Il negazionismo climatico sia un crimine contro l’umanità

In tema di cambiamenti climatici e di conseguente drammatico stato di fatto nel quale ci ritroviamo, a fronte dei ripetuti appelli provenienti da più parti scientifiche, culturali e istituzionali (ultimo è quello dell’Istituto Superiore di Sanità) tutti quanti concordi nel sancire la massima urgenza d’intervento per evitare la catastrofe (sempre che il limite non lo si sia già superato, ovviamente), vi sono leader politici di nazioni sovente grandi – dunque assai impattanti sul clima mondiale – che ancora insistono nel non considerare grave la situazione in essere quando non negano che cambiamenti climatici tanto drammatici siano in atto: gli attuali USA, il Brasile col suo nuovo presidente, l’Australia, la sempre ambigua Cina, eccetera. Ciò, nonostante non siano in ballo meri interessi economici o politici ma la nostra stessa vita, ovvero il futuro della razza umana su questo nostro pianeta – l’unico che abbiamo a disposizione, è bene ricordarlo soprattutto a quelle opinioni pubbliche (italiana in testa) che invece sembrano abbastanza menefreghiste sul tema o, quanto meno, del tutto superficiali.

Posta tale drammatica realtà, io credo che se l’ONU fosse un’organizzazione seria e realmente dotata di capacità d’influenza sui governi che ne fanno parte e, in generale, sul presente del pianeta, per di più come organizzatrice delle conferenze COP sul clima (la numero 24 è in corso proprio in questi giorni a Katowice, in Polonia) dovrebbe necessariamente compiere due passi giuridici complementari e fondamentali:

  1. Istituire il reato internazionale di negazionismo climatico a carico dei poteri politici e istituzionali che se ne fanno portatori, per di più inserendolo tra quelli legati ai “crimini contro l’umanità” posto il danno che quelle posizioni politiche, e le azioni che sovente ne derivano, causano concretamente o potenzialmente all’intera popolazione mondiale.
  2. Mettere al bando con la massima risolutezza governi, leader politici e altri soggetti affini che, appunto, sostengano posizioni di negazionismo climatico e promuovano azioni concrete che ignorino i dati scientifici sul cambiamento climatico e sulle conseguenze in corso.

Ecco. Ribadisco: a mio parere queste dovrebbero non solo essere risoluzioni nodali da assumere ufficialmente a livello globale, dunque di ineluttabile competenza dell’ONU, ma pure azioni più che necessarie, direi indilazionabili, vista la situazione che ci troviamo e ci troveremo ad affrontare – e siamo solo all’inizio di essa, per giunta.

Oppure, continuare a fare spallucce, far finta di nulla, felicitarsi che nel bel mezzo dell’inverno vi siano 20° e, magari, pure dare credito e sostenere i suddetti leader politici negazionisti. Per poi finire tutti quanti malissimo, tra vent’anni suppergiù. Che sarebbe poi la sorte più equa e meritata, nel caso.

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Arte Sella chiede una mano per ripartire

Arte Sella: the contemporary mountain, ovvero uno dei più bei progetti di relazione e dialogo armoniosi tra arte e paesaggio naturale mai realizzati in assoluto. Dal 1986 in via sperimentale, e dal 2000 continuativamente, Arte Sella rappresenta un processo creativo unico, che nell’arco di un cammino più che ventennale ha visto incontrarsi linguaggi artistici, sensibilità e ispirazioni diversi accomunati dal desiderio di intessere un fecondo e continuo dialogo tra la creatività ed il mondo naturale. Nel tempo, più di 300 artisti si sono avvicendati in questo percorso, consegnando alla Val di Sella ed alle cure dell’Associazione Arte Sella il loro lavoro; Arte Sella è così diventata sempre più una possibilità, un luogo, un’occasione di sperimentazione e di crescita creativa in continuo dialogo ed ascolto con i mondi della musica, dello spettacolo, della fotografia e della cultura nelle sue molteplici sfaccettature.

Purtroppo, in forza degli inopinati eventi meteoclimatici del 29 ottobre scorso che hanno causato danni in vari luoghi delle Alpi orientali (e non solo), l’intero bosco che ricopriva il versante sud del monte Armentera, nel quale si insinuava armoniosamente il percorso ArteNatura, è stato abbattuto, così come il giardino di Villa Strobele, lo spazio espositivo che Arte Sella aveva inaugurato nel 2018 e che segnava il ritorno al luogo dove tutto ebbe inizio nel 1986. Oltre al bosco, quasi metà delle opere di Arte Sella sono state danneggiate o distrutte, ponendo l’intero progetto in una condizione di particolare fragilità e difficoltà, in conseguenza della quale l’Associazione Arte Sella chiede una mano a chiunque abbia a cuore la sua storia, il suo lavoro e soprattutto il valore culturale di essi, così esemplare per l’intera cerchia alpina.

L’arte ha avuto nel corso della storia la forza di rigenerare le ferite, di diventare motore silenzioso di cambiamenti radicali. In un momento in cui un evento di tali dimensioni impone che la riflessione sulla coesistenza tra uomo e natura sia affrontata con un’urgenza senza precedenti, l’arte può e deve continuare ad esplorare strade inedite, nuove possibilità di coesistenza dell’uomo nella natura di cui è parte integrante. Arte Sella vuole ripartire da questa consapevolezza, dalla certezza che una forza generatrice è già al lavoro e va assecondata, guidata, coltivata e, con Arte Sella, tutti coloro che hanno a cuore il nostro futuro” (dal sito di Arte Sella).

Di seguito le modalità per partecipare alla ricostruzione (oppure cliccate qui):

Basta moto sui sentieri!

Da grande appassionato di “vagabondaggi” in Natura, e da cultore delle relative tematiche culturali, voglio sottoporvi un appello assai sentito, che deriva da una considerazione fondamentale.

Come dà notizia al solito puntuale MountCity, si moltiplicano le segnalazioni (sui giornali locali) di multe salate ai motociclisti sorpresi mentre fanno motocross nei boschi o lungo le vie rurali – mulattiere, sentieri, piste agrosilvopastorali – sulle quali vigono divieti di transito ai mezzi motorizzati privi di adeguato permesso.
Bene, benissimo! Finalmente!
Le genti di montagna (e con esse tutte le persone che la frequentano con consapevolezza) non possono che essere ben contente di queste notizie. Perché la percezione del paesaggio montano e il relativo immaginario collettivo che ne alimenta la cultura sono composti da elementi estetici, culturali e antropologici che nulla hanno a che vedere con l’utilizzo ludico-motorizzato del territorio, disturbante, dannoso e inquinante, che questi “motociclisti” pretendono di imporre, oltre che dalla bieca incultura che si portano appresso (di frequente poi “espressa” con estrema maleducazione e prepotenza).

Quindi, l’appello di cui vi dicevo: se ne vedete scorrazzare, di tali motociclisti, ove è loro proibito (quasi ovunque, sulle vie rurali), denunciate, denunciate, denunciate! Non fategliela passare liscia! Un atto di prepotenza così marchiano e tanto dannoso non può più restare impunito. Non è una mera posizione di parte, questa, ma una questione di civiltà, di buon senso, di educazione civica. Qualcosa che tutti dovremmo sentire come indispensabile da mettere in atto, ecco.

Clima, il piano “B” e il piano “C”

23 Ottobre, anno 2018.

Qualche giorno fa è stato pubblicato il rapporto quinquennale dell’IPCC sui cambiamenti climatici e sulle azioni da mettere in atto per prevenirne e contenerne quanto più possibile gli effetti. Un rapporto a dir poco allarmante ma, al solito, trattato in molti casi con sufficienza dai media, in primis da quelli italiani – nonostante qualcuno lo giudichi addirittura troppo prudente – con il risultato che buona parte delle persone comuni sostanzialmente si disinteressano della questione.
Intanto, siamo quasi a novembre e le temperature raggiungono ancora tranquillamente i 25° se non di più ma, stando alle norme ordinarie, dallo scorso 15 ottobre si sarebbero potuti attivare i sistemi di riscaldamento domestici: cosa che assume i contorni del grottesco, similmente alle circolari che ricordano come già da ora ed entro il prossimo 15 novembre si debbano montare gli pneumatici invernali, quando ancora si vede in giro gente in t-shirt e bermuda (io stesso qualche giorno fa ero vestito così, giocoforza visto il caldo, in montagna a quasi 1.500 m di quota!). D’altro canto, mentre il suddetto rapporto quinquennale dell’IPCC chiede di contenere l’aumento delle temperature globali a 1,5-2°, in Europa l’estate appena trascorsa ha fatto registrare +2,16° sopra la media storica, risultando essere la più calda dal 1910, anche più di quella “memorabile” del 2003.

Posto tutto ciò, e posto che – riguardo al clima e all’influenza antropica su di esso:

  • Il piano “A”, quello instaurato dalla rivoluzione industriale e basato sullo sfruttamento dei combustibili fossili e delle risorse naturali, è palesemente e miseramente fallito;
  • Il piano “B”, quello che considera le azioni da mettere in atto per contenere l’aumento delle temperature globali a 1,5-2°, potrebbe già essere in ritardo ovvero non sufficiente a conseguire tale risultato,

una domanda, composita, sorge spontanea e inesorabile:

ce l’abbiamo, noi genere umano, un piano “C”?

Sì, insomma: se tutto quanto stiamo facendo non dovesse bastare a “salvarci” da una situazione che si dovesse rivelare peggiore di quanto ipotizzato, che si fa?
Costruiamo una flotta di astronavi interstellari e ce ne andiamo a colonizzare qualche altro mondo abitabile? Beh, nel caso dobbiamo darci una mossa, non credo sia un’impresa attuabile in solo qualche anno (e, per inciso, non mi pare nemmeno che possediamo la tecnologia necessaria per realizzarla!)

Insomma, non è un mero esercizio di catastrofismo ultrapessimistico, questo, ma semplicemente è fare qualcosa che fino ad oggi non è mai stato fatto, in tema di clima (e non solo): programmare il futuro in ogni sua possibile eventualità, dalla più positiva a quella maggiormente drammatica. Perché, appunto, salvo la soluzione poco plausibile delle astronavi intergalattiche, di pianeta su cui vivere ne abbiamo uno, non è che se le cose vanno male possiamo semplicemente buttarlo via avendone uno nuovo; e ipotizzare un futuro comune che abbia punti tanto oscuri e ignoti (a parte le cose totalmente imprevedibili, ovvio) non è esattamente una bella cosa. Proprio per nulla.

Il clima che cambia, l’indifferenza della castagna e quella dell’uomo

24 settembre. Autunno.
All’esterno, quasi 27°, all’interno oltre 25. Condizionatori ovunque in azione, per le strade gente in bermuda e canottiera; al Sole si suderebbe copiosamente se non fosse per il vento che, almeno qui, allevia dal calore che pare quello di piena estate, quasi.
Già: siamo in autunno e sembra luglio.

È una situazione che qualsiasi spirito sensibile non può che definire inquietante, segno drammatico del cambiamento climatico in atto il quale, il timore sorge spontaneo, è forse ben più presente di quanto si creda, o di quanto ci facciano credere.
Inquieta questo clima così inopinato, e inquieta quella percezione di indifferenza verso un cambiamento tanto radicale e stravolgente che a volte colgo palese in molte persone. Un’indifferenza in parte dovuta anche al senso di impotenza che facilmente sorge (purtroppo ci risulta ancora difficile concepire che il singolo individuo, nel suo apparente “piccolo”, possa fare qualcosa contro un tale cambiamento planetario – concezione del tutto sbagliata, ça va sans dire) ma, io credo, derivante pure dall’impressione che ai potenti del mondo in primis (salvo rare eccezioni) la cosa non interessi più di tanto, o comunque non a sufficienza da prendere iniziative veramente radicali, efficaci e concrete al fine di cercare di mitigare l’effetto antropico sul clima. Il cambiamento climatico è questione già evidente adesso ma i cui effetti saranno via via più deleteri nel futuro, tra 10, 20 o 100 anni, ovvero ben al di là dell’attuale orizzonte politico-elettorale: così, non solo ci si permette ancora di tergiversare sui punti e sulle virgole di trattati e di trattatelli, durante i vari summit sul clima, ma addirittura finisce che leader antiscientisti e negazionisti (i quali, per quanto mi riguarda, in forza di tali posizioni dovrebbero essere messi al bando dalla scena politica) salgono al potere, arrecando ulteriori danni ai propri paesi e facendo perdere tempo prezioso all’intero pianeta nella messa in atto delle azioni per il contenimento del cambiamento climatico.
Sempre che, sia chiaro, non si sia già superato il punto di non ritorno, come qualche scienziato ritiene. Di certo, ribadisco, siamo solo all’inizio della manifestazione degli effetti del cambiamento climatico. Il peggio deve ancora venire – e non è una semplicistica affermazione catastrofista, questa, ma un palese dato di fatto: basti pensare alle Alpi che, al momento, di ghiacciai ne hanno ancora (e i ghiacciai sono i più importanti serbatoi di acqua potabile per i territori prossimi alla catena alpina) ma, se le previsioni scientifiche si rivelassero corrette, tra soli 100 anni non ne avranno praticamente più.

Poi, ieri, durante uno dei miei frequenti vagabondaggi montani, mi sono ritrovato in un bosco di vecchi castagni e la mulattiera che ho percorso era in diversi tratti tappezzata di ricci aperti, con il loro prezioso contenuto di castagne mature ben in vista – la foto in testa al post ne è valida testimonianza, spero.
Vedendoli, mi sono ritrovato a pensare che, a quanto pare, la castagna se ne frega dei cambiamenti del clima: lei il proprio buon ciclo biologico lo sta attuando come sempre, nonostante la temperatura che nulla ha a che vedere con l’autunno – stagione della quale da sempre la castagna è simbolo primario.
Di conseguenza, ho pensato e penso pure che, in effetti, la Natura sa perfettamente adattarsi a cambiamenti climatici pur così poco naturali come quelli in corso. Il tempo della Terra (cit. Davide Sapienza) consente il giusto ritmo di adattamento, la necessaria resilienza, la capacità di rimettere le cose in un ordine naturale, appunto. L’uomo invece no, non saprà mai fare tutto ciò, il suo tempo forzatamente ultraveloce e sempre affannosamente alla rincorsa del nulla consumistico non gli consente nessuna resilienza e nessun adattamento, per il semplice motivo che l’umanità ha bisogno di ciò che la Terra offre in relazione a un ben determinato range climatico. Insomma, ad esempio: se non ci saranno più ghiacciai sulle Alpi ci sarà molta meno acqua nei fiumi e nei laghi, molta meno nelle falde acquifere e dunque negli acquedotti pubblici e nelle tubature per l’irrigazione agricola – sperando poi che pure le precipitazioni atmosferiche non diminuiscano. La vita umana quotidiana e ordinaria ne sarà inevitabilmente compromessa, almeno per sotto molti aspetti: e come farà l’uomo ad adattarsi in breve tempo a ciò se non saprà come recuperare l’acqua che per millenni ha avuto a disposizione, e sulla qual ampia disponibilità ha costruito e consolidato un certo modus vivendi?

Non dovremmo dimenticare mai che, se l’uomo ha un bisogno a dir poco imprescindibile della Terra – di una “certa” Terra e di un buon clima su di essa – e delle risorse naturali da essa fornite per vivere al meglio, la Natura non ha invece alcun bisogno dell’uomo. Anzi, visti i danni che la “civiltà” umana ha arrecato al pianeta, soprattutto negli ultimi due secoli, sarebbe solo un gran vantaggio se ne potesse fare a meno. D’altro canto siamo animali, restiamo animali, anche questo il saccente homo technologicus contemporaneo dovrebbe ricordarselo più spesso: siamo parte di un sistema biologico generale che, più contribuiamo a danneggiare, più ci si ritorcerà contro. La castagna il suo ciclo biologico lo sa ben preservare, nonostante tutto; noi il nostro no, quantunque ci crediamo ormai assurti al rango di invincibili “semidei” – ma poi bastano due giorni di pioggia forte o di neve per mandare in crisi profonda la nostra presuntuosa civiltà…
È questa, in fin dei conti, la più grande e paurosa inquietudine che sorge, in chi come il sottoscritto, guarda il calendario e, accanto, la temperatura segnalata dal termometro, e poi spera che un vero inverno prima o poi venga ancora, alla faccia di tutti quelli che credono sia tanto piacevole poter girare in bermuda e infradito nel pieno dell’autunno.