Ultrasuoni #2: Depeche Mode, Enjoy The Silence

Ci sono certi brani musicali – non molti, a dirla tutta, anzi, sono rari – che si basano su accordi che io definisco “armonie fondamentali”: suoni eufonici apparentemente semplici eppure di natura ancestrale, elementale, che trascendono l’ordinario giudizio estetico e di gusto – bello / non bello / brutto – per farsi ineluttabile oggettività armonica, cioè qualcosa (per dirla in modo più semplice) che quando la si ascolta tocca le corde più profonde dell’animo, vi pone radici immediate, si accorda con la dimensione emotiva e, per tutto ciò, affascina da subito l’ascoltatore. Il quale poi potrà esteticamente gradire o meno ma, di contro, non potrà mai resistere al fascino ineluttabile di quelle armonie, come se esse esprimessero e manifestassero a loro modo i suoni fondamentali della nostra dimensione vitale e per ciò assumendo a pieno titolo la definizione di opera d’arte – ove l’arte sia intesa nella sua definizione basilare ovvero come la massima espressione e rappresentazione creativa della vita umana.

Ecco: secondo me uno dei quei brani è Enjoy The Silence. Semplice e immediato ma sublime, raffinatissimo, trascendentale, esemplare. Forse una delle canzoni di musica contemporanea (e non solo “pop”) che più si avvicinano al concetto di “perfezione”.

D’altro canto – altra cosa che sostengo da sempre – i Depeche Mode tra 200 anni saranno insegnati nei conservatori di musica esattamente come oggi viene insegnato Mozart. E ho detto tutto.

Ultrasuoni #1: Bowie, Ashes to Ashes

Nella mia appassionata riscoperta della musica anni ’80 – l’ultimo periodo nel quale il pop lo si può considerare un genere artistico, prima dello svacco successivo (con eccezioni rarissime) – un posto fondamentale non può che averlo l’alieno Bowie e, tra i tanti suoi brani notevoli, Ashes to Ashes ultimamente mi risuona in mente con costanza.
Delicata eppure vibrante, coinvolgente e a mio parere non così malinconica come viene ritenuta, quasi ipnotica con quell’andamento cantilenante, da filastrocca vagamente psichedelica (e pure il testo ci mette del suo al riguardo), è uno di quei brani le cui armonie, solo all’apparenza semplici, ti si piazzano in mente al primo ascolto e, decenni dopo, basta riascoltarle per rigenerare le percezioni e le emozioni di quella prima volta, anzi: queste si palesano in modo ancor più intenso, “maturate” e migliorate dal tempo dacché superiori ad esso. È ciò che accade sempre (ma di rado) per la grande musica (rara, appunto), che non sente il passare del tempo e, fosse pubblicato oggi, un brano come Ashes to Ashes, sarebbe ancora qualcosa di assolutamente particolare e distintivo.

Bowie è Bowie, d’altronde, un extraterrestre delle arti caduto sulla Terra per fare che la Terra cadesse ai suoi piedi. Imprescindibile, su qualsiasi lontano pianeta sia finito (o tornato), oggi.

Un silenzio raggelante

Il primo giorno di riprese si svolse nella prigione di San Quentin. Ero tutto emozionato all’idea di mettere piede in una prigione dove c’erano dei veri criminali: un luogo leggendario che conoscevo solo dai libri o dai vecchi film in bianco e nero. Di esordire come regista non me ne importava un accidente: era la prigione che mi affascinava. Il secondino ci informò che i detenuti erano pericolosi e che, se ci fosse stata una sommossa o se alcuni di noi fossero stati presi in ostaggio, avrebbero fatto di tutto per salvarci, tranne che liberare dei prigionieri. Mi sembrò curioso che, quando centinaia di prigionieri uscivano nel grande spiazzo, tutti i carcerati bianchi se ne stavano insieme da una parte, e tutti i neri dall’altra. Non diversamente da quanto succederebbe alla mensa di qualunque college americano, dissi in seguito in un talk show, suscitando un silenzio raggelante.

(Woody Allen, A proposito di niente. AutobiografiaLa Nave di Teseo, 2020, traduzione di Alberto Pezzotta, pag.175. Il film delle cui riprese Allen parla è Prendi i soldi e scappa, del 1969.)