Camminare, una volta ogni tanto

Tra mille impegni e altrettante cose fare, cerco sempre di ritagliarmi qualche ora, con periodicità non troppo lunga, per andare a camminare sui monti.

Non è soltanto una questione di “doverosa” e salutare attività fisica, di benefico allenamento, e nemmeno solo di sfogo e svago dall’ordinario tran tran quotidiano. Semmai, è più una questione di necessaria, anzi, vitale riconnessione la Natura, con l’ambito selvatico che delinea e implementa il nostro essere “umani”, è rinnovata e rinvigorita relazione con il territorio, i luoghi, gli elementi naturali, le pietre, l’erba, gli alberi, l’aria e il vento, l’acqua e la pioggia, è dialogo, confronto e confessione con il Genius Loci dei luoghi, è sincronia e armonizzazione col ritmo della vita, della Terra, del tempo, del cosmo, ogni volta rinascita mentale, epifania spirituale, decantazione dell’animo – ma non c’è nulla di banalmente “mistico” in ciò: è una pratica assolutamente biologica e fisiologica, oltre che ecologica (nel senso originario del termine) e antropologica.

Eppoi, è un piccolo, ordinario, forse trascurabile eppure indispensabile esercizio di libertà assoluta – gravità a parte che mantiene i piedi in terra ma, anche con questa, il pensiero ritorna libero di giocare festosamente con i sensi e la percezione così da fare del solito mondo quadridimensionale un personale multiverso fatto di tante dimensioni quante l’immaginazione può pensarne e l’inconscio presagirne, nel quale sentirsi al centro di tutto perché tutto è “centro” – tutto c’entra.

È un momento, insomma, il quale più che muovere gambe, piedi, muscoli, riesce a muovere l’intera essenza personale e ne registra – ovvero ne rimette in squadra – la presenza attiva, materiale e immateriale, dentro il mondo – quel mondo molto meno “alterato” dalla presenza umana le cui forme generano paesaggi che a loro volta danno forma alla mia più profonda intimità, sì che seguire e tracciare vie in quello spazio naturale nel tempo impiegato all’uopo è proprio come percorrere i sentieri dell’esistenza nel tempo vissuto, traguardando mete future, nuove tracce da seguire, ulteriori momenti di libertà di cui poter godere e far tesoro.

Ecco.

Sono – siamo – di carne e ossa ma pure, ribadisco, di pietre ed erba e legno e ogni altra cosa che vive con noi qui, in questo pianetino disperso nel cosmo infinito, punto di partenza e meta del comune vagare nello spaziotempo: è questo che ci dà valore e rende unici, ci rende singolarità viva, intelligente (nonostante tutto) e senziente. Bisogna che ogni tanto ce lo ricordiamo, a noi stessi innanzi tutto.

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“Attraverso le Terre del Suono”, Davide Sapienza e Marco Grompi a Carenno, sabato 6 luglio

La musica è un viaggio, si dice, e lo è anche la letteratura. Ma se di solito si pensa che il senso del viaggio stia nella meta che intende raggiungere, in verità il valore autentico del viaggiare sta in chi compie il viaggio: e se i viaggiatori sono di gran valore e prestigio, non può che uscirne un itinerario emozionante e unico attraverso territori di rara bellezza.

È ciò che accadrà sabato 6 luglio prossimo a Carenno, nell’ambito della rassegna “Una Montagna di Eventi 2019” organizzata dalla Pro Loco, con ATTRAVERSO LE TERRE DEL SUONO, un viaggio di parole e musica nella cultura del rock accompagnati da due viaggiatori di grande prestigio: Davide Sapienza, scrittore, geopoeta, autore di reportage, traduttore, uno dei più rinomati narratori italiani di territori e geografie, e Marco Grompi, musicista, storico del rock, promotore culturale, consulente discografico, autore di numerose pubblicazioni di ambito rock, fondatore e leader dei Rusties.

Le Terre Del Suono sono la geografia di tutte le persone che nella musica hanno trovato ispirazione quotidiana, forza interiore, capacità di restare fedeli alle proprie percezioni e di emozionarsi. Sapienza e Grompi, che lavorano insieme da un quarto di secolo per e con la musica, hanno deciso di farsi un regalo. Un loro “show”, dedicato al potere della musica, rivoluzionario, spirituale, profondo, concreto. Insieme hanno dato “pagine” a Neil Young (tre i volumi realizzati insieme e tra di essi, l’unica raccolta ufficiale approvata dal cantautore canadese di testi e traduzioni, oltre alle due autobiografie tradotte per Feltrinelli) e da qui era partita la loro unione artistica. Per Davide, scrittore geopoeta, impegnato nelle poetiche distese “della percezione” oltre che geografiche (come spiega il suo ultimo libro Il geopoeta. Avventure nelle terre della percezione) e per Marco, musicista e autore di libri rock, questa lunga amicizia intessuta del linguaggio sonoro, più che parlato, è una narrazione da condividere. Così nasce la performance ispirata a un capitolo del libro di Sapienza, a sua volta ispirato da una giornata dedicata proprio a Neil Young da Grompi, molto tempo fa.

Dedicato alla musica e alle geografie possibili, da quelle naturali, fatte di orizzonti e non confini, che diventano per noi umani quelle culturali. Questo è il viaggio di ATTRAVERSO LE TERRE DEL SUONO: Marco e Davide sul palco ma tutti insieme sul grande sentiero interstellare della musica. È la cultura rock dei due personaggi ad averli stimolati fin dall’infanzia, un filtro che ha definito il loro immaginario autoriale e giornalistico, senza preclusioni, fondato sulla condivisione di emozioni, percezioni, rivoluzioni interiori, conducendo per trent’anni ognuno a definire un proprio originale percorso di vita: come cantò John Lennon, immaginare che non esistano confini è facile, basta provarci.

Anche il contesto – e meta del momento – per il viaggio di ATTRAVERSO LE TERRE DEL SUONO sarà assai particolare: i prati accanto all’Oratorio di San Domenico, affascinante luogo sacro circondato dai boschi e dai monti, all’ora dell’imbrunire ovvero dalle 21.00, in un equilibrio di armonie musicali, letterarie, naturali e ambientali che renderà l’evento qualcosa di indimenticabile – e indimenticabilmente rock!

Segnatevi l’appuntamento, dunque, che ci si vede lì! Non mancate!

Perdersi e (ri)trovarsi

Sono andato in città, ho seguito mappe, strade, indirizzi, indicazioni precise e dettagliate, coordinate infallibili e mi sono perso. Sono andato sui monti senza alcuna mappa o bussola, ho abbandonato qualsiasi sentiero, ignorato ogni segnavia seguendo istinti e percezioni ancestrali, e mi sono ritrovato. Ma questo non perché la città sia un ambito di “smarrimento” e la montagna no, non si tratta di pensare ad alcuna superficiale antinomia. Semmai perché per trovarsi in qualsiasi luogo bisogna ritrovarci e ritrovare sé stessi, dunque occorre prima ridefinire e ri-conoscere le proprie coordinate smarrendo, ovvero lasciando da parte, le altre: che di altri sono, appunto, da altri contesti provengono e altro identificano.

A volte il “selvatico”, quello spazio in cui si teme di potersi facilmente perdere rispetto ad altri, non è dove si crede che sia, a volte è dove non si vuole seguire la mappa che si ha impressa nel proprio animo che è dotata di coordinate esclusive, uniche. Allora sì, finisce che ci si perde anche nel luogo più noto e “dettagliato” che ci sia, ovunque si trovi. Perché selvatico non è l’ambito in cui ci si può smarrire, ma dove non ci si può ritrovare.

Giornate belle proprio perché uggiose

Eppure io non riesco proprio a farmi intristire da queste giornate uggiose, piovose, di nubi basse e foschie vaganti, nemmeno se è maggio e dovrebbe già sfavillare un Sole quasi estivo quando invece la temperatura è novembrina.
Perché questa meteo, quest’atmosfera che tanti incupisce, a me piace, lo ammetto – anzi, lo ribadisco. Mi dà una sensazione di pacatezza, di intimità, di rumori ovattati, luminosità mai troppo abbacinanti, di nuvolaglia poggiata sulle forme dei monti come avvolgenti e confortevoli coperte, di profumi delicati effusi dal terreno bagnato, di colori naturali resi vividi dalla pioggia. Una percezione di riacquisito lindore, di sanità e purezza, di abbeveramento dello spirito al pari della Terra.

Certo: le giornate assolate, quelle calde al punto giusto, senza una nuvola nel cielo azzurro e limpido sono bellissime, ma a volte mi danno l’idea – se così posso dire – di un affollato concerto nel quale la musica sia entusiasmante ma a volume troppo alto, mentre le giornate uggiose mi ricordano certi piano bar un po’ dismessi ma accoglienti, con la musica altrettanto coinvolgente e al giusto volume. Bellissima l’una e l’altra atmosfera se godute per ciò che sono nel giusto modo, per gli stessi motivi ne l’una e né l’altra intristenti o irritanti, per nulla.

Vacanze da “Belle Epoque” al Grand Hotel sui monti… questa sera alle 21.00 in RADIO THULE, su RCI Radio.

Questa sera, 13 maggio duemiladiciannove, ore 21.00, live su RCI Radio in FM e in streaming, appuntamento con la 14a puntata della stagione 2018/2019 di RADIO THULE intitolata “Saluti e baci dal Grande Albergo del Pertüs!

Sul crinale montano tra Lecco e Bergamo, a 1200 m di quota, dove le ultime punte del manzoniano Resegone lasciano il posto alla più placida dorsale del Monte Albenza, tra antichi castagneti e maestose faggete giace silenzioso un imponente edificio, di proprietà privata e in gran parte disabitato. Tanti escursionisti ne restano incuriositi e affascinati, chiedendosi cosa ci faccia un edificio così grande immerso nei boschi e lontano da tutto; i locali lo chiamano “il Convento”, perché sanno che per qualche tempo fece da colonia estiva seminariale. In verità, tale edificio ha una storia ben più vecchia e nobile, perché ai tempi della Belle Epoque fu uno dei primi alberghi di montagna di lusso delle Alpi lombarde, testimonianza singolare ed emblematica (non solo per la zona in questione) della nascita e dello sviluppo del turismo alpino: era il Grande Albergo del Pertüs, dal nome del vicino e angusto passo (“pertugio”, da cui il toponimo dialettale) che collegava il bacino del Lago di Como con le valli bergamasche.
Un edificio tutt’oggi assolutamente affascinante e in grado di narrare una storia tanto poco conosciuta quanto intrigante e sorprendente, nonostante la sua monumentale presenza lassù sui monti appaia così silenziosa… Una storia che vi narrerò in questa puntata di RADIO THULE, sicuro che anche in questo modo l’ex Grande Albergo del Pertüs vi incuriosirà e ammalierà.

Dunque mi raccomando: appuntamento a stasera su RCI Radio! E non dimenticate il podcast di questa e di tutte le puntate delle stagioni precedenti, qui. Infine, segnatevi già l’appuntamento sul calendario: lunedì 27 maggio, ore 21.00, la prossima puntata di RADIO THULE! Stay tuned!

Thule_Radio_FM-300Come ascoltare RCI Radio:
– In FM sui 91.800 e 92.100 Mhz stereo RDS.
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Il PODCAST di Radio Thule: di questa puntata e di tutte le precedenti di ogni stagione, QUI!