Chi si farebbe operare da un architetto?

Il filosofo e sociologo Slavoj Žižek con la maglietta che reca il motto di Bartleby, lo scrivano di Melville. Foto tratta da “Artribune”, dall’articolo citato e linkato nel post.

[…] Chi si farebbe operare da un architetto? Chi si farebbe costruire la casa da un biologo? Chi si farebbe difendere in tribunale da un dentista? Perché invece presidenti e amministratori di imprese culturali (teatri, musei, festival, fondazioni) possono essere persone che non sanno nulla di finanza, controllo di gestione, contabilità, contrattualistica, risorse umane? Perché avvocati, medici, architetti non ci si improvvisa, mentre amministratori sì? Perché gestire decine e decine di milioni e centinaia di persone può essere per autodidatti e operare un essere umano, affrontare una causa in tribunale o progettare un ponte no?
[…]
Allora nella politica di oggi non ripongo speranze, ahimè; nel senso di responsabilità delle persone, invece, sì. Il più delle volte sono persone di pregio e con meriti sociali e creativi importanti. Appello: per favore, mettete da parte l’ego, la voglia di poltrona o di medaglie. E imparate a dire: “Grazie ma, no, non è il mio mestiere”.

(Fabio Severino su “Artribune” #50, in un editoriale intitolato I would prefer not to – sì, è la celebre affermazione di Bartleby, lo scrivano di Melville – nel quale riflette sagacemente su competenze (non) richieste e improvvisazione in politica, una realtà molto italiana per la quale – per dirla in modo suggestivo – gente che non sa fare, fa cose che dovrebbero fare altri a cui tocca invece fare tutt’altro. Leggete l’illuminante articolo nella sua interezza qui o cliccando sull’immagine in testa al post.)

L’agonia dello sci, sulle Alpi italiane

Anche The Guardian, d’altro canto uno dei più prestigiosi quotidiani del mondo, si accorge e si occupa della lenta ma inesorabile agonia dell’industria dello sci sulle Alpi Italiane, in forza dei cambiamenti climatici in atto tanto quanto di gestioni economiche delle stazioni sciistiche sovente scellerate anche perché legate a schemi, strategie e convinzioni di un’epoca ormai passata – quanto meno perché allora nevicava con regolarità.

Eppure, gli unici che ancora pare non si rendano conto della realtà dei fatti e della loro stessa sorte segnata sono proprio molti di quei gestori delle stazioni sciistiche. Salvo rarissimi casi, alla guida di società che economicamente sono entità morte che camminano solo perché sostenute dai puntelli del finanziamento pubblico, e che rischiano di portare alla morte pure l’intero territorio in cui operano con il suo patrimonio ambientale, sociale e culturale dacché incapaci di ammettere quella realtà dei fatti e di ripensare il proprio operato ovvero di provare a guardare un poco di più verso il futuro, piuttosto di rimanere ancorati ad un presente che scivola via dal passato per restare incastrato dentro cumuli di neve artificiale – che quei gestori dissennati ancora credono sia una soluzione ai loro mali e che invece finirà per seppellirli definitivamente, basti constatare il costo di produzione annua citato dal The Guardian. Come fare buchi nello scafo di una nave che sta già affondando, in pratica.

Cambierà qualcosa, visto che la situazione climatica non cambierà affatto e tanto meno quella economica? A sentire i discorsi che personalmente odo da qualche mese a questa parte, ovvero da quando l’Italia, con Milano e Cortina, si è aggiudicata le Olimpiadi Invernali del 2026 con relativi giri di denaro, temo che cambierà qualcosa ma ancora in peggio.

D’altro canto, come dico spesso, è da sempre l’uomo ad avere bisogno della montagna, non viceversa. E se l’uomo è talmente dissennato da continuare a scavarsi la fossa sotto i propri piedi nonostante gli ammonimenti, quando ci cadrà dentro e non saprà più uscirci la eco dei suoi lamenti i monti la faranno tornare a lui stesso, non ad altri.

Cliccate sull’immagine per leggere l’articolo del The Guardian – in inglese, ovviamente, ma di elementare comprensione e corredato di immagini fotografiche emblematiche.

La maturità degli immaturi

(Immagine tratta da https://www.fumettologica.it/, cliccateci sopra per leggere l’articolo da cui è tratta.)

E così, a quanto si dice, cambierà ancora l’esame di maturità.

Be’, mettiamola così: due anni fa il campionato di calcio l’ha vinto la squadra A, con partite della durata di 90 minuti, porte larghe 7,32 metri e undici giocatori per squadra in campo. L’anno scorso il campionato l’ha vinto la squadra B ma le partire duravano 70 minuti, le porte erano larghe 4 metri e di giocatori in campo ce n’erano 14 per squadra. Quest’anno, a campionato iniziato e con la squadra C in testa alla classifica, si cambiano le regole: partite da tre ore, porte larghe 15 metri e 24 giocatori per campo. Ma poi si comprenderà che così non va bene, che sono regole che abbisognano di «una correzione di rotta», che bisogna ascoltare i consigli degli esperti: dunque, partite da 90 minuti ma in tre tempi, 9 giocatori per squadra, quattro porte al posto di due. E sostituzioni illimitate.

Che ne direste della serietà e della credibilità oltre che della effettiva validità agonistica di un gioco così gestito dai suoi dirigenti?

Ecco.

La scuola italiana è ridotta così ormai da tempo. Un sistema che funzionerebbe tutto sommato bene, considerando le ristrettezze economiche e strutturali alle quali si deve adeguare, ma i cui funzionari più alti fanno di tutto da lustri per rovinarne qualsiasi buona reputazione. Fin da uno dei suoi elementi più importanti ed emblematici, la prova di maturità, messa in mano ad amministratori ministeriali e pubblici palesemente immaturi.

Uno degli elementi che nelle società moderne e contemporanee segnala il livello del loro progresso culturale, politico e sociale è la cura che viene messa nella gestione del sistema scolastico – elemento peraltro ineluttabile alla costruzione di un buon futuro per la società stessa. Bene, non serve aggiungere altro.

Ma tranquilli, non è ancora finita. C’è da scommettere che le regole cambieranno ancora. Già.

I sentieri, la Svizzera, la Lombardia

(Image credit: https://pixabay.com/it/users/pexels-2286921/)

Occupandomi di progetti culturali per i territori di montagna, sovente mi trovo a trattare pure il tema delle rete sentieristica (ovviamente oltre al fatto di percorrerla di frequente nei miei vagabondaggi montani) e il suo grande valore culturale e antropologico, che fa dei sentieri un elemento al quale assicurare una fondamentale salvaguardia per quei territori.
Posto ciò, il tema dei sentieri lo devo considerare anche dal punto di vista politico/amministrativo, gioco forza, e un recente articolo di “Swissinfo.ch” mi ha reso evidente quanta differenza vi sia nella considerazione politica della rete sentieristica, tra la Svizzera e l’Italia, rappresentata in modo emblematico da una delle regioni più ricche e avanzate (dunque, si può presupporre, pure più munifiche al riguardo), la Lombardia.
Vi propongo un ragionamento un po’ tecnico e forse poco attraente ai non appassionati di montagne ed escursioni che per ciò schematizzo, al fine di renderlo il più chiaro possibile, con i link alle varie fonti di riferimento dei dati indicati.

Dunque, in Lombardia nel 2017 sono stati istituiti la Rete escursionistica della Lombardia (REL) e il Catasto dei sentieri, al fine di classificare la rete di sentieri del territorio regionale, la cui estensione è di 13.000 km circa sui 24.000 kmq circa di territorio: molto banalmente, ogni km quadrato di superficie lombarda (che però ha un’ampia parte di pianura, bisogna considerarlo) ha 542 metri di sentiero.

In Svizzera, il cui territorio è di circa 42.000 kmq, la valenza dei sentieri quale rete viaria è sancita fin dalla Costituzione Federale, all’articolo 88; la rete dei sentieri segnalati è estesa per circa 65.000 km: sono 1,5 km di sentieri per km quadrato di territorio, pressoché totalmente alpino o prealpino.

La Lombardia, per la manutenzione dei suoi 13.000 km di sentieri e in occasione dell’istituzione della REL e del Catasto dei sentieri, ha stanziato dei fondi: 4 milioni di Euro per tre anni, ovvero 1,3 milioni circa all’anno; altre fonti citano invece 2 milioni di Euro per il biennio 2017/2018, pari a 1 milione all’anno.

In Svizzera, il Governo Federale e i Cantoni investono circa 50 milioni di franchi all’anno, pari al cambio attuale a circa 45,5 milioni di Euro, per la manutenzione dei 65.000 km di sentieri, il che equivale a un investimento di 700 Euro/km all’anno.
In Lombardia, stando alle cifre suddette, l’investimento è pari a 100 Euro/km all’anno, nell’ipotesi più “larga”, e a poco meno di 77 Euro/km all’anno in quella più “stretta”. Ovvero, da 7 a quasi 10 volte meno che in Svizzera.

Ora: voi direte che sì, ok, ma la Svizzera è ricchissima, la Lombardia non lo è così tanto, però è pure la regione più “benestante” d’Italia e quindi l’unica – ad eccezione delle regioni autonome – che possa essere paragonata pur empiricamente alla Confederazione. Inoltre, non conosco quanto le altre regioni italiane spendano per i propri sentieri ma, da lombardo e per i motivi sopra detti, ho ipotizzato il paragone di cui avete appena letto.
Capirete che la differenza è abissale, a fronte della necessità di interventi del tutto similari – voglio dire: un sentiero è tale in Lombardia e in Svizzera, non è che là siano lastricati d’oro e qui no! Di contro, sia chiaro, meglio 100 o 77 Euro che nulla, ci mancherebbe, tuttavia – ribadisco – la differenza è così ampia da non poter non risultare significativa e fonte di conseguenti riflessioni, che mi auguro vengano elaborate, nell’ambito della montagna italiana.

Il muro tra il Messico e il Colorado

Quando non c’è, o viene a mancare, un’autentica e attiva relazione tra l’uomo e il territorio in cui vive o che deve gestire, inevitabilmente si guasteranno il territorio stesso, la sua identità culturale, la vita in esso e, dunque, l’uomo stesso che lo vive e abita. È un principio tanto semplice quanto fondamentale, questo, la cui inosservanza (spesso funzionale a meri e biechi tornaconti materiali) diviene la causa per molti dei problemi che i territori presentano, materiali e immateriali: il degrado di certe aree urbane, la proliferazione dei nonluoghi, la cementificazione selvaggia, i dissesti idrogeologici, la cattiva gestione delle risorse eccetera, così come la conoscenza pratica dei luoghi stessi, la loro geografia, la capacità di elaborare e comprenderne i paesaggi, il dialogo con il Genius Loci – senza contare poi gli stati di spaesamento, dissonanza e alienazione che tutto ciò finisce per provocare in molte delle persone che lo subiscono. Senza quella relazione (che nello specifico è di matrice antropologica ma, in senso generale, è direttamente attinente alla cultura storica dei luoghi ed ei territori in questione), e senza la sua proficua “coltivazione” culturale, si può anche costruire il luogo più bello del mondo ma, rapidamente, finirà in degrado e poi in rovina. Ciò vale per qualsiasi territorio e per chiunque lo viva, sia esso un abitante permanente, un visitatore temporaneo, un tecnico, un amministratore pubblico – personalmente lo constato quasi sempre, quando mi occupo di pratiche culturali per i territori di montagna, ambiti particolarmente esposti e fragili in tal senso ma, ribadisco, non c’è area antropizzata che ne sia esente.
Ecco.

Tutto ciò per dire che, ahinoi, nel nostro fake world contemporaneo sempre più simile a una distopia – termine che non a caso deriva dal greco antico “δυς-” (dys), “cattivo” ma che funziona anche come prefisso di negazione, e “τόπος” (topos), “luogo”, quindi cattivo luogo o non luogo – la situazione sopra illustrata ha raggiunto un livello di gravità tale da permettere che il territorio corrispondente alla più grande potenza del pianeta elegga a proprio presidente un tizio che dimostra quasi quotidianamente di non conoscere quel territorio che deve amministrare, ovvero che è privo della relazione di cui sopra ho detto, la decadenza di entrambi – territorio e potere che lo governa – è pressoché inevitabile.
E infatti è già in corso, come si può ben constatare.

No: come dovrebbero sapere tutti gli americani che abbiano fatto almeno qualche giorno di scuola (e che votano alle elezioni, tanto più), il Colorado non confina con il Messico.

Cliccate sull’immagine in testa al post per vedere il video relativo (in inglese, ma ben comprensibile nel senso anche da chi non conosca la lingua.)