I bollettini meteo e le creme “scioglipancia”

Tempo fa, sulla base delle mie esperienze personali, ero giunto alla conclusione di poter ritenere la categoria dei previsori meteorologici affidabile, nei propri bollettini (salvo rarissime eccezioni), quanto quella degli astrologi da rivista di gossip.

Ora, ripensando a ciò e avendo nel frattempo accumulato ulteriori testimonianze al riguardo, credo di essermi sbagliato. Sì, gli astrologi ci azzeccano di più. A quanto pare, tirare a indovinare vaticini con le congiunzioni astrali è più facile che inventare bollettini con le congiunzioni meteoriche, ecco.

Conseguentemente, basarsi sulle previsioni dei bollettini meteo che ordinariamente circolano sui mezzi di informazione e sul web e far dipendere da essi le proprie attività quotidiane, salvo sporadiche eccezioni (ma per la cui “convenienza meteorologica” sovente basta il più ordinario buon senso), è pratica ormai da degradare a un livello inferiore rispetto a quella del dar fede agli oroscopi dei rotocalchi, dunque da fissare al livello degli acquisti delle «creme scioglipancia» di Wanna Marchi.

Tuttavia, sia chiaro, la meteorologia vera è tutt’altra cosa rispetto alle “previsioni del tempo”, così come la nostra relazione con il mondo e con le sue fenomenologie naturali è tutt’altra cosa da quella praticata da chi il mondo lo vive dando fede ai “vaticini” degli oroscopi, alle televendite di prodotti miracolose e ai bollettini meteo farlocchi. In fondo il principio di base è lo stesso di quei prodotti-fake di Wanna Marchi: non era di lei che vendeva falsità la colpa maggiore, ma di chi le credeva. Già.

P.S.: sì, continuo la mia personale battaglia contro le “previsioni del tempo”, secondo me una delle cose più futili della nostra ordinaria contemporaneità. Una battaglia persa in partenza, forse: ma, nel caso, è una sconfitta che non mi provoca alcun dispiacere.

AA.VV., “Carnevali e folclore delle Alpi”

Fin dai primi tempi in cui l’uomo ha cominciato a frequentarle e abitarle, le montagne sono diventate un “inevitabile” habitat per creature soprannaturali d’ogni genere e sorta, mostri, draghi, demoni, uomini selvatici e quant’altro, e di conseguenza una fonte ricchissima di relative leggende e mitografie: quasi ovunque l’uomo, per scelta o gioco forza, non fosse giunto a abitare e adattare il territorio alle proprie esigenze – boschi, vette, ghiacciai, forre, eccetera – vi era il regno del mistero e del pericolo: una dualità tra mondo umanizzato e mondo selvaggio sulla quale si è dipanato buona parte dello sviluppo culturale della montagna e della relazione degli uomini con essa dalle frequentazioni primitive fino all’era industriale. Poi, appunto, il progresso ha fatto svanire pressoché tutta quella dimensione sovrannaturale e i timori d’un tempo ad essa legati sono diventati sollazzi folcloristici che il turismo ha sovente inglobato nelle proprie manifestazioni e non di rado banalizzato, dimenticandosi l’antica e emblematica storia culturale che stava alle spalle.

Ma c’è un momento, durante il corso dell’anno, nel quale il sovrannaturale montano torna a manifestarsi, un momento condiviso nella forma con il resto del mondo ma nella sostanza parecchio diverso e ben più significativo, dunque molto più affascinante: il carnevale. Sulle Alpi – e non solo, ma nella regione alpina soprattutto – il carnevale non è un semplice periodo di feste e scherzi dal carattere meramente ricreativo, anche se all’apparenza può sembrare così. In molti carnevali delle Alpi, infatti, tornano in superficie molte di quelle creature sovrannaturali ovvero di quelle leggende, mitografie, superstizioni, fantasie, narrazioni che, se nella forma attuale sono state modellate dal basso Medioevo in poi assumendo i vari caratteri dei relativi momenti storici, a uno sguardo più attento palesano le origini ancestrali e misteriose che riportano direttamente a miti pre-cristiani e pagani, ancor più antichi rispetto alle Dionisie greche e ai Saturnali romani dai quali viene fatto derivare il senso del carnevale odierno (pur con la sua caratterizzazione prettamente cristiano-cattolica) e soprattutto peculiari rispetto all’ambito alpino e montano nonché alla relazione con esso delle genti che nei secoli lo hanno antropizzato.

Carnevali e folclore delle Alpi, edito nel 2012 dall’Associazione culturale LOntàno Verde e curato da Luca Giarelli, membro della Società Storica e Antropologica di Valle Camonica, rappresenta un ottimo compendio sul tema raccogliendo una serie di interventi su alcuni dei più significativi carnevali e delle feste in costume della catena alpina, sulle loro caratteristiche e sulle maschere che li animano, nelle quali si ritrovano la gran parte delle ancestrali creature sovrannaturali di cui ho detto poco fa. Il volume consente un vero e proprio viaggio etnologico, antropologico, folclorico e storico lungo l’intera regione alpina italiana, dal Piemonte fino al Friuli, con alcune puntate oltre confine in Svizzera e in Austria, incontrando in ogni luogo le mitologie che animano i festeggiamenti tra il periodo natalizio e la fine dell’inverno e che caratterizzano il folclore locale []

[Ol Badalisc, il mitologico mostro della Valle Camonica, Lombardia, con il suo ” guardiano”. Foto di Luca Giarelli, opera propria, CC BY-SA 3.0, fonte: commons.wikimedia.org.]
(Potete leggere la recensione completa di Carnevali e folclore delle Alpi cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

Come scritture con l’inchiostro simpatico sul paesaggio

Gironzolare per i luoghi vicino casa anche solo per fare una rilassante passeggiata, ma senza mai abbandonare uno spirito curioso e mantenendo i sensi ben attivi, ti fa ribadire ogni volta la peculiare bellezza del paesaggio e ti può regalare piccole/grandi sorprese, anche quando di quei luoghi domestici pensi di sapere ormai tutto. D’altro canto i paesaggi sono libri aperti che narrano innumerevoli storie, scritte da chi li ha vissuti nel tempo su altrettante pagine: a volte sono “testi” ben leggibili, altre sono come messaggi scritti con un inchiostro simpatico per la cui lettura servono condizioni particolari. Così, ecco che nel bosco d’inverno, spoglio e privo di fogliame, torna visibile quello che a tutti gli effetti – visto il suo andamento rettilineo e il profilo regolare – sembra* essere stato un canale artificiale di scarico del legname che mai avevo notato prima, lungo il quale i tronchi abbattuti nella faggeta soprastante venivano fatti scivolare a valle grazie alla copertura del fondo del canale con lamiere o altre superfici lisce oppure semplicemente per gravità:
È la testimonianza, chissà ancora per quanto visibile, di un tempo nel quale la montagna era non solo luogo di vita ma pure forma indispensabile di sussistenza quotidiana: non un tempo necessariamente “migliore”, come molti oggi in preda alla “sindrome di Heidi” tendono a pensare, ma certamente nel quale la relazione tra uomini e montagne era diversa, ben più stretta e “vissuta”. Una relazione che per alcuni aspetti andrebbe considerata in modo assai meno folclorico, come sovente accade, e più antropologico nonché recuperata culturalmente, contestualizzandola, al presente e al futuro. Se ne fossimo capaci, e lo facessimo in modo strutturale, ne avremmo tutti da guadagnare: abitanti, residenti occasionali, turisti, ambiente naturale, animali, montagne, paesaggio.

È anche un “invito” a voi, questo mio post, per fare altrettanto nel vostro paesaggio di casa e non solo lì. Per gironzolare ovunque con constante curiosità, dacché ogni luogo, anche quello apparentemente più conosciuto, più frequentato, più “ovvio”, può certamente celare piccole o grandi scoperte, sia materiali che immateriali, capaci di narrare storie tanto belle quanto a volte dimenticate ma, forse, ancora importanti.

*: mi affido comunque a chiunque ne possa sapere di più al riguardo, anche se il mio segretario personale a forma di cane ha testato da par suo il canale – come si vede qui sopra – e ritiene che sia effettivamente quello che ho scritto.

Saggezza popolare vs previsioni meteo 2-0

Domenica (scorsa, 06 giugno), ore 15.
Guardo sul web il bollettino riguardante la mia zona per le ore successive di un noto servizio meteorologico, considerato popolarmente tra i più affidabili: segnala temporali tra le 16 e le 18.
Guardo fuori dalle finestre di casa, poi chiedo a Loki, il mio segretario personale a forma di cane: ma secondo te quelli c’azzeccano, ci sarà sul serio un temporale?
«Boououwof!» mi risponde.
Concordo! – gli dico. Ci prepariamo e usciamo a farci una bella camminata sui monti sopra casa. Ci prendiamo due-gocce-due di pioggia per qualche minuto all’inizio dell’escursione, peraltro restando in gran parte riparati dalle chiome degli alberi del bosco nel quale sale il sentiero che percorriamo, e poi fino alle 19, ora del rientro a casa, ci godiamo un cielo placidamente azzurro animato soltanto da innocue velature di passaggio e da qualche raro cumulo più suggestivo. Già.

I “sapientoni” dei servizi meteo avranno pure a disposizione satelliti ultratecnologici, supercomputers, sofisticatissimi software previsionali e quant’altro ma, primo, non li sanno usare e, secondo, manca loro una cosa fondamentale per sapere come andrà il tempo in una certa zona: la saggezza popolare locale, quella che dall’esperienza secolare degli autoctoni ha ricavato proverbi e adagi che ogni zona possiede, referenziati ai propri territori, ai loro elementi geografico-ambientali nonché al bagaglio culturale su di essi accumulato nel tempo, e che risultano puntualmente ben più affidabili di tutta la supertecnologia suddetta.

Così io e Loki, ieri, a fronte della previsione di temporali elaborata solo un’ora prima, dunque presumibilmente sicura o quasi, ne abbiamo considerati due di vecchi proverbi in uso nella mia zona. Il primo: Se ‘l vé déla Còsta èl fa apòsta (“Se viene dalla Costa fa apposta”), che evidenzia come i fronti temporaleschi che giungono sulla mia zona da Oriente, dove è situata la Valle Imagna della quale Costa (Valle Imagna, appunto) è il comune posto sull’altro versante dei monti in questione, in forza delle tipiche correnti atmosferiche locali difficilmente superano quei monti e scaricano pioggia anche al di qua. Può capitare, ma la maggior parte delle volte non accade.
Il secondo proverbio considerato: Se ól Tesòr el gà ól capèl, móla la ranza e ciàpa ól restèll (“Se il Tesoro ha il cappello, lascia la falce e impugna il rastrello”), ovvero, se il monte Tesoro, una delle sommità principali della mia zona, ha la vetta coperta dalle nubi a mo’ di “cappello”, smetti di tagliare l’erba nel prato e radunala col rastrello, perché a breve comincerà a piovere – e l’erba bagnata rischia la marcescenza diventando indisponibile come foraggio per gli animali, per dire.
Bene, ieri le nubi più minacciose venivano dalla Valle Imagna, e il monte Tesoro non aveva il “cappello” di nubi: risultato, nessun temporale né acquazzone o che altro di simile, sicché io e Loki ci siamo fatti la nostra camminata montana senza sgradevoli infradiciamenti.

Per la cronaca, quegli stessi bollettini meteo per la sera davano “attenuazione dei fenomeni”. Infatti la sera ha fatto temporale e piovuto parecchio. Ecco.

Vedete perché io sostengo convintamente che le previsioni del tempo contemporanee sono spesso attendibili quanto l’oroscopo di un rotocalco di gossip?

Studiate e salvaguardate la secolare saggezza condensata nei proverbi e nei modi di dire delle vostre zone, piuttosto! E vedrete che indovinerete la meteo molto di più di quei “meteorologi” da strapazzo, oltre a imparare e tramandare una cultura di valore imperituro e insostituibile utilità.

Ecco Loki, il mio segretario personale a forma di cane, in vetta al monte Tesoro ieri, alle ore 16.56, cioè quando le previsioni meteo di solo un’ora prima davano il clou dei fenomeni temporaleschi. Infatti si noti il cielo terribilmente minaccioso da tempesta imminente, lì sopra!

P.S.: ebbene sì, questo che avete letto è un nuovo “episodio” della personale, strenua battaglia (solitaria?) nei confronti della pseudo-meteorologia nazionalpopolare (quella diffusa da TV, web, social o che altro) e di chi conferisce ad essa un credito che ritengo a dir poco esagerato – ma sono eufemistico, in ciò – a difesa invece della vera meteorologia, scienza assai importante e altrettanto affascinante che con quei bollettini mediatici nulla ha a che fare.