I romanzi d’amore non servono a nulla (Björn Larsson dixit)

Ho sempre anche detto, e ugualmente lo ripeto, che non scriverò mai romanzi d’amore. Mi chiedo seriamente se servano a qualcosa. (…) So perfettamente che la letteratura non ha come unica funzione di insegnarci a vivere concretamente. Resta che non può insegnarci ad amare meglio. (…) L’essenza della letteratura è essere l’espressione della libertà umana. E l’amore, appunto, non è l’espressione della libertà. Ecco la ragione profonda per cui i romanzi raccontano l’amore infelice e tragico. Quel che raccontano non è solo l’amore. E’ anche la lotta tra il bisogno d’amore e il bisogno di libertà. In questa lotta, non c’è mai vincitore.

(Björn Larsson, Bisogno di libertà, Iperborea, Milano, 2007, pag.92)

Scommetto che molti, tra lettrici e lettori, non saranno d’accordo con quanto afferma il grande scrittore svedese, soprattutto quando sostiene che “la letteratura […] non può insegnarci ad amare meglio.” Beh, non entro nel merito di tale questione; tuttavia, riflettendo sulle parole di Larsson, mi viene da pensare quanto sia effettivamente difficile trasporre su carta, attraverso parole mai troppo numerose per la bisogna e mai, temo, sufficientemente esplicative, un sentimento umano talmente grande (sotto ogni punto di vista) quale è il vero amore e, pure, talmente ambiguo, al punto che viverlo intensamente è segno di massima libertà e, al contempo, negazione della libertà stessa. Ma anche su ciò molti potrebbero obiettare… ecco perché, in fondo, ho voluto citare tali parole di Larsson: perché, come lui, resto filosoficamente agnostico, al riguardo.

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Tra lettore e scrittore nessuno può uscirne indenne (Björn Larsson dixit)

La letteratura deve essere un viaggio da cui non si ritorna gli stessi di quando si è partiti. Il lettore che va a comprare il biglietto allo sportello della letteratura, deve osare prendere la sola andata. Lo scrittore, da parte sua, deve rifiutarsi di vendere biglietti di andata o ritorno o viaggi organizzati. Se la letteratura va in crociera non è per fare il giro del mondo e per mostrare al ritorno le diapositive. E’ il contrario che girare in tondo. E’ fare cabotaggio e non trasporto merci di linea. (…) La letteratura, come il vero viaggio d’avventura, deve essere un incontro con l’altro da cui non si esce indenni. Sia il lettore che lo scrittore devono mettersi nei panni altrui e rischiare di diventare altro, esattamente ciò che rifiutano di fare i fanatici e gli integralisti di tutte le specie. Non può essere una fuga: fuggire significa comunque approdare da qualche parte, dove bisogna anche cercare di vivere. L’identità della letteratura non è basata né sul diritto di sangue né su quello della terra, ma su quello del cuore.

(Björn Larsson, Bisogno di libertà, Iperborea, Milano, 2007, pag.198)

Ha ragione, Larsson: leggere un buon libro è come affrontare un bel viaggio, e i viaggiatori autentici non sono tanto quelli che visitano i luoghi in cui giungono, semmai quelli che si fanno visitare da quei luoghi. Ugualmente, il lettore autentico è colui che nel libro vi penetra dentro al punto da far che il libro entri dentro lui. Solo in tale condizione la lettura può dirsi compiuta, il lettore definirsi veramente tale e lo scrittore ritenere raggiunto il fine massimo per cui scrivere un libro. Nessuno dei due può uscirne indenne, appunto; entrambi devono venirne fuori cambiati da come erano prima – della scrittura e della lettura. Altrimenti leggere libri diventa un meraviglioso esercizio fine a sé stesso, infinitamente migliore di tante altre attività ma mai totalmente compiuto e dunque potenzialmente sterile.

P.S.: cliccate sulla copertina per libro per leggere la personale recensione di Bisogno di libertà.

La parola è un sassolino usurato (Marcel Duchamp dixit)

Il linguaggio è un errore dell’umanità. Tra due esseri che si amano la parola non esprime quanto di più profondo essi provano. La parola è un sassolino usurato che si applica a trentasei sfumature di affettività… Il linguaggio è comodo per semplificare, ma è un mezzo di locomozione che detesto. Ecco perché amo dipingere: un’affettività indirizzata a un’altra. Lo scambio avviene tramite gli occhi.

(Marcel Duchamp, intervista rilasciata a Otto Hahn in L’Express, luglio 1964. Citata in Renato Ranaldi (a cura di), Marcel Duchamp. Un genio perdigiorno, Edizioni Clichy, Firenze 2014, pag.139.)

duchamp_around_tableMi permetto di “dissentire” (per così dire, eh!) da quanto affermato dal genio francese – forse più per partito preso e interessato che per altro – ma d’altro canto è vero che, molte volte, il linguaggio diventa qualcosa di estremamente superficiale, nell’interscambio tra due persone: qualcosa che non riesce a esprimere nulla di quanto invece sappiano esprimere azioni all’apparenza ben più semplici e banali – uno sguardo, la piega della bocca, un gesto della mano… Tuttavia non è certo colpa del linguaggio, io credo: è semmai colpa nostra che non ci rendiamo conto della fortuna di goderne, sprecandola nel pronunciare infinite parole vuote e inutili, ecco.

Björn Larsson, “Bisogno di libertà”

cop_bisogno_libertàI testi letterari devono parlare. Apparentemente sembrerebbe una banalità, questa, invece è un’evidenza non così scontata. Molti libri crediamo ci stiano parlando ma in realtà si fanno leggere, ovvero siamo noi che diamo loro una voce e una parlata, la nostra. La differenza pare sottile e invece è profondissima, dato che il testo che invece parla è quello che realmente ci sta raccontando, comunicando, trasmettendo qualcosa di nuovo, qualcosa che può rappresentare una buona e proficua rivelazione, piccola o grande. E quando un testo letterario sa parlare, si può instaurare un vero e proprio dialogo con il lettore, un confronto tra ciò che il testo comunica, rivela, illumina, e la reazione intellettuale di chi riceve tali messaggi e, direttamente già nel corso della lettura, vi medita sopra.
Ecco: per quanto mi riguarda Bisogno di libertà, forse l’opera più nota dello scrittore svedese Björn Larsson, anche se non la più venduta (Iperborea, 2007, traduzione di Daniela Crocco, postfazione di Paolo Lodigiani; orig. (francese) Besoin de liberté, 2006), è un libro con il quale mi sono ritrovato ad intessere un dialogo parecchio fitto e, per così dire, concitato.
Bisogno di libertà è una sorta di non-autobiografia, cioè la narrazione della vita dell’autore contestualizzata in un ambito di riflessione e di analisi del concetto di “libertà” – sviscerato dal punto di vista personale ma in modi inevitabilmente condivisibili da tanti…

Larssonbn2Leggete la recensione completa di Bisogno di libertà cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!

Camus, Silone e la mancanza di una autentica cultura “europea”

camus-siloneSovente sui media ci capita di sentire parlare in modo critico di “Europa”, da parte di coloro i quali, per parte politica, interesse, convinzione più o meno giustificata e giustificabile o altro,  ne avversano concetto, forma e sostanza.
Certamente tali pulsioni anti-europeiste pescano nella (spesso più bieca e vuota) politicaggine partitica, pugnace in quel senso solo per mera convenienza di potere – o di relativa opposizione ad esso nel tentativo di ribaltare la situazione a proprio favore, ovvio. Tuttavia non posso non vedere un serio pericolo in questo anti-europeismo populista, per come in esso e con esso si finisca per confondere l’Europa in quanto istituzione politica e l’Europa in quanto territorio di storia, cultura e tradizioni comuni, oltre che di valori condivisibili per genesi antropologica e sociologica comune. Sia chiaro, il pericolo (ugualmente di carattere populista) esiste anche in senso opposto, ove l’Europa sia identificata meramente come entità politica e non come compendio comunitario dei caratteri sopra esposti. Il tutto, poi, scivola inesorabilmente o nel provincialismo campanilista più retrivo e antistorico ovvero, dall’altra parte, nel globalismo ideologico più massificante e culturalmente omologante.
Su tale questione, ho letto di recente una citazione di Albert Camus che a sua volta cita Ignazio Silone – due grandi della letteratura del Novecento, inutile rimarcarlo. Citazione tratta dal mensile Montagne360 di ottobre 2015, inserita in un articolo che presenta il sentiero di recente realizzazione dedicato allo scrittore abruzzese attorno a Pescina, suo borgo natale, e che in poche parole svela cosa significhi essere veramente europei (prima che europeisti così come anti-, naturalmente) ovvero cosa manchi a livello culturale, purtroppo, nel distorto concetto oggi diffusosi di “Europa”:
Così dunque scrisse Camus – nel 1957, tenetelo ben conto:

E’ perché amo il mio paese che mi sento europeo. Guardate Silone, che parla a tutta Europa. Se io mi sento legato a lui è perché egli è nello stesso tempo incredibilmente radicato nella sua tradizione.

E si tenga conto come da parte sua Silone, nell’introduzione a Fontamara, confermasse questa visione glocalista (per usare un termine tanto brutto quanto modaiolo) della propria letteratura:

Tutto quello che m’è avvenuto di scrivere, e probabilmente tutto quello che ancora scriverò, benché io abbia viaggiato e vissuto a lungo all’estero, si riferisce unicamente a quella parte della contrada che con lo sguardo si poteva abbracciare dalla casa in cui nacqui.

Ecco: brevemente tanto quanto profondamente Camus, già quasi 60 anni fa e prendendo a modello tale visione nostranamente cosmopolita (mi si passi l’ossimoro, opinabile ma è per fini di sintesi) di Silone circa la propria scrittura, ha saputo spiegare quale forma e sostanza possa e debba avere un’Europa autenticamente comunitaria e identificante per chiunque vi faccia parte, dal Circolo Polare Artico al Mar Mediterraneo. Un concetto massimamente culturale che contiene l’identità locale e l’identificazione continentale, questa seconda come logica e inevitabile somma delle prime. Un concetto antropologico, semplicissimo eppure ignorato da tanti, volutamente o meno, se non proprio rifiutato, combattuto, oltraggiato: per egoismo, anacronismo, ottusità, ignoranza, follia.
Un concetto che finché non sarà finalmente compreso nel modo più ampio possibile, non consentirà alcuna effettiva unità europea, ne dal punto di vista politico-istituzionale, ne (cosa per certi aspetti pure più grave) da quello culturale, civico e antropologico. Con le conseguenze che abbiamo già da tempo sotto gli occhi.