I cartelloni pubblicitari lungo le strade fanno schifo!

Ma quand’è che poi la si finirà con questo scempio assoluto – e assolutamente italiano per come all’estero sia estremamente raro – dei cartelloni pubblicitari lungo le strade?

Fanno semplicemente schifo: deturpano e insozzano il paesaggio, ostacolano la vista, distraggono dalla guida e risultano pericolosi per questo nonché per rappresentare un manufatto solido appena accanto alle carreggiate (immaginate un ciclista che esca di strada e ci vada a cozzare contro), sono spesso abusivi, senza contare della frequente stupidità delle pubblicità che “supportano”. Sono un evidente segno di cafonaggine commerciale, parte integrante di quella inciviltà generale che troppo spesso e in troppi aspetti contraddistingue la società italiana.

Poi, vai a leggere il Codice della Strada e noti che «i cartelli pubblicitari lungo le strade: se sono idonei a distrarre l’attenzione dei guidatori è necessaria l’autorizzazione». Ma come “è necessaria l’autorizzazione”? Se distraggono dalla guida non vanno autorizzati, vanno proibiti, punto!

Se da più parti, sul web e altrove, montasse lo sdegno per questo scempio, forse al riguardo le cose cambierebbero. E sarebbe pure il segno di una rinascita civile e civica, quanto mai necessaria appunto nella nostra società. Ma è ormai chiedere troppo che ciò accada, forse?

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Il senso civico ridotto a mozziconi

La rivista d’informazione eco-ambientale GreenMe (ri)mette in luce, in un articolo di qualche giorno fa (cliccate sull’immagine qui sopra per leggerlo), il danno estremo provocato dai mozziconi di sigaretta gettati in terra o altrove: al primo posto tra i rifiuti inquinanti prodotti dall’uomo e che ogni anno finiscono in mare, ancor più dei tanti oggetti in plastica, ci sono proprio i mozziconi di sigaretta, le cicche, che hanno un filtro fatto di acetato di cellulosa il quale impiega più di dieci anni per decomporsi.

Ci sono minimi gesti usuali, nella vita quotidiana della nostra società, che pur nel loro piccolo risultano – a mio modo di vedere – assolutamente emblematici del senso civico e dello stato di salute culturale diffusi nella società stessa o, dalla parte opposta, della maleducazione e dell’inciviltà diffusa. Ecco, la pratica di gettare o mozziconi delle sigarette appena fumate da persone sicuramente “per bene” come nulla fosse, ovvero come qualcosa di automatico e naturale, credo sia tra quei piccoli gesti uno dei più significativi, in tal senso. Più significativi e più barbari proprio in forza della sua piccolezza, della sua banalità. Perché se numerosi membri di una società apparentemente “civile” e “avanzata” non sanno evitare pratiche pur così minime e semplici ma tanto deleterie, significa che l’imbarbarimento, culturale e non solo, è ormai genetico. È anche questo inquinamento, a ben vedere: del cervello di molte persone, e con conseguenti gravi danni al buon senso.

Fosse per me, mi augurerei volentieri che a chi commetta tale ignobile gesto venissero comminati svariati anni di detenzione, già. Forse sarebbe l’unico sistema realmente efficace per debellarlo, nel breve termine e in attesa che un senso civico maggiormente sviluppato e attivo (o una maggior intelligenza, forse dovrei dire) si diffonda nuovamente. Ma è solo una mia “provocazione”, ovvio.

Il fatuo artificio dei fuochi d’artificio

Una domanda: ma veramente (sarà che invecchio e mi inacidisco, o divento pesante e lagnoso ovvero obiettivamente misantropo, può essere) – dicevo: ma veramente alla gente piacciono ancora i fuochi d’artificio? Veramente c’è bisogno di essi per valorizzare un luogo, una ricorrenza, un evento o un paesaggio, la sua bellezza, la sua attrattiva turistica? E veramente una festa popolare – sia essa di paese o d’una più grande città, laica o religiosa, turistica o meno… – non può definirsi tale senza quel gran baccano luminoso dal costo a dir poco spropositato?
Costo spropositato, per giunta, che quasi sempre viene spacciato e giustificato come “evento culturale” e sovente inserito nelle relative richieste di finanziamenti pubblici: ma che ca…volo di “cultura” c’è, oggi, nei fuochi d’artificio? E, porca d’una miseria, quanti veri eventi culturali si potrebbero allestire, con mirabili ed evidenti ricadute a vantaggio di tutti, con i soldi che vengono (letteralmente) bruciati in pochi minuti di spettacolo pirotecnico? Dalle mie parti, sulle rive del lago, non c’è quasi località che nel corso dell’estate non si pregi d’avere il proprio spettacolo di fuochi – peraltro esattamente uguale a quello del paese accanto o della riva opposta, perché, suvvia, diciamoci pure questo: visti una volta, i fuochi d’artificio, visti tutti – come si dice in questi casi! Be’, facciamo una bella somma dei soldi spesi per codesti numerosi spettacoli, e vediamo che cifra ne esce. Poi riflettiamoci un attimo sulla convenienza, economica e, soprattutto, culturale!

Non so, insomma. Ribadisco: sarà che sto diventando vecchio e acido, o sarà che ritengo che i già pochi soldi pubblici spendibili nella cultura dovrebbero essere spesi per cose ben più culturalmente e intellettualmente costruttive. In mezzo alle quali, per carità, ci può stare anche uno spettacolo pirotecnico, saltuariamente. Ma così come è ora no. Io veramente non lo capisco.

Rivalorizzare la Montagna… con le moto?

(P.S. – Pre Scriptum: quello che potete leggere di seguito è il testo di una “lettera aperta” inviata tramite il blog Alta Vita – e anche lì pubblicata – al Sindaco di Bergamo nonché Assessore Provinciale al Turismo Giorgio Gori su un caso, a mio modo di vedere, assolutamente emblematico circa i temi di gestione ambientale del territorio (di montagna, in tal caso, ma non solo) di cui concerne e, ancor più, sulla percezione “politica” che della Montagna le istituzioni spesso palesano e pretendono di imporre.)

Ill.mo Sindaco Gori,

posti in primis tutta la stima e il rispetto nei Suoi confronti, e riguardo alla questione della pista di enduro di Dossena, in Val Brembana, c’è una cosa che dal nostro punto di vista appare veramente non accettabile ovvero assolutamente da oppugnare, anche più – in linea di principio – del progetto di ampliamento della pista in sé, che magari è pure stato redatto con autentica cura per l’ambiente (nonostante in molti non la pensino così e argomentino in modo articolato tale loro posizione).

Non accettabili sono le Vostre affermazioni pubbliche a sostegno del progetto ove Voi dichiarate che rappresenti un’opportunità “per potenziare il turismo in Valle” la quale “potrebbe contribuire alla specializzazione turistica e all’economia della Valle”. Ci risiamo, insomma: quando c’è da imporre un progetto di natura considerabilmente impattante (in senso materiale e immateriale) in un territorio dotato tanto di criticità ecologiche quanto bisognoso di rivalorizzazione sociale, antropologica, culturale ed economica – come è il caso dei territori di montagna, ormai sempre più disingannati rispetto al miraggio della ricchezza che prometteva lo sci su pista – ecco che si tirano fuori le solite frasi ad effetto: “potenziare il turismo”, “rilanciare l’economia”, “far rinascere la montagna”, eccetera.
Cioè, per essere chiari: Voi vorreste rilanciare una zona di montagna – sottolineiamo: di montagna, geograficamente prealpina ma con caratteristiche ambientali prettamente alpine – facendo scorrazzare delle moto tra i boschi? Forse che il Genius Loci dossenese si aggiri per le foreste del Monte Vaccaregio su una rumorosa due ruote?
Ribadiamo, magari avete pure ragione, in termini meramente turistici (ci permettiamo tuttavia di essere assai dubbiosi al riguardo: “25 mila appassionati tra Italia, Austria, Germania e Svizzera” non sono nulla!) ma per favore: per onestà intellettuale, culturale, politica, non si venga a dire che tutto questo è sinonimo di “rilancio della montagna”!

Il vero “rilancio” – la rivalorizzazione delle risorse ambientali e umane, della socialità, della cultura e dell’identità culturale, del senso civico dei residenti a supporto della miglior gestione politica e amministrativa dei territori di montagna oltre che dei migliori progetti di sviluppo economico – non passa certamente attraverso l’uso meramente ludico in ambiente dei mezzi motorizzati! Sarebbe come pretendere di aiutare la popolazione di territori afflitti da gravi siccità idriche installando distributori automatici di bevande in lattina! Di ottimi progetti per un vero e virtuoso rilancio di intere zone di montagna ce ne sono in atto numerosi, sulle Alpi e sugli Appennini: date loro un occhio e verificate se in essi vi siano tracce di piste di enduro o di altre inopinate amenità motoristiche, ennesimo frutto di una visione e di un atteggiamento nei confronti della montagna pesantemente antropizzanti e colonizzatrici, identici a quelli che nei decenni scorsi hanno (ad esempio) piazzato impianti di risalita e condomini di infimo pregio architettonico ovunque, e in bergamasca soprattutto, coi risultati (e i fallimenti) che oggi sono sotto gli occhi di tutti.

D’altro canto, a proposito di bergamasca, non si può non ricordare la non eccelsa fama locale proprio in merito a mezzi motorizzati “impropri” sui sentieri – sì, ci riferiamo alle “bandiere nere” assegnate da Legambiente ai comuni di Bossico e Rovetta “per non avere messo in atto alcuna attività di contrasto al transito abusivo e invasivo dei mezzi motorizzati sui sentieri e le strade agro-silvo-pastorali (VASP) ed avere autorizzato manifestazioni motoristiche che hanno interessato prati e boschi consentendo in tal modo lo sviluppo di una forma di turismo ai limiti della legalità e di raid motoristici fuoristrada.” La frequentazione della pista di Dossena eliminerà quella “forma di turismo” lungo sentieri e mulattiere chiuse al transito dei mezzi motorizzati, oppure c’è il rischio concreto che “normalizzi” la presenza di motociclette pure lungo tali vie prettamente escursionistiche in ambienti naturalistici di pregio? Posto tutto ciò, la questione della pista di Dossena ci pare il classico elefante a zonzo in una cristalleria la quale abbia già subìto notevoli danni!

Per concludere: già tante associazioni, esperti di temi ambientali e privati cittadini stanno entrando nel merito dell’opportunità e delle criticità del progetto della pista in Val Brembana; da parte nostra ribadiamo di nuovo: ogni atto “politico” avente effetti sul territorio, se non ha alla base un’adeguata dose di onestà intellettuale che tenga ben lontano qualsiasi eventuale (e letale) pericolo di contaminazione da ipocrisia, facilmente genererà danni. E non solo al territorio o alla sua rivalorizzazione, ma – anche di più – alla cultura di esso e della gente che lo vive.

(Cliccate sull’immagine in testa al post per leggere l’articolo a cui fa riferimento, tratto dal Corriere della Sera. Trovate altri articoli al riguardo qui, sempre dal Corriere della Sera, e qui, dal blog Mountcity.)

Un’azione culturale fondamentale

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