Contro Chiara Ferragni (o no?)

No, mi spiace, ma a me questa cosa di Chiara Ferragni che gira l’Italia qui e là per luoghi d’arte e di gran pregio culturale non mi sta bene. Leggo da diverse parti (qui, ad esempio) di quanto abbia fatto bene la sua presenza agli Uffizi (gli ingressi degli under 25 sono aumentati di quasi il 30% di colpo) o degli effetti turistici dei suoi selfie nelle chiese e nei luoghi culturali del Salento (vedi lì sopra), ovvero di come la cultura, che nel (una volta) “Bel Paese” è assai poco considerata – e sostanzialmente denigrata dalla politica – possa e debba aver bisogno di infleuncer come lei e dei millemila like ai suoi post sui social, probabilmente messi da molti che (mi permetto la cattiveria, che tuttavia non credo così campata per aria) degli Uffizi quasi nemmeno sapevano l’esistenza…

Ecco, no, non mi sta bene, già. Insomma, perché Chiara Ferragni non viene anche a Colle di Sogno, uno dei più borghi della montagna lombarda? È un luogo meraviglioso in un paesaggio prealpino a dir poco leggiadro, con angoli assai caratteristici nei quali i selfie verrebbero benissimo e c’è pure una locanda in cui si mangia divinamente. Non a caso con Alpes ne abbiamo fatto la sede di un progetto a suo modo innovativo, Colle di Sogno, Un luogo dove re-stare, con il quale puntiamo a conseguire una rivalorizzazione e una rinascita del borgo e del suo territorio utilizzando come impulso principale e fondamentale l’apertura, l’inclusione e l’esperienza di resilienza degli abitanti, forti attrattori culturali di ulteriori esperienze analoghe nonché elementi ideali alla produzione di nuova cultura. In pratica, un progetto che vuole rivitalizzare per rivitalizzarsi: per fare di Colle di Sogno un luogo oltre modo vivo, forte della sua storia, determinato nel presente e capace di costruirsi un buon futuro.

Che diamine: c’è un posto così a un’ora d’auto da Milano e una persona indubbiamente assai intelligente e capace come Chiara Ferragni non ci viene a fare nemmeno un selfie? Eh no, non va bene, è uno scandalo, una cosa inaccettabile, ecco. Uffa!

P.S.: Chiara, comunque sappia che i pizzoccheri che fa il Luigi alla Locanda di Colle di Sogno sono imbattibili. Garantito!

Fissare lo spazio per non far sfuggire il tempo

[Immagine tratta da https://www.tellerk.com/it/portfolio/drawings/%5D

Disegno essenzialmente tutto quello che vedo. Anzi, è più corretto dire che vedo disegnando, perché se guardo un luogo disegnandolo, quel luogo rimane tuo. Diventa un pezzo del tuo vocabolario, del tuo alfabeto, che puoi anche riutilizzare in seguito. In qualunque momento ci ripensi se lì in un attimo, è un’appropriazione della realtà ed è anche un modo per non far sfuggire il tempo.

(Daniele Tabellini/TellerK, da “Artribunenr.53, gennaio-febbraio 2020.)

Quello che scrive Daniele Tabellini, del duo artistico TellerK, è esattamente il principio in base al quale anch’io scrivo di luoghi – e territori, e paesaggi, e loro attraversamenti, eccetera. Quello per il quale il luogo, così rappresentato con le parole o i disegni o quant’altro – il media non conta, in fondo – entra a far parte del proprio alfabeto, diventa codice riconoscibile, riconosciuto e per questo “utilizzabile” come lingua geografico-culturale e come elemento di identificazione del mondo e nel mondo. Quando io dico che «i viaggiatori sono il viaggio» in fondo esprimo lo stesso concetto, cioè la stessa appropriazione del moto personale nello spazio e nel tempo, così che il viaggio non è qualcosa lungo la cui rotta ci si “addentra”, ci si muove e si percorre  ma, viceversa, è il viaggio che disegna la sua rotta dentro il viaggiatore, rispecchiando nel suo intimo i luoghi, le percezioni e i Genius Loci verso i quali all’esterno lo condurrà.

E a ben vedere, anche, Tabellini suggerisce un altro ottimo sistema di appropriazione del viaggio e dei luoghi, tramite il disegno: il quale, in modo più evidente rispetto alla scrittura, non conta sia bello o meno, ben fatto o dozzinale, artistico oppure no, non conta la forma ma la sostanza, l’alfabeto che rivela, il vocabolario di cui si compone e, dunque, il messaggio che alla fine conserva nei suoi tratti, esattamente come accade in maniera più definita e non meno rappresentativa con lo scrivere, fissando lo spazio e insieme il tempo per non farli sfuggire ma per portarceli sempre appresso.

Se la cultura deve far solo “divertire”

[Foto di Alexas_Fotos da Pixabay]

Come in occasione della scomparsa di Germano Celant, anche l’infelice frase che il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha pronunciato la sera del 13 maggio scorso durante la presentazione del Decreto Rilancio ha suscitato scalpore e indignazione nel mondo dell’arte. “La cultura, non dimentichiamo questo settore, abbiamo un occhio di attenzione per i nostri artisti che ci fanno tanto divertire e appassionare…”: queste le ‒ ormai famigerate – espressioni incriminate.
Ma, esattamente come nel caso precedente – il peso quasi nullo sui media nazionali della scomparsa del più famoso critico e curatore italiano – anche questo nuovo episodio non avrebbe forse dovuto scatenare una reazione del genere. […] Invece che scaldarci e scandalizzarci, avremmo dovuto piuttosto ringraziare Giuseppe Conte perché, con una semplice frase ci ha illustrato la concezione che governo e classe dirigente hanno – e non da oggi – di arte e cultura.
Qualcosa cioè che rassicura, che facilita l’evasione, che intrattiene; che non pone problemi, che smussa le contraddizioni e i conflitti – invece che farli emergere e deflagrare. Certamente non un disturbo, o una critica. Qualcosa che, appunto, con simpatia e positività, “diverte e appassiona”. In effetti, è un ritratto fedelissimo di ciò che, da anni e decenni, è considerata la produzione artistica e culturale in Italia. […]

Christian Caliandro, sempre interessante e illuminante, qui in un brano del suo articolo L’arte rotta (XVIII). La fatica del cambiamento su “Artribune” lo scorso 18 maggio; cliccate sull’immagine in testa al post per leggere il testo nella sua interezza.
Dunque… quanto tempo è passato dalla volta che quel tizio disse «con la cultura non si mangia»? Una decina, circa. Ecco, siamo sempre lì, fermi sul quel principio di ribrezzo verso la cultura, perché in ItaGlia le tradizioni vanno sempre salvaguardate, no? Cambiano i governi, cambiano gli schieramenti, gli uomini, le idee e le ideologie (all’apparenza) ma, appunto, certi princìpi fondamentali restano ben saldi. E guai a toccarli, sia chiaro: mica che il paese rischi di non far più ridere e divertire le altre nazioni come accade ormai da parecchi lustri, eh!

Christo

[Foto di Oscar Wagenmans, Opera propria, CC BY-SA 4.0: fonte dell’immagine, qui.]

Lei ha spesso affermato che la sua arte è inutile, non c’è un messaggio politico all’interno, qual è allora il senso di queste enormi installazioni?
Arte per me significa creare opere vive che sono lì per essere partecipate dal pubblico. I nostri sono lavori di gioia e bellezza, per noi che li costruiamo e per le persone che li vivono.

(Christo Yavachev, da un’intervista su “Elle Decor” del febbraio 2018. Nell’immagine, Wrapped Reichstag, Berlin, 1971-95, a mio modo di vedere una delle opere in assoluto più potenti e emblematiche di Christo e Jeanne-Claude: un simbolo così evidente e imponente del potere politico, peraltro di uno dei paesi più importanti al mondo, impacchettato e nascosto in modo da renderlo indefinito, per certi aspetti misterioso ed evanescente, facendogli così acquisire un valore e un’attenzione pubblica totalmente differenti da quelle istituzionali normalmente riconosciute ma, pure, bloccando dentro il pacco questo suo valore ordinario – ovviamente soprattutto politico, appunto – annullandone almeno simbolicamente la forza e l’influenza. Nonostante quelle sue parole sornione, tipiche dell’animo sottile e sagace di un autentico grande artista.)

Ri-vedere, ri-sentire, ri-leggere

[…] Quanto tempo dedichiamo a riflettere su ciò che stiamo guardando? Ne abbiamo poco, è vero, qualcuno direbbe che ne avremo sempre meno: piuttosto che insistere sulla concentrazione, cediamo volentieri allo scroll e passiamo oltre. Se è vero che viviamo nella cosiddetta “civiltà delle immagini”, è altrettanto vero che alle immagini spesso riserviamo sguardi sbadati, occhiate veloci. E non lo facciamo solo con quelle che riteniamo banali o poco interessanti: usiamo lo stesso approccio anche con quelle “in cornice”.
Quale terapia, allora? Non possiamo offrire soluzioni definitive, di certo una delle strade da percorrere sarebbe quella di “tornare a vedere”, in senso letterale si intende, cioè di ri-vedere. Antonio Martino, in uno degli scritti raccolti da Pendragon in Disegno dal vero, avanzava una simile proposta per la lettura, anzi per il ri-leggere. “Si rilegge perché siamo stanchi dell’editoria delle classifiche e di un abbassamento della qualità. Questa è una buona ragione. […] Ma la ragione che sento più vicina mi dice che si rilegge perché guardiamo noi stessi, con il distacco e la saggezza necessaria che il tempo ha scolpito in noi, scoprendo il nuovo che siamo oggi. Leggiamo ora nello stesso libro, quello che eravamo”. Se in questa proposta sostituissimo la parola libro con immagine, troveremmo sicuramente alcuni consigli utili sulle ragioni di un necessario ritorno alla visione, di una re-visione. […]

È un brano tratto da un ottimo editoriale di Claudio Musso, intitolato Educazione al margine, tratto da “Artribune#52 (cliccate sull’immagine in testa al post per leggerlo interamente), nel quale l’autore riflette sulla necessità di ri-attivare la nostra capacità più sensibile e consapevole di visione delle cose del mondo, che dovrebbe a suo modo ricordare l’abitudine di tornare a rileggere un capoverso o un passaggio d’un libro per poterlo capire al meglio. Vedere e rivedere, appunto, per cogliere e capire ciò che osserviamo.

Nel principio sono osservazioni che si ricollegano a quelle da me proposte solo qualche giorno fa, in questo articolo dedicato all’inopinato silenzio, o quasi, generato dalla sospensione delle attività per l’emergenza coronavirus. Ecco: provare a risintonizzare i nostri sensi, a “pulire” la ricezione dalle frequenze inutili e fastidiose per poter recepire meglio ciò che è veramente importante e utile. Un’altra cosa che ci può impegnare proficuamente, forse, in questo gravoso periodo emergenziale.

(Nella foto: Maurits Cornelis Escher al lavoro. Immagine tratta dall’articolo di “Artribune”.)