Franco Faggiani, “La manutenzione dei sensi”

Quando usiamo la parola “normale”, ovvero ogni qual volta esprimiamo un concetto di “normalità” utilizzandolo per identificare cose e persone, a cosa realmente facciamo riferimento? “Normale” deriva dal latino norma, sostantivo che indica(va) la squadra, detta anche regola, cioè lo strumento utile a misurare gli angoli retti, da cui anche l’accezione di “retto”, da rettitudine. Questo, stando alla norma (appunto!) etimologica; di contro, quante volte ciò che definiamo abitualmente – e superficialmente – come “normale”, nel mondo contemporaneo, è tutto fuorché qualcosa che denoti il rispetto delle regole e una considerabile rettitudine!
Dunque, posto tale ragionamento, qual è e cos’è la persona “normale”? Semplificando moltissimo, si potrebbe rispondere che lo è la persona che, in primis, non ha problemi fisici ne mentali, tant’è che nei casi opposti si usa dire «quel tizio non è normale!». Ma in tali giudizi, a quale norma facciamo riferimento? A una presunta regola accettata dai più, ovviamente, il che però non garantisce affatto che tale regola sia corretta, o “retta”.
Ecco: tra le tante cose che si possono dire de La manutenzione dei sensi, il romanzo di Franco Faggiani pubblicato da Fazi Editore lo scorso anno, e di cui non ho letto altrove al riguardo (ma non ho certo letto tutto ciò che è stato scritto sul libro, d’altro canto), trovo che Faggiani abbia scritto un testo (anche) sul concetto di “normalità”. Il quale, se non fosse ancora chiaro, è tanto inteso in modo semplice e semplicistico, nel parlato comune, quanto in verità ricolmo di infinite accezioni e interpretazioni non di rado profonde.
Prendo spunto, ad esempio, dalla “normalità” perduta di Leonardo Guerrieri, il protagonista del libro []

(Leggete la recensione completa de La manutenzione dei sensi cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

Un confortante isolamento

(Photo credit: https://pixabay.com/it/users/lohrelei-1422286/)

Novembre per molti era dunque un mese triste, noioso. Noi non vedevamo l’ora che le nuvole e l’oscurità venissero ad abbracciare la nostra casa e che la pioggia premurosa verso i ruscelli e i boschi si raffreddasse trasformandosi in fiocchi soffici di neve. Cosi potevamo avere l’alibi per barricarci dentro e dedicarci alle nostre silenziose occupazioni. Al caldo, con la legnaia ricolma e la dispensa ben fornita. In confortante isolamento.

(Franco Faggiani, La manutenzione dei sensi, Fazi Editore, 2018, pag.214.)

La prima neve

La notte scorsa è comparsa la prima neve, sui monti sopra casa: una leggera polvere bianca, dai 1700 metri in su, a coprire le vette e rinfrescare a modo l’aria mattutina.

È sempre un piccolo evento, la prima nevicata della nuova “brutta stagione”, per qualcuno deprimente in quanto segnala l’imminente ritorno dell’inverno e del freddo (ma chissà quanto, poi, coi cambiamenti climatici in corso), per altri allettante dacché annuncia pure future giornate e vacanze sciistiche, ma comunque suggestivo per come sappia cambiare di colpo il paesaggio con quel tono bianco e apparentemente neutro capace tuttavia di non rendere affatto neutrale ad esso lo sguardo, la mente, l’animo. Pur se la si osserva da lontano, la neve, la mattina magari mentre si va verso il luogo di lavoro e le solite mansioni quotidiane: sa concedere quel quid di inopinata e stimolante diversità alla giornata che – ci scommetto – in chiunque dona anche solo qualche attimo di piacevolezza.

Ricordavo di aver scritto qualcosa, riguardo la prima neve della stagione, e una breve ricerca me l’ha fatto ritrovare: un raccontino tratto da una raccolta inedita che forse tale rimarrà per sempre, ma non perché non la ritenga meritevole d’essere pubblicata, anzi! Solo che non è ancora giunta la sua ora, e considerando che si tratta di testi ormai vecchi di qualche anno, potrebbe anche essere che quell’ora epifanico-editoriale non giunga nemmeno mai. O magari invece verrà molto presto, chissà. Proprio un po’ come accade con la prima neve dell’anno, sui monti: a volte arriva che è ancora estate, altre volte a gennaio non s’è ancora vista. Ma c’è da augurarsi che arrivi sempre, prima o poi, e il più possibile copiosa, ecco.

Insomma, buona lettura eh!

(Cliccate sull’immagine per visitarne la fonte.)
La prima neve

Quando la prima neve cade sui tetti del villaggio ai piedi delle montagne, tutti i bambini corrono verso le finestre rivolte alle più alte vette del massiccio nella speranza che i bianchi nembi carichi dell’algido dono, magari sulla spinta d’un poco di vento, s’aprano a mostrare la cima più alta: lassù certamente essi potrebbero intravedere il Re Gigante della Grande Montagna, intento a spargere nel cielo intorno con ampi movimenti delle colossali mani i fiocchi nevosi. Egli osserva dalla sua dimora di ghiaccio sita sulla più alta vetta l’andamento stagionale, il cambio delle tonalità naturali dei boschi e dei prati, lo scomparire delle corolle floreali sugli alpeggi, il rientro delle mandrie nelle stalle, le prime gelate notturne; inoltre, suoi falchi messaggeri per l’ultima volta nell’anno salgono fino alla più alta vetta e riferiscono dei cambiamenti avvenuti al Gigante. Egli sa che tutto quanto sta accadendo non è che il richiamo perentorio della Natura, per far che la prima neve scenda ad indurire il terreno così da predisporlo al letargo invernale ed ammanti l’intero paesaggio del suo prezioso silenzio, che all’uomo lenisce i turbamenti dell’animo e fa sentire prossimo il tempo di ritornare al riparo nel calore della propria casa per proteggersi dalle ormai imminenti intemperie invernali.
Ma anche gli adulti, che richiamano prima o poi i propri figli dal gelido incanto del paesaggio imbiancato, guardano anche solo un attimo verso l’alto, verso la più alta vetta pur nascosta dalle basse nuvole: essi sanno bene che il Re Gigante della Grande Montagna vive e persevera sostentandosi dei loro sogni e dei loro aneliti, che sugli arditi fianchi del monte acquisiscono la necessaria energia e purezza per potersi slanciare verso l’alto e raggiungere il cielo.

La montagna che “crolla”

Il disfacimento dei ghiacciai montani, sulle Alpi come su qualsiasi altra catena montuosa del mondo, ogni tanto sale agli onori della cronaca nelle disquisizioni sui cambiamenti climatici oppure, più raramente, in circostanze eclatanti come quella del Ghiacciaio di Planpincieux (cliccate sull’immagine per leggere l’articolo al riguardo de “La Stampa”). Tuttavia, nonostante il tema “caldo” (è il caso di dirlo!) del riscaldamento globale, è una notizia che viene sempre letta dai più come qualcosa di “suggestivo”, di pittoresco mi viene da dire: una massa di ghiaccio che sta per franare da una montagna e finire a valle e «wow!» – chissà che “spettacolo” sarà quando verrà giù, chissà quanti video, nel caso, gireranno sul web… Ecco, e poi finisce tutto lì.

In verità, quello che ancora si capisce molto poco, anche perché gli organi di informazione non approfondiscono mai le notizie come a volte dovrebbero e potrebbero, è che il disfacimento dei ghiacciai alpini (dacché il fenomeno è a livello globale, come già osservato, ma per molti aspetti è sulle Alpi che assume maggiore evidenza, in primis per la maggior presenza e pressione antropica sul territorio alpino) non comporta solo un guasto alla bellezza del paesaggio d’alta quota e dei relativi panorami, a breve pressoché privati di una delle loro componenti fondamentale e più “montane”, le nevi eterne, ancora così presenti nell’immaginario collettivo alpino di matrice più o meno turistica, ma ancor più comporta un profondo mutamento della percezione del territorio abitato e della relativa concezione del paesaggio, con conseguente alterazione della relazione tra l’uomo e i luoghi abitati. In parole povere: un territorio e un paesaggio che sono rimasti più o meno immutati per secoli, e che su tale loro essenza geomorfologica hanno generato la propria identità di luogo, di dimensione culturale e influenzato la relazione delle genti che li hanno abitati e li abitano, in breve tempo subiscono una modificazione così profonda e alterante da cambiare la percezione di essi negli occhi di chi li osserva, così cambiando inevitabilmente il rapporto antropologico di chi vi interagisca, sia come abitante sul lungo periodo che come visitatore nel breve.

Immaginatevi un luogo con cui avete un legame particolare, ad esempio un albergo nel quale avete passato per tanti anni vacanze bellissime e per questo vi siete affezionati: un bel giorno vi ritornate e lo trovate sempre lì dove è ubicato da sempre e più o meno uguale ma il terrazzone dove prendevate il Sole non c’è più, la sala da pranzo è totalmente diversa, le camere hanno un arredamento differente… L’albergo è sempre quello, il nome è lo stesso ma vi verrà difficile riconoscerlo come lo riconoscevate prima, per come vi identificavate in esso e per come ogni suo angolo vi suscitava piacevoli ricordi, memorie, aneddoti che vorreste nuovamente rivivere ma ora no, è impossibile: troppi cambiamenti da come era prima.

Ecco: senza voler troppo superficializzare o banalizzare la questione, il succo è più o meno questo.

E senza tener conto di tutte le altre innumerevoli conseguenze, spesso più materiali, derivanti dalla sparizione dei ghiacciai alpini: dalla diminuzione delle risorse idriche, ad uso domestico o per la produzione idroelettrica, ai danni all’industria turistica, dal dissesto idrogeologico all’aggravamento ancor più intenso del riscaldamento climatico, senza più i “freezer” d’alta quota sulle vette, eccetera. Non è solo un ghiacciaio che precipita a valle, dunque; non solo dei giganteschi seracchi che crollano (ma se va bene senza fare troppi danni a cose e persone), ma in realtà un paesaggio intero che crolla nelle sue “certezze” geografiche, geomorfologiche, naturalistiche, ambientali, antropologiche fino ad oggi “acclarate” e accettate. Un danno che va ben oltre quello idrogeologico e diviene pienamente storico-culturale, anche perché non più recuperabile se non entro qualche secolo e solo con un (ora utopistico) raffreddamento del clima.

Quella abitata dall’uomo ma senza più ghiacciai sarà una montagna inesorabilmente diversa, certamente peggiore dal punto di vista paesaggistico e ambientale, verso la quale i modus vivendi resilienti – e in necessaria costante mutazione – diverranno la norma, rendendo superata ovvero fuori luogo ogni stanzialità antropica per come si è manifestata fino a oggi, sia essa meramente residenziale e sussistenziale, sia funzionale alla fruizione turistico-commerciale (o comunque utilitaristica) dei monti. La montagna d’una volta, insieme ai ghiacciai, per molti aspetti sparirà; e chissà come noi e le future generazione reagiremo nel concreto, materialmente e immaterialmente, a questa drammatica perdita.

Terrorismo meteorologico

Sabato scorso chiacchieravo con un ristoratore di montagna sul fatto che, essendo per la domenica brutte le previsioni del tempo, per come le annunciavano buona parte dei meteorologi, non avesse prenotazioni e pure un paio di esse fossero state annullate – tenete conto che l’esercizio in questione è in un bellissimo borgo di montagna a 2 (due) minuti a piedi dal posteggio per le auto e che ovviamente (!), offre una bella sala al riparo dalle intemperie, fossero pure bufere polari. Ecco.

Non sono state che le ennesime rimostranze ascoltate da amici e conoscenti gestori di rifugi e ristori sui monti riguardo questa particolare forma di analfabetismo funzional-meteorologico (o meteoropatico) che pare affliggere molte persone nei confronti di bollettini meteo diffusi da sedicenti meteorologi che molto spesso si rivelano errati. Ne ho già parlato più volte, qui sul blog (date un occhio tra questi articoli) e poi, qualche giorno fa, per una di quelle coincidenze che tali non sono ma, forse, autentiche connessioni cosmiche, il grande Davide Sapienza (uno dei migliori scrittori e autori italiani tout court, lo rimarco sempre, non solo in tema di Natura) mi inviato una sua riflessione al riguardo, sorta di spin off aggiornato di un articolo del 2006 uscito su “Specchio” (il magazine de “La Stampa” oggi non più pubblicato) nel quale Davide già denunciava il “terrorismo meteorologico” di certi servizi meteo cialtroneschi, i quali, oltre all’accusa di diffondere evidenti panzane, hanno pure la colpa di screditare una scienza in realtà assolutamente rigorosa e meravigliosa come la meteorologia. Passano gli anni ma le cose al riguardo non migliorano affatto, anzi, con ‘sti social fakenewsari che abbiamo, peggiorano di continuo.

Col suo consenso, per il quale lo ringrazio di cuore, vi propongo la riflessione di Davide Sapienza; cliccando poi sull’immagine nel testo, potrete leggere anche il suo articolo del 2006. Ragionateci sopra e meditate, che è cosa oltre modo necessaria.

IL TERRORISMO METEOROLOGICO, II

In vista del weekend con i cammini 5 e 6 nella Valle del Lujo e sul Monte Bo*, considerando i tre rinvii per previsioni meteo (che poi, nel caso di Rovetta, come spesso capita e perfino a 24 h di distanza, si sono rivelate errate), senza mancare di rispetto ai veri meteorologi, che come sapete dicono “le previsioni oltre le 24h sono un azzardo, oltre le 48h divinazione”, mi viene in mente che a inizio mese apparve sui maggiori organi di informazione la notizia, “Settembre sarà un mese molto piovoso quasi sempre pioggia e temporali”.
Bene, da lunedì e per molti giorni avremo alta pressione; l’alta pressione è più facile da interpretare, come ci hanno spiegato e come, chi alza gli occhi al cielo e non vive di ansie da notifica del telefonino, chi vive molto all’aria aperta, va in montagna, ben sa. Nel 2006, per il compianto settimanale “Specchio” (“La Stampa”) scrissi un lungo editoriale, una riflessione intitolata come questo post. Ero colpito, da anni (lo smartphone ancora non esisteva), da come molte persone, anche qui in montagna, iniziavano ad andare in ansia da una settimana all’altra per il meteo. E da quest’ansia si facevano condizionare. E con quest’ansia facevano le loro scelte. E per quest’ansia si perdevano molte magnifiche opportunità di viaggiare, spostarsi e si, anche godersi il meteo diversamente bello (coniai io, allora, questa definizione: non parlatemi di “brutto tempo”, mai, grazie: l’acqua ci consente di vivere, come è possibile chiamarla “brutto”?). Pochi anni prima Franco Michieli, su “La Rivista della Montagna” aveva pubblicato un magnifico reportage intitolato “Elogio della pioggia”, che andava anche oltre, spiegando, come sanno tutte le persone che amano passeggiare facendosi bagnare, le connessioni tra noi e gli elementi naturali. Occhio: non sto dicendo, “vai in montagna anche con la tempesta, la grandine e il temporale”. Sto solo dicendo, “basta con queste paranoie da smartphone” anche perché spesso sono le persone succubi di queste paranoie a dire “ma poi sbagliano sempre”. E però che fanno? Disdicono prenotazioni ai cammini, evitano di uscire. Si fanno bloccare. Occhio perché è questa la strada verso la perdita della libertà. Spegnete tutto, accendete i sensi. Perché i primi terroristi e tiranni contro noi stessi, siamo proprio noi.

*: Davide si riferisce a questo.

(L’immagine in testa al post è tratta da qui: è del mitico Sio.)