Philippe Daverio

[Foto di br1 (Bruno Cordioli) da https://www.flickr.com, CC BY-SA 4.0; la fonte da cui l’ho tratta è qui.]

La vita è come un quadro, pieno di pennellate che vanno nel verso giusto, ma ce n’è sempre una che, nonostante l’attenzione del pittore, esce dai confini, macchia il pavimento: ecco, quella è la morte, ineluttabile, fatale, uno strascico blu nell’infinito magniloquente e fantasmagorico, un’esplosione oltre la cornice che tutti vivremo (o moriremo), polvere barbaramente bistrattata quantunque paventasse un volo pindarico.

(Dalla puntata Palermo o l’Europa di una volta del programma televisivo Passepartout del 29 settembre 2013.)

Più che uno “stimato critico d’arte”, come ordinariamente lo si riteneva, è stato un ottimo divulgatore, Philippe Daverio, avendo capito che dell’arte non solo bisognava disquisire (anche) con parole semplici ma, ancor più, che c’era da rendere chiaro e far capire quanto fosse e sia lo strumento migliore (in assoluto, forse) che l’uomo ha a disposizione per capire se stesso, il suo mondo e la vita che vive in esso, tanto nel senso più aulico e filosofico quanto in quello più quotidiano e popolaresco di ciò, ovvero parlando al cultore della materia e al contempo alla classica “casalinga di Voghera”. Tutto questo per il bene (o il tornaconto, se preferite) dell’arte stessa, in primis, e trovando il modo di farlo, con abilità più o meno “politica” ma di sicuro ammirevole, sui media più nazional-popolari.

Credo che tanti, me compreso, debbano molto della personale passione per l’arte alle sue trasmissioni televisive – quando ancora la TV proponeva qualcosa di salvabile e interessante: semplici, immediate, “scolastiche” e per questo comprensibili e sovente illuminanti, ottimi e facili input all’approfondimento delle materie artistiche e dei loro protagonisti. D’altronde anche la più ampia e strutturata erudizione, in ogni campo, nasce da elementari e primarie (ancorché sagaci) nozioni, e di una cosa del genere a Daverio tutti quanto dobbiamo e dovremo essere sempre alquanto riconoscenti.

RIP. ∞

P.S.: cliccate sull’immagine in testa al post per saperne di più su Philippe Daverio.

Non capire l’arte

Capita spesso di sentir dire di qualcuno che non comprende l’arte contemporanea, ma ama quella del passato; tutto questo nasce da un equivoco fondamentale nei confronti dell’arte stessa e si può essere sicuri che le persone che cosi parlano non capiscono nulla né dell’arte del passato né di quella contemporanea.

(Piero Manzoni, La ricerca dell’immagine, 1957 circa, in Scritti sull’arte, SE/Abscondita Edizioni, 2013, pag.59.)

Beirut

[Immagine tratta da questo video sul canale YouTube di The Guardian.]
Guardando con inopinato sgomento le immagini di quanto accaduto a Beirut, dell’immane esplosione, della città per buona parte devastata, dei suoi abitanti che vagano tra le macerie sbigottiti, confusi, feriti, mi tornano alla mente – e come a me a tanti altri, suppongo – le celeberrime immagini della città libanese scattate dal grande fotografo milanese Gabriele Basilico, che la ritrasse nel 1991 appena dopo la fine della guerra civile che sconvolse il paese mediorientale e ridusse una delle più splendide città di quella parte di mondo, la “Parigi del Medio Oriente” come venne definita negli anni Sessanta dello scorso secolo, in un paesaggio devastato e spettrale, apparentemente privo di vita – proprio come lo volle ritrarre Basilico nei suoi scatti privi di presenze umane.

[Gabriele Basilico, Beirut 1991. Immagine tratta da http://www.mufoco.org/omaggio-a-gabriele-basilico/]
L’analogia tra le immagini di trent’anni fa e quelle odierne è evidente e spaventosa, anche per come rimarchi la costante sorte nefasta che sembra infierire su Beirut e sui suoi abitanti, purtroppo per motivi sempre legati a colpe umane. Ma ho letto una cosa – qui – legata al lavoro che fece Basilico a Beirut e che mi pare assolutamente adatta anche alla cronaca di questi giorni:  racconta la photo editor Giovanna Calvenzi, curatrice di mostre sull’opera di Gabriele Basilico, che quando venne chiamato insieme alla scrittrice Dominique Eddé per documentare le devastazioni nel centro della città «sembrava disperato, continuava a ripetere che non era un fotografo di guerra. Poi un giorno Eddé lo ha portato in cima all’Holiday Inn e per la prima volta, da quella prospettiva, ha capito che la città era viva e che solo la sua pelle era stata profondamente martoriata».

Ecco, Beirut è una creatura urbana troppo spesso martoriata ma sempre resiliente e costantemente viva, a cui non si può che augurare di restare tale, di risollevarsi, riprendersi e continuare a coltivare il proprio inimitabile fascino, qualcosa che, nonostante tutte le tragedie subite, non è mai venuto meno e mai svanirà.

The summer is… Monet!

Poche cose come le opere d’arte dell’impressionismo riescono a trasmettere compiutamente il senso dell’estate, e pochi artisti come Claude Monet lo sanno fare con tanta potenza e suggestione. Se devo cercare qualcosa, nella mia mente, che mi ricordi l’estate, e che la rappresenti nel modo più vivido, è quasi sempre una delle opere del pittore francese che mi appare, come I papaveri (in alto a sinistra) o Passeggiata sulla scogliera a Pourville (a destra), nelle quali i colori, la luminosità, il cielo con le sue nubi bianche, il paesaggio accogliente e avvolgente, l’impressione di movimento della scena come per una leggera brezza e ogni altra cosa riproduce vividamente il momento estivo con tutte le sue peculiarità, il suo calore, la sua energia sfavillante, persino i suoi tipici suoni – il frinire delle cicale nei campi, lo sciabordio delle onde del mare, il tenue fruscio delle foglie degli alberi mossi dal vento.

Anche se, devo dire, tra le opere di Monet che più mi fanno pensare all’estate, nel senso che appena me la ritrovo davanti me la sento dentro, la stagione estiva, anche a metà gennaio, è forse Terrazza a Sainte-Adresse (qui sopra), che in verità raffigura una scena primaverile.
D’altro canto, la bellezza e la forza della grande arte è anche quella di saper valicare qualsiasi limite percettivo, di non rimanere confinata alla cognizione immediata del soggetto ritratto ma di ampliarla verso direzioni, visioni e impressioni anche lontanissime e assai differenti, ampliando così anche la stessa realtà ritratta con tutti i suoi significati nonché l’animo di chi la fruisce. Che sia su una tela oppure nel paesaggio, en plein air appunto.

Fissare lo spazio per non far sfuggire il tempo

[Immagine tratta da https://www.tellerk.com/it/portfolio/drawings/%5D

Disegno essenzialmente tutto quello che vedo. Anzi, è più corretto dire che vedo disegnando, perché se guardo un luogo disegnandolo, quel luogo rimane tuo. Diventa un pezzo del tuo vocabolario, del tuo alfabeto, che puoi anche riutilizzare in seguito. In qualunque momento ci ripensi se lì in un attimo, è un’appropriazione della realtà ed è anche un modo per non far sfuggire il tempo.

(Daniele Tabellini/TellerK, da “Artribunenr.53, gennaio-febbraio 2020.)

Quello che scrive Daniele Tabellini, del duo artistico TellerK, è esattamente il principio in base al quale anch’io scrivo di luoghi – e territori, e paesaggi, e loro attraversamenti, eccetera. Quello per il quale il luogo, così rappresentato con le parole o i disegni o quant’altro – il media non conta, in fondo – entra a far parte del proprio alfabeto, diventa codice riconoscibile, riconosciuto e per questo “utilizzabile” come lingua geografico-culturale e come elemento di identificazione del mondo e nel mondo. Quando io dico che «i viaggiatori sono il viaggio» in fondo esprimo lo stesso concetto, cioè la stessa appropriazione del moto personale nello spazio e nel tempo, così che il viaggio non è qualcosa lungo la cui rotta ci si “addentra”, ci si muove e si percorre  ma, viceversa, è il viaggio che disegna la sua rotta dentro il viaggiatore, rispecchiando nel suo intimo i luoghi, le percezioni e i Genius Loci verso i quali all’esterno lo condurrà.

E a ben vedere, anche, Tabellini suggerisce un altro ottimo sistema di appropriazione del viaggio e dei luoghi, tramite il disegno: il quale, in modo più evidente rispetto alla scrittura, non conta sia bello o meno, ben fatto o dozzinale, artistico oppure no, non conta la forma ma la sostanza, l’alfabeto che rivela, il vocabolario di cui si compone e, dunque, il messaggio che alla fine conserva nei suoi tratti, esattamente come accade in maniera più definita e non meno rappresentativa con lo scrivere, fissando lo spazio e insieme il tempo per non farli sfuggire ma per portarceli sempre appresso.