«Volete le montagne vuote solo perché voi amate il silenzio!»

Riassumo nella frase che fa da titolo a questo post molte delle contestazioni che vengono rivolte a quelli come me che, prima di esserne oggetto, obiettano certe opere realizzate in montagna con impatti più o meno pesanti ma comunque sempre significativi, visti i territori e gli ambienti coinvolti, e con consonanza, cura e sensatezza verso di essi e le comunità che li abitano visibilmente opinabili.

Ecco, a me in tutta sincerità pare che quella frase equivalga a dire a un cittadino «Volete le città piene di gente e di cose perché voi amate il rumore!»

Embé? La città è un luogo che deve essere pieno di gente e dunque dove inevitabilmente ci sia del “rumore”, (entro limiti accettabili: serve dirlo?), che a tutti gli effetti segnala la vitalità del paesaggio urbano. Parimenti, la montagna è un ambito che non può essere “pieno” come le città, nel quale il silenzio, o per meglio dire il suono ambientale, è parte fondamentale del paesaggio montano.

Dunque?

Il problema non è amare il silenzio in montagna, che è una sua specificità e una naturalissima ovvietà, ma pretendere che la montagna debba imitare la città, che possa restare “montagna” assomigliando alle città e riproducendone modelli, stili, comportamenti. È pensare che il “vuoto” della montagna sia uno spazio da riempire esattamente come in città di cose, opere, infrastrutture, persone, suoni, rumori e, per questo, che come in città ciò che vi ci si mette dentro debba “rendere” qualcosa. Di contro, non è ritenere che in montagna non si possa fare nulla, ma nemmeno che ci si possa fare tutto perché così si fa altrove, senza capire – più o meno consapevolmente – che la montagna è tale, e chiunque la si ama (anche i cementificatori più dissennati, solo che non se ne rendono conto) proprio perché è a suo modo “vuota”, è silenziosa, è naturale, è tutto quello che la città non può (più) essere.

Per questo in montagna si possono fare tantissime cose ma solo se realizzate in armonia con i luoghi e le loro specificità, se ne rispettino le caratteristiche geografiche, naturalistiche, ambientali, se sappiano relazionarsi con il paesaggio senza invece stravolgerne la geografia, l’anima, la cultura, la bellezza, il benessere di chi ci vive. Che è il benessere della montagna stessa, da nessun altra parte come lassù l’uno legato all’altro, l’uno causa ed effetto dell’altro.

Ma forse, più semplicemente, quelli che pensano che la montagna sia “vuota” non capiscono che invece è piena di tutto, e parlano solo sull’onda di tale inconsapevolezza. Che rimarca altre vuotezze interiori, temo.

Rumore, ovunque

Seggiovie che sferragliano sulle montagne, musica ad alto volume nei rifugi e negli apres-ski, motoslitte che corrono sulla neve anche di sera, biciclette che sfrecciano a gran velocità nei boschi e a volte pure le motociclette, i grandi parcheggi nel fondovalle, le strade in quota… Insomma: rumore. Proprio non ce la facciamo a starne senza al punto che lo spargiamo ovunque, anche in alta quota, lì dove ogni cosa che non sia un suono naturale risulta comunque alieno, anche quando non sia impattante. E se impattante lo diventa, oltre che alieno diventa degradante.

Proprio non ce la facciamo a godere il silenzio, persino dove sarebbe normale, necessario, meraviglioso come sulle montagne perché condizione diversa da quelle che troviamo pressoché ovunque altrove, non solo in città. Ci dà fastidio, ci inquieta, ci spaventa. Forse perché il silenzio ci obbliga a restare soli con noi stessi e a pensare.

Pensare, già. Una cosa che sta diventando rara proprio come il silenzio. E se sapessimo fermarci solo qualche attimo a pensare – una cosa che sarebbe normale per noi “Sapiens”, no? – probabilmente molti, forse tutti quei rumori fastidiosi sparirebbero rapidamente. Chissà.

Sull’argomento si è espressa di recente anche Chiara Pesenti, che con il marito gestisce in quel meraviglioso angolo delle montagne della Val Brembana che è Sussia (lo vedete nelle immagini lì sopra) un altrettanto meraviglioso posto, Cà del Tòcio (lo raccontai qui), e che di vita in/di montagna scrive sul proprio blog su Substack. Qualche giorno fa vi ha pubblicato delle belle e franche riflessioni in un articolo intitolato Silenzi e rumori in montagna. Riflettere su motoslitte, turismo facile e il bisogno di cura e misura nei luoghi che amiamo. Ve ne offro di seguito due passaggi significativi e molto vicini alle mie considerazioni sopra espresse:

Questa mattina, un amico, mi ha inviato il link di una nuova proposta sulle montagne dell’alta valle. Tramonti, aperitivi e cene in motoslitta. Ho guardato le immagini e ho sentito quel disagio familiare. Non è solo il rumore, né il fascino del brivido facile. È l’idea che la montagna diventi una scena pronta da consumare, mordi e fuggi per chi ha soldi. Le motoslitte portano adrenalina e foto spettacolari, ma lasciano rumore, inquinamento, disagio per gli animali e per chi abita il luogo. Trasformano il paesaggio in esperienza rapida, istantanea, replicabile. La montagna diventa sfondo. È questo che mi inquieta: non il divertimento, ma l’indifferenza verso ciò che rende un luogo unico.
[…]
Per me la montagna è sempre stata un luogo che ridimensiona. Ti ricorda che non sei il centro, che devi adattarti, che a volte devi tornare indietro. Se la trasformiamo in qualcosa che si adatta sempre e solo a noi, cosa perdiamo? Forse perdiamo proprio quella frizione che ci fa crescere.
Non voglio una montagna-museo, immobile e inaccessibile. Ma nemmeno una montagna addomesticata fino a diventare innocua. Vorrei che restasse un po’ scomoda, un po’ esigente, capace di dire no.
E forse questa non è solo una riflessione sulla montagna. È una riflessione sul nostro modo di stare al mondo. Su quanto spazio lasciamo a ciò che non controlliamo. Su quanto siamo disposti a rinunciare per non trasformare tutto in qualcosa che serve soltanto a noi.

L’articolo di Chiara lo trovate per intero qui. Leggetelo: è veramente bello, emoziona e fa riflettere.