Noi e gli animali

Più passa il tempo e più noi umani arriveremo a dimostrare, anche scientificamente e non solo etologicamente (l’esempio proposto dall’immagine qui sopra – fateci clic per saperne di più – è solo l’ultimo di una serie già lunga), che come e noi e forse più di noi gli animali hanno intelligenza, perspicacia, razionalità, consapevolezza di sé, sensibilità, carattere, emozioni, umori, stati d’animo, sogni, fantasie e ogni altra cosa che, con la solita e parecchio miope presunzione, crediamo siano solo nostre prerogative, di noi razza “dominante”. Capiremo che ogni animale possiede quelle doti, probabilmente in forme diverse dalle nostre – cosa che ce le rende difficili da comprendere, insieme a quella nostra superbia – ma con paragonabili valenze, capiremo che anche loro, in modi assai strutturati come i nostri, pensano, riflettono, meditano, almanaccano, decidono, discutono, amano, odiano, gioiscono, sperano, soffrono, si divertono eccetera, magari scopriremo pure facoltà intellettive e psichiche che nemmeno immaginiamo persino nelle creature che riteniamo più primitive e “banali” (tipo le seppie, appunto) o altre prerogative imprevedibili e incredibili. È solo una questione di tempo, di studio scientifico e di maggior sensibilità nei loro confronti ma, io credo, arriveremo a quella conoscenza compiuta.

Ma quando ci arriveremo, ora io mi chiedo, che faremo noi umani? Sapremo riequilibrare la nostra razza, il ruolo e la presenza nel mondo abitato rispetto a tutte le altre creature? Avremo la capacità di ammettere l’insussistenza della nostra presuntuosa superiorità dominante e di relazionarci con gli animali – tutti gli animali – in un modo finalmente e naturalmente armonioso?

Oppure, se mai conseguiremo quella conoscenza scientifica riguardo i nostri coabitanti, su questo pianeta, non sapremo fare nulla di tutto ciò, la ignoreremo per ottusità o per strafottenza e continueremo a crederci superiori, più intelligenti, più progrediti ergo ineluttabilmente dominanti? O, ancora peggio, ci sentiremo addirittura minacciati dagli animali, così “simili” se non superiori a noi, e diventeremo ancor più crudeli di quanto – per motivi opposti – già non siamo con essi?

Che faremo, insomma?

In tal caso, forse non solo ai posteri avremo da domandare l’ardua sentenza.

Più animali, più umani

Ribadisco: da “esseri umani”, a stare con gli animali, ci si capacita che bisogna essere più animali per diventare più umani, perché meno si ha umanità verso gli animali e più ci si trasforma in bestie.

Noi, non loro, come la storia del mondo dimostra bene. Già.

(Nella foto: io che metto in pratica quanto sopra e mi bevo una birra in un momento di pausa solitaria.)

Umanità degli animali? No, animalità degli umani!

Loki, il mio segretario personale a forma di cane, devo ammettere che a volte non si dimostra estremamente professionale nelle sue mansioni come io gradirei: come qualche giorno fa, quando gli ho dato l’incarico di addetto stampa personale consegnandoli uno smartphone per gestire i vari media e lui, per tutta risposta, ha subito cercato di capire se fosse qualcosa di commestibile, danneggiandolo. Accidenti!
Tuttavia, a parte tali malintesi professionali, devo pure ammettere che in altri ambiti non smette di dimostrarmi le sue notevolissime doti di animalità. Animalità, sì.

Ad esempio – per dirvi d’un fatto recente in fondo assai banale ma, per me, certamente significativo: qualche giorno fa vaghiamo per boschi montani all’imbrunire, la luce diurna svanisce lentamente ma inesorabilmente, le ombre si allungano velando il paesaggio ma la neve sul terreno agevola la visibilità. Ad un tratto, presso una baita, noto qualcosa che si muove: è una piccola capretta, rannicchiata e tremante nell’angolo tra l’edificio e un basso muro di pietre. È ferita alle zampe posteriori che infatti tiene piegate in modo innaturale, forse per il morso di qualche altro cane poco o per nulla “educato”. Loki non la vede subito ma, appena gliela faccio notare, si agita come se non sapesse più stare nel pelo (si può dire così, per gli animali?), le si avvicina ma stando attento a non urtarla con troppa foga, la annusa, lecca la ferita, le dà piccoli colpetti col naso come a invitarla a rialzarsi, mi guarda, piagnucola, abbaia, corre intorno al punto in cui è ferma, abbaia ancora, mi guarda, le si sdraia davanti osservandola fissamente per qualche secondo e poi ricomincia il tutto come sopra.
«Razza di teppista peloso che non sei altro! – gli dico – se non avessi addentato quello smartphone potevi chiamare tu qualcuno in soccorso!» Così le faccio io un paio di telefonate, poi restiamo ancora per un po’ lì accanto alla capretta per farle compagnia e tentare di rassicurarla, cercando di placare la sua evidente agitazione. Alla fine l’amica veterinaria alla quale si affida anche Loki mi assicura che ci penserà lei a recuperare entro breve la piccolina ferita, ma per convincere Loki che ce ne possiamo tornare a casa – ormai è tardi e il buio è calato del tutto – ci metto un bel po’: non se ne vuole andare, mugola, punta le zampe a terra come se volesse rimanere lì a vegliarla.

Insomma, la storia fortunatamente ha un lieto fine, con la capretta recuperata e ora in degenza presso l’ambulatorio dell’amica veterinaria (che ringraziamo di cuore, Loki e io, per il salvataggio):

Ecco.
Storiella banale, lo ribadisco, eppure nella sua insignificanza importante, per me.

Ora: noi umani, sempre così terribilmente (e spesso ingiustificatamente) antropocentrici, parliamo di “umanità degli animali” quando ci pare che si comportino con altruismi e magnanimità che pensiamo essere doti manifestate unicamente dagli uomini. Dimostrando con ciò la nostra irrefrenabile boria, appunto, e parimenti dimenticando la storia stessa del genere umano, i cui atti nobili – inutile rimarcarlo – sono ben offuscati da fin troppa millenaria ignobiltà e senza che tale realtà storica appaia in miglioramento, per giunta – anzi. Però gli “animali” sono loro, non noi, e quando usiamo il termine “animalità”, per lo stesso principio irrazionalmente antropocentrico appena citato, lo decliniamo in accezioni negative e spregiative, contrapponendolo spesso proprio al senso che diamo al termine e al concetto di “umanità”.
E se invece di parlare di “umanità degli animali” dovessimo imparare da essi e conseguire una nostra animalità umana? Insomma, siamo così certi di essere sempre noi quelli magnanimi, sensibili, altruisti, solidali, generosi, e di esserlo quando conta esserlo e non solo quando ci fa comodo manifestarlo, per poi diventare tutto l’opposto quando torniamo a barricarci nel nostro baluardo di antropocentrico egoismo per mere e a volte bieche ragioni di convenienza personale? In parole povere: e se noi uomini dovessimo tornare a essere “animali”, per diventare pienamente e autenticamente umani?

Be’, noterete che pure la “morale” della storiella è assai banale, in fondo. Eppure, di frequente, ci viene comodo pensare che certe cose siano banali e scontate sono per sentirci giustificati nel trascurarle e nell’evitare di meditarci sopra come dovremmo invece fare. Già.

Altri “asintomatici”

[Foto di lukasmilan da Pixabay.]
Asintomatico: ormai abbiamo nostro malgrado molta confidenza con questo termine medico che fino a qualche mese fa forse nemmeno conoscevamo o consideravamo, in forza della pandemia da Covid in corso e alla numerosa presenza di individui positivi al virus senza presentare sintomi specifici.

Però, a ben vedere, come la scienza riesce bene a identificare le persone positive al Covid senza che queste ne presentino i sintomi, sarebbe una gran cosa se con similare accuratezza qualche metodologia scientifica riuscisse pure a identificare gli “asintomatici” tra i disonesti, gli idioti, gli ignoranti, gli incivili, i villani, i mascalzoni, i farabutti… sapete bene quanti ce ne sono anche in queste “categorie”, vero? Quelli che la prima volta che li vedi ti sembrano anche “belle” persone o quanto meno normali e invece (sono individui ingannevoli, spesso) poi risultano essere tutt’altro. Ci aveva già provato il buon Lombroso con metodologie e risultati certamente discutibili (ma da rivalutare per molti versi, lo sostengo da tempo), dunque qualche sorta di test medico-scientifico al riguardo, tanto rigoroso quanto efficace, non sarebbe affatto male. Anzi.

Anche perché gli asintomatici, che siano positivi ad un virus o a una qualche bassezza umana, sono sempre e comunque contagiosi. Quindi, appunto sarebbe ottima cosa identificarli e sanarli. Ecco.