La vera “legacy” delle Olimpiadi di Milano Cortina è sempre più evidente

[Immagine generata con Google Gemini AI.]
Ricordate la “legacy olimpica”, ovvero tutto ciò che sarebbe rimasto in eredità a lungo termine ai territori coinvolti e, di rimando, all’intero paese dopo la conclusione dei Giochi Olimpici di Milano Cortina? Bene: ormai sono numerose le testimonianze e le prove – ultima quella di Giuseppe Pietrobelli su “Il Fatto Quotidiano” del 17 settembre – che dimostrano quale sia la vera “legacy” che le Olimpiadi stanno lasciando non solo alle località sedi delle gare ma a tutti noi: i debiti.

«Il Consiglio dei ministri ha approvato una sostanziosa mancia di 150 milioni di euro a favore di Fondazione Milano Cortina 2026, il comitato organizzatore delle Olimpiadi Invernali. Si tratta di un regalo che cerca di tappare le falle di una gestione finanziaria che ha già fatto sforare di oltre mezzo miliardo di euro le spese del Circo Bianco» scrive Pietrobelli, che sta attentamente seguendo il prima e il dopo Olimpiadi, aggiungendo che questi soldi – di noi contribuenti, è bene ricordarlo – con i quali si sta cercando di tappare le falle di una gestione finanziaria che sembra fuori controllo, non saranno gli ultimi da dover elargire, visto che non è stato ancora emesso il bilancio finale di liquidazione della Fondazione Milano Cortina con la «relazione dettagliata sull’impiego delle risorse assegnate». C’è di che essere preoccupati, insomma.ù

Posto lo stato delle cose, dunque, la vera legacy olimpica al momento non è fatta dalle infrastrutture sportive, che in molti casi erano già presenti e spesso sono state rifatte senza che ve ne fosse l’esigenza (come d’altro canto si poteva rilevare dal dossier di candidatura olimpica nel quale i nuovi impianti erano ben pochi) e comunque sono funzionali alle località, non alle competizioni olimpiche nello specifico: la pista di bob di Cortina, costata circa 120 milioni di Euro, è un caso esemplare al riguardo.

Non è fatta nemmeno dalle opere pubbliche, le quali servivano ai territori a prescindere dalle Olimpiadi, che si sarebbero dovute realizzare da decenni, che in alcuni casi sono state concluse in modi opinabili, in tanti altri non sono nemmeno iniziate e neppure si può sapere se verranno portate a compimento, visti i ritardi accumulati, le gestioni approssimative dei progetti e la sostanziale incertezza che ancora aleggia su numerose opere previste. Le Olimpiadi sono semmai servite a coprire le mancanze di lungo periodo nei territori coinvolti dai Giochi di una politica evidentemente incapace di provvedere altrimenti ai bisogni delle loro comunità – quando di ciò si può parlare dato che in altri casi, come accennato, le “opere olimpiche” appaiono più come interventi funzionali a interessi particolari più che a esigenze della collettività.

Non è fatta, la legacy olimpica, neppure dal ritorno turistico dell’evento, almeno per ora e come evidenziano perfettamente i dati sui flussi turistici della Valtellina, uno dei territori olimpici principali, rilevati dalla AFP – Azienda di Formazione e Promozione Turistica della provincia di Sondrio:

Non solo non c’è stato l’incremento tanto atteso e preventivamente osannato delle presenze turistiche durante il periodo delle gare olimpiche ma, anzi, la perdita di turisti è stata ingentissima: più di 163.000 presenze in meno rfispetto al 2025 ovvero quasi il 30% di perdita. Il che, infatti, ha provocato numerose lamentele da parte degli operatori turistici dell’Alta Valtellina, illusi da promesse di successi di varia natura che non si sono materializzate.

Inoltre, anche l’incremento delle presenze turistiche del 5% nel corso dell’estate appena trascorsa, che si è voluto far credere un effetto positivo dei Giochi – come qualche organo di informazione ha riferito, vedì qui sotto – è in realtà assolutamente in linea con il trend degli anni scorsi per i quali non c’era nessun effetto olimpico a dare beneficio, visto che in provincia di Sondrio il turismo complessivo nel 2025 era cresciuto del +4,7% nelle presenze (e del +4,8% negli arrivi) rispetto al 2024, e la stessa cosa è avvenuta negli anni precedenti: dunque anche qui, per ora, non si coglie nessuna vera “legacy olimpica”. Ovviamente un effetto positivo derivante dai Giochi lo si potrebbe registrare nel futuro ma non tanto per una reale “legacy” quanto per il successo che potranno avere le campagne di promozione turistica che verranno, per le quali l’effetto di ritorno d’immagine delle Olimpiadi è già ampiamente scemato – e i dati dell’estate 2026 citati lo confermano bene.

Quindi, per riassumere e vista la realtà di fatto, torno all’assunto con il quale ho aperto questo articolo: ad oggi l’unica reale “legacy olimpica” è quella dei debiti.

I debiti che i responsabili istituzionali e non di Milano Cortina avevano assicurato che non ci sarebbero stati perché le Olimpiadi sarebbero state «a costo zero» quando invece, a fronte di una spesa preventivata nel dossier olimpico di 1,4 miliardi di Euro, il costo complessivo effettivo ha superato i 5,7 miliardi di Euro, con proiezioni che toccano o superano i 7 miliardi di Euro se si include l’intero pacchetto delle opere infrastrutturali connesse.

Tutti soldi nostri, ribadisco, che con tutta probabilità si sarebbero potuti spendere molto meglio, anche per un grande evento come le Olimpiadi (la quale in sé non è il problema, sia chiaro) ma molto meglio organizzate e gestite, con ben più benefici per i territori coinvolti, le loro comunità e per il paese intero e senza debiti “imprevisti” (si fa per dire) che alla fine, di nuovo, pagheremo noi tutti.

Un’ennesima grandissima occasione sprecata da parte delle istituzioni per fare del bene all’Italia, ma ben sfruttata per causarvi altri danni: l’amaro sunto di ciò che avete letto è questo, infine.

P.S.: ovviamente, per quanto mi riguarda, l’analisi che propongo qui è assolutamente scevra da qualsivoglia marcatura politica e ideologica di parte, dalle quali sono la persona più distante dell’Universo. Voglio invece proporre una riflessione basata su fatti concreti e dati oggettivi, come avete letto: tutto il resto – che le Olimpiadi le abbiano organizzate questi e ora le stiano criticando quelli e ogni altra cosa simile – a me non interessa. Anzi, sono convinto che, invertendo le parti e i ruoli, il risultato sarebbe esattamente lo stesso. Già.

Un luogo montano dalla storia affascinante che merita di non essere dimenticato

Mi coglie una gran tristezza ogni volta che transito davanti all’ex Grande Albergo del Pertüs – succede spesso, visto che si trova sui monti di casa – e ne constato lo stato di abbandono, la conseguente e crescente incuria, le imposte danneggiate e in certi casi aperte così che gli interni si deteriorino ancora più rapidamente di quanto imponga il tempo, i danni da intemperie, e quel cartello «VENDESI» ormai esposto da qualche anno che accentua la percezione di abbandono, di dimenticanza dello stabile e del luogo.

Eppure quello del Pertüs è un edificio che trasuda narrazioni affascinati da ogni suo mattone: fu uno dei primi grandi alberghi costruiti in quota delle Alpi lombarde, edificato a fine Ottocento sul modello degli hotel alpestri svizzeri, dotato di confort all’epoca rivoluzionari come l’energia elettrica e il telefono anche prima che tali invenzioni servissero i paesi sottostanti, di stanze, soggiorni lussuosi e sale da ballo, frequentato da molte famiglie benestanti milanesi e bergamasche che vi giungevano a dorso di mulo e da lassù godevano dell’aria salubre profumata dalle essenze silvestri delle maestose foreste circostanti nonché di vedute panoramiche ampissime e spettacolari. Ne parlo con cognizione di causa perché ebbi la grande fortuna, ormai otto anni fa (era il 15 ottobre 2017), di farmi concedere l’apertura straordinaria dagli allora proprietari e di guidare una nutrita comitiva alla sua scoperta cui narrai la storia del luogo e alcune delle sue affascinanti vicende – visita poi raccontata in un bell’articolo del magazine “Orobie” sul numero di ottobre 2018.

[Un momento della visita dell’ottobre 2017.]
Da qualche anno, appunto, è stato messo in vendita ma senza suscitare l’interesse di nessuno, a quanto pare. D’altro canto l’edificio è molto grande e articolato, in alcune parti ancora ben conservato ma in altre – soprattutto quelle all’ombra e più esposte alle intemperie proprie di una sella montana – già deteriorate; l’eventuale ristrutturazione imporrà certamente spese ingenti e altrettante difficoltà logistiche, senza contare che non sarebbe ammissibile alcuna banalizzazione di un luogo di tale importanza storica e valore culturale. Ma è anche vero che il suo attuale stato di abbandono non farà che generare un rapido degrado della struttura: eventualità a sua volta inammissibile, dal mio punto di vista.

[Il Grande Albergo in una fotografia di inizio Novecento, successivamente colorata.]
Dunque auspico che qualcuno prima o poi – più prima che poi – si prenda a cuore l’ex Grande Albergo del Pertüs e si adoperi quanto meno per non far avanzare ulteriormente il deterioramento, pensando nel frattempo a come riportare in vita l’edificio nella maniera più consona alla sua identità storica e alla bellezza naturale del luogo in cui si trova. È un patrimonio che merita di non venir dimenticato e di essere salvaguardato quanto più possibile. E di rimanere considerato, da qualsiasi escursionista o viandante vi passi accanto.

La Rigi, una montagna dai tanti record

Il Monte Rigi – o per meglio dire la Rigi, come la chiamano gli svizzeri e la denominerò io, qui – è senza dubbio una delle montagne più celebri delle Alpi e tra le più rinomate a livello mondiale, non a caso soprannominata fin dal Cinquecento Regina Montium, la “Regina delle Montagne”. Questo non per l’altitudine, che raggiunge solo i 1798 metri alla massima sommità della Rigi-Kulm, più facilmente per la bellezza assoluta del suo paesaggio: la montagna è posta praticamente al centro della Svizzera e di quel meraviglioso accrocco lacustre composto dal Vierwaldstattersee, il Lago dei Quattro Cantoni con i suoi tanti rami, dallo Zugersee, il lago di Zug, e da altri bacini minori. Un paesaggio affascinante come pochi altri che infatti ha attratto artisti, poeti, letterati – Victor Hugo, Mark Twain, William Turner, Goethe, Tolstoj, Jean-Jacques Rousseau solo per citarne alcuni – i quali poi lo hanno decantato e così eternato nelle loro opere.

Quest’anno la Rigi celebra un anniversario storico importante e emblematico: i 150 anni dalla messa in servizio della ferrovia a cremagliera Arth-Rigi nella sua linea completa che nel 1875 raggiunse la vetta, un simbolo del genio ingegneristico svizzero e del turismo alpino moderno. Ma a ben vedere la Rigi di record ne detiene parecchi altri.

Innanzi tutto la ferrovia Arth-Rigi, che quest’anno compie 150 anni, non fu la prima in assoluto sulla montagna: fu preceduta dalla Vitznau-Rigi, che entrò in servizio nel 1871 diventando così la prima ferrovia a cremagliera d’Europa. Inoltre i bagni termali di Rigi Kaltbad, a quasi 1500 metri di quota sul versante occidentale della montagna, vennero aperti nel 1574 e furono probabilmente le prime terme di concezione moderna in quota sulle Alpi. D’altro canto ciò dimostra che la Rigi già secoli fa veniva considerata una meta per lo svago, così nel 1816 lassù venne aperta la prima locanda turistica della Svizzera e tra le prime delle Alpi. Anzi, si potrebbe persino affermare che sulla Rigi si siano manifestati i primi casi di overtourism: già nel 1819 più di mille persone al giorno raggiungevano la vetta per godere della visione del suo strepitoso panorama, nel 1848 furono oltre 50mila le presenze annue, nel 1880 le sue ferrovie trasportarono quasi 140mila passeggeri che nel 1910 divennero più di 180mila.

[Souvenir della Rigi (1870 circa) con gli hotel presenti all’epoca nelle località di Rigi Scheidegg, Rigi Kaltbad, Rigi Staffel, Klösterli e Kulm.]
Proprio in forza di tale ingente afflusso di turisti, solo qualche anno prima la Rigi aveva registrato un altro doppio record: nel 1848 al posto della locanda originaria venne costruito l’Hotel Rigi Kulm, primo vero albergo in quota delle Alpi, con ben 130 posti letto che in poco tempo divennero 200, quindi, nel 1875 sulla stessa vetta venne aperto il Grand Hotel Schreiber, primo albergo di lusso costruito in altura sulle Alpi (già all’epoca dotato di ristoranti, biblioteca, sala da biliardo, musica dal vivo, illuminazione e acqua corrente) che, oltre agli artisti sopra citati, ospitò regnanti, nobili e aristocratici vari, industriali e altri personaggi di spicco dell’epoca. Tutti che salivano per godere del paesaggio eccezionale e del citato strabiliante panorama, tra i più vasti dell’Europa, magari assistendo al sorgere del Sole da dietro le Alpi come riferì Mark Twain in un suo celebre racconto. Come accade ancora oggi ma senza l’uso di mezzi a motore, dei quali vige il divieto di circolazione sull’intera montagna: anche questo in effetti è un significato “primato” della Rigi.

Insomma, la Rigi se l’è ben meritato, il titolo di “Regina delle Montagne”, e tutt’oggi continua a giustificarlo con la sua grande bellezza, goduta annualmente da oltre un milione di turisti. Magari quest’estate qualcuno di voi, durante le proprie vacanze, la visiterà e vi salirà in vetta: nel caso sarà un piacere ascoltare le impressioni e le suggestioni di chi vivrà tale esperienza, molto “svizzera” eppure da sempre profondamente cosmopolita.

N.B.: tutte le foto che vedete sono tratte dalla pagina facebook.com/RigiOfficial, corrispettiva del sito www.rigi.ch.