La neve come quella di una volta

Una recente veduta della Valmalenco coperta da una nevicata «come quelle di una volta», in una bella immagine dell’amico Roberto Garghentini.

“Come una volta”: quante volte ci viene di usare questa definizione quando torna a cadere abbondante la neve? Ormai siamo tutti ben consci (salvo qualche impostore) del cambiamento climatico in corso e di come influisca sulle stagioni invernali più visibilmente che sulle altre. In verità, di nevicate abbondanti ce ne potranno ben essere anche in futuro: il problema semmai è che il limite delle nevicate si alzerà a quote sempre maggiori e la neve resterà sul terreno molto meno di una volta – appunto. Non dovremo dunque ricordarci tanto i momenti come quello fissato nell’immagine qui sopra, quanto le montagne imbiancate pur lunghi mesi, ovvero la permanenza di un paesaggio innevato per l’intera stagione invernale. In altre parole, negli anni futuri l’inverno “di una volta” si trasformerà viepiù in un autunno inoltrato e poi in una primavera anticipata, separate da qualche giorno nel quale il meteo e il clima sembrerà quello di anni fa: ma sarà un’apparizione invernale fugace, purtroppo.

Questo dovrebbe da una parte spingerci a elaborare in maniera sempre più compiuta la consapevolezza verso il cambiamento climatico e il conseguente, inevitabile cambiamento della nostra relazione e dell’atteggiamento riguardo i territori che più di altri ne subiscono le conseguenze, come le montagne, e dall’altro a sviluppare sempre di più i territori montani come laboratori di buone e innovative pratiche di sostenibilità atte a garantirci la resilienza necessaria alla realtà in divenire nonché l’equilibrio della nostra presenza sui monti, sia essa stanziale come abitanti oppure occasionale come turisti. Anche per far che la bellezza e il fascino insuperabili delle montagne coperte di neve possano rischiararci la mente e ravvivare l’animo sempre, quando ce le troveremo di fronte e quando non più come accadeva una volta, ecco.

C’era una volta lo sci estivo (e i suoi ghiacciai): la Plaine Morte, a Crans Montana

[Immagine del 2014 tratta da lenouvelliste.ch.]
Come spiego con maggior dovizia di particolari qui e qui, in questa serie voglio proporre delle immagini comparative di ghiacciai sui quali fino a qualche tempo fa si praticava lo sci estivo (o si pratica tutt’ora ma in un ambiente totalmente diverso e deteriorato rispetto a prima) che per molti versi ritengo ancor più emblematiche di altre “glaciali” riguardo ciò che sta accadendo sulle nostre montagne in forza del cambiamento climatico in corso. Perché c’è stato un tempo e un clima grazie al quale lassù c’erano piste, impianti, alloggi, migliaia di sciatori, divertimento, godimento – che ciò fosse plausibile o no: ora non c’è più nulla, anzi, c’è proprio un altro luogo rispetto ad allora. Un’altra montagna, un altro paesaggio, un mondo diverso, spesso irriconoscibile, in origine dominio dei ghiacci e del silenzio, poi conquistato e antropizzato dall’uomo il quale ora lo deve gioco forza abbandonare lasciando lassù non solo i segni della sua presenza, non di rado inquinanti, ma pure una visione della montagna e una relazione con le terre alte che non esistono più.

Dal 1969 al 1990 la Plaine Morte, il plateau glaciale più vasto delle Alpi, posto a quote comprese tra i 2600 e i 2900 m sopra la rinomata località di Crans Montana (Vallese, Svizzera), ospitò con continuità un piccolo ma frequentato comprensorio sciistico, dotato di tre skilift e alcune piste interessanti anche in forza dello straordinario contesto paesaggistico di questa regione delle Alpi bernesi, che facevano della stazione vallesana una di quelle dove si poteva sciare per 365 giorni all’anno.

Negli anni successivi sono cominciati i problemi climatici e nivoglaciali, tali per cui gli impianti potevano essere aperti per poche giornate estive oppure fino a stagione primaverile avanzata nelle annate particolarmente favorevoli, ma l’impressionante ritiro della Plaine Morte degli ultimi anni ha impedito anche l’accessibilità invernale dei pendii, totalmente deglacializzati e accidentati, determinando nel 2016 la fine definitiva dell’era dello sci estivo sul ghiacciaio svizzero.

Nelle immagini, partendo da quella lassù in testa al post e scendendo (cliccateci sopra per ingrandirle): il ghiacciaio nel marzo 2014, immagine che rende l’idea di come potesse presentarsi la Plaine Morte anche nelle stagioni estive migliori; due degli skilift che servivano le piste; un panorama del ghiacciaio del 2014 sul quale ho indicato in rosso la linea dei due skilift estivi principali un tempo installati e, con la freccia gialla, il punto di scatto dell’immagine successiva, concessami dall’amico Pierluigi D’Alfonso (che ringrazio di cuore) e risalente allo scorso agosto, dopo una leggera nevicata che tuttavia non nasconde la perdita estrema di massa glaciale, dalla quale spuntano prominenze rocciose prima sepolte. Infine l’ultima immagine, dell’estate 2022, mostra il ghiacciaio sempre meno esteso nonché totalmente e tristemente privo di copertura nevosa sul quale è ben visibile l’ampio lago proglaciale che ne raccoglie l’acqua di fusione generando da qualche tempo a valle non pochi timori per un suo eventuale svuotamento improvviso (peraltro già avvenuto una volta nel 2018 con danni per milioni di franchi nell’alta Simmental).

[Foto di Björn S., CC BY-SA 3.0, fonte: commons.wikimedia.org.]

[Immagine tratta da www.berneroberlaender.ch.]
P.S.: altri ghiacciai ove si praticava lo sci estivo dei quali ho già scritto (in ordine di pubblicazione):