La “Montagna Sacra”: apprezzata, compresa, discussa, condivisa, criticata e per tutto questo sempre più indispensabile

Il “senso del limite”. Quante volte viene citato nei discorsi legati alla realtà contemporanea delle nostre montagne? Solitamente, quando lo si cita, è per invocarne il rispetto, visto come i monti siano sempre più in balìa di fenomeni invasivi, non solo imposti dal turismo di massa, e di sfruttamenti eccessivi e irrispettosi del paesaggio montano nonostante le crescenti criticità ambientali e climatiche – e non solo queste.

Eppure, tanto spesso viene invocato, il senso del limite, quanto poco sembra essere realmente rispettato. L’unico “limite” che ancora osserviamo collettivamente pare sia quello alla comprensione del suo senso fondamentale: ci piace citarlo, auspicarlo, invocarlo, ma senza realmente comprenderlo e trovando scomodo andare oltre – o troppo confortevole non farlo. Restiamo fermi mentre la realtà delle montagne, con tutto ciò che comporta, criticità incluse, va avanti.

Per questo il progetto “Monveso di Forzo. Montagna Sacra” con il tempo acquisisce sempre più importanza simbolica e valore concreto. Ha riacceso l’attenzione su quel “senso del limite” svilito e negletto basandosi su quattro princìpi fondamentali: alterità, lasciare spazio a ciò che non siamo noi, animali, piante, rocce, silenzi; astensione, fare un passo indietro come scelta libera; contemplazione, vivere la montagna anche guardandola da lontano; infine, appunto, limite, riconoscere che poter raggiungere un luogo non dà il diritto culturale di occuparlo. È stato ritenuto inefficace, superfluo, controverso, opinabile, è stato criticato aspramente ma di contro ha raccolto migliaia di adesioni e consensi. E continua a raccoglierne.

Nel frattempo, quel limite così necessariamente da rispettare non è quasi mai stato rispettato e la “Montagna Sacra” resta l’unica fonte di riflessione autentica sul tema. Controversa? Meno male, così offre un altro motivo per discuterne. Inefficace? Non più del poco o nulla che altrove viene fatto. Opinabile? Non quanto la crescente trasgressione del senso del limite continuamente perpetrata ai danni dei territori montani, dei loro ambienti, del loro paesaggio. Del quale l’uomo ha il diritto di fare parte solo se osserva il dovere di esserne responsabile, cioè di avere rispetto per le montagne. Che è esattamente ciò che la “Montagna Sacra” invita a fare almeno con il Monveso di Forzo: dedicarvi il rispetto più assoluto, dunque più simbolico e eloquente, proprio per godere del privilegio di vivere le altre montagne rispettandole consapevolmente per come il progetto stimola a fare. Cioè, rispettando il più logico, intelligente, naturale senso del limite – finalmente!

L’invito e lo stimolo, appunto: domenica prossima 11 ottobre in Valle Soana torna “Insieme per la Montagna Sacra”, la giornata pubblica dedicata al progetto “Monveso di Forzo – Montagna Sacra per la Natura”, ed è il quinto incontro dalla nascita dell’iniziativa e per la prima volta si svolge in autunno, nella stagione in cui i larici della Valle Soana si colorano d’oro ai piedi della piramide del Monveso. La giornata è promossa dal comitato promotore della Montagna Sacra insieme all’Associazione Operatori Turistici Valle Soana, alla Biblioteca di Ronco Canavese, alla TAM – Tutela Ambiente Montano, CAI VdA e CAI Piemonte, a riprova di quanto il progetto sia sempre più compreso, condiviso e, di conseguenza, efficace.

Trovate tutte le informazioni relative alla giornata sulla locandina che vedete lì sopra e nel sito web del progetto “Montagna Sacra”, qui. Per quanto avete letto finora in questo mio articolo, comprenderete che partecipare alla giornata significa già manifestare concretamente la consapevolezza e il rispetto del “senso del limite”, significa già «pensare come una montagna», per dirla con Aldo Leopold, significa essere parte attiva e virtuosa del presente e del futuro delle Terre alte. Significa moltissimo, insomma.

Dunque, mi auguro vivamente che vorrete e potrete partecipare. Perché ogni montagna, anche la più antropizzata, è “sacra”, se lo saranno il rispetto e la cura che riserveremo ad essa.

L’estate delle ruspe nei prati, nei boschi e sulle creste montane

Di recente ho pubblicato, qui sul blog e altrove, un articolo riguardante lo sci estivo e la proliferazione di ruspe inviate a escavare i ghiacciai nel tentativo, vano, di preservare l’attività dei comprensori sciistici lì presenti. Una cosa tanto sconcertante quanto devastante, inutile rimarcarlo.

Ma una ancor maggiore proliferazioni di ruspe, bulldozer, escavatori e altri mezzi di alterazione del territorio la si registra da tempo per prati, boschi e pendii montani d’ogni genere con l’obiettivo di realizzare nuove ciclovie: e, almeno sulle montagne lombarde, nel corso dell’estate appena trascorsa il numero di ruspe intercettate in quota a tale scopo ha raggiunto livelli parossistici.

L’ho già affermato e lo ribadisco: le ciclovie sono ormai diventate il contraltare estivo di impianti e piste da sci nella turistificazione delle montagne, sostenute da una politica quasi sempre incapace di elaborare piani di sviluppo territoriale ben strutturati e realmente proficui per i territori amministrati e, per ciò, risoluta nel buttare ingenti risorse pubbliche in opere e infrastrutture funzionali ad altri scopi d’immagine e propaganda. Le motivazione addotte sono sempre quelle: «sviluppo della montagna», «valorizzazione dei territori», «contrasto allo spopolamento», «turismo sostenibile»… un disco rotto in pratica, quando invece in quegli intervento a colpi di ruspa è evidente la mancanza di senso del contesto, di visione strategica, di cura per i territori, di interlocuzione con le comunità locali. C’è solo la mera volontà di spendere soldi (pubblici, ripeto) rapidamente e senza doverci pensare troppo sopra per poi vantarsi di aver “sviluppato” e “valorizzato” la montagna e raccogliere pretesi (ovvero presunti) tornaconti propagandistici e di consenso elettorale.

Bisogna essere molto chiari al riguardo: non c’è alcuna accusa rivolta alla pratica del cicloescursionismo montano e contro i bikers che possiedono la cultura della montagna e la sensibilità verso l’ambiente, doti che rappresentano – devono rappresentare – la base della frequentazione consapevole dei territori montani da parte di chiunque in qualsiasi modo le si frequenti – a piedi, in bicicletta, con gli sci o altro. D’altro canto chi non possiede quelle doti facilmente diventa, a volte senza rendersene conto, un elemento di “disturbo” se non di vero e proprio danno alla montagna, a prescindere dal come lo fa.

Il punto della questione dunque non è tanto “chi” ma cosa sono queste ciclovie e perché. E il nocciolo di tale punto è molto semplice: molte di queste ciclovie non dovevano e non dovrebbero essere realizzate non solo in quanto invasive e impattanti ma perché non c’entrano nulla con la montagna e la sua frequentazione consapevole. Nemmeno se fossero fatte a regola d’arte, perché tale arte non esiste e dunque nemmeno le relative regole.

Tutte queste ciclovie invasive e superflue in realtà degradano e sviliscono la montagna così come il senso stesso della sua frequentazione, offendono i bikers montani autentici e consapevoli (i quali di certo non hanno bisogno di queste strade), propugnano un modello di fruizione della montagna meramente ludico che non contempla alcuna matrice culturale ma si giustifica solo nella moda del momento, un turismo consumistico e estrattivo che diffonde centinaia di chilometri di tracciati impattanti e inutili, sovente persino cementati (una follia assoluta!), rovinando l’ambiente naturale montano, esponendolo ad un rischio di dissesto idrogeologico ben maggiore di quello ordinario e di contro senza apportare alcun vantaggio concreto alle comunità del territorio coinvolto.

Tutte queste ciclovie, salvo rarissimi casi – e sottolineo rarissimi – rappresentano una nuova grande rovina per le nostre montagne che non è giustificabile in nessun modo. Punto.

A queste evidenze si legano (in un rapporto di causa/effetto) alcune domande fondamentali, che personalmente ho già posto varie volte e di nuovo ribadisco: ma veramente c’è bisogno di tutti questi percorsi cicloturistici sulle montagne? Non ce ne sono già abbastanza, tra strade sterrate, VASP, mulattiere e sentieri già ciclabili senza bisogno di interventi e adattamenti? Chi ha deciso che gli appassionati di mtb hanno bisogno continuamente di nuovi percorsi sui quali divertirsi?

E c’è realmente la necessità di rendere molti di questi percorsi delle vere e proprie strade, ben spianate e private di qualsiasi irregolarità, così che ci possano transitare anche i ciclisti meno abili che altrimenti non avrebbero le capacità per arrivare in certi luoghi?

Dov’è finito il senso del limite?

Se per un ciclista un certo itinerario rurale/naturale è troppo difficile, ne ha sicuramente mille altri in innumerevoli località montane che invece saprà affrontare, senza bisogno che qualcuno glielo sistemi e lo renda una strada più liscia di quelle di città. Altrimenti, se dovesse valere lo stesso principio per l’escursionismo/alpinismo, perché non realizzare un bel tracciato ampio e a comodi gradoni, con tanto di corrimani di protezione e sicurezza, che giunga in vetta al Cervino e permetta anche a chi non possiede le capacità alpinistiche per ascenderlo di arrivarci?

Seriamente: ma di che stupidaggini gigantesche stiamo parlando?

Be’, ad oggi nessuno dei sostenitori, dei progettisti, dei committenti pubblici e privati di tutte le ciclovie progettate o realizzate ha mai risposto a queste spontanee e logiche domande. Hanno solo rifatto partire il disco rotto dello «sviluppo della montagna», della «valorizzazione dei territori», del «contrasto allo spopolamento», del «turismo sostenibile»: le solite “giustificazioni”, forzatamente pretese e palesemente ingiustificabili, proferite nel tentativo di difendere il diritto autoproclamato di distruggere le montagne. Che sono un patrimonio collettivo, di tutti noi, non di quelli e giammai per un mero mandato elettorale periodico al quale non si può demandare la distruzione di un paesaggio dal valore universale e ancestrale.

[Il quotidiano “La Provincia” del 25 settembre scorso ha riportato le considerazioni sul tema ciclovie del Coordinamento “Difendiamo la Montagna”, del quale faccio parte. Il comunicato stampa che riporta le considerazioni nella loro interezza lo trovate qui.]
Come ha detto bene Giuseppe “Popi” Miotti, decano delle guide alpine lombarde (valtellinesi in particolare) e grande conoscitore delle nostre montagne, in una recente intervista su “Lo Scarpone”, il portale di informazione del Club Alpino Italiano:

Bisogna avere rispetto del territorio, andare avanti così è pericoloso. Oggi va di moda l’e-bike, se domani dovesse andare di moda il quad bisognerà allargare di nuovo questi sentieri per facilitarli ancora. La montagna vuole che i limiti vengano rispettati. Se non sono capace di scalare l’Everest, non ci vado. Ci sono molti altri posti da visitare per confrontarsi con sé stessi, non è necessario un Ottomila. Oggi la montagna è diventata un territorio di consumo. Si va, si fa nel minor tempo possibile, non interessa cosa si ha intorno, conta solo l’exploit.

Calolziocorte (Lecco), 1° ottobre: una “camminata narrativa” alla scoperta della meravigliosa e poco conosciuta Val San Martino

La Valle S.Martino all’estremo occidentale della provincia di Bergamo, non è valle propriamente ma costiera degradante dalle cime di Serada, Ocù, Campiabona, Linsù, Albensa…

Così scriveva nella seconda metà dell’Ottocento Gabriele Rosa per descrivere il territorio della Val San Martino, tra Lecco e il suo ramo del Lago di Como, il corso dell’Adda, la Brianza e Bergamo: una “valle” che in realtà non è un valle ovvero lo è ma solo un po’ in senso geografico ma non in senso amministrativo e comunque sempre in modo apparentemente indefinito… Un luogo per molti versi speciale, insomma, la cui geografia “sfuggente” determina un paesaggio tra i più peculiari e affascinanti delle Prealpi Lombarde, attraverso il quale sono transitate tante storie, genti d’ogni sorta, vicende umane, culture, saperi che vi hanno determinato un’anima e un Genius Loci altrettanto peculiari.

D’altro canto quello della Val San Martino è un paesaggio che si vede, apprezza e comprende al meglio dall’alto, dai sentieri che corrono sulle dorsali montuose che sovrastano la valle a occidente, a loro volta sempre spettacolari per come mantengano i viandanti continuamente sospesi tra versanti diversi e orizzonti vastissimi, e sorprendenti per le tante bellezze naturalistiche e per i numerosi segni antropici che possono rivelare quasi a ogni passo: panorami meravigliosi, boschi maestosi, nuclei rurali affascinanti, luoghi spesso sconosciuti o quasi eppure ricchi di sorprese intriganti.

Un paesaggio di rara bellezza e di grande valore culturale lungo il quale vi guiderò giovedì 1° ottobre a Calolziocorte, alle ore 20.45 presso la Villa De Ponti, in una camminata narrativa dal titolo “Com’è bella la mia valle! Sui sentieri della Valle San Martino tra antiche contrade e paesaggi”. Con racconti, narrazioni, curiosità, aneddoti e una messe di stupende immagini fotografiche, vi porterò alla scoperta di questo incantevole angolo prealpino lombardo, meno conosciuto di quanto meriti, forse troppo poco considerato da chi lo attraversa eppure, come detto, per tanti motivi affascinante e sorprendente.

Se siete della zona o sarete nei paraggi, vi invito caldamente a partecipare alla serata: sono certo che – non tanto per merito mio ma per la grande bellezza della Val San Martino che spero di sapervi raccontare al meglio – ne rimarrete sicuramente soddisfatti.

Torre de’ Busi, sabato 26 settembre: la sensazionale funivia di Valcava e l’affascinante storia di un territorio montano «appeso a un filo»

«Restare appesi a un filo» è un’espressione comune che indica una situazione delicata, di estrema precarietà e incertezza, con poche e fragili speranze di salvezza. Tuttavia, in certe altre occasioni, restare appesi a un filo ha invece comportato grandi possibilità, speranze, “salvezze”: quando a restare appeso è stato un intero territorio montano e il filo era in realtà la fune di una funivia, sulle cui cabine hanno viaggiato migliaia di escursionisti, villeggianti, turisti, sciatori e con loro il futuro della comunità che abitava quel territorio. Che era, ed è, il versante occidentale dell’Albenza, sui monti tra il lecchese e le valli bergamasche, fino a quasi cinquant’anni fa risalito dalla funivia che univa Torre de’ Busi a Valcava, la terza in assoluto in Italia e prima in Lombardia: un gioiello ingegneristico per l’epoca, detentrice di vari primati tecnici mondiali, che permise a Valcava di diventare una delle prime stazioni sciistiche lombarde, a solo un’ora dal centro di Milano, e regalò al territorio di Torre de’ Busi uno sviluppo – e una notorietà turistica – che pochi altri comuni prealpini si potevano permettere.

La storia della funivia di Valcava è estremamente affascinante e coinvolgente così come lo è quella delle montagne che godettero il va-e-vieni delle sue cabine e dei gitanti trasportati per mezzo secolo, sviluppando un’economia turistica tutt’oggi di sorprendente modernità e ancora emblematica per il turismo di montagna contemporaneo. Dopo alcune precedenti serate di grande successo, torneremo a raccontarvela sabato prossimo 26 settembre alle ore 21.00 proprio a Torre de’ Busi, a pochi metri da quella che era la stazione di partenza della funivia, in “C’era una volta… una storia appesa a un filo”. Trovate le informazioni basilari sulla serata nella locandina lì sopra.

Sarà un racconto fatto di immagini spesso rare, storie e aneddoti suggestivi, curiosità, memorie ma anche visioni nel futuro prossimo di un territorio di grande bellezza paesaggistica e di altrettanto valore culturale per il quale il ricordo della funivia di Valcava non è una fonte di mera nostalgia ma, viceversa, uno stimolo coinvolgente alla salvaguardia e alla vitalità tanto del luogo e della sua comunità quanto del piacere di chiunque da turista o gitante goda della sua bellezza montana.

Dunque, se siete della zona o sarete nei paraggi, vi invito caldamente a partecipare alla serata: vi divertirete e potrete (ri)scoprire una storia veramente speciale, come il filo alla quale era – e per certi versi è ancora – appesa!

Vivere le montagne in modo sostenibile: quando l’innovazione è una tradizione ben aggiornata

Nel commentare i buoni risultati (evviva!) del trasporto pubblico locale in alta Valtellina, e nello specifico il collegamento in autobus tra Bormio e il Passo dello Stelvio, una delle strade non solo più alte d’Europa (arriva a 2758 metri di quota) ma tra le più trafficate e dunque ambientalmente impattanti delle Alpi, l’Assessore ai Trasporti e Mobilità sostenibile di Regione Lombardia ha detto che

L’introduzione di soluzioni innovative e sostenibili di mobilità trasformano radicalmente il modo in cui le persone si spostano all’interno dei territori, limitando le distanze tra centri nevralgici e periferici.

Giustissimo. Ma anche no.

Nelle scorse settimane, in varie occasioni pubbliche, ho raccontato la storia della Funivia di Valcava, prima in Lombardia e terza in Italia, inaugurata nel 1928 e ai tempi considerata un gioiello ingegneristico assoluto in forza dei suoi numerosi primati tecnici, che permise di fare della piccola località sull’Albenza una delle prime stazioni sciistiche e di villeggiatura della regione – anche perché la più vicina a Milano (si veda la galleria fotografica d’epoca sottostante).

Bene, guardate questa bella locandina del 1939 che pubblicizzava la funivia e le attrattive turistiche della località:

E guardate cosa proponeva qui:

Che cos’è la «mobilità sostenibile» e il «trasporto pubblico integrato» che oggi viene considerata una «soluzione innovativa e sostenibile di mobilità» proprio come – in salsa propagandistica, ovviamente e inesorabilmente – fa l’Assessore ai Trasporti di Regione Lombardia, se non i «Servizi cumulativi» proposti dalla locandina, solo pensati e efficacemente attuati già quasi un secolo fa?

Certo ai tempi l’auto privata non era diffusa come oggi e molti, per uscire dalle città, non potevano che affidarsi ai mezzi pubblici; oggi cerchiamo di fare altrettanto perché, viceversa, l’auto privata è diventata troppo diffusa, invasiva e insostenibile. In mezzo c’è quasi un secolo nel quale abbiamo perso tempo, percezione della realtà, visione del futuro, attenzione all’ambiente, buon senso. Al punto che, pure al netto della propaganda politica o di altre strumentalizzazioni possibili, finiamo per considerare «innovative» cose che “nuove” non lo sono affatto, in un cortocircuito culturale evidente e piuttosto divertente anche se inevitabile, tanto nel bene quanto nel male.

Conoscerete quel noto aforisma attribuito a Oscar Wilde il quale recita che «La tradizione è un’innovazione ben riuscita»: in montagna viene di contro da ritenere che l’innovazione, spesso, è una tradizione ben tutelata e rinnovata, ovvero resa contestuale ai tempi e alle circostanze della realtà. I territori montani sono luoghi dall’anima forte anche grazie alle tradizioni – e alle culture, ai saperi, alle nozioni, alle esperienze – secolari che le formano e alimentano: ben lungi da qualsiasi deleterio passatismo (che invece spesso emerge nei discorsi su tali temi), questa fondamentale anima dei luoghi deve camminare nel tempo evolvendosi con il mondo e le comunità che vi si identificano culturalmente, restando forte della propria storia e per ciò sapendosi sviluppare al meglio verso il futuro senza decontestualizzarsi dai propri ambiti, dal luogo del quale rappresenta la vitalità, dai paesaggi, dagli ambienti e dalle loro specificità.

In tal senso, per un luogo peculiare come lo Stelvio, celebre e frequentato passo stradale di rinomanza turistica ma, comunque prima di ogni altra cosa e invariabilmente, territorio naturale d’alta quota, se fu “innovazione” la strada aperta nel 1825 su progetto di quel gran genio che fu l’ingegner Carlo Donegani sì da diventare nei decenni “tradizione” (in quanto opera storica e emblematica della viabilità alpina), non fu “innovazione” lasciare la strada – e il territorio circostante – in balìa del traffico automobilistico privato più incontrollato e dunque non si può considerare “innovativa” una soluzione di mobilità che non fa altro che replicare ciò che si faceva alle origini, quando dal 1831 la strada dello Stelvio veniva percorsa dalle diligenze che assicuravano il servizio di trasporto pubblico da Milano al Tirolo e permettevano, partendo dal capoluogo lombardo, di arrivare a Bormio in 64 ore e Landeck, oggi in Austria, in 125 ore. Oggi non ci sono più le diligenze trainate da quattro sei cavalli e sulla strada dello Stelvio circolano confortevoli bus con molti più cavalli (nel motore): il principio è lo stesso, l’idea quella di due secoli fa, l’innovazione non c’è o è solo formale, non sostanziale.

[Traffico al Passo dello Stelvio. Foto di ©Seehauserfoto tratta da https://salto.bz.]
D’altro canto, per la montagna di oggi, fare innovazione tutelando e rinnovando le tradizioni che sono parte fondamentale del bagaglio culturale montano è, a mio parere, una delle pratiche più importanti e potenzialmente efficaci per preservare e rivitalizzare le terre alte e le comunità che vi abitano (e vogliono continuare a farlo). È anche un modo tra i migliori per frenare, e possibilmente cancellare, quei progetti, quelle opere e in generale la visione più alienata e consumistica che spesso viene imposta alle montagne proprio dalla politica e dai suoi sodali senza alcuna attenzione ai luoghi e alla loro anima, attraverso lo sviluppo turistico eccessivo, invasivo e vorace ma non solo con quello. Ribadisco: ciò senza contemplare qualsivoglia tossico passatismo tanto quanto amministrando nel tempo ed evolvendo i luoghi nelle loro specificità ovvero camminando e dialogando insieme al loro Genius Loci. O girando per le montagne a bordo di un mezzo pubblico, appunto!