Lo avrete letto: sabato scorso 1° agosto Zermatt Bergbahnen, la società svizzera che gestisce gli impianti tra i 3500 e i 3800 metri di quota del ghiacciaio del Teodulo, il più elevato d’Europa ove giungono anche le funivie da Cervinia, ha sospeso l’attività: «Le temperature persistentemente elevate – spiega la società in una nota – la mancanza di raffreddamento notturno, i frequenti temporali e le mutevoli condizioni della neve e dei ghiacciai attualmente impediscono agli ospiti di sciare in sicurezza e in condizioni ottimali.»
Peccato che questo stop allo sci estivo arriva dopo settimane di escavazioni e sbancamenti sulle zone del ghiacciaio intonse, con grandi bulldozer quotidianamente in azione pur di portare la neve sulle piste. Così, per tentare di salvare ciò che non può essere salvato, le piste, l’attività sciistica e il “business” relativo, si priva il resto del ghiacciaio della neve residua accelerando la fusione dell’intera massa glaciale, che ora appare devastata tanto dagli effetti della crisi climatica quanto dalle attività umane. Un paradosso drammatico, inquietante e d’altro canto pure irritante.
Anche qui, una domanda spontanea sorge immediata e inesorabile: ma che senso ha ancora lo sci estivo, oggi? Di fronte ai cambiamenti climatici in atto e alle sofferenze sempre maggiori dei ghiacciai alpini, con conseguenze notevoli che si ripercuotono fino alle pianure del bacino del Po (si veda l’emergenza idrica sempre più incombente), come si può pensare di continuare un’attività purtroppo divenuta così platealmente anacronistica e irrazionale oltre che dannosa per le montagne che coinvolge? Non è il caso di dichiarare conclusa la sua “era”, facendosene una ragione di puro, logico, umano buon senso invece che una manifestazione di insensibilità, indifferenza, per certi verso prepotenza contro le montagne?
Se è per quello zero-virgola di sciatori invernali che pretendono di voler sciare anche in estate, se ne dovranno fare una ragione e potranno sicuramente andare al mare a divertirsi in altri modi; per gli agonisti che abbisognano di allenarsi in vista delle stagioni di gare invernali, sono sicuro che le federazioni troveranno – gioco forza, d’altronde – il modo di organizzare e finanziare valide attività di training alternative.
[Il Ghiacciaio delo Stelvio, qui ripreso tra i 3000 e i 3300 metri di quota, in condizioni di sfacelo simili a quello del Teodulo.]Ma, almeno, che si lascino in pace i ghiacciai nella loro triste agonia! Che si abbia rispetto per ciò che sta accadendo loro e che accade alle nostre montagne così come a noi, impegnandoci piuttosto tutti insieme a non peggiorare ancora di più la realtà climatica che stiamo affrontando, ad avere consapevolezza piena delle sue conseguenze e una ben maggiore cura dei territori montani rispetto a quanto abbiamo saputo (e voluto) fare fino a oggi. Perché se le Alpi stanno inesorabilmente perdendo i loro ghiacciai e cambiando tristemente d’aspetto, noi che le viviamo e frequentiamo vediamo di non perdere la nostra umanità cambiando – in peggio – la sorte che ci aspetta.
[Immagine tratta da www.ilgiorno.it.]Intanto, sul Ghiacciaio Presena va in scena l’annuale tragicommedia della posa dei teli geotessilida parte del consorzio turistico Ponte di Legno-Tonale, «con l’obiettivo di proteggere il ghiacciaio» e di «limitare i danni» provocati dal cambiamento climatico, dicono.
E di nuovo, come tutti gli anni, ribadiamo la realtàeffettiva delle cose: al Presena non si vuole affatto salvare il ghiacciaio ma le piste sciistiche e il business relativo. Punto. Il consorzio copre con i teli una superficie pari a 110mila metri quadrati di ghiacciaio, che è unicamente quella occupata dalle piste da discesa; ma l’intero Presena, la cui estensione è ormai esigua rispetto a solo qualche lustro fa, occupa ad oggi una superficie complessiva stimabile di circa 20 ettari, dunque 200mila metri quadrati[1]: perché allora i promotori della copertura con i teli geotessili, se veramente tengono tanto alla protezione del ghiacciaio, non lo coprono tutto?
La risposta, purtroppo, è fin troppo semplice: perché a loro della parte di Presena non sfruttabile sciisticamente non interessa nulla. Fine.
[Il Presena a metà luglio 2025.]Dunque, che almeno fossero onesti intellettualmente e rispettosi della realtà del ghiacciaio e della conca del Presena e non continuassero a sostenere cose palesemente illusorie. Che curino i propri affari e non ci prendano più in giro in questo modo.
Come ho già affermato in passato, quei teli geotessili sono soltanto un sudario che copre un corpo glaciale morente, e basta.
[Settembre 2024, fotografia di Fabio Sandrini.][1]: Nel 2011, dunque ormai quindici anni fa, il ghiacciaio Presena presentava un’estensione di 25 ettari; è facile supporre che in questo periodo la perdita di massa glaciale sia arrivata al dato da me indicato, sempre che non sia anche andata oltre e il ghiacciaio oggi sia ancora più piccolo.
P.S.: ho scritto più volte anche sull’inutilità e la dannosità dei teli geotessili sui ghiacciai, ad esempio qui.
“Il Post”, in un articolo del 14 luglio 2025, rilancia la questione dei teli geotessili sui ghiacciai, che ad ogni inizio estate, ovvero del periodo di fusione e ablazione glaciale, vengono installati su alcuni ghiacciai alpini – quasi sempre che ospitano piste da sci – in base all’affermazione che questi teli “salverebbero” i ghiacciai dagli effetti della crisi climatica, peraltro particolarmente evidenti proprio sulle Alpi.
L’articolo de “Il Post”, che prende spunto da un testo dell’amico Luigi Casanova, Presidente di Mountain Wilderness Italia, rilancia quanto si è dimostrato ormai da tempo al riguardo – ne ho scritto anche io più volte in passato: i teli geotessili non “salvano” i ghiacciai ma servono solo ai gestori dei comprensori sciistici per salvaguardare la superficie di essi sulla quale ci sono le piste da sci. Proferire quell’affermazione è pura ipocrisia oltre che un bieco esercizio di green washing. Non solo: come ribadisce “Il Post”, quei teli diffondono sulle superfici glaciali una gran quantità di microplastiche e altri elementi inquinanti: se da una parte fingono di “fare del bene” ai ghiacciai, dall’altra ne ammorbano pure l’ambiente, che almeno a quelle quote dovrebbe permanere il più possibile incontaminato anche in presenza di antropizzazioni.
[Il Ghiacciaio Presena ieri, completamente “telato” ove transitano le piste da sci. Immagine tratta da qui.]D’altro canto, ciò che “Il Post” ha ribadito nel suo articolo, come detto, sono evidenze scientifiche conosciute e denunciate ormai da anni, non da ieri: il fatto che in molte località i gestori del turismo locale perseverino con la posa dei teli sui “loro” ghiacciai dimostra perfettamente come essi se ne freghino altamente sia di ciò che rileva la scienza, sia della salvaguardia dei territori ove operano.
[I teli geotessili sul Ghiacciaio della Marmolada. Immagine di Luigi Casanova, tratta da qui.]Dunque, sarebbe bene che chi tiene veramente alle montagne e ne è un autentico appassionato si disinteressi a quelle località dai ghiacciai “telati” frequentandone altre più rispettose e meno ipocrite – ghiacciai plastificati i quali, peraltro, offrono un’immagine dell’ambiente montano d’alta quota triste e deprimente, con i corpi glaciali coperti da quello che, in buona sostanza, rappresenta per essi un vero e proprio sudario. Una cosa affliggente, oltre che inaccettabile, alla quale bisogna dire con forza «BASTA!», e dirlo a quelli che ancora si ostinano a propugnarla: per salvare non i ghiacciai ma i loro affari, e al contempo per svilire e soffocare l’ambiente montano.
Nella bella e significativa immagine qui sopra (fateci clic per ingrandirla) l’amico Fabio Sandrini, notevole fotografo di montagne (in primis di quelle casalinghe alto-camune), inquadra la conca del Presena, in cima alla quale giunge l’impianto di risalita che sale dal Passo del Tonale. Al centro della conca ciò che resta del Ghiacciaio del Presenaè coperto dai teli geotessili, sistema in uso da qualche tempo su alcuni ghiacciai sciabili al fine di rallentare la fusione del ghiaccio.
L’immagine di Sandrini rende come poche altre l’idea e la suggestione di cosa realmente appare quel telo: un sudario che copre un corpo glaciale morente, il cui biancore spicca nel grigio del paesaggio d’alta quota altrimenti ormai deglacializzato, “sporco” solo di qualche chiazza nevosa giallastra. Tenete conto che sul Presena fino agli anni Novanta si sciava anche in estate e vi erano piste tra le più belle delle Alpi centrali, frequentate da molte squadre nazionali per gli allenamenti estivi.
Ancora oggi i teli geotessili vengono presentati come il più “virtuoso” sistema di salvaguardia dei ghiacciai contro il cambiamento climatico e gli effetti conseguenti, ammantando il tutto con chiare sfumature “eco” e “green”. Non è affatto così: come spiegano i glaciologi, i teli geotessili non “salvano” il ghiacciaio ma servono solo a tutelare il più a lungo possibile il business dei gestori dei comprensori sciistici, e al contempo presentano numerose conseguenze negative per gli ambienti naturali che ospitano i ghiacciai coperti. Sono parte del problema, non la soluzione.
Come ha spiegato bene già qualche tempo fa uno di quei glaciologi, Giovanni Baccolo, «Dipingere la copertura dei ghiacciai come uno strumento per combattere il cambiamento climatico e il riscaldamento globale è profondamente sbagliato. Tali pratiche hanno infatti diversi impatti negativi sull’ambiente e possono essere accettate solamente come interventi a protezione di interessi turistico/economico locali legati a specifici ghiacciai. Spacciarli come un “salvataggio” è errato da un punto di vista scientifico. È anche un messaggio distorto che rischia di creare confusione e danneggiare la sensibilità ambientale delle persone che negli ultimi anni si è progressivamente consolidata.»
[Veduta ravvicinata dei teli geotessili del Presena. Si noti la profusione di plastica a “corredo” dei teli. Foto di AlchemyGarlet, opera propria, pubblico dominio, fonte commons.wikimedia.org.]Ecco anche perché, a me, la visione del Presena coperti dai teli geotessili immortalata da Fabio Sandrini genera l’inequivocabile presenza, lì, di un lenzuolo funebre. Non solo perché sembra proprio che sotto i teli vi sia un corpo inerme, disteso sul fianco della conca, che i teli coprono e parimenti nascondono alla vista per non urtare troppo la sensibilità di chi abbia cura delle montagne. Anche perché quei teli-sudari soffocano – con l’inganno – la consapevolezza culturale circa le conseguenze del riscaldamento globale sui ghiacciai solo allo scopo di difendere gli interessi economici dei gestori dei comprensori sciistici, ai quali – giustamente dal canto loro ma discutibilmente per chiunque altro – non interessa tanto la vitalità residua del ghiacciaio ma quanto sia ancora possibile sfruttarlo. Guarda caso, i gestori del comprensorio sciistico che tentano di spacciare per “virtuosa” la copertura del Presena scrivono del ghiacciaio come se stessero proteggendo tutta la sua superficie, quando invece – come si vede bene dalla fotografia di Sandrini – i teli coprono solo la superficie occupata dalla pista di sci. Della restante parte di “ghiacciaio salvato” evidentemente non interessa nulla.
Ma, a ben vedere, lo si può ancora definire “ghiacciaio”, il Presena così manipolato? O forse è stato trasformato anch’esso in una manifestazione di autentico greenwashing e dello sfruttamento affaristico delle montagne da parte dell’industria turistica?
Concludendo, cito ancora Giovanni Baccolo: «I ghiacciai si salvano solo stabilizzando il clima del pianeta, non esistono scorciatoie. I più recenti studi hanno mostrato che se non limiteremo le emissioni di gas serra in atmosfera nei prossimi decenni, i ghiacciai alpini saranno quasi del tutto scomparsi entro la fine del secolo.Gli stessi studi sottolineano che se saremo capaci di ridurre l’utilizzo dei combustibili fossili e contenere l’incremento delle temperature planetarie entro i 2 °C rispetto al periodo preindustriale (accordo di Parigi), salveremo il 40% del ghiaccio oggi presente sulle Alpi».
[Sopra: l’interno di un “rifugio” – come da sua denominazione – a 2000 di quota sulle piste da sci di Arabba; immagine tratta da www.dolomiticlass.it. Sotto: la sala da pranzo del rifugio Pradidali, a 2278 m di quota nelle Pale di San Martino; immagine tratta da www.mountbnb.com.]Personalmente trovo che sia quanto mai necessario e urgente sostenere la richiesta che ormai numerose figure del mondo della montagna, e da tempo propone con particolare forza Carlo Alberto Zanella, presidente del CAI Alto Adige (si veda ad esempio l’articolo qui sotto de “Il Dolomiti” del 6 settembre), di normare istituzionalmente – e più nettamente di quanto accade ora – la differenza tra “rifugi” di montagna propriamente detti e tutte le altre strutture di alloggio e ristorazione che hanno nel nome il termine “rifugio” ma nei fatti sono hotel o ristoranti e offrono servizi di conseguenza.
Queste strutture – bellissime, accoglienti, ben gestite, dotate di mille comfort per i clienti – non sono rifugi: potrebbe sembrare una questione di poco conto, una mera faccenda lessicale, invece è ormai appurato che sta generando numerosi problemi innanzi tutto proprio ai veri rifugi e ai loro gestori. Problemi che di rimando, e inevitabilmente, si riversano poi sulla qualità della frequentazione turistica delle montagne che li ospitano distorcendone l’equilibrio quanto mai necessario in territori così pregiati e delicati – anche dal punto di vista culturale.
Credo che occorra da un lato la precisa volontà, da parte di tutti i rifugisti (che sovente già manifestano), di ripristinare quanto più possibile la dimensione montana genuina del rifugio, la quale ovviamente non impone mancanza di comodità o accoglienze eccessivamente spartane ma nemmeno deve imporre ai rifugisti di soddisfare le pretese di certi ospiti che reclamano servizi da hotel a 2000 e più metri di quota, dimostrando di non aver capito dove sono e come si devono comportare. E credo che dall’altro lato serva l’altrettanto ferma volontà di pretendere, da parte di noi tutti frequentatori consapevoli delle montagne, di poter vivere la più autentica esperienza del rifugio “vero”, quella che ti fa pienamente sentire in montagna e non al bar sotto casa o nell’hotel a più stelle nel quale magari si sta trascorrendo la vacanza.
In forza di ciò, per tornare a quanto detto in principio, bisogna chiedere alle istituzioni locali di contrastare e impedire al più presto, nei modi che le normative a vari livelli possono consentire, l’uso del termine “rifugio” da parte degli esercizi di alloggio e ristorazione che non lo sono affatto e che, attraverso ciò, pensando di garantirsi un’aurea di “montanità” francamente ipocrita e ingannevole.
Un’aurea, peraltro, che io credo finisca per danneggiarli invece di favorirli. Di sicuro danneggia i rifugi veri, e per quanto mi riguarda ciò basta per richiedere e sostenere la più chiara e netta differenziazione tra le due tipologie di strutture.
P.S.: Carlo Alberto Zanella l’ho citato di recente riguardo lo stesso tema, qui.