Omar Sartor, fotografo (e non solo)

Omar Sartor non è solo e semplicemente uno dei più originali e intriganti fotografi italiani. Osservo e ammiro da tempo i suoi vari lavori fotografici e, al di là della primaria, intensa suggestione estetica ed emozionale, mi viene da riflettere che Sartor in verità è tra i pochi capaci di manifestare nella fotografia una sorta di inopinato prodigio, cioè quello – lo dico in modo “mitologico”, metaforico ma nemmeno così tanto – di riuscire a fissare sulle proprie immagini sia i Genius Loci che i Lari: i numi fondamentali che presiedono ai luoghi abitati dall’uomo, i primi, e a quelli attraversati, i secondi. Ovvero, più pragmaticamente, con la sua produzione fotografica Sartor manifesta la dote di dare una “regola” a ogni ambito che riprende, sia esso nella Natura più o meno antropizzata oppure in uno spazio domestico: una regola che da un lato è estetica, di ricerca di equilibrio e definizione armonica (dunque pure estatica, per molti versi), dall’altro è razionale e raziocinante, meditativa, deduttiva.

(Cliccate sulle singole immagini per aprirle nella galleria.)

E’ come se nelle varie immagini – sia quelle legate alle sue committenze per numerose aziende di design, sia le altre che, per mera chiarezza, potrei definire “di paesaggio” – la realtà si palesasse in tutta la sua materialità evidente, palese e comprensibile ma, da questi stessi risalti, si formasse pure una immagine immateriale che apre la percezione a innumerevoli altri significati: in primis quelli «radunati nel luogo» – come dice la nota definizione di Genius Loci di Christian Norberg-Schulz – peraltro non sempre così evidenti come si potrebbe pensare, ma pure quelli che vi derivano e che contribuiscono a determinare il concetto e la percezione del “paesaggio” – che si genera ovunque, nei vasti spazi all’aperto come negli ambiti minimi del vissuto quotidiano.

La fotografia di Omar Sartor è dunque “artistica” nel senso più pieno e “superdimensionale”: in grado di andare oltre molte potenziali possibile limitazioni espressive, portando in sé l’elemento estetico ed estetizzante verso ambiti di inaudito rigore creativo. Un ossimoro, apparentemente, che tuttavia trova notevole e assai concreta oggettività proprio nella sua dote “artistica” di saper rappresentare la realtà in modo ampio e “amplificato”, sia materialmente che immaterialmente.
È un “architetto dell’immagine”, Sartor, un creativo dell’anima dei paesaggi ovvero di tutto ciò che possa essere percepito, concepito e abitato dall’uomo, esteriormente e interiormente.
Ecco.

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Quando le Alpi da cerniera tra i popoli diventano barriera

Le Alpi si trasformano nel ventesimo secolo in modo definitivo; il mutamento porterà una rapida quanto indelebile alterazione sociale e quindi formale dell’assetto dei villaggi, divenuti i protagonisti di un tempo insolitamente breve; le Alpi e i suoi villaggi in quota da elemento cerniera tra i popoli si trasformano in una barriera posta fisicamente tra la città e la montagna, una sorta di realtà di frontiera che ha dato vita a due mondi assolutamente contrapposti di vivere in quota e dove il cittadino dell’altra sfera entra a forza in questo mondo separato, sul quale viene gettato uno sguardo ammirato e al tempo stesso compassionevole.

(Luciano Bolzoni, Abitare molto in alto. Le Alpi e l’architettura, Priuli & Verlucca, 2009, pag.22.)

N.B.: approfitto di questa citazione tratta da Abitare molto in alto, del quale ho dissertato qui, per dirvi che, in occasione dell’uscita del nuovo libro di Luciano Bolzoni, Carlo Mollino. Architetto, del quale invece vi ho detto qui, ALPES (di cui Bolzoni è direttore culturale) propone un illuminante percorso di lettura e di esplorazione della realtà antropica e architettonica delle Alpi moderne e contemporanee che include anche Destinazione Paradiso. Lo Sporthotel della Val Martello di Gio Ponti, pubblicato nel 2015, altro notevole testo al riguardo: il tutto al prezzo dedicato di 35,00 euro + spese di spedizione. Un’occasione da non perdere – in primis perché realmente illuminante, lo ribadisco, e per questo assolutamente importante.
Per informazioni e acquisti potete scrivere a info@alpesorg.com.

(Nell’immagine in testa al post: “batteria” di ecomostri al Passo del Tonale, a oltre 1800 m di quota.)

Luciano Bolzoni, “Abitare molto in alto. Le Alpi e l’architettura”

La pratica dell’abitare è senza dubbio tra quelle attraverso cui l’Homo Sapiens ha saputo distinguersi da tutte le altre specie viventi. Non più mero e necessario esercizio di protezione, di sopravvivenza, non più semplice e forzato adattamento al territorio in cui si è insediato, l’atto dell’abitare in maniera stanziale è il principale elemento di territorializzazione dello spazio dacché è intimamente legato alla relazione che si instaura tra l’uomo e il territorio, che sovente proprio attraverso l’abitare diviene luogo – un termine che, non casualmente, deriverebbe proprio dalla radice indoeuropea stal o stalk, latinizzata per metatesi in stlocus e divenuto poi il definitivo locus. Il noto geografo francese Maurice Le Lannou, nella sua opera La Géographie humaine del 1949, asserì che «la geografia umana è la scienza dell’uomo-abitante», legando non solo tale pratica alla stessa determinazione geografica dei territori antropizzati ma, a suo modo, confermando l’importanza di essa per la civiltà umana, tale anche perché capace di abitare in senso pieno e compiuto i territori in cui si insedia.
Eppure, nonostante un valore così fondamentale sotto molti versi, la pratica dell’abitare resta definita da un semplice termine al quale non viene nemmeno riconosciuta la qualifica di concetto, come invocava il citato Le Lannou già a metà Novecento: cosa che sarebbe quanto mai importante soprattutto in relazione a quei territori ben più delicati e fragili rispetto, ad esempio, alle zone urbanizzate e metropolitane (le città) o a quelle la cui geografia non oppone troppi ostacoli morfologici e ambientali (ovvero culturali) a chi le voglia abitare. Senza dubbio spazi emblematici in tema di fragilità e delicatezza sono le montagne, sulle quali la mancanza di una definizione concettuale dell’abitare ha da un lato generato non pochi problemi – pratici ovvero architettonici, e teorici cioè legati alla relazione col paesaggio culturale montano – ma dall’altro impone oggi ancor più di ieri una approfondita riflessione sull’idea e sulla pratica, anche a fronte di una ormai palese deficienza di valore di certi interventi architettonici e urbanistici realizzati soprattutto a seguito dello sviluppo turistico delle montagne, che stupiscono lo sguardo più attento e consapevole per la loro decontestualizzazione (per non dire di peggio) rispetto al territorio in cui sono stati realizzati.
Per tutto ciò, un libro come Abitare molto in alto. Le Alpi e l’architettura (Priuli & Verlucca, 2009) scritto da Luciano Bolzoni, architetto milanese tra i massimi esperti di architettura di montagna, i dieci anni che ormai ha non li dimostra affatto. Anzi, sotto molto aspetti la lettura odierna e la considerazione di ciò che Bolzoni scrive sul tema acquisiscono ancora maggior valore e “brillantezza” []

(Leggete la recensione completa di Abitare molto in alto cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

Gita di Pasquetta

Gita di Pasquetta: comp. da gita s. f. [der. di gire; propr. «andata»] e pasquétta s. f. [dim. di pasqua] – Locuzione popolare atta a definire i più terribili ingorghi stradali ovvero gli affollamenti insostenibili in luoghi dotati di varie peculiarità turistiche e ricreative nel lunedì successivo alla festività di Pasqua.

Disciplina svizzera | Schweizer disziplin | Discipline suisse | Disciplina Svizra

P.S. (Pre Scriptum): dedicato alla “mia” Svizzera e agli amici elvetici.

Bisogna ammettere che pochi altri come gli svizzeri hanno senso civico e sanno essere estremamente rigorosi e disciplinati nel seguire le regole.
Mi hanno raccontato, per dire, di un inseguimento tra un ladro e la polizia, in una città svizzera. Il ladro, una volta colto sul fatto dai poliziotti, è fuggito dal luogo del reato con una macchina non rubata bensì regolarmente noleggiata presso una locale agenzia di rent-a-car. I poliziotti hanno subito preso a inseguirlo ma il primo li stava seminando, dal momento che avevano imboccato una strada con limite a 50 km/h mentre il ladro era su una corsia accanto ma con limite a 70 km/h (un autovelox in loco ne fisserà il passaggio a 69,8 km/h). Poco più avanti il ladro ha però trovato un semaforo rosso e i poliziotti gli si sono rifatti sotto, se non che è toccato ad essi di doversi fermare a un passaggio pedonale sul quale stava attraversando un’anziana donna. Dunque il ladro ha ripreso un buon vantaggio ma ha ricevuto una telefonata sul proprio cellulare che gli ha imposto di fermarsi per rispondere e non trasgredire la relativa norma del codice stradale: era solo una chiamata a fini commerciali (l’offerta non si è rivelata conveniente, alla fine), ma ciò ha permesso ai poliziotti di raggiungerlo.
Il ladro ha deciso così di abbandonare l’auto – non prima di aver trovato un parcheggio libero e pagare la sosta al parcometro – e continuare la fuga sui mezzi pubblici, con sempre alle calcagna i poliziotti che invece hanno goduto della fortuna di lasciare la propria vettura in uno spazio di sosta riservato alle forze dell’ordine. Purtroppo era orario di punta, e il ladro s’è dovuto mettere in coda per acquistare il biglietto alla cassa automatica: buon per lui che i poliziotti, arrivati qualche istante dopo, si sono ritrovati tra essi e il ladro numerosi altri viaggiatori in coda la cui presenza ha impedito loro di raggiungere e agguantare il fuggitivo, così come lo stesso è accaduto nel bus, sul quale tra la calca il ladro è salito davanti e i poliziotti dietro.
Messo tuttavia così alle strette, il ladro è sceso dal bus qualche fermata avanti e si è barricato in una casa lì vicino, non prima di prendere adeguati accordi con la signora occupante: lei lo avrebbe fatto entrare a patto che lui le desse una mano nei mestieri di casa. Ciò ha ritardato la trattativa successivamente avviatasi, in quanto il ladro non poteva troppo distrarsi nel dialogo con i poliziotti dovendo stirare alcune camicie di seta, notoriamente assai ostiche da trattare col ferro da stiro. Tra le cose richieste dal furfante: un maggior numero di cestini per la spazzatura nel suo quartiere, una nuova pentola per la fondue (la sua era ormai consumata) come dono per il compleanno e un buon preventivo per rifare l’impianto elettrico di casa, non più a norma. Altrimenti, avrebbe stracciato le fatture delle spese condominiali della signora sua ostaggio, impedendole il regolare pagamento.
Tra le urla di disperazione della donna per tale spaventosa minaccia, la trattativa si è fatta assai più ostica e, non pervenendo ad alcun buon risultato, il ladro ha deciso di fuggire da una porta sul retro, appena dopo aver apparecchiato la tavola per il pranzo e messo a bollire l’acqua per la zuppa. I poliziotti, resisi conto della nuova modalità di fuga, hanno ripreso l’inseguimento con il massimo impegno ma, per riuscire finalmente ad acciuffare il ladro, hanno dovuto escogitare un astutissimo stratagemma: recuperata la propria vettura, si sono finti due italiani che avevano appena parcheggiato l’auto in seconda fila. Circostanza che ha fatto sentire il ladro in dovere di fermarsi per riprendere e rimproverare i due, i quali con guizzo fulmineo lo hanno bloccato e arrestato.
Processato per direttissima, il ladro non è stato ritenuto colpevole né di furto (non aveva ancora avuto modo di rubare nulla, per il rapido intervento dei gendarmi) né per effrazione (si era finto un venditore di elettrodomestici con gli occupanti del palazzo in cui era penetrato) ma per non aver ritirato la ricevuta fiscale relativa al regolare pagamento del noleggio dell’auto utilizzata per la fuga. Ha preso dodici anni di carcere.
Tuttavia, ai due poliziotti autori del pur brillante e rocambolesco arresto del pericoloso fuggitivo non è andata meglio: sono stati radiati dal servizio. Per aver parcheggiato la propria vettura in seconda fila, già.
Forti gli svizzeri, eh! Non c’è che dire.

(Sì, anche questo è un raccontino inedito, un estratto di un testo umoristico che prima o poi forse farò pubblicare, credo. Insomma: chi vivrà riderà – anche in Svizzera mi auguro! 😉 )