La Russia cos’è?

Se un russo va a Parigi, sa dove va: va in Europa. Se va a Pechino, sa dove va: va in Asia. Il suo problema è che non sa bene da dove viene. La Russia cos’è? Forse per capirlo dovrebbe accettare la sua natura femminile. Si dice “Santa Madre Russia”, eppure per gran parte della sua storia ha aspirato a diventare uomo. Vuole cambiare sesso. Porta la gonna, ma vuole i pantaloni.

[Immagine tratta da www.m100potsdam.org.]
[Viktor Erofeev, intervista pubblicata su Il venerdì di Repubblica, 30 ottobre 2009.]

Ecco, forse, nelle parole di un profondo conoscitore del proprio paese come Erofeev, uno dei motivi per i quali una potenziale grande nazione come la Russia ha finito così tante volte per rovinarsi mettendosi nelle mani dei più biechi autocrati: gli zar, Stalin, i potenti dell’URSS, Putin.

La storia è un incubo

[Il villaggio di Yakovlivka, nell’Oblast di Kharkiv, 3 marzo 2022. Foto di Mvs.gov.ua, CC BY 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]

La storia, disse, è un incubo dal quale sto cercando di svegliarmi.

(James Joyce, Dedalus (Ritratto dell’artista da giovane), 1916, ripresa anche in Ulisse, 1922.)

Questa celebre frase di Joyce, valida come non mai in questi giorni drammatici ma in effetti, e purtroppo, di valore costante, mi viene di accostarla – cisto l’ambito onirico a cui simbolicamente si riferisce, e non solo per quello – a un’altra notissima locuzione, in origine il titolo di una celeberrima opera di Francisco Goya: «il sonno della ragione genera mostri». Un accostamento dal quale scaturisce l’immagine di una storia – umana, ovviamente – carente di ragione e popolata di mostri, dal cui incubo, come dice il protagonista del romanzo di Joyce, sarebbe veramente e definitivamente il caso di svegliarci. Invece, a quanto pare, continuiamo a dormire, generando senza sosta e inesorabilmente nuovi incubi. Già.

La Russia di Putin

Siamo solo un mezzo, per lui. Un mezzo per rag­giungere il potere personale. Per questo dispone di noi come vuole. Può giocare con noi, se ne ha voglia. Può distruggerci, se lo desidera. Noi non siamo niente. Lui, finito dov’è per puro caso, è il dio e il re che dobbiamo temere e venerare. La Russia ha già avuto governanti di questa risma. Ed è finita in tragedia.

Così scriveva Anna Politkovskaja in Putin’s Russia, edito in origine nel 2004 (Duemilaquattro, eh!) e pubblicato per la prima volta in Italia nel 2005 da Adelphi (che ne ha appena realizzato una nuova edizione in libreria da oggi, 14 marzo).

Il 7 ottobre 2006, Politkovskaja è stata assassinata. Nessun rappresentante del governo russo partecipò alle sue esequie.

Ancora, da Di cosa parla questo libro?, la prefazione a firma della stessa Politkovskaja: per citare altre sue parole che, lette e meditate oggi, assumono un rinnovato, potente, drammatico significato:

Questo libro parla di un argomento che non è molto in voga in Occidente: parla di Putin senza toni ammirati. A scanso di equivoci, spiego subito perché tale ammirazione (di stampo prettamente occidentale e quanto mai relativa in Russia, dato che è sulla nostra pelle che si sta giocando la partita) faccia qui difetto. Il motivo è semplice: diventato presidente, Putin – figlio del più nefasto tra i servizi segreti del Paese – non ha saputo estirpare il tenente colonnello del Kgb che vive in lui, e pertanto insiste nel voler raddrizzare i propri connazionali amanti della libertà. E la soffoca, ogni forma di libertà, come ha sempre fatto nel corso della sua precedente professione. Questo libro spiega inoltre come noi, che in Russia ci viviamo, non vogliamo che ciò accada. Non vogliamo più essere schiavi, anche se è quanto più aggrada all’Europa e all’America di oggi. Né vogliamo essere granelli di sabbia, polvere sui calzari altolocati – ma pur sempre calzari di tenente colonnello – di Vladimir Putin. Vogliamo essere liberi. Lo pretendiamo. Perché amiamo la libertà tanto quanto voi.

[Immagine tratta da it.gariwo.net.]
N.B.: cliccate sull’immagine del libro per saperne di più.

Umanimalismo

La storia di Alisa, la giovane donna ucraina che porta in spalla per diversi chilometri il proprio anziano cane Pulya il quale altrimenti non poteva reggere il passo nella fuga verso la Polonia per sopravvivere ai bombardamenti russi (una storia, che forse avrete intravisto in giro per il web, simile a molte altre simili riportate dai media in questi giorni di guerra), è l’ennesima dimostrazione che l’empatia verso gli animali è una delle poche cose che rende noi umani veramente umani. Perché altrimenti, quando restiamo “tra di noi” – noi “Sapiens”, quelli che chiamano “animali” le altre creature – non facciamo che combinare terribili disastri, inesorabilmente.

Su tale questione ci scrivevo giusto poco più di un anno fa questo post (uno dei diversi che ho vi dedicato nel tempo, peraltro); purtroppo l’uomo, riguardo a chi sia più umano tra se stesso e gli animali, non perde mai occasione per fornire cronache atte a formulare la risposta più giusta, ecco.

N.B.: l’immagine è tratta da questo articolo de “La Stampa“.

Cosa stiamo diventando?

Ancora una volta, applausi a Paolo Nori (dal cui sito ho tratto entrambe le immagini).

#StandwithUkraine #FuckPutin