Se questo è un editore…

E io, che sono il solito ingenuotto, quando vedo ‘ste cose penso sempre che sia un fake, dacché così di primo acchito mi sembra fin troppo grossa che una delle più “prestigiose” case editrici italiane metta sugli scaffali libri fondamentali, in senso letterario tanto quanto in senso storico-culturale, che se ne compri almeno due ricevi in regalo un telo mare.

Un telo mare, già.

Invece no, tutto vero. L’Einaudi targata Mondazzoli lo ha fatto, conseguendo così un nuovo e “prestigioso” (aggettivo con la stessa accezione del precedente, ovvio) record nell’affollata competizione a chi raschia di più e “meglio” il fondo del barile dell’editoria nostrana. Anche se – ci tiene a precisarlo, l’Einaudi – è “Un telo mare, del valore di 18 euro”: cioè, ha più valore di un singolo libro, eh! Mica roba da poco!

Beh, vista la stagione e le imminenti vacanze, non ci si può che “rallegrare”: ormai è chiaro che dalle nostre parti “Con la cultura non si mangia” (cit.), ma almeno si può prendere la tintarella. Attività che, a quanto rivelano le statistiche sullo stato della lettura nel nostro paese, è ben più gradita da tanti rispetto alla lettura di un capolavoro della letteratura.

P.S.: ma poi voi credete che “promozioni” del genere contribuiscano a vendere più libri e a creare più lettori? Io no. Anzi, credo che ottengano l’effetto opposto.

INTERVALLO – Vicolungo (Novara), The Style Outlet Book Sharing

Sia chiaro: non sono certo un frequentatore di (non) luoghi del genere – anzi! – ma di contro non posso non apprezzare la notizia che anche nei The Style Outlets di Vicolungo (Novara) e di Castelguelfo (Bologna) sono state e saranno installate “casette” per il book sharing. Nell’outlet piemontese la casetta è presente già dal 27 maggio scorso – d’altro canto Vicolungo era tra gli sponsor dell’ultimo Salone del Libro di Torino, dunque gli toccava giustificare in qualche modo tale partnership altrimenti così “inopinata” – mentre a Castelguelfo la casetta verrà installata a settembre.
E chissà che così qualche shophaholic rinsavisca e diventi bookaholic: di sicuro mente e portafoglio se ne gioverebbero – con buona pace degli shop lì presenti: ma, in tutta franchezza, continuo a preferire un libro firmato (da un buon scrittore) che un abito altrettanto tale!

Cliccate sull’immagine oppure qui per saperne di più.

Leo Tuor, “Caccia allo stambecco con Wittgenstein”

La montagna è naturalmente un luogo carico di suggestioni filosofiche, in certi casi molto “alte” e a contatto con il trascendente e lo spirituale, in altri casi più pragmatiche e pratiche, correlate alla rudezza del territorio e alla difficoltà del viverci. A tal proposito, è interessante notare come quella peculiarità orografica che eleva i monti e li spinge verso l’alto, a contatto con il cielo e a debita distanza dalla “piattezza” e dalla monotonia morfologica del mondo di sotto, di contro crea un inopinato livellamento biologico (nonché morale, mi viene da dire) tra le creature che vivono su di essi. Voglio dire: sulle montagne anche il supertecnologico uomo contemporaneo deve ancora sottomettersi alla ruvidità del territorio, all’inclemenza del clima, alla mancanza della comodità geografica che invece la pianura offre, e tale condizione la subisce lui esattamente come la subiscono tutte le alte creature viventi che risiedono in quota. Una ormai rara par condicio, insomma. Anzi, non è raro che l’uomo del Terzo Millennio ne esca bell’e sconfitto: ad esempio, la sua mobilità su certi scoscesi pendii rocciosi non raggiungerà mai l’agilità di camosci e stambecchi, che per di più il freddo lo sopportano molto meglio degli umani… e così via.
Ecco, a proposito di animali: non si può dire di conoscere veramente la montagna – quella vera e pura, non quella addomesticata dal turismo di massa – se non si va a caccia di stambecchi. Lo sostiene Leo Tuor, montanaro (grigionese) purosangue, esperto cacciatore, produttore di formaggi e autore di Caccia allo stambecco con Wittgenstein (Edizioni Casagrande, Bellinzona (CH), 2014, traduzione di Roberta Gado; orig. Catscha sil capricorn en Cavrein, 2010) in qualità di rinomato scrittore di lingua romancia. Perché pure la caccia allo stambecco, praticata in alta quota tra alte vette, ghiacciai, seracchi, inquietanti pareti rocciose e allucinanti pietraie, ha in sé un che di filosofico, o quanto meno di metaforico nei confronti della vita di montagna e del legame che relaziona l’uomo a questi territori (continua…)

(Leggete la recensione completa di Caccia allo stambecco con Witttgenstein cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

Le vere capanne di montagna (Leo Tuor dixit)

Ci sono capanne malconce, abitate ormai solo da pastori d’alpeggio. I pastori cambiano tutti gli anni, e i nuovi ereditano il lerciume dei vecchi, e i contadini ci aggiungono tutta la robaccia che non vogliono più tenersi in casa: moquette pidocchiosa e stoviglie vecchie come il cucù. Spremiagrumi, due tre porta filtri da caffè (ancora quelli di porcellana con scritto sopra Melitta), le prime Duromatic uscite sul mercato e passaverdura con metà dei pezzi riempiono gli scaffali fra pile di piatti e, nel cassetto sopra la credenza che si apre a fatica, una macedonia di posate che basterebbe per un gregge di capre. Le vere capanne d’alpeggio non ce la fanno veramente più. Poi ci sono le baite risistemate solo il tanto che basta, capanne pratiche, di gente che dà l’anima alla montagna e prende alla montagna rocce, radici, camosci. E poi ci sono le casette con la staccionata tutt’intorno e la bandiera al vento, con le gelosie colorate e le tendine a quadretti e alphorn e jodel, chincaglierie kitsch di gente da mezza montagna, specialista in materia. Dico sempre che baite così possono anche andare, nei boschi più a valle, nelle radure, nel privato, in fondo siamo svizzeri liberi e uno nella sua radura può farci quello che vuole, agli altri non resta che sorbirselo con il cuore in pace. Ma in alta quota, sui pubblichi bricchi, in quel mondo radicale, il kitsch non è tollerabile. E invece troviamo baite in stile lassù-sulla-montagna anche oltre il limite dei boschi. Da voltastomaco.

(Leo Tuor, Caccia allo stambecco con Wittgenstein, Edizioni Casagrande, Bellinzona (CH), 2014, traduzione di Roberta Gado, pagg.40-41.)

Un breve ma intenso trattatello di architettura d’alta quota (e non solo) firmato Leo Tuor, uno dei più importanti scrittori elvetici di lingua romancia. A breve ne leggerete di più, qui nel blog, su di lui e sul romanzo dal quale il brano è tratto.

Sabato 10 giugno 2017: Libreria CULTORA, Milano!

Ho la fortuna di poter vantare una minimissima parte nel progetto di Cultora fin dalla sua nascita, grazie all’amicizia con Francesco Giubilei, deus ex machina del progetto, della casa editrice Historica e di qualche migliaio di altre cose. Dunque l’ho visto crescere, acquisire notorietà e prestigio, continuare lungo la strada della produzione e della comunicazione culturale di qualità intrapresa fin dall’inizio, legata in primis al mondo dei libri ma non solo a quelli. Ho poi visto la prima Libreria Cultora, quella di Roma, e apprezzato subitamente l’obiettivo (totalmente consono al progetto “padre”) di proporre ai propri frequentatori solo editoria indipendente di alto livello senza libroidi “industriali”: un luogo a sua volta ormai di riconosciuta fama e reputazione.

Ora vedo e vivo – vivrò – anche la Libreria Cultora di Milano, che inaugura domani, sabato 10 giugno alle ore 17.00, i propri spazi in Via Alfonso Lamarmora n.24. Il “format” è lo stesso del punto vendita di Roma: solo editoria indipendente di alta qualità, spazio eventi, un’atmosfera che combina la più confortevole tranquillità al fascino dei libri e all’intenso sentore di letteratura: un mix che non può non generare che belle e intriganti letture. Il tutto sotto l’egida di Cultora, il portale italiano di informazione culturale che continua a procedere spedito lungo quella propria strada intrapresa con grande forza, ammirevole costanza e un’idea tanto ineluttabile quanto ben chiara: rimettere la cultura al centro di tutto. Perché è pure questa una strada, anzi: è l’unica strada affinché una società civile possa evolvere e progredire nel modo più virtuoso ed efficace possibile.