rigidi, drastici, inumani, seppur anche in queste zone l’illogicità sostanziale di tali demarcazioni geopolitiche emerge nettamente, fin dalla constatazione di come la politica renda tanto rigido un elemento, il confine appunto, invece del tutto labile e spesso culturalmente inconsistente. Senza contare che, come ho scritto nel saggio pubblicato su Hic Sunt Dracones,

anche l’etimologia del termine “confine” è interessante. Viene dal latino confinis “confinante”, composto di con– e del tema di finire, “delimitare”. Non è quindi, in origine, una parola che indica una separazione, o una divisione, piuttosto indica proprio la congiunzione di due elementi. La utilizziamo, oggi, con un’accezione sostanzialmente ribaltata rispetto a quella primigenia: parliamo di confine e pensiamo a qualcosa che divide, ci è stato insegnato a scuola che è così perché così venne stabilito dalle dottrine geopolitiche settecentesche di matrice cartesiana, mentre in verità è il punto in cui due elementi non necessariamente contrapposti – siano essi materiali o immateriali – si toccano, entrano in ovvero stabiliscono un contatto.

D’altro canto, come assai significativamente ricorda l’articolo di “Swissinfo.ch”, quel confine lungo il quale nel tempo sono stati posti cippi, reti, garitte e dogane è oggi «circondato da una fitta vegetazione che non conosce passaporti». Già: al di là di qualsiasi più o meno valida considerazione sul senso contemporaneo del “confine”, la Natura in fondo ci dimostra nel modo più spontaneo e palese la verità “primigenia” che sta sul fondo della questione. Considerarla è quanto meno una manifestazione di buon senso civico, politico, culturale e, non ultimo, umano.

 

Mal d’Intelvi

Solo qualche giorno fa (maledette Poste Italiane!) ho ricevuto il “cadeau natalizio” 2020 di Hortensia, realizzato da Vittorio e Pietro Peretto che ringrazio di tutto cuore, e come ogni anno (a prescindere dal ritardo – dannate Poste Italiane!) aprire la busta e scoprirlo è un piacere raro, dacché altrettanto raro è trovare qualcosa di così apparentemente semplice eppure tanto profondo, per diversi aspetti.

Quest’anno i Peretto di Hortensia hanno realizzato un libricino fotografico dedicato alla Val d’Intelvi, loro abituale buen retiro (e non solo) nonché zona tra le più belle e particolari delle Prealpi Lombarde, le cui immagini assai suggestive sanno narrare in modo intrigante la peculiarità del territorio intelvese e dei suoi numerosi angoli di sublime paesaggistico e naturale.

Così si legge, nella prefazione di Mal d’Intelvi (titolo significativo tanto quanto programmatico, per così dire!):

Si può interpretare il camminare come un prendersi cura dei luoghi. La frequentazione, la conoscenza ed il riconoscimento, sono parti di una stessa esperienza che si alimenta di mappe cartacee e mappe mentali oltre che di suole consumate.
Entrare in un bosco, di cui la Val d’Intelvi è ricca, vuol dire attraversare il tempo, ritrovare gesti, camminare su piste di cervi, immergersi nel profumo dei maggiociondoli, scoprire macchie di equiseti.
Valle particolare, con due fiumi che scendono su versanti opposti, ricca di testimonianze d’arte soprattutto di quell’epoca straordinaria di globalizzazione ante litteram che fu l’età Barocca.

Un altro piccolo/grande gioiellino di poetica visiva, insomma, manifestazione d’affetto profondo per la Val d’Intelvi ma pure, in fondo, per tutta quella montagna morfologicamente meno spettacolare e non così turisticamente patinata eppure dotata d’una delicata e al contempo fremente bellezza e di un fascino sospeso nel tempo ma capace di imprimersi a fondo nell’animo di chiunque sappia percepirne e recepirne l’essenza.

Potete scaricare Mal d’Intelvi in formato pdf da qui.

Come gli anni scorsi, in occasione di queste pubblicazioni “natalizie”, per ogni copia Hortensia devolve un contributo all’Ospedale San Carlo Borromeo – Progetto Pediatria, per la comunicazione e promozione delle attività ludico-didattiche della Scuola in Ospedale.
Se desiderate dare il vostro contributo: Cooperativa sociale arl Onlus AllegroModerato, Codice Iban IT33T0335901600100000062050, c/c 1000/62050 presso Banca Prossima.
AllegroModerato è un’associazione di disabili che opera nel reparto di pediatria del San Carlo da anni e si adopera per il bene dei pazienti attraverso la musica. L’associazione ringrazierà personalmente per ogni donazione (anche se piccolissima): basta indicare il vostro nome.

Il fascino discreto (e un po’ magico) del Monte di Brianza

[Il Monte di Brianza dalla sommità del Monte Tesoro. Foto di © Alessia Scaglia; cliccateci sopra per ingrandirla.]
Il Monte di Brianza è uno dei quei luoghi per diverse “ragioni” (tutte assolutamente opinabili) troppo poco considerati e apprezzati. Vuoi perché troppo “facile” da raggiungere, così a ridosso della Brianza (come suggerisce il toponimo) e del milanese, vuoi perché monte dalle fattezze di tozza collinona boscosa priva delle più suggestive asperità tipiche della montagna “vera”, vuoi perché troppo bassa al cospetto dei monti vicini, ben più elevati e rinomati al confronto dei quali sembra appiattirsi intimorito. Be’, tutte cose oggettive ma fuorvianti, perché il Monte di Brianza è invece un luogo assolutamente affascinante e ricchissimo di numerosi piccoli e grandi tesori, un lembo di rigogliosa Natura inopinatamente poco contaminato e antropizzato a pochi km dall’ultracementificata (e inquinata) Brianza e dalla grande Milano, che veramente sembra galleggiare tra i troppi e disordinati segni dell’uomo in questo territorio come un’isola magica, misteriosa e attraente (si veda l’immagine notturna nella galleria fotografica qui sotto e la macchia scura del monte tra le mille luci dei paesi e delle città d’intorno, per cogliere una tale percezione), nella quale il vagare – tra i suoi boschi lungo sentieri e mulattiere secolari che raggiungono luoghi di delicata e antica bellezza – (ri)genera sensazioni piacevolissime, tanto imprevedibili quanto intense.

Ci si sente sospesi, sul San Genesio (altro toponimo del monte, dal nome di una delle sommità principali) in una sorta di piega dello spaziotempo, nella quale certamente giungono i rumori e le visioni della pianura ma sono come filtrati dai “bordi” della sfera ambientale che circonda la montagna e la separa, in modo geograficamente indistinto ma paesaggisticamente netto, dal resto del mondo d’intorno. Ci si trova a poche centinaia di metri in linea d’aria da impianti industriali e strade estremamente trafficate ma da essi ci si sente ben più lontani: forse proprio grazie al vivido e inatteso piacere di ritrovarsi in un’isola di virente quiete così bella e – per molti, ribadisco – inaspettata, che risintonizza i sensi su armonie diverse, fuori dall’ordinario.

Volendo lasciar libera la mente di vagare nei reami della fantasia, verrebbe da pensare che, muovendosi sul placido crinale del Monte di Brianza – che ha orientamento Nord-Sud, più o meno – lungo il sentiero che lo percorre interamente, ci si potrebbe credere in cammino lungo la schiena del Genius Loci del monte, il cui corpo si manifesti nelle fattezze di un ciclope addormentato a pancia in giù, appunto, la testa nascosta sotto il Monte Barro (l’altura adiacente a settentrione) e le gambe che affondano nelle pianure a Sud, verso le colline del Curone; un gigante placidamente a riposo ma assolutamente vivo, vibrante di energia e vitalità al punto da poterla percepire, camminandoci sopra, e sentirla come una forza naturale preziosa e benefica, di quelle che certi luoghi speciali sanno emanare consentendo a chi vi si trova di stare bene lì, di sentirsi ben accolti e compiaciuti di starci. E, a ben vedere, quanto vi ho appena raccontato può essere considerato un volo della fantasia solo nella sua forma metaforica dacché, al di là delle mere suggestioni “letterarie”, veramente il Monte di Brianza – o il suo Genius Loci – emana una propria vitalità peculiare: tenue, delicata, eterea più che altrove, in territori montani maggiormente scenografici (per l’immaginario comune), eppure nitida, a suo modo definita, che si può cogliere con un minimo di sensibilità in più rispetto all’ordinario.

Comunque, anche chi invece volesse far vincere la fantasia sulla razionalità e da essa lasciarsi piacevolmente irretire, sul San Genesio può farlo “a ragione”, viste le numerose leggende che sul monte si possono trovare, e che la fotografa Maria Cristina Brambilla ha raccontato sul numero di novembre 2020 della rivista “Orobie” e in questo suggestivo video:

Insomma: se non l’avete mai fatto prima, o non ancora con la più consona e sensibile attenzione, esploratelo, il Monte di Brianza. Per farlo in modo ben consapevole, potete consultare il sito web dell’Associazione Monte di Brianza (dal quale ho tratto anche le fotografie qui presenti), dove trovate ogni informazione utile al riguardo e molte altre suggestioni altrettanto utili e intriganti.

Claudio Ferrata, “La fabbricazione del paesaggio dei laghi. Giardini, panorami e cittadine per turisti tra Ceresio, Lario e Verbano”

Credo che chiunque avrà presente il celeberrimo dipinto di René Magritte intitolato La Trahison des images, quello che raffigura una pipa e una sottostante didascalia che dice “Ceci n’est pas une pipe”, «questa non è una pipa». Con tale opera Magritte volle sottolineare la differenza tra la realtà effettiva e la sua rappresentazione, sovente presente e pesante tanto quanto incompresa o ignorata: in effetti quella di Magritte non è una pipa ma un dipinto che ne raffigura una. L’equivoco pare banale ma, in verità, sottintende una profonda riflessione di natura semiologica circa la percezione umana della realtà, la relativa comunicazione e i suoi codici.

Bene: lo stesso principio potrebbe valere per la raffigurazione di un paesaggio sotto la quale si leggesse la didascalia «questo non è un paesaggio». In effetti, quello raffigurato su qualsivoglia supporto ovvero visibile direttamente in loco, nella realtà, da un eventuale visitatore, non sarebbe e non è un “paesaggio” ma un territorio con le sue forme geografiche naturali. Il paesaggio è semmai la percezione e l’interpretazione che possiamo ricavare dalla visione di quel territorio in base al nostro bagaglio culturale, alla relativa meditazione, alla sensibilità, al gusto, allo stato emotivo e ad altri elementi facenti parte della sfera personale di ciascuno. È una confusione assai comune e certamente bonaria nel parlato comune quotidiano, quella tra territorio e paesaggio, con il secondo termine utilizzato per intendere il primo elemento, ma diventa una distinzione fondamentale nell’analisi degli spazi antropizzati compiuta dalle scienze umane o dalle discipline che agiscono su tali spazi. Il paesaggio, si può dire, non esiste se non dentro di noi, e solo noi lo possiamo poi “poggiare” sul territorio con cui interagiamo e dal quale lo percepiamo, facendone il principale elemento di identità del luogo o, per dirla in modo più suggestivo, l’habitat del Genius Loci. D’altro canto, ciò comporta che il paesaggio sia una costruzione prima immateriale e poi sovente materiale (o indirettamente tale) che l’uomo applica al territorio, una sostanziale artificializzazione e una fonte per la territorializzazione di esso che da sempre – e in maniera crescente col crescere delle possibilità tecnologiche – hanno risposto a esigenze funzionali agli scopi umani più che alle possibili consonanze territoriali locali. In parole povere: l’uomo ha adattato i territori ai propri bisogni più o meno nobili più che adattare questi bisogni ai contesti territoriali in cui si sono manifestati, dunque con una costante “ignoranza” – ribadisco, non necessariamente negativa – del Genius Loci del posto e dunque della relazione antropologia naturale tra i territori e le genti che li abitavano.

Modello profondamente emblematico di tale artificializzazione e della profonda mutazione di un territorio in origine molto diverso è quello che è stato messo in atto dall’Ottocento in poi nella zona dei laghi prealpini del Nord Italia, in particolare di quelli a cavallo con il Canton Ticino in territorio svizzero. Un modello che viene analizzato da Claudio Ferrata, geografo e docente ticinese, in La fabbricazione del paesaggio dei laghi. Giardini, panorami e cittadine per turisti tra Ceresio, Lario e Verbano (Edizioni Casagrande, 2008), corposo e completissimo saggio multidisciplinare – quantunque la sua base sia assolutamente e significativamente geografica – che analizza a fondo il periodo tra primo Ottocento e primo Novecento nel quale le rive dei laghi lombardo-ticinesi sono state letteralmente reinventate ex novo come nessuno (a parte i diretti interessati al tema) direbbe sia accaduto []

Claudio Ferrata

(Leggete la recensione completa di La fabbricazione del paesaggio dei laghi cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

CONSIGLI #5

CONSIGLI è un post “ciclico”, nel senso che lo troverete pubblicato ad intervalli più o meno regolari con lo scopo di accorpare in un unico articolo ciò che trovate in evidenza nella colonna qui accanto, “I MIEI CONSIGLI”, con la quale appunto provo a darvi qualche dritta su eventi artistici, letterari, culturali e cose affini che penso possano meritare la vostra considerazione. Ad ogni ripubblicazione, dunque, lo troverete aggiornato con gli ultimi consigli evidenziati qui a lato (dove la loro pubblicazione resta in tempo reale, per quanto possibile), diventando una sorta di agenda stampabile di cose interessanti da conoscere e/o visitare, la quale ovviamente è e sempre resterà pure aperta a ogni utile segnalazione nel merito.

Grayson_Brambilla_gen2013Revoir non da’ nessuna concessione all’estetica. Non lascia che qualcosa possa gratificare i sensi. Egli distrugge semplicemente il lavoro lasciandosi guidare da una brutale necessità, da un istinto primitivo. Una performance di violenza fisica. Uno stupro. Uno stupro necessario al dialogo con la storia dell’arte. Dal 19 Gennaio al 31 Marzo 2012 Thomas Brambilla Gallery, Bergamo, ospita l’artista americano Grayson Revoir in un solo show a dir poco particolare e intrigante… Cliccate sull’immagine per visitare il sito web della galleria e conoscere ogni dettaglio sulla mostra.

La notevolissima Brand New Gallery, Milano, presenta la nuova coppia “invernale” di mostre… Beyond_the_objectIl termine Anti Form, coniato da Robert Morris alla fine degli anni ’60, segna l’abbandono del concetto tradizionale della produzione artistica: una sfida radicale che ha catalizzato l’attenzione verso nuovi modelli estetici. I materiali diventano l’elemento principale del processo di formazione dell’opera e viene meno la necessità, propria del Minimalismo, di programmare anticipatamente l’impostazione del lavoro. Le idee riformiste divulgate attraverso il manifesto Anti Form, allora considerate sovversive, si traducono oggi nelle teorie su cui si basa un’arte sempre più globalizzata.: Beyond the object, group show, galleria 1; Nazafarin_LotfiSe in precedenza il processo produttivo era impiegato a scopo narrativo, ora Nazafarin Lotfi attua il procedimento inverso, spingendo le sue opere a liberare spontaneamente una storia. Nei suoi nuovi lavori l’artista esplora ogni traccia presente sulla tela e nella composizione. Gli strati vengono posizionati e contemporaneamente rifiutati, affinché ne resti solamente un segno effimero.: Love at last sight, di Nazafarin Lotfi, galleria 2. Entrambe le mostre chiuderanno il 9 Marzo 2013. Cliccate sulle immagini per avere ogni utile informazione su ciascuna mostra.

brera1_gen2013Grandissima arte moderna e contemporanea nella “gretta” periferia milanese? Certo! Galleria Brera1, di Corbetta, presenta la sua nuova mostra collettiva, con opere di A.Warhol, G.Mathieu, G.Griffa, H.Nitsch, R.Crippa, Ben Vautier, M.Rotella, F.Plessi, B.Munari, H.Chin, G.Spagnulo, S.Chia, W.Dahn, C.Verna, P.Gonzato, L.Scarabelli, D.Manto, C.Buzzi, D.Girardi, A.Clementi. Da sabato 19/01 al 03/02, presso la Sala delle Colonne del Municipio di Corbetta, Milano. Cliccate sull’immagine per visitare il sito web della galleria ed avere ogni utile informazione sul merito.

InfoBergamo_Gen2013_image_100E’ uscito il numero 104 – Gennaio 2013 di InfoBergamo, il primo mensile on-line bergamasco di cultura ed informazione. Una web-rivista sempre più diffusa, conosciuta (ben 92.000 lettori nel solo mese di Dicembre scorso!) e ricca di contenuti interessanti che, nonostante il nome, vanno ben oltre i meri confini orobici per interessare ambiti nazionali e anche più, con uno sguardo sempre originale su tante realtà contemporanee. In questo numero, il mio contributo/sguardo sul mondo letterario si intitola, assai significativamente, La Provincia di Bergamo e le sue biblioteche: una realtà della quale ci si può (quasi sempre) vantare. Cliccate QUI per leggere il sommario degli articoli pubblicati, e buona lettura!

Ultima_onda_GiussaniSotto un cielo plumbeo incontriamo Anna Levi, il fratellino, il piccolo Davide, sordo-cieco, e Sebastiano, che si è visto strappare dai fascisti il compagno “di appartamento, di stanza, di vita” Ervé, con il fiato cortissimo, sui Monti Lariani, nel comasco, braccati dai micidiali rastrellamenti nazisti. Poco lontano Valerio, “barba immatura” dall’alto dei suoi sedici anni, “un piccolo uomo solitario perso tra le nuvole” sta studiando, insieme ad un anziano la costruzione un sottomarino che gli consentirebbe di attraversare di nascosto il lago di Lugano e alimentare il mercato nero. L’ultima onda del lago, romanzo di Stefano Paolo Giussani, sarà presentato sabato 26 Gennaio a Mandello del Lario (Lecco), grazie all’Associazione GLBT Renzo & Lucio e all’Assessorato alla Cultura del comune lecchese. Cliccate sulla copertina del libro per conoscere tutte le informazioni sull’evento.

cozzolino_evvivanoeEvvivanoè Esposizioni d’Arte, Cherasco (CN), presenta Mara’s UKYOE: il mio viaggio nel mondo fluttuante, mostra di mokuhanga – particolare tecnica xilografica giapponese – di Mara Cozzolino. Ad Avigliana, Torino, dal 23 Gennaio al 17 Febbraio 2013. Dopo due viaggi in Giappone, la Cozzolino si è innamorata degli Ukiyo-e (letteralmente “immagine dal mondo fluttuante”) e della mokuhanga, la tecnica per realizzarli. Ha quindi seguito un corso di specializzazione alla Edinburgh Printmakers con l’artista Paul Furneaux, per potersi così dedicare completamente a quest’arte, prima di essere selezionata (insieme a soli altri cinque artisti in tutto il mondo) al Mi-Lab 2012, l’annuale workshop internazionale sulla suddetta tecnica a Kawaguchi, in Giappone. Cliccate sull’immagine per visitare il blog di Mara Cozzolino, e conoscere meglio l’artista e la sua arte, oltre ad avere utili dettagli sulla mostra.

flyer_Sinfonia_15_Dec_smallSei disegni di piccole porzioni di universo realizzati da Daniele Giunta con inchiostro, matita e argento su carta si affiancano a sei fotografie in bianco e nero in piccole dimensioni di CORPICRUDI raffiguranti le tre vergini e un prezioso libretto da prima comunione che le accompagna nell’ascesa. E ancora, un dipinto in grandi dimensioni di Giunta ci immerge in un paesaggio abbacinante, mentre i due video di CORPICRUDI con l’ipnotico girotondo delle tre ragazze trasfigurano i corpi in una luce bianca. Le note della Sinfonia per pianoforte – che dona il titolo all’intero progetto e che si propaga da una scultura lignea – sono composte ed eseguite dagli artisti stessi. Definire “affascinante” la nuova esibizione di Traffic Gallery è veramente poco: è un fascino che trascende la percezione umana per abbracciare quell’infinito che il colore bianco lascia percepire… Dal 15/12 al 14/02/2013, con live exhibition ai Matronei della Basilica di Santa Maria Maggiore, Bergamo. Cliccate sull’immagine per visitare il sito web di Traffic Gallery e avere ogni informazione utile.

_Manuela_Bedeschi_Un_caffettino_2012Da tempo Manuela Bedeschi indaga la bellezza della luce al neon in opere dalla stretta relazione con ambienti d’interesse architettonico. E’ tuttora presente nella facciata della vicentina Biblioteca Internazionale “La Vigna”, l’installazione che da più di un anno la segna di luce gialla, sviluppando un dialogo estetico tra interno ed esterno dell’edificio. Ed è ancora vivo il ricordo dell’installazione di neon, sempre a Vicenza, realizzata nel Complesso Monumentale della Chiesa di San Silvestro, mentre la presenza di neon e plexiglass all’Oratorio dei Boccalotti ha suscitato un vero richiamo anche per la liricità che trasmetteva. Lunga vita al neon e alla sua luce! Rossarancio. Manuela Bedeschi per Cleto Munari, Atelier Cleto Munari, Vicenza, fino al 25 Gennaio 2013. Cliccate sull’immagine per conoscere ogni dettagli utile sulla mostra.

La Fondazione Berardelli, dopo aver dedicato nella primavera del 2008 a Julien Blaine la mostra antologica Favole e altre storie. Opere dal 1980 al 2007. presenta fino al 30/01/13 Il Fabbro e il Boscaiolo, esposizione che propone i lavori più recenti dell’artista francese, rappresentando il naturale proseguimento della precedente personale realizzata negli spazi della Fondazione e allo stesso tempo della grande retrospettiva che il Museo Mac di Marsiglia ha dedicato a Blaine nel 2009. Cliccate sull’immagine per visitare il sito web ella Fondazione e conoscere ogni dettaglio dell’evento, oppure visitatene QUI la pagina facebook.

Presso la Fondazione Pastificio Cerere a Roma – luogo sempre più centrale nel panorama culturale romano e non solo – è in programma, dal 15/11 al 26/01/13, la prima mostra personale in Italia del duo francese Berger&Berger, che comprende una serie di lavori inediti, realizzati appositamente per questa occasione. La mostra, dal titolo La densità dello spettro, riflette sulla realtà materiale del colore (pigmento, inchiostro da stampa, vernice industriale ecc.), contrapponendola alla sua natura immateriale, quale elemento costitutivo delle onde luminose. Nel cortile dell’istituzione, come parte integrante del progetto espositivo, è visibile anche Mystères, il manifesto che Laurent P.Berger, artista e Cyrille Berger, architetto, hanno ideato per Postcard from…. Per quest’ultimo progetto e per la mostra, cliccate sull’immagine e visitate il sito del Pastificio Cerere.

Rrose #3 è uscito! E basterebbe l’elenco di chi vi trovate dentro per darvi l’idea di cosa si tratta, e in che (sublime) modo: Yue Minjun, Demetrio Paparoni, Sara Boggio, Giorgio Manganelli, Lietta Manganelli, Internozero, Massimo De Nardo, Emma Dante, Giuseppe Distefano, Rodolfo Di Giammarco, chele Dall’Ongaro, Mauro Cicarè, Ed Wood, Elisa Savi Ovadia, Tullio Pericoli, Paolo Fabbri, Tirelli Costumi, Tommaso Lagattolla, Josef Svoboda, Massimo Puliani, Jérome Bel, Riccardo Giacconi, Gerard Malanga, Fondazione Pescheria, Chiara Gabrielli, Francesco Micheli, Silvia Camporesi, Lottie Davis, Chris Rain, Elena Ovecina, Andrea Tentori Montalto, Stefano Fantelli, Antonio Tentori, Paolo Rinaldi. Ma se ciò non dovesse (inopinatamente) bastare, aggiungo che Rrose è una meraviglia di magazine, come veramente poche se ne trovano, in giro! Cliccate QUI per visitarne il sito e conoscerlo, nonché per sapere come non lasciarvelo scappare…