INTERVALLO – Milano, “PiBiLi (Piccola Biblioteca Libera)

Ogni volta che dei libri possono stare in mezzo alla gente, direttamente sulla pubblica via, a contatto potenziale di occhi, menti e spiriti di chiunque, è sempre una gran bella cosa, ancor più in un paese come l’Italia che invece spesso sembra non voler avere nulla a che fare con le (buone) letture.
Una di queste gran belle cose è avvenuta di recente a Milano, nel quartiere Isola: qui è nata PiBiLi,la Piccola Biblioteca Libera, un nuovo luogo pubblico di sosta e di incontro dedicato alla lettura e aperto a tutti. Alla PiBiLi si possono trovare libri e giornali ma anche uno spazio dove leggere, lavorare, studiare, mangiare e rilassarsi. La PiBiLi è situata nel passaggio pedonale tra via Confalonieri e via de Castillia, accanto alla Casa della Memoria e proprio sotto il famoso bosco verticale.

La PiBiLi ha anche una pagina facebook, ed è alla costante ricerca di donatori di libri. Per qualsiasi info al riguardo, cliccate qui.

P.S.: gratitudine “indiretta” a Marina Morpurgo, dalla qual pagina facebook ho saputo della PiBiLi.

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In Montagna si vive, sempre

(Steve McCurry, “Mountain Men” series, 2015-2016.)

In montagna non ci si abita, non si risiede o si lavora, non si alloggia e non si soggiorna per poco o tanto tempo, non la si visita ovvero semplicemente ci si sta ma, sempre e comunque, in montagna si vive. Per una sola ora o per la vita interna, mentre si svolge una professione o ci si diverte oppure durante qualsiasi altra attività di sorta: si vive, costantemente e pienamente, punto.

Questo deve diventare un “nuovo” (sempre che tale possa essere considerato) paradigma fondamentale, se si vuole che la Montagna torni a vivere veramente. Non più un luogo dove alcune persone vivono e altre persone fanno qualcosa d’altro. No: ci si resti per solo qualche ora o per un’intera esistenza, lo stare in Montagna deve sempre essere sinonimo di vita, dunque di completa e profonda consonanza con l’ambiente montano. Un ambiente che è vivo in ogni suo elemento, e che dunque richiede altrettanto a chiunque decida di interagirvi. Le separazioni sociali e commerciali tra abitanti e villeggianti, tra residenti e turisti (e per certi versi pure tra “montanari” e “cittadini”), non hanno più senso o, meglio, risultano del tutto antitetiche ad un rinnovato sviluppo autentico e virtuoso dell’ambiente montano. La Montagna non è un oggetto, non lo è mai stato ma per troppo tempo così è stata considerata: un “mezzo”, uno strumento per conseguire certi interessi più o meno futili o leciti, quindi una merce da vendere, utilizzare e poi lasciarsi alle spalle. Qualcosa di sostanzialmente inerte, insomma, quando di contro è un ambito, la Montagna, che come pochi altri rappresenta la vita alla massima potenza – il suo essere un iper luogo viene proprio (anche) da qui. Giammai “oggetto” ma soggetto, entità, essenza, come già veniva considerata da numerose popolazioni antiche e come oggi si ricomincia a considerare anche dal punto di vista giuridico (come di recente accaduto con il Monte Taranaki in Nuova Zelanda, ad esempio). E non si credano queste mere iniziative “esotiche” di paesi lontani e diversi: c’è molto di che riflettere e imparare, da parte nostra, riguardo tali realtà.

D’altro canto non c’è bisogno, in fondo, di spingersi in considerazioni di natura “panteista” dacché non serve (non dovrebbe servire) di rimarcare quanto sia oggi necessario, doveroso, imprescindibile salire verso l’alto per vivere la Montagna, per esserne parte attiva e virtuosa e non più per altro. Chi va sui monti, fosse solo per qualche ora ovvero per motivi del tutto ricreativi, deve starci come se ci vivesse da sempre e come se per sempre dovesse viverci, deve comprendere come la sua presenza in quel territorio massimamente vivo non possa contemplare alcuna passività perché il territorio e l’ecosistema montano sono vivi della vita che ogni elemento vi apporta, così come subiscono danni e alterazioni se accade il contrario, se vi viene apportata inerzia, incuria e nocività. C’è la vacanza, la giornata di divertimento, il relax, ci mancherebbe: ma nessun momento pur meramente ludico può esimersi nella sostanza dall’essere un momento di vita piena proprio perché vissuto in un luogo che è pieno di vita. Cosa che, per giunta rende, la vacanza o la giornata di relax ancora più bella, più divertente e ritemprante, più memorabile.

Sia chiaro: è un principio, questo, che vale per qualsiasi territorio. Tuttavia, se possibile, in Montagna vale ancora di più e assume significati ancora più emblematici. In fondo, sostenere che sui monti la vita si eleva verso l’alto come in nessun altro posto non è cosa affatto insensata né tanto meno metaforica. Anche per questo, dunque, in Montagna si vive e si deve vivere sempre. Ogni altra presenza, lassù, ogni altro modus vivendi, ogni altro “stare”, obiettivamente con la Montagna, e con il buon futuro di essa, non c’entrano – non possono c’entrare più nulla.

P.S.: articolo pubblicato su Alta Vita, qui.

Non ci sono più le mezze stagioni, ma c’è pieno di mezze calzette.

Insomma, bastano due-giorni-due di caldo oltre la media e già lo svacco e la sciatteria imperano nell’ognidove italico, con manifestazioni pubbliche di fogge che in frequenti casi risulterebbero probabilmente ridicole persino per un party trash ferragostano in spiaggia ove chi si vesta peggio s’accaparri un cocktail gratis. Peraltro con accanto, lungo le vie cittadine, gente che non ci sta ancora climaticamente capendo molto e gira come fosse in partenza per l’Antartide!

Va bene che siamo passati in pochi giorni da un clima prettamente invernale a un’afa tropicale, va bene che la un tempo celebre e celebrata eleganza italiana è stata ormai da tempo gettata alle ortiche (o nei bagni di qualche sala slot) insieme a tante altre una volta prestigiose virtù nazionali, va bene che il clima sta impazzendo e le persone non gli sono da meno, ma qui non ci saranno più le mezze stagioni ma di contro c’è pieno di mezzecalzette!

Ora, non arrivo a dire che pure da queste cose si possa comprendere lo “stato della nazione” (precarissimo, per quanto mi riguarda), però l’ho praticamente scritto. Ecco.

Enrico Camanni, “Il Cervino è nudo”

Intorno al 1930, in prossimità di un colle alpino tra il Piemonte e la Francia il cui toponimo pare risalga ad un cippo di pietra ivi presente (Petra sistaria, ovvero “sesta pietra”) misuratore di distanza dalla città più vicina, e fino ad allora abitato da pochissimi allevatori di bestiame, succede qualcosa che cambia drasticamente il destino della frequentazione ludico-ricreativa delle Alpi: nasce la prima località di villeggiatura interamente pensata a beneficio dei turisti e totalmente svincolata dalla realtà del luogo e dei suoi abitanti: Sestriere. Una vera e propria cittadella dello sci o, per meglio dire, un pezzo di città ricreato in quota, con tutti gli annessi e connessi tipici d’una grande conglomerazione urbana. È un evento che cambia totalmente e drasticamente, appunto, il modo di frequentare turisticamente la montagna dacché costruisce un nuovo immaginario alpino – anzi, di nuovo, che riproduce un immaginario sostanzialmente urbano in un contesto montano, così che il turista (per semplificare al massimo il concetto di fondo) si possa sentire a casa propria anche a 2.000 metri di altezza, in pieno inverno e con tanta neve intorno.

Sestriere diventa un progetto modello per molte altre stazioni di montagna: in particolare, solo qualche anno dopo, comincia l’edificazione di un’altra località completamente progettata a beneficio dei villeggianti e, sotto molti aspetti, di ancor più drastica realizzazione (e impatto ambientale) rispetto a Sestriere: Cervinia, nome “artificiale” (e molto ispirato all’immaginario fascista, al tempo al potere in Italia) per un agglomerato urbano che cambia i connotati di una delle zone montane più peculiari dell’arco alpino occidentale, la conca del Breuil dominata dalla iconica e spettacolare mole del Cervino.

L’essenza e la sostanza di Cervinia, di natura architettonico-urbanistica, ambientale ma ancor più antropologica, sono del tutto emblematiche in merito allo sviluppo antropico delle vallate alpine votate al turismo degli sport di montagna – in particolar modo di quelli invernali: Enrico Camanni, scrittore e giornalista torinese tra i massimi esperti italiani di cultura di montagna, ne analizza realtà, significati e conseguenze in Il Cervino è nudo (Liasion Editrice, 2008), un volumetto tanto veloce e agile (sono solo 65 pagine) quanto denso di contenuti e di riflessioni illuminanti, soprattutto per maturare un quanto mai necessario sguardo consapevole verso la realtà della montagna italiana moderna e contemporanea nonché l’altrettanto necessaria visione di un “buon” futuro per essa []

(Leggete la recensione completa de Il Cervino è nudo cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

Del viaggiare, di “turisti” e di “viaggiatori”

Da buon appassionato di viaggi, e da autore di “narrazioni di viaggio” (anche se una definizione del genere risulta gioco forza limitata e limitante), mi trovo spesso a riflettere sull’evidente (e inevitabile, oggi) dicotomia esistente tra le due figure sostanziali che “viaggiano” (in senso generale ovvero per scopi ricreativi / culturali / esperienziali e non per altri fini meramente funzionali): il viaggiatore propriamente detto e il turista. Inutile rimarcare che di elementi costitutivi di tale dicotomia – o antinomia, se preferite – se ne possono trovare numerosi. Su uno in particolare, tanto facilmente riscontrabile quanto in verità sfuggente, mi sono ritrovato a meditare di recente, anche grazie al mio grande interesse per l’etimologia delle parole – e, sia chiaro, con il massimo rispetto verso ogni forma di viaggio, dalla più superficiale alla più intensa: ognuno è libero di viaggiare come vuole, ma capirete che non è questo ciò di cui voglio dissertare, qui.

Quando si disquisisce di turismo, si usa di frequente il termine destinazione – una “destinazione turistica”, ad esempio. “Destinazione” ha la stessa (palese) radice etimologica di destino: il latino destinàre, che a sua volta rappresenta una forma allungata (comune anche al greco) dell’indoeuropeo stà-re, essere fermo, dunque fermarsi, fissare, stabilire fermamente. Da queste accezioni nasce pure il significato di destino: ciò che viene stabilito, decretato in modo ineluttabile – in forza d’una decisione divina, si credeva un tempo.

Posto ciò, e divinità varie e assortite a parte, mi viene conseguentemente da pensare a una definizione del genere: il turista è colui che viaggia per raggiungere una “destinazione” (altrui), il viaggiatore è chi viaggia per raggiungere, o conseguire, un “destino” (proprio). Notate come, a fronte d’una comune radice etimologica, le due accezioni risultino in effetti profondamente antitetiche, e vadano a toccare non solo il senso del viaggio in sé e il suo scopo, ma pure quello del “viaggiatore” in quanto soggetto attivo, il valore culturale e antropologico originario del suo muoversi nello spazio e nel tempo nonché del rapporto intercorrente con i luoghi viaggiati.

Non so se da ciò si possa derivare che “viaggiare”, nel senso più autentico del termine, rappresenti dunque una vera e propria vocazione, piuttosto d’un effetto dell’ambiente socioculturale nel quale si vive e dal quale si proviene e si parte. Ma di contro sono del tutto convinto che nessun viaggio che in qualche modo non diventi un “pezzo” più o meno grande di destino possa realmente definirsi tale. In fondo, spesso si rappresenta il destino come la meta del nostro viaggio vitale – in tal senso l’accezione del termine torna apparentemente ad avvicinarsi a quella di “destinazione”. Però, il viaggiatore autentico è pure quello che governa il proprio viaggio, che non segue rotte prestabilite verso destinazioni prestabilite da altri ma che sceglie la propria verso proprie mete, è quello che esce dal sentiero battuto per vedere oltre l’orizzonte altrimenti limitato e traccia nuovi cammini, nuove vie: è colui che – lo rimarco spesso – non viaggia per visitare un luogo, ma viaggia per fare che sia il luogo a visitare lui. Facendo in tal modo della “destinazione” e del “destino” una cosa sola e unicamente sua.

Non dovremmo mai dimenticare che noi uomini – creature intelligenti e civili – possiamo dirci umani proprio in relazione al mondo che viviamo e col quale interagiamo, con lo spazio nel quale ci relazioniamo e dal quale ricaviamo identificazione e identità, nonché la cui conoscenza ci fornisce la migliore direzione per il nostro moto vitale – e non solo metaforicamente. La geografia del mondo deve correlarsi e armonizzarsi con la nostra geografia interiore perché noi siamo il mondo che abbiamo intorno (e che costruiamo giorno dopo giorno) e il mondo è ciò che noi siamo e facciamo. Altrimenti, non saremmo altro che eterni forestieri ovunque, ineluttabilmente smarriti e incapaci di ritrovarci, corpi estranei in uno spazio sconosciuto privo di coordinate geografiche (e geoculturali) e potenzialmente pericoloso. Non saremmo affatto umani, appunto, ma creature ad uno stato antropologico inferiore.

Per tutto ciò, io credo, serve il viaggio. Per questo, come ho già detto qui, in buona sostanza il viaggiatore è il viaggio. E solo così il viaggiare diventa momento fondamentale di vita, e non un mero spostarsi nello spazio verso una qualsiasi “destinazione” ma senza una vera meta: un atto sostanzialmente illogico, dunque “non umano”, ecco.