Le Alpi come Disneyland, già nel 1892

È una caricatura di Fritz Boscovits pubblicata in origine sul “Nebelspalter” di Zurigo il 1 febbraio 1892 e poi su John Grand-Carteret, La montagne a travers les ages, Grenoble 1903. Io l’ho tratta da orobievive.net.

Questa la traduzione del dialogo che accompagna la caricatura:

Guarda tu stessa, Elvezia, guarda cosa succede se tutti possono costruire a loro piacimento ferrovie in montagna! Può darsi, ma negli anni della mia vecchiaia non potrò più imparare a danzare sulla corda.

Insomma, già a fine Ottocento s’era già intuito il rischio di “disneylandizzazione” a cui sarebbero andate incontro le Alpi. E lo avevano capito proprio in Svizzera (la Elvezia a cui le parole del dialogo sono dirette), paese modello per numerose pratiche di salvaguardia e valorizzazione virtuosa del paesaggio alpino ma pure sede di cementificazioni turistiche delle vette non di rado discutibili.

Sono passati quasi 130 anni, ma la questione è ancora assolutamente “aperta”. Purtroppo.

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Charlés Freger all’Armani/Silos

Ieri, 12 gennaio, l’Armani/Silos di Milano ha inaugurato e aperto una mostra fotografica che mi sento di consigliarvi caldamente: è Fabula, la retrospettiva dedicata al fotografo francese Charles Fréger che documenta l’estensione e la profondità della sua ricerca antropologica focalizzata su diverse comunità, gli individui che le compongono e i codici di abbigliamento che adottano per far parte del gruppo.

Classe 1975, Fregér nel suo lavoro si concentra sulla rappresentazione poetica e antropologica di gruppi sociali come atleti, collegiali e forze armate, con una particolare attenzione per l’uniforme, intesa come la manifestazione più evidente del gruppo stesso. Fino al 24 marzo sarà possibile ammirare oltre duecentocinquanta immagini che raccontano un percorso antropologico che attraversa comunità variegate e differenti, dai soldati Sikh ai lottatori di Sumo. A colpire Giorgio Armani è stato l’uso che Fréger fa del colore e il valore simbolico che, attraverso di esso, riesce a infondere alle sue opere. È ugualmente notevole il coinvolgimento di Fregér con i soggetti rappresentati: il fotografo arriva a prendere parte attiva, talvolta, nel mascheramento e nel travestimento, per comprendere appieno ciò che sta studiando. Tale sforzo umano si traduce in immagini potenti e oneste che catalogano con accattivante vivacità la ricchezza visiva del genere umano.

Personalmente Charles Fregér l’ho conosciuto con la serie fotografia dedicata al mito del Wilder Mann, l’Uomo Selvatico presente nelle culture di quasi tutti i popoli del pianeta e, in forme particolarmente interessanti e affascinanti, tra le genti delle Alpi (qui sopra vedete un’immagine della serie). Evidenza che, appunto, mi ha fatto indagare il lavoro di Fregér, all’apparenza semplice e meramente raffigurativo ma in verità assolutamente – ovvero antropologicamente – profondo, indagatore e rivelatore riguardo nozioni e tradizioni ancestrali le quali, al di là dell’aspetto folcloristico (e non di rado troppo banalizzante) riconosciuto ad esse dai più, risultano ancora oggi elementi culturali e identitari basilari la cui riscoperta è quanto mai necessaria.

Insomma, se ne siete incuriositi andateci. Credo sia una mostra parecchio interessante e intrigante. Cliccate sull’immagine in testa al post per saperne di più.

P.S.: alcune delle informazioni sulla mostra le ho ricavate da questo articolo di Rivista Studio.

Claudio Ferrata, “La fabbricazione del paesaggio dei laghi. Giardini, panorami e cittadine per turisti tra Ceresio, Lario e Verbano”

Credo che chiunque avrà presente il celeberrimo dipinto di René Magritte intitolato La Trahison des images, quello che raffigura una pipa e una sottostante didascalia che dice “Ceci n’est pas une pipe”, «questa non è una pipa». Con tale opera Magritte volle sottolineare la differenza tra la realtà effettiva e la sua rappresentazione, sovente presente e pesante tanto quanto incompresa o ignorata: in effetti quella di Magritte non è una pipa ma un dipinto che ne raffigura una. L’equivoco pare banale ma, in verità, sottintende una profonda riflessione di natura semiologica circa la percezione umana della realtà, la relativa comunicazione e i suoi codici.

Bene: lo stesso principio potrebbe valere per la raffigurazione di un paesaggio sotto la quale si leggesse la didascalia «questo non è un paesaggio». In effetti, quello raffigurato su qualsivoglia supporto ovvero visibile direttamente in loco, nella realtà, da un eventuale visitatore, non sarebbe e non è un “paesaggio” ma un territorio con le sue forme geografiche naturali. Il paesaggio è semmai la percezione e l’interpretazione che possiamo ricavare dalla visione di quel territorio in base al nostro bagaglio culturale, alla relativa meditazione, alla sensibilità, al gusto, allo stato emotivo e ad altri elementi facenti parte della sfera personale di ciascuno. È una confusione assai comune e certamente bonaria nel parlato comune quotidiano, quella tra territorio e paesaggio, con il secondo termine utilizzato per intendere il primo elemento, ma diventa una distinzione fondamentale nell’analisi degli spazi antropizzati compiuta dalle scienze umane o dalle discipline che agiscono su tali spazi. Il paesaggio, si può dire, non esiste se non dentro di noi, e solo noi lo possiamo poi “poggiare” sul territorio con cui interagiamo e dal quale lo percepiamo, facendone il principale elemento di identità del luogo o, per dirla in modo più suggestivo, l’habitat del Genius Loci. D’altro canto, ciò comporta che il paesaggio sia una costruzione prima immateriale e poi sovente materiale (o indirettamente tale) che l’uomo applica al territorio, una sostanziale artificializzazione e una fonte per la territorializzazione di esso che da sempre – e in maniera crescente col crescere delle possibilità tecnologiche – hanno risposto a esigenze funzionali agli scopi umani più che alle possibili consonanze territoriali locali. In parole povere: l’uomo ha adattato i territori ai propri bisogni più o meno nobili più che adattare questi bisogni ai contesti territoriali in cui si sono manifestati, dunque con una costante “ignoranza” – ribadisco, non necessariamente negativa – del Genius Loci del posto e dunque della relazione antropologia naturale tra i territori e le genti che li abitavano.

Modello profondamente emblematico di tale artificializzazione e della profonda mutazione di un territorio in origine molto diverso è quello che è stato messo in atto dall’Ottocento in poi nella zona dei laghi prealpini del Nord Italia, in particolare di quelli a cavallo con il Canton Ticino in territorio svizzero. Un modello che viene analizzato da Claudio Ferrata, geografo e docente ticinese, in La fabbricazione del paesaggio dei laghi. Giardini, panorami e cittadine per turisti tra Ceresio, Lario e Verbano (Edizioni Casagrande, 2008), corposo e completissimo saggio multidisciplinare – quantunque la sua base sia assolutamente e significativamente geografica – che analizza a fondo il periodo tra primo Ottocento e primo Novecento nel quale le rive dei laghi lombardo-ticinesi sono state letteralmente reinventate ex novo come nessuno (a parte i diretti interessati al tema) direbbe sia accaduto []

Claudio Ferrata

(Leggete la recensione completa di La fabbricazione del paesaggio dei laghi cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

A proposito della geografia di cui non importa più niente a nessuno… (reloaded!)

In occasione della puntata di questa sera di RADIO THULE, dedicata alla geografia, ripubblico l’articolo sottostante, datato novembre 2017, con il quale già focalizzavo il tema (che mi sta parecchio a cuore, lo ammetto con malcelato orgoglio) e indicavo alcuni suoi punti fondamentali nonché alcune conseguenze a dir poco deleterie. Già, perché non considerare e non conoscere più la geografia come si dovrebbe fare, non comporta solo (e banalmente) il non saper più dove si trovino certi paesi oppure, a livello più “casalingo”, il nome della montagna che sovrasta casa ma, ben peggio, comporta la perdita di conoscenza – e di coscienza – di se stessi. Proprio come già è avvenuto in certi spazi caoticamente antropizzati – le periferie di alcune grandi città, ad esempio – nei quali la geografia peculiare è stata negata, distorta o distrutta, infarcendoli di “non luoghi” e causando così nei residenti condizioni di spaesamento e dissonanza cognitiva.
Ma, appunto, ne parlerò più diffusamente questa sera, in RADIO THULE. Intanto, buona lettura.

L’ho già affermato più volte in passato, qui e altrove, come io creda che l’eliminazione pressoché totale dell’insegnamento scolastico della geografia, e in più in generale dell’educazione alla conoscenza del territorio in cui si vive e/o ci si muove, sia una delle cose più folli e tragiche che siano state imposte. Qualcosa dalle conseguenze culturali terribili: senza conoscenza geografica del territorio non c’è cura per il territorio stesso, il legame identitario quale elemento fondante della cultura delle genti che lo abitano diventa inesorabilmente bieco e barbarico identitarismo, si innescano fenomeni di dissonanza cognitiva, di spaesamento, col rischio che persino spazi dotati del più potente Genius Loci diventino formalmente non luoghi. Un processo di degradamento culturale che infine intacca inevitabilmente anche la comunità sociale e il relativo senso civico, disgregandolo come neve al Sole.

Bene… poco tempo fa, sto risalendo un’ampia mulattiera che adduce al colmo della dorsale dell’Albenza, bellissima propaggine montuosa che dalla cresta del Resegone si allunga verso Sud raggiungendo i colli alle spalle della città di Bergamo. Qui ogni singolo elemento del territorio ha infinite storie da raccontare, e i sentieri sono la più evidente scrittura grazie alla quale leggere le narrazioni di queste montagne che dividono il bacino del Lago di Como, dell’Adda e della Brianza, con Milano in vista laggiù verso Sud Ovest, e le valli bergamasche. Ma è una divisione solo orografica, in verità, anche quando quassù sono stati posti i confini tra il Ducato di Milano e la Repubblica di Venezia, prima, e delle giurisdizioni provinciali poi: nei secoli questi sentieri hanno visto il transito di soldati, di pellegrini, forse di qualche brigante ma, soprattutto, di genti che passavano di qua e di là dalla dorsale per commerciare e scambiare merci e prodotti di propria manifattura o frutto del proprio duro lavoro rurale, intessendo un fitto legame culturale, sociale e antropologico tra i territori contigui che, appunto, la montagna ha contribuito sempre a unire e mai a dividere, come invece signori, potenti e politici hanno pensato di poter fare.

Detto questo, d’un tratto mi viene incontro correndo un ragazzo, indosso abbigliamento tecnico sportivo e uno smartphone che diffonde musica. Rallenta un poco la corsa, mi guarda con fare titubante, poi mi chiede: «Scusi… ma dove si va da questa parte?»
«A Carenno!» gli dico, denominandogli la località dalla quale il sentiero ha inizio, principale comune della zona e di questo versante della dorsale dell’Albenza.
«Ah.» fa lui, ancora più perplesso, e aggiunge: «Ma che posto è? Dove si trova?»
Immagino che provenga da uno dei paesi posti sull’altro versante della dorsale, e infatti me lo conferma. Località dirimpettaie rispetto a Carenno dalle quali distano due ore a piedi, una manciata di km in linea d’aria, in mezzo solo la montagna peraltro qui delle più accessibili, ad una quota di nemmeno 1300 m.
«Non hai mai sentito nominare Carenno?» gli faccio, ora io parecchio perplesso.
«No.» mi risponde laconico.
Gli consiglio di tornare indietro, a tal punto: se non conosce i sentieri della zona, pur elementari che sono, potrebbe perdersi. Nel dirgli questa cosa sento che una parte di me la segnala come paradossale, quasi ridicola: è un po’ come se il proprietario di un’auto conoscesse bene la parte anteriore ma non sapesse cosa ci sia nel baule, se non sui sedili posteriori.

Lo vedo risalire a passo veloce verso il colmo della dorsale ove la mulattiera, che almeno da sei secoli rappresenta una delle vie di collegamento principali tra i due versanti della montagna – o rappresentava, mi viene da pensare. Penso pure a tutte quelle riflessioni che, in principio di questo articolo, ho riassunto rapidamente, e al fatto che oggi, ancora più che in passato, quando soldati di eserciti diversi stazionavano in prossimità del crinale per fermare eventuali transiti vietati tra domini diversi e spesso nemici, le montagne sono state fatte diventare confini: non più attraverso ingiunzioni politiche ma con l’imposizione di una miserrima ignoranza geografica nonché storica – dacché storia e geografia sono causa/effetto l’una dell’altra, come sancì il grande geografo francese Élisée Reclus un secolo e mezzo fa. E non mi riferisco a quel buon ragazzo che non conosceva cosa ci fosse poco oltre il proprio uscio di casa (al quale non posso imputare alcuna colpa, in linea di principio, e che, almeno quel giorno, ha lodevolmente scelto di farsi una bella corsa tra i meravigliosi boschi dell’Albenza piuttosto che rinchiudersi in un centro commerciale – altro comportamento indotto dalla “condanna a morte” della geografia) ma, più in generale, alla nostra società contemporanea, volutamente (se non strategicamente) privata di ogni buon riferimento culturale utile a ad essere libera nel pensiero e nell’azione, per diventare invece fragile plastilina modellabile facilmente da chiunque si arroghi il potere di farlo.

Eppure noi uomini siamo tali – esseri umani, intendo dire – proprio perché lungo la storia abbiamo imparato a riferirci e relazionarci al territorio in cui stiamo, abitiamo, lavoriamo o attraverso il quale transitiamo, costruendo con esso un legame fondamentale per la nostra civiltà e, ancor più, per la nostra stessa identificazione culturale e antropologica. Un legame nato proprio perché un bel giorno di chissà quanti millenni fa decidemmo di uscire dalle caverne e cominciare a esplorare il territorio che avevamo intorno: la conseguente conoscenza di esso ci ha permesso di identificarci nel mondo, di segnalare la presenza attraverso le tracce del nostro passaggio, di acquisire una determinata identità proprio grazie a ciò che trovavamo nel territorio attorno a noi, con cui dovevamo intessere un qualche tipo di rapporto: con le piante e i boschi, i monti, i fiumi, i laghi e i mari ovvero con l’intero paesaggio che andava generandosi nella nostra mente proprio grazie al fatto che noi stavamo intessendo quel legame con territorio d’intorno. Un paesaggio che alla fine ci rappresentava e ci rappresenta, allo stesso modo per cui noi possiamo e sappiamo rappresentare quel paesaggio. Se le conosciamo, ovviamente.

Ecco, tutto ciò vale ancora oggi, anzi, pure più di prima. Non sapere nulla della geografia attorno a noi equivale a non sapere nulla di noi stessi. È come essere forestieri a casa propria, smarriti senza possibilità di ritrovarci, in balìa dello spazio, del tempo e della storia. Uomini senza autentica cultura umana, insomma.

Il problema dell’Italia è l’Italia

Poche ore in Scozia mi hanno confermato che il problema dell’Italia è l’Italia. Quando tutto un popolo, per costume, furbescamente, si fa gli sconti da sé, dal parcheggio in doppia fila alla frode fiscale, tutto ciò che non tollera sconti è percepito come un ostacolo, una minaccia. Così la cultura, lo spirito critico, la correttezza, la legalità, l’empatia, il rispetto della diversità, la giustizia. Un popolo del genere non potrà far altro che scegliere come rappresentanti politici dei professionisti dello sconto, che lo aiuteranno immancabilmente a farsi il bidè nel prosecco. A tre euro la bottiglia.

Un Matteo Meschiari lapidario e quasi definitivo, qualche giorno fa sulla sua pagina facebook (“quasi” perché so bene che in futuro saprà ancora offrire illuminazioni come e più efficaci di questa) che, potrei dire se fossi supponente, mi legge nel pensiero, mentre dico che formula con rara e obiettiva incisività dati di fatto nei quali mi ci ritrovo perfettamente e, a mia volta e mio modo, cerco di manifestare (anche) qui sul blog.
Dunque: chapeau! – e leggeteli, i libri di Meschiari, che sono semplicemente necessari.
Goodbye, itaGlians!