Distruggere manufatti storici delle montagne e farla franca: è ammissibile? Il caso del ponte di Piaggiogna, in Valsesia

Ma chi costruisce strade, ciclovie e altre opere sovente di interesse turistico e nel farlo rovina se non distrugge vie storiche, mulattiere e selciati secolari, muri a secco e vecchi ponti e altri elementi antropici di natura culturale e identitaria per i territori coinvolti, potrebbe essere in qualche modo perseguibile civilmente o penalmente?

Sto cercando di capirlo, io insieme ad altri amici con l’aiuto di esperti di diritto amministrativo e ambientale, perché di casi del genere se ne registrano parecchi, a volte perpetrati in maniera sfacciata forse proprio per la convinzione, da parte di chi ne è sostenitore e autore, di restare impunito. Eppure distruggere un selciato vecchio di secoli sul quale è transitata la storia di un luogo per farci passare una pista VASP, una ciclovia o altro del genere, a me sembra un misfatto bello e buono e non soltanto in senso culturale.

Un caso tra i più recenti mi è stato segnalato da alcuni amici: in Val Sermenza, laterale della Valsesia in Piemonte, presso la borgata di Piaggiogna Inferiore, nei pressi di Boccioleto, è stata costruita una strada che sale verso il nucleo di Palancato che ha già distrutto la preesistente mulattiera secolare e ora minaccia il bellissimo ponte pedonale detto “romano”, in realtà settecentesco, che supera il torrente Sermenza e rappresenta un simbolo identitario e culturale della zona. Ponte che si vorrebbe rendere transitabile agli automezzi, a sua volta distruggendolo al fine di farci passare la strada suddetta, e per la cui “trasformazione” gli amministratori locali adducono motivazioni del tutto infondate, così come hanno fatto per la strada realizzata («prevenzione del dissesto idrogeologico» su un versante che a memoria d’uomo non ha mai presentato problemi del genere, per dire). Questo nonostante il parere contrario della Soprintendenza, già espresso un anno fa in un documento che rimarcava ben dodici opposizioni al progetto.

Per tutto ciò è nato un Comitato spontaneo che ha già organizzato una piccola manifestazione, con l’esposizione dello striscione che vedete nella foto in testa al post, e che sta cercando di opporsi all’intervento prospettato dall’amministrazione locale invocando di contro la logica e necessaria manutenzione conservativa del ponte. Comitato senza dubbio da sostenere: lo farò sicuramente anche per come, ribadisco, quello di Piaggiogna sia un (ennesimo) caso emblematico riguardo il tema della distruzione di elementi storico-identitari in ambiente sulla base di motivazioni palesemente opinabili.

In effetti, vi chiedo, quanti altri casi simili potreste citare che avete constatato di persona o dei quali avete avuto notizia, in giro per le montagne italiane?

Ecco, credo sia un tema assolutamente da approfondire e indagare sotto i suoi vari aspetti, innanzi tutto quello giuridico, ribadisco. Tornerò a scriverne presto.

P.S.: ringrazio di cuore il Comitato per il Ponte di Piaggiogna per avermi raccontato della vicenda e fornito di alcune delle immagini che vedete lì sopra.

A salire sulle montagne si perdono la vista e il senno?

[La sommità del Titlis. Immagine tratta da www.facebook.com/titlisthepeaktobe.]
Ma, esattamente, quand’è che abbiamo cominciato a salire in montagna senza capire dove ci trovassimo, senza saper più vedere il paesaggio, diventando come miopi, superficiali, istupiditi?

Sul Titlis, a 3020 metri di quota in Svizzera, dopo esserci arrivati comodamente in funivia si potrà accedere a una torre ricavata dalla ristrutturazione di un’antenna per telecomunicazioni per godere il panorama pagando 19 Franchi (quasi 21 Euro), dove già il panorama c’è ed è gratis (biglietto degli impianti per arrivarci a parte), essendo su una vetta di oltre 3.000 metri [1]. Ma è solo un “macroesempio” – e nemmeno dei peggiori – di ciò che accade quasi sempre ove vi siano passerelle panoramiche, panchine giganti, ponti tibetani e altre amenità turistiche, che promettono di offrire «panorami mozzafiato» dove i panorami ci sono da sempre ma evidentemente, prima, non si era capaci di vederli e coglierli per cui c’è bisogno di tali “occhiali giganti” per vincere la miopia verso il paesaggio che ci attanaglia.

[La torre panoramica del Titlis. Immagine tratta da www.facebook.com/titlisthepeaktobe.]
Ovvero, come bambini troppo cresciuti ma che ancora sanno poco del mondo, abbiamo bisogno di qualcuno che ci dica che lì c’è un bel panorama, un angolo caratteristico, un luogo affascinante – in fondo lo stesso accade con gli influencer che con i loro post sui social indirizzano frotte di “turisti” verso località altrimenti ignorate, probabilmente perché quei “turisti” (virgolette inevitabili) non hanno le capacità mentali e la curiosità per scegliersi da soli i luoghi da vedere.

Insomma: com’è che ci siamo istupiditi così tanto, per giunta diventando elementi di disturbo quando non di degrado dei luoghi che in modi tanto inconsapevoli e superficiali visitiamo? Inoltre: essendo diventati così stupidi, quando visitiamo certi luoghi, non è che a furia di «panorami mozzafiato» finiremo pure inesorabilmente soffocati?

[La passerella panoramica dei Piani Resinelli, sopra Lecco, posta in un luogo chiamato “Belvedere” proprio perché lì il panorama lo si è sempre ammirato senza bisogno di manufatti del genere.]
Be’, ironie a parte, sarebbe veramente il caso di rifletterci seriamente su questa realtà. Prima che la pandemia da istupidimento turistico si propaghi troppo e finisca per devastare con inutili e degradanti attrazioni molti altri luoghi di pregio, sulle nostre montagne e altrove.

[1] Per la cronaca, non sono mai stato sul Titlis ma l’ho visto “dall’alto”, avendo salito alpinisticamente il Sustenhorn, vetta più alta di quasi 300 metri che si trova proprio di fronte al primo. Dunque la zona la conosco bene.

Servizi di base, giovani, nuovi residenti, economie locali, fiscalità, governance territoriale: proposte chiare e concrete per rimettere le montagne al centro del paese

Le aree montane non sono una semplice periferia, ma una leva strategica per il futuro del Paese. Lo mette in chiaro da subito il documento “Sviluppo sostenibile per le regioni montane: dalla marginalità alla centralità”, pubblicato l’11 maggio scorso dal sottogruppo di lavoro “Montagna e Aree interne” dell’ASviS, l’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile. È uno dei migliori position paper pubblicati negli ultimi tempi in tema di sviluppo autentico, e autenticamente sostenibile, per le montagne italiane, per come sappia mettere in fila i principali elementi che caratterizzano il tema analizzando il quadro normativo nazionale e le disuguaglianze territoriali, per poi approfondire il necessario cambio di paradigma, il ruolo dei servizi ecosistemici, le opportunità offerte dalla Nature Restoration Law e, infine, evidenziando le criticità delle politiche di coesione per avanzare proposte concrete, fattive, operative per il rilancio delle aree montane. Lo potete scaricare in formato pdf qui.

In un contesto globale segnato da crisi climatica, disuguaglianze crescenti e ritardi nell’attuazione dell’Agenda 2030, le montagne assumono un ruolo cruciale. Coprono circa un quarto delle terre emerse e garantiscono servizi essenziali come acqua, biodiversità e risorse naturali, da cui dipendono miliardi di persone. Eppure, questi territori continuano a soffrire di spopolamento, carenza di servizi e frammentazione delle politiche pubbliche.

Il documento di ASviS evidenzia come, nonostante l’impegno delle Nazioni Unite e dell’Unione europea, le strategie attuali risultino spesso disallineate e poco efficaci a livello territoriale. Anche in Italia, il nuovo quadro normativo – dalla legge 131/2025, la recente “Legge sulla Montagna”,  alla Strategia per la Montagna Italiana – presenta criticità legate alla governance, alla classificazione dei comuni montani e alla frammentazione delle risorse.

Risulta sempre più indispensabile riconoscere il valore dei Servizi Ecosistemici forniti dalle aree montane, introducendo strumenti di compensazione e modelli di sviluppo capaci di integrare ambiente, economia e coesione sociale. Si tratta di passare da una logica assistenziale a una strategia abilitante, che valorizzi il capitale naturale e sostenga le comunità locali. Questo significa anche stabilire un patto di mutua responsabilità tra i territori e le popolazioni (la montagna) che forniscono questi servizi, e coloro che ne beneficiano (le città e la pianura). Questo patto, di matrice pienamente metromontana, è essenziale per garantire la continuazione della fornitura dei Servizi Ecosistemici vitali di cui le città beneficiano (es. acqua pulita) e, al contempo, per sostenere le comunità montane a mantenere vive le loro terre e ottenere servizi adeguati.

Ma ve ne sono molte altre di priorità da realizzare al più presto: contrastare lo spopolamento attraverso politiche per i giovani e i nuovi residenti, rafforzare e garantire i servizi essenziali e la connettività digitale, promuovere la formazione e l’istruzione in loco, garantire una fiscalità di vantaggio a chi voglia vivere e lavorare in quota, sostenere le filiere produttive locali e promuovere modelli di governance territoriale più integrati e partecipativi.

Il documento di ASviS richiama inoltre l’urgenza di coordinare le diverse strategie esistenti – dalla Strategia nazionale per le aree interne alle Green Communities – superando il cosiddetto “paradosso strategico”: la proliferazione di piani che faticano a tradursi in azioni concrete.

In questa prospettiva, il principio di equità territoriale emerge come chiave di lettura trasversale: garantire pari accesso a servizi, opportunità e investimenti indipendentemente dalla collocazione geografica significa riconoscere alle aree montane non solo specificità e fragilità, ma anche un ruolo strutturale nell’equilibrio complessivo del Paese. È su questa base che il documento propone di riorientare politiche e risorse, superando logiche frammentarie e costruendo un modello di sviluppo realmente inclusivo e sostenibile.

[Un “Quarto Stato delle montagne”, immaginato con l’aiuto di Google Gemini AI.]
È fondamentale attuare finalmente un cambio di paradigma: la montagna deve passare da una condizione di marginalità ad una di centralità strategica, ancor più in forza della crisi climatica in corso e della realtà in divenire. Questo cambio di paradigma implica lo sviluppo di una nuova economia montana integrata, che non si limiti alla sola vocazione turistica, ma valorizzi tutte le sue risorse e specificità. Si tratta di riconoscere il valore non solo intrinseco, ma anche funzionale dei territori montani per l’intera collettività.

Insomma: il documento di ASviS contiene numerose e valide proposte per rimettere al centro del paese le sue/nostre montagne. Sapranno la politica e gli enti pubblici, i portatori d’interesse istituzionali, i grandi soggetti economici, i loro partner strategici e chiunque abbia facoltà di decisione e intervento sui nostri territori montani dare corso a tali proposte e alle numerose altre con le quali da tempo si invoca quel fondamentale cambio di paradigma? Oppure di nuovo tutto quanto scivolerà, tra tante belle parole, suggestivi slogan e seducenti promesse diffuse ad hoc da qualche media compiacente, nel solito dimenticatoio?

Per l’estate 2026 ci attende un unico grande “luna park” sulle montagne! (O no?)

Sci sulla plastica, “Love bike park”, jeep-taxi, “Pora Beach”, dj-set, «salendo in montagna comodamente seduti su una seggiovia». L’articolo pubblicato da “L’Eco di Bergamo” domenica 7 giugno scorso dà conto delle iniziative per l’estate imminente sulle montagne bergamasche e racconta, in buona sostanza, di un grande luna park diffuso sulle Alpi Orobie, dove sembra che si faccia – e si possa fare, o si debba fare – tutto ciò che con la montagna, quella vera, c’entra poco o nulla ma che evidentemente si pensa possa piacere a molti gitanti cittadini. Ai quali infatti non si fa altro che riproporre la città in quota, con un sacco di “divertimenti” – tutti a pagamento, ça va sans dire – nessuno dei quali racconta veramente le montagne che ci sono intorno ad essi. «Si chiama «destagionalizzazione» del turismo montano» ricorda l’articolo, ma si potrebbe tranquillamente parlare di demontanizzazione, vista la realtà dei fatti, mentre la “destagionalizzazione” fatta così si conferma solo un modo insensato per banalizzare, (s)vendere e sfruttare il paesaggio montano lungo l’intero anno o quasi, senza che i suoi abitanti ne ricavano qualche vantaggio reale e proficuo.

Naturalmente la montagna vera non è tutto questo. L’articolo del quotidiano bergamasco a ben pensarci non parla affatto di montagna, scrive di altro, dei “comprensori” e dei loro affari, di turismo industriale, omologato e massificato per il quale il luogo è solo uno sfondo suggestivo, non conta granché, anzi, in certi casi è pure un impedimento. E a leggerlo, l’articolo, qualcuno potrebbe pensare che in montagna ormai ci si salga solo per fare le cose elencate, per divertirsi nei vari luna park e con le loro attrazioni: non c’è alcun accenno, se non vaghissimo (e non per colpa dei redattori) a camminate, escursioni, trekking, ambiente naturale, paesaggi d’alta quota, pernottamenti nei rifugi, alpinismo, vette da salire, silenzio… nulla.

[Il “Pora Beach”, sul Monte Pora. Con tutto il rispetto del caso, mi pare che ogni commento sia superfluo. Immagine tratta da www.ecodibergamo.it.]
Ovviamente la montagna vera è questa, e con buona pace dei gestori dei luna park – che fanno il loro mestiere, e va bene così – ce n’è tantissima di gente che vi sale per praticarla nel modo più autentico, consapevole, equilibrato, responsabile, stando lontano da giostre varie, pseudo-spiagge, piste da sci di plastica, dj-set e tutto il resto. Cose che chiunque è liberissimo di praticare e con le quali divertirsi, ripeto: ma almeno avendo l’onestà di sapere che non è “montagna” quella, facendosene una bella e buona ragione e, con essa, provando magari a comprendere meglio dove si trovi e cosa, o come, vivere al meglio il luogo in cui si trova. In fondo, forse, basterebbe solo guardarsi intorno e osservare quello che c’è, capendo che no, le montagne, i boschi, i prati, i paesi, non sono solo uno sfondo “da cartolina” a tutte le attrazioni proposte e ai propri selfie. Ecco.

P.S: ma veramente poi ci si chiede perché la montagna perde anima, identità, cultura, socialità, attrattività e si spopola di continuo? Sul serio?

Oltre il PIL e i meri dati economici: il Valore Aggiunto Comunitario per raccontare la realtà e la vitalità dei territori montani, su “Montagna.tv”

Grazie a una bella chiacchierata con Tatiana Marras ripresa nell’articolo di “Montagna.tv” dell’8 giugno scorso, ho provato a raccontare il progetto della “Carovana dell’Accoglienza Montana” di Legambiente Alpi, il lavoro svolto insieme alle numerose Bandiere Verdi che vi fanno parte (del quale è stato dato conto nel X Summit delle Bandiere Verdi di Rovereto lo scorso maggio; trovate il relativo dossier qui) e, soprattutto, l’elaborazione di un metodo di misurazione del “Valore Aggiunto Comunitario” (VAC) con il quale indagare, analizzare, comprendere e, appunto, misurare quanta “comunità” sanno costruire le Bandiere Verdi nei territori in cui operano e con quali valori.

Una misurazione forse mai tentata prima, dal valore profondamente innovativo, di matrice sia tecnico-scientifica e economica che umanistica e socioculturale, che può realmente determinare l’importanza e il valore concreto dei tanti soggetti che lavorano con passione, impegno e in modi ecosostenibili per i propri territori e le comunità che li abitano, nell’accoglienza e nel turismo responsabile, nelle microeconomie locali (agricole e non solo), nella manutenzione dei paesaggi, nella valorizzazione autentica delle loro specificità, nella didattica, nell’enogastronomia, nella produzione artistico-culturale e in ogni altro settore di attività che, in vari modi, genera relazione con i contesti locali, con chi li abita e con chi li frequenta nel tempo libero, alimentando quel senso di comunità così necessario alla vitalità presente e futura dei nostri territori montani ben più di qualsiasi PIL e di ogni dato meramente economico che riduce tutti a numeri sovente dimenticando persone e relazioni.

Trovate tutto quanto nell’articolo di “Montagna.tv” – cliccate sull’immagine in testa al post per leggerlo – e ringrazio ancora di cuore Tatiana Marras per la disponibilità, la gentilezza e per il lavoro redazionale svolto.