Jimi Hendrix

Esattamente cinquant’anni fa, Jimi Hendrix se ne andava in chissà quali altre dimensioni a suonare la sua Fender Stratocaster in un modo che, come accadde in questo mondo ai suoi tempi, nessuno mai prima aveva saputo fare.

Ma considerarlo, come alcuni hanno fatto e ancora fanno, il “miglior” chitarrista di tutti i tempi non è nemmeno giusto, forse. Perché in assoluto potrebbe non esserlo stato, o perché non si può “catalogare” ciò che in ogni modo è stato al di là di ogni categoria ovvero che, già allora, per certi versi era in (o veniva da, o stava creando) un altro mondo musicale.

Dunque, forse, una delle cose più giuste dette su Jimi Hendrix la proferì un suo collega, altro grandissimo chitarrista (già famosissimo quando Hendrix comparve sulle scene), Pete Townshend:

Andare a vedere lo spettacolo di Hendrix fu l’esperienza più psichedelica che abbia mai avuto. Quando iniziò a suonare, qualcosa cambiò: cambiarono i colori, tutto cambiò. Cambiò il suono.

Ecco. Non si può essere il “miglior” musicista, oppure no, se si è chi ha cambiato la musica. Si è oltre, a prescindere un po’ da tutto.

N.B.: qui c’è il sito web ufficiale di Jimi Hendrix, molto bello e ricco. Qui una sua biografia tra le più complete, e qui un articolo dell'”Ansa” che celebra il cinquantenario della sua scomparsa – ma di sicuro ne troverete innumerevoli ovunque, oggi e nei prossimi giorni.

Il cuore d’acqua della Svizzera

[Foto di Sarah Lötscher da Pixabay]
Giungendo da Sud delle Alpi, che si viaggi in auto oppure in treno, si supera il Gottardo (ma se avete un mezzo stradale e viaggiate nella bella stagione, fatelo valicando il passo, autentica cerniera di giunzione tra il Nord Europa e il Mediterraneo e luogo sul quale si coglie vividamente il fascino di ostici transiti di persone, animali, merci, la cui storia si perde nella notte dei tempi… Merita parecchio!) e ci si infila nelle sue profonde forre settentrionali perdendo gradatamente quota, finché si giunge in vista di Altdorf, la città di Guglielmo Tell. In quel punto la vallata prende ad allargarsi, i fianchi montuosi ad essere meno opprimenti e il fondovalle spiana e verdeggia di campi coltivati finalmente non più relegati tra boschi fittissimi e rudi gande. Ci si sente sollevati, viene da respirare nuovamente a polmoni pieni, in quel paesaggio che dona come un senso di affrancamento, di distensione e benessere. Ma se si prosegue ancora per qualche chilometro verso Nord, quasi d’improvviso compare a destra della strada – ferrata o autostradale, sempre suppergiù parallele – la luminescenza verde smeraldo della acque del Vierwaldstättersee, il Lago dei Quattro Cantoni, e il paesaggio, da notevole quale già era, diventa oltremodo incantevole.
Il cuore geografico della Svizzera è uno specchio d’acqua cristallina che protende i suoi numerosi rami nelle vallate e tra le vette alpine, somigliando in certe vedute a un fiordo norvegese e in altre a una costa mediterranea. Le sue sponde idilliache costringono immancabilmente alla più lodante banalità, all’esclamazione di stupore ovvia, alla magnificante frase fatta che però qui pare fatta apposta per cotanto paesaggio.
Il viaggiatore non potrebbe chiedere predisposizione d’animo migliore per continuare ancora più a Nord sulla riva sinistra del lago, in un crescendo luminoso irrefrenabile dacché le Alpi sono ormai quasi del tutto alle spalle e l’orizzonte si placa, s’abbassa e s’apre verso le dolci colline del Mittelland, e avvicinarsi alla meta. “La” meta, se vi ritroverete in quella zona avendo compiuto il viaggio fino a qui descritto, proprio come ho fatto io: Luzern. Forse l’angolo più bello di quel giardino d’Europa che effettivamente è la Svizzera; di sicuro, il mio angolo preferito.

lucerna_book1_800Sì, esatto, questo è un brano tratto dal libro che ha preceduto il mio ultimo Tellin’ Tallinn, ovvero

Lucerna, il cuore della Svizzera
Historica Edizioni, 2016
Collana Cahier di Viaggio
ISBN 978-88-99241-94-0
Pag.167, € 10,00

Cliccate sul libro qui accanto per saperne di più al riguardo!

Idiosincrasia sonora

Temo di soffrire – per un “problema” mio, sia chiaro – di qualche acuta forma di idiosincrasia sonora riguardo la gran parte della musica “pop” italiana di produzione recente. Nel senso che, se facendo zapping radiofonico in auto finisco su qualche stazione che trasmette un brano di quelli, nel giro di pochi secondi di ascolto di musica e parole e, diciamo, in novantotto casi su cento, prima assumo un’espressione di puro sconcerto, poi sovente rido, quindi un disgusto pressoché irrefrenabile mi torce i lineamenti del viso (capita che questa fase si manifesti anche al posto della precedente, eliminandola), infine mi coglie un’irritazione a dir poco vibrante, che posso tenere a freno soltanto tornando subito ad ascoltare qualche traccia dai supporti personali*.

Chissà come mai mi succede, questa cosa.

Già… chissà!

*: per la cronaca, oggi ad esempio ho interrotto l’ascolto dell’ennesimo prodotto del pop italiano – e della conseguente profusione di improperi – con il brano** che potete ascoltare qui sotto, in versione live.

**: sì, sono abbastanza in fase progressive, in questi giorni.

In morte (imminente) della libertà del web

[Foto di succo da Pixabay]

Facebook ha oggi circa 2,5 miliardi di utenti, Instagram circa 1 miliardo, WhatsApp 1,6 miliardi. Youtube ne ha circa 2 miliardi, WeChat 1,6 miliardi. La popolazione mondiale è attualmente di circa 7,7 miliardi di persone. Mentre osserviamo la pagliuzza di una economia di rete dai tratti ormai chiaramente monopolistici, impossibili da risolvere senza scelte di rottura, per altro previste dalle attuali leggi del mercato occidentale, sfugge a molti, e in special modo alla politica americana, la trave ben conficcata nel nostro occhio planetario. Quella secondo la quale Internet, un sistema nato e ottimizzato per decentralizzare i contenuti e che funziona egregiamente solo quando gli ambiti digitali saranno molti, differenti e debolmente connessi, si sta trasformando in un unico gigantesco canale broadband nel quale il flusso è sempre più spesso unico e controllato. […] Divide et impera, dicevano quelli. Unisci e impera, potremmo dire oggi. Con tanti cari saluti alla grande democrazia della rete Internet, apparentemente a disposizione di tutti ma, nei fatti, ormai nelle mani di pochissimi. Quasi sempre i peggiori.

(Da un ottimo e importante articolo di Massimo Mantellini dal titolo Unisci e impera, pubblicato nel suo blog su “Il Post” venerdì 21 agosto 2020. Potete leggerlo nella sua interezza – fatelo che merita alquanto, ribadisco – cliccando sull’immagine in testa al post. E siate sempre molto diffidenti, quando frequentate il web e i social network. Mooooolto.)

Montagne maschili, monti femminili

Gli scorsi 12 e 13 agosto sono stato l’ospite, insieme a Roberto Mantovani, dell’edizione 2020 di Sentieri d’Autore ai piedi del Cervino, la rassegna organizzata a Breuil Cervinia-Valtournenche dall’Officina Culturale Alpes con il patrocinio del Comune di Valtournenche e del Consorzio Cervino Ski Paradise, che quest’anno aveva come titolo e tema guida un argomento tanto intrigante quanto fondamentale: Radici per il futuro. In tal senso, il mio intervento del 12 agosto nella sala consiliare del Municipio di Valtournenche – gremita da un pubblico attento e partecipe pur nell’ottemperanza delle norme Covid, vedasi le immagini pubblicate qui sotto…

…e ringrazio veramente di cuore tutti i presenti! – era centrato su un tema e una disciplina che, per quelli che come me studiano la relazione tra luoghi (soprattutto montani) e genti che li abitano, risulta tanto fondamentale quanto affascinante, la toponomastica. L’intervento, contestuale al territorio nel quale la rassegna di Alpes si svolge annualmente, aveva il titolo Valtournenche, Breuil, Cervinia, Cervino, Gran Becca: i nomi dei luoghi raccontano la loro storia, e a breve renderò disponibile qui sul blog il relativo testo – ma già qui potete vedere una versione video della mia dissertazione.

Ora, per dimostrare quanto i toponimi siano affascinanti elementi narrativi del rapporto che lega l’uomo con il mondo che abita, soprattutto quando scaturiscano dal secolare sapere vernacolare, vi voglio raccontare una curiosa antinomia che ho potuto rilevare di recente, leggendo altri documenti sul tema.

[Foto di Andrew Bossi, opera propria, CC BY-SA 2.5, fonte qui.]
Nel mio intervento di Valtournenche, tra le altre cose, ho raccontato come la montagna principale della zona nonché forse la più famosa e iconica vetta del pianeta, il Cervino, un tempo fosse semplicemente indicata dai locali come il o le (francese) «Tor», un termine di origine prelatina e di genere maschile che non c’entra nulla con l’origine dell’attuale termine “torre” (turris, sostantivo femminile) il quale spesso, nell’oronomastica, indica cime montuose particolarmente slanciate e affusolate. Tor indica genericamente “il monte”, nel senso della vetta per eccellenza, la più alta, evidente e imponente per un dato territorio. L’abate Joseph-Marie Henry, uno degli ultimi preti-alpinisti-scienziati valdostani, in un articolo del 1938 scrive che «Il Tor per eccellenza è il Cervino, quello che ha dato il nome a tutta la valle posta ai suoi piedi: Vallée du Tor, Vallis Tornina, Vallis Tornaca, Valtournenche».

Dunque, una montagna (sostantivo femminile) identificata con un genere (toponomastico) maschile.

[Foto di Massimo Macconi (presunto), pubblico dominio, fonte qui.]
Bene: in Valtellina c’è un altro monte certo meno celeberrimo del Cervino ma a sua volta assai rinomato e imponente, anche solo per il fatto che si eleva dalla piana del fondovalle valtellinese, posto a circa 200 m di quota, per oltre 2400 metri fino ai 2609 m della vetta, al punto che secoli addietro il suo versante settentrionale veniva considerato da alcuni la più alta parete delle Alpi. È il Monte Legnone, che domina isolato la bassa Valtellina ove essa confluisce nel bacino del Lago di Como, e che un tempo dai locali veniva chiamato «la Pizza», evidentemente una singolare declinazione al femminile del termine “pizzo” che soprattutto nelle Alpi Centrali indica molte vette montuose – grazie anche al corrispettivo “piz” presente negli idiomi di genesi germanica e romanza. Ercole Bassi, illustre personaggio valtellinese, alpinista nonché compilatore di guide e grande conoscitore del Legnone, a fine Ottocento scrive che «La Pizza è uno di quei monti il cui aspetto maestoso e imponente, più attira lo sguardo, più alletta ed invita a salirlo.»

Dunque, un monte (sostantivo maschile) identificato con un genere (toponomastico) femminile.

Curioso e affascinante, vero?
Lo è, questo insolito contrasto toponomastico, proprio anche per come nelle due identificazioni antitetiche si possa intuire la particolare e differente relazione dei locali con le loro montagne più identitarie, forse per i montanari della Valtournenche di maggior soggezione verso una montagna così gigantesca, paurosa e apparentemente irraggiungibile, mentre per quelli valtellinesi di segno più “matriarcale” per un monte pur imponente ma meno ostico e, data la minor altitudine, più sfruttabile per ricavarne risorse atte alla sussistenza quotidiana. Ma, sia chiaro, sono soltanto mere speculazioni, queste mie, certamente più emozionali che scientifiche le quali tuttavia aiutano a evidenziare, ribadisco, il gran fascino che sa offrire la toponomastica.

Tornerò ancora in futuro a parlarvene, senza dubbio.