È reato qualunque discussione politica e religiosa

È sancito il divieto di ubriacarsi in modo ributtante, russare oltre il la del contrabbasso, zefireggiare in modo miasmatico, roteare, sputacchiare in terra e sulle muraglie, e in genere qualunque atto contrario all’igiene e alla morale, come pure è reato qualunque discussione politica e religiosa.

Dal “regolamento di gestione” della Cà di Sciùur, conosciuta anche come Cà di Ladér, suggestiva costruzione in stile rustico alpino edificata nel 1878 a quasi 2000 metri di quota sulle rive del Lago Palù, in Valmalenco, una delle località più belle delle Alpi lombarde. Casa che purtroppo risulta abbandonata da molto tempo e ormai a rischio di crollo imminente, quando invece meriterebbe ben più considerazione e un’adeguata rivalorizzazione – possibilmente non bassamente turistico-consumistica ma consona alla fruizione culturale e sensibile della zona che la stessa casa induce (e un territorio così bello a sua volta merita).

Cliccando sull’immagine di Michele Comi, tratta da qui, potrete saperne di più; della Cà di Sciùur ne parla anche un bell’articolo la rivista “Le Montagne Divertenti”, nel numero 52 – primavera 2020, dal quale ho tratto la citazione sopra riportata.

Nota personale: a parte il notevole zefireggiare, che già da solo vale un bell’applauso, “chapeau!” all’ultima regola, che considera reato «qualunque discussione politica e religiosa» perché evidentemente ritenute «contrarie all’igiene e alla morale», come sentenzia la regola precedente. Be’, come non essere pienamente d’accordo?

Un’altra lettera

[Foto di nvodicka da Pixabay, elaborata da Luca.]
Alla cortese attenzione del Centro XXXXXXXXXXXXXX

Spett.le Centro Meteorologico,

nel panorama a dir poco desolante, se non irritante, che presenta la meteorologia italiana intesa come categoria scientifico-professionale (comprendendo dunque chiunque si presenti come appartenente e affine ad essa), devo ammettere che voi siete da annoverare in generale tra i meno peggiori, quantunque anche le vostre previsioni pecchino spesso di imprecisioni più o meno marcate. Tuttavia – e vengo al nocciolo della questione che voglio denotare in questa mia missiva – non posso evitare di chiedervi e contestarvi ciò: posta appunto l’apprezzabile serietà di cui godete rispetto a tanti altri servizi meteorologici, perché continuate a fornire sui media bollettini che vanno oltre le 48 ore? Per soldi? Per ostentazione di bravura? Perché ve lo chiedono e non avete il coraggio di dire di no?

Eppure dovreste sapere benissimo – come sa bene chiunque abbia una pur minima cognizione della scienza meteorologica – la regola ineluttabile in tal senso: il bollettino meteorologico nelle 24 ore è una previsione, nelle 48 ore è una mera supposizione, oltre le 48 ore è pura divinazione. Oltre ancora si è ormai nella fantascienza. Perché dunque diffondere bollettini che nella gran parte dei casi – ovvero ogni qual volta la situazione del tempo atmosferica non sia manifestamente stabile, come nel caso degli anticicloni di blocco invernali, ad esempio – si rivelano errati o quanto meno assai imprecisi? Che senso ha? Non capite che ne va della vostra credibilità e, dunque, della serietà prima menzionata?

Pensateci, sul serio. Già la meteorologia, scienza bellissima e affascinante, è diventata una specie di teatrino dell’assurdo, con i troppi parvenu che pretendono di maneggiarla diffondendo previsioni che, se tirassero a indovinare, le azzeccherebbero ben di più. Se vi mettete pure voi, ad alimentare il degrado meteorologico antiscientifico – e sono certo che non vorreste mai agire in tal senso – tanto vale far da sé e usare una monetina con il Sole su un lato e le gocce di pioggia dall’altro, tirarla e comportarsi di conseguenza. Ribadisco, la probabilità previsionale non ne verrebbe affatto diminuita, anzi, per giunta con gran risparmio di modelli matematici, satelliti, supercomputer e quant’altro. Tutti strumenti basati sulla logica, d’altro canto, cioè su qualcosa di completamente antitetico all’incidentale casualità che traspare dai vostri bollettini.

Ecco, questo è quanto.
Ringraziando per l’attenzione che riporrete nella presente, porgo niente affatto prevedibili (visto quanto asserito) saluti cordiali.

Un po’ ombroso

Ok, lo ammetto. A volte può essere – a volte, eh! – che sia un po’ ombroso.

Capita. Pensieri, imprevisti, accidenti, disdette. Be’, può essere, sì.

Ma non pensavo così tanto al punto da essere mandato via da una spiaggia qui vicino, sul lago, perché impedivo la tintarella ai bagnanti lì presenti! Alla faccia dell’ombrosità!

Ecco perché è meglio, in quei momenti, che me ne vada a zonzo per i boschi, come già faccio abitualmente. Mi si rigenera ben più l’animo e l’ombra, lì, è cosa del tutto naturale e normale. Già.

Il volo del falco

(Vecchi scritti, mai pubblicati, saltano fuori ogni volta che “scartabello” tra cartelle e sottocartelle conservate in modi assolutamente entropici (ma un tempo una logica ce l’avevano, ne sono certo) sui miei pc. Questo, ad esempio, è di 22 anni fa -tenetelo presente, se lo leggete – ed è (era) parte di una raccolta di racconti dedicati alla Montagna, rimasta nel classico “cassetto” a beneficio di altri testi, già. Chissà se a ragione o meno, mah!)

[Foto di József Kincse da Pixabay]

Il volo del falco

Eccolo, eccolo ancora, il falco, spuntare dalle punte ghiacciate della Grande Montagna lentamente e solennemente, volando sopra i tetti, parendo in quella lentezza quasi sospeso, parte d’una dimensione presente e assente in quel momento temporale e in chissà quale altra temporale sfera!
Gli era sempre piaciuto il falco. Lo ammirava volteggiare maestoso nel cielo, le ali aperte quasi che le stesse potessero comprendere nella loro apertura il mondo intero, o almeno l’intero orizzonte, come un re al cospetto del suo regno simbolicamente racchiuso in un’unica sua apertura di braccia. Lo invidiava per il fatto che egli potesse spingersi ovunque volesse, su fin verso le apparentemente inviolabili vette della Grande Montagna, in un mondo senza alcuna limitazione fisica e, conseguentemente, spirituale: solo l’altezza come confine, l’elevazione massima verso l’infinito di un cielo senza termine immaginabile. Il suo volo era stupendo, unico, inimitabile: sprigionava una tale regalità che mai altra terrestre creatura, umana e non e pur di nobile rango, poteva anche solo avvicinare. Spesso la sua planata portava ad incrociare l’infuocato disco solare, e allora la sua parvenza di divinità aumentava ancora di più, la sua pennuta silhouette si ammantava d’un aureo alone sfolgorante che imprimeva nella pupilla impressionata la sagoma d’una visione quasi mistica, di un dio che volesse magicamente nobilitare la visione del mondo ad un qualche umano con la sua sublime presenza aerea […]

(Cliccate sull’immagine oppure qui per leggere tutto il racconto, su file pdf illustrato.)

Pioggia d’estate

[Foto di Filip Zrnzević da Unsplash.]
Se la pioggia, come condizione atmosferica, a me piace sempre, lo ribadisco – salvo quando sia troppo violenta, ovvio, ma non sarebbe più “pioggia”, semmai nubifragio o altro di affine -, mi delizia in particolar modo d’estate, ovvero nella stagione detta bella proprio anche perché carente più di ogni altra di “brutto tempo”.

Questa mattina, ad esempio (giorno 17 di giugno, ormai alle soglie dell’estate), l’aspetto del paesaggio bagnato dalla pioggia e avvolto da nubi basse che avvolgevano i fianchi dei monti sfilacciandosi sui crinali e, apparentemente, fin sulle chiome degli alberi, era quello d’una giornata di inizio novembre. Ed era bellissimo osservare questa strana condizione meteorologica “sovversiva”, alternativa, fuori posto e fuori contesto, quando il calendario avrebbe dovuto sancire cieli azzurri, Sole già sovrastante l’orizzonte e temperatura più che mite. Certo, so bene che si tratta di un’eccezione o poco meno, una cosa rara tra giornate e condizioni meteo che si uniformeranno sempre più al clima estivo e alle sue ordinarie peculiarità, quello che fa pensare rapidamente alle vacanze e sembrare certe immagini novembrine come provenienti da una lontananza quasi inconcepibile. Eppure, ribadisco, ritrovarsi fuori casa come fosse autunno ma metà giugno passato, col paesaggio in alto nascosto da nubi scure e compatte, i boschi intorno lucidi di pioggia e il sentore dei profumi del terreno bagnato come si sentono nelle mattine di ottobre prima che il Sole sorga, mi ha donato una deliziosa sensazione di “consapevole smarrimento”, di utopia climatica, evento possibile ma improbabile al punto da non poterti non sorprendere, almeno un poco, sollecitandoti il dubbio pur consapevolmente assurdo (ma al contempo divertente) che il calendario in casa sia stato spostato avanti di qualche mese, be’, è veramente piacevole.

Anche perché no, nessun errore, il calendario è sul mese corretto e a breve la bella stagione prenderà inesorabilmente a imperare con condizioni climatiche fin troppo estive e afose, magari oltre ogni limite, visto le inquietanti tendenze del clima attuali. Ecco perché, pure, questa pioggia estiva simil-novembrina mi piace così tanto. È come ritrovarsi in un ambiente molto rumoroso per poi poter godere, per qualche momento, di una stanza in cui vi sia molta più quiete, ecco. Un piacere leggero, lenitivo, effimero tanto quanto soave. Da godere pienamente finché è possibile, senza dubbio.