Di nuovo: BASTA MOTO SUI SENTIERI!

Il “report” pubblicato qualche settimana fa dalla Federazione Motociclistica Italiana con il quale la stessa FMI cerca di asserire in modo “scientifico” la sostenibilità ambientale delle attività motoristiche in territori naturali è ignobile. E tale lo è perché doppiamente ipocrita.

Innanzi tutto, perché rappresenta un bieco tentativo di autoassoluzione che per tale obiettivo di fondo vanifica la scientificità dello studio – il quale peraltro ovviamente comprova la sostenibilità delle attività motoristiche in ambiente: qualcuno veramente crede(va) che uno studio commissionato dalla FMI a favore delle sue attività se ne sarebbe uscito dicendo che no, ci spiace, quelle vostre attività non sono compatibili con la salvaguardia ambientale? Ma per favore!

Comunque, fosse “solo” per questo, si potrebbe pure soprassedere e persino apprezzare questa apparente attenzione all’ambiente. In verità c’è ben di peggio e di più ipocrita, che si origina dal fatto che lo studio fa riferimento “ad eventi occasionali come gare di enduro o motocavalcate, che interessano lo specifico luogo per uno/due giorni all’anno” (pag.35), da che fa riferimento ad una ben precisa e limitata area (il “campo gara ProPark di Ceranesi (GE)”, utilizzata fin dal 1990) e, soprattutto, dalle foto che vedete a corredo di questo articolo. Le ho scattate pochi giorni fa su un sentiero delle Prealpi Bergamasche, anche piuttosto accidentato in certi tratti, a circa 1200 m di quota; uno di quegli itinerari rurali dove una specifica legge regionale (nr.31 del 5 dicembre 2008), pur integrata da esecrabili emendamenti, impedisce in generale il passaggio di mezzi motorizzati se non dietro specifici permessi temporanei (relativi a eventuali manifestazioni sportive). Bene, lorsignori della FMI, ipocritamente, fanno finta di nulla riguardo quella gran schiera di motociclisti che se ne fregano bellamente del suddetto divieto di transito e scorrazzano liberamente per i sentieri di montagna, sapendo benissimo che la legge è ben poco applicabile in quanto mancano i controllori del suo rispetto (le forze dell’ordine di ogni specie, notoriamente esigue ovunque) e approfittando biecamente del sostanziale menefreghismo delle amministrazioni locali (salvo qualche raro caso) che se da un lato effettivamente possono fare poco, anche per mancanza di adeguati strumenti dispositivi, dall’altro fanno spallucce e pensano ad altro.

Eppure io, appassionato camminatore quale sono, 8 volte su 10 uscite in montagna trovo tracce del passaggio di motociclette dove non vi dovrebbero essere. Inoltre, non di rado, quando incrocio i “produttori” di quelle tracce, noto bene la sicumera e la boria di chi si sente “intoccabile” – così come ho conosciuto persone finite in ospedale per essere state aggredite da motociclisti particolarmente violenti ai quali avevano contestato il transito proibito.

Posto quanto sopra, proviamo a denotare il tutto alla FMI. Scommettiamo che minimizzeranno la questione, che citeranno “pochi casi isolati”, che altezzosamente sosterranno che “qualche cane sciolto” non può rovinare l’intero movimento? Be’, nelle mie uscite in montagna percorro una piccola parte di territorio alpino, e di tracce di passaggi motociclisti, come detto, ne trovo quasi ovunque. Per pura legge statistica, i “pochi casi isolati” potrebbero rappresentare la gran maggioranza del movimento motociclistico fuoristradista. Punto.

Ipocrisia allo stato purissimo, insomma.

A questo punto, rinnovo l’appello già diffuso sia qui che altrove (e sulla questione ne ho scritto anche qui): se ne vedete scorrazzare di tali motociclisti ove è loro proibito (quasi ovunque sulle vie rurali, appunto), denunciate, denunciate, denunciate! Fotografateli, girate un breve video, fate in modo che siano evidenti le targhe o altri dettagli utili al riconoscimento e poi d-e-n-u-n-c-i-a-t-e. Non fategliela passare liscia! Un atto di prepotenza così marchiano e tanto dannoso non può più restare impunito: lo devono capire loro, i colpevoli, e parimenti lo devono capire le autorità amministrative e istituzionali. Non è una mera posizione di parte, questa, e chiedo scusa a quei motociclisti che invece rispettano le regole, l’ambiente e le altre persone, ma è una fondamentale questione di civiltà, di buon senso, di educazione civica. Qualcosa che tutti dovremmo sentire come indispensabile da mettere in atto, se non vogliamo che anche quei territori ancora custodi di grande fascino, bellezza e purezza vengano definitivamente guastati e messi nelle mani di gente priva di qualsiasi scrupolo e dignità che ne possa disporre liberamente – e prepotentemente.

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L’omofobia è solo un “coming out” occultato

Quella spigolatura uscita su pochi media, in Italia (uno è questo), circa tale David Matheson, membro della particolarmente omofoba Chiesa Mormone che “curava” le persone LGBT ma che era egli stesso omosessuale, personalmente la trovo estremamente significativa per moltissime altre situazioni di manifesta omofobia e di relative prese di posizione contro le persone LGBT e i loro diritti. L’ultima nostrana e palese è quella del quotidiano Libero del 23 gennaio scorso ma, inutile dirlo, l’elenco è parecchio lungo e comprende il diavolo e l’acquasanta, dagli esponenti del clero ai militanti di estrema destra, politici conservatori e progressisti, media di varia natura, credenti cattolici, islamici, ortodossi, eccetera. Tutti quanti che ce l’hanno con i gay, in modo più o meno violento ma nessuno accampando motivazioni concrete e strutturate, poggiandosi semmai su presunti dettami religiosi, etnici, clinici ovvero su giustificazioni alquanto fantasiose e bizzarre, e così via.

Mi torna in mente, a tal proposito, una cosa scritta da Indro Montanelli più di 80 anni fa, all’epoca di quando venne “esiliato” dal regime fascista in Estonia come presidente del locale Istituto Italiano di Cultura, periodo durante il quale fece da corrispondente in loco per alcuni giornali italiani tra cui La Stampa. In uno di questi articoli scrisse: «La teoria della superiorità delle razze nasce dall’oscuro tormento di una propria inferiorità», mettendo sagacemente in luce il nocciolo della condizione psicosociale che in molti casi genera le fobie razziali e di genere. In parole povere: sovente i più intransigenti omofobi attaccano le persone LGBT perché lo sono esse stesse, ma non hanno il coraggio di rivelarlo pubblicamente. È come se rifiutassero la propria immagine riflessa nello specchio della verità ma è un esercizio inesorabilmente vano: non si può negare ciò che si è, questo crea un profondo e oscuro tormento interiore, come scriveva Montanelli, che sfocia in atteggiamenti di odio verso i propri simili che invece sanno vivere liberamente la propria quotidianità, verso i quali essi si sentono inferiori e contro cui ricercano una qualche rivalsa. Ce l’hanno coi “gay” perché lo sono loro stessi ma da pusillanimi, in parole povere. Una rivalsa che è effetto di una volontà di repressione ma che alla fine ottiene il risultato opposto a quello voluto.
Dunque, quando si assiste a manifestazioni di omofobia, può ben essere che in verità si stia assistendo una dichiarazione rivelatrice, una forma di coming out repressa ma inesorabilmente palese.
Ecco: lo sappiano, i tanti omofobi, se proprio non sanno rendersene conto da soli – o se non hanno il coraggio di ammetterselo!

N.B.: l’immagine in testa al post l’ho trovata in un sito di vendita on line di gadget vari (fateci clic), e mi fa pensare che – lo sappiano pure i Mormoni! – di persone LGBT tra i loro fedeli ve ne siano parecchie, alla faccia della loro così palese omofobia!

Lo sconcertante fenomeno degli “ostacoli viventi”

Sarà pure il caso che, prima o poi, la scienza e qualche luminare si metta a indagare il frequente e sconcertante fenomeno degli “ostacoli viventi”, ovvero di quegli individui dotati dell’inquietante capacità di palesarsi sempre nel momento meno opportuno, nel posto sbagliato al momento sbagliato, quelli che ti spuntano tra i piedi, ti disturbano, ostacolano, ti si frappongono, ti bloccano e ti creano problemi proprio in quegli unici istanti nei quali non dovrebbero, e non dovrebbe accadere nulla del genere.
Di diversa specie rispetto agli “iettatori” e niente affatto “imbranati”, questi tizi sono scocciatori genetici e seriali, anzi, vere e proprie maledizioni che camminano: stai facendo qualcosa di delicato che non consente disturbi e impedimenti, oppure di urgente per cui nulla ti dovrebbe ostacolare e causare ritardo o anche solo una semplice azione quotidiana, la più normale possibile che per nulla al mondo o quasi potrebbe andare storta… Ecco, tali individui sono quel “quasi” che in forza della loro maledetta facoltà diventa “quasi sempre”, e sempre (o quasi) senza che li si possa contrastare: la loro comparsa significherà sempre impedimento se non danno, piccolo o grande.

È una fenomenologia che potrebbe essere considerata “paranormale” per quanto sia sgomentante ma, appunto, sono fermamente scientista e dunque credo che non possa che essere la scienza a indagarla, studiarla, metodizzarla e risolverla. Oppure a sancirla provatamente come “fenomeno inesorabile” e irrisolvibile, dando modo di poterla risolvere con metodi meno… speculativi e più sperimentali, ecco!

Il posto auto per i disabili

Mattina dalla meteo a dir poco avversa, traffico tremendo, un documento da consegnare con urgenza in un ufficio. Ho fretta, la coda in strada mi ha fatto perdere un sacco di tempo. Arrivo in zona, i soliti parcheggi sono pieni, mi infilo in alcune stradine laterali ma di posti in cui lasciare l’auto non ce ne sono, piove sempre più forte. Poi un piccolo parcheggio, sembra ci sia uno spazio libero: vi entro ma quello spazio è uno stallo riservato agli automobilisti con disabilità. Vado oltre, mi allontano ancora di qualche centinaio di metri finché trovo un parcheggio più grande con posti liberi, finalmente. Sono lontano dalla mia meta e piove a dirotto, ma non ho altra scelta.

Per arrivare all’ufficio devo passare davanti a quel piccolo parcheggio in cui ero entrato poco fa, dove c’era il posto libro ma per automobilisti con disabilità: è occupato, ora, da una station wagon. Mi fermo un attimo, guardo fuori, sul lunotto: nessun contrassegno speciale. Poi guardo dentro: non è un’auto per persone con disabilità.
Anche se, penso subito tra me, quella persona che ha parcheggiato lì una invalidità grave ce l’ha, senza alcun dubbio, e la sta dimostrando perfettamente. Invalidità, ovvero mancanza di validità, di valore – mentale, culturale, umano. Comune, purtroppo, a tante, troppe altre “persone” che quotidianamente si comportano allo stesso modo e, purtroppo bisogna ammetterlo, molto più in Italia che altrove – l’esperienza personale me lo prova indubitabilmente.
Anche per questo, in fondo, sono sempre meno fiero di dover tenere in tasca una carta d’identità italiana.

Io non mi sento italiano, ma per fortuna o purtroppo lo sono. (G.G.)

P.S.: giova ricordare agli italioti che commettono atti come quello da me constatato che gli stessi sono puniti con sanzione amministrativa in base a quanto decretato dall’art. 158 comma 2 del Codice della Strada; se poi il posto occupato è espressamente riservato ad una singola persona con disabilità, il reato è pure penale (violenza privata), come stabilito di recente dalla Corte di Cassazione.

Ecco.

Di necessari provvedimenti giuridici (ri)alfabetizzanti

Eppure, accidenti, si deve pur trovare un modo di formulare una definizione di “analfabetismo funzionale”che non sia solo di natura sociologica (e tecnicamente tale) ma anche filosofica e lo sia al punto da risultare pure giuridica, così da poterla sancire a chi dimostra di esserlo senza tema di smentita ed esponendo finalmente l’analfabeta funzionale conclamato ad “adeguate” conseguenze legali!
Adeguate, sì: nel senso che, per un analfabeta funzionale, ad esempio la lettura di buoni libri rappresenta una condanna terribile, oppure il divieto di guardare la TV o di accedere ai social… ma adeguata, qualsivoglia sanzione che si commini, anche perché l’analfabetismo funzionale è veramente una piaga terribile per la società contemporanea e una sorta di imbarbarente cancrena che, se non bloccata rapidamente, rischia sul serio di portare al trionfo definitivo della cretinaggine più assoluta. E in tal senso siamo già a buon punto, basta guardarsi intorno e giudicare la realtà delle cose.

Quindi forza, filosofi del diritto di tutto il mondo: unitevi, meditate, formulate e teorizzate indi determinate! Fate presto, ribadisco, prima che voi stessi diventiate vittime di quello stesso imbarbarimento pandemico e finiate per essere creduti quelli che perdono tempo a filosofeggiare intorno al principale colpo del gioco del tennis solo perché l’abbiano detto in tivù o scritto su facebook con relativi n-mila like!