Uno strano dialetto italiano

Anche le lingue straniere affascinavano il nonno: ci giocava senza averne mai veramente imparata una. Mi ricordo che a volte, soprattutto a tavola, assumeva improvvisa mente un’espressione d’importanza e tirava fuori qualche parola inglese che aveva sentito a San Moritz, per esempio: Good morning, How do you do, How are you, As you like it. Con settanta parole francesi apprese alla scuola secondaria poteva intrattenersi con qualsiasi francese. Con i pastori e gli aiutanti bergamaschi o della Valtellina parlava uno strano dialetto italiano, che non esisteva, che inventava sul momento in modo intuitivo. A un muratore italiano che stava lavorando vicino a casa nostra ha detto con una faccia critica e indicando il cielo rabbuiato: «Aa, mi’l crec ca’l ven dal piöv». Naturalmente piovere il muratore italiano l’avrà capito e infatti non ha neanche riso, avrà creduto che quello fosse un dialetto della regione.

(Oscar Peer, Il rumore del fiume, Edizioni Casagrande, 2016, traduzione di Marcella Palmara Pult, pag.210. Cliccate sull’immagine qui sopra per leggerne la mia “recensione”.)

Il riposo alpestre del grande Genio

A margine e come affascinante integrazione al mio post di qualche giorno fa sull’Atelier Giacometti a Borgonovo di Stampa, in Val Bregaglia, lungo la trafficata strada che porta i gitanti sciistici italiani verso le piste di Sankt Moritz e dell’Engadina, Dario Sironi dell’interessantissimo sito costruttoridifuturo.com mi segnala e ricorda (con questo suo articolo, dal quale traggo anche le foto che vedete, se non diversamente indicato) che il grande Alberto Giacometti, uno dei più importanti artisti di sempre, riposa proprio nella semplicissima tomba ospitata dal piccolo cimitero di Stampa, a sua volta adiacente alla suddetta superturistica strada poche centinaia di metri oltre la baita in legno e pietra che accoglie l’Atelier familiare.

Leggo peraltro sul sito del Centro Giacometti che le tombe di Alberto e di Diego Giacometti, fratello del primo, nonché dei genitori Giovanni e Annetta Giacometti-Stampa, tutti ospitati nel cimitero di Borgonovo di Stampa, «avevano negli ultimi decenni subito delle alterazioni: le pietre tombali si erano inclinate, e la superficie della stele sulla tomba di Giovanni e Annetta era stata colonizzata da licheni a tal punto da rendere illeggibili i simboli in rilievo, ma anche i rilievi in bronzo sulle tombe di Alberto e Diego avevano subito dei danni. Dopo un’azione da parte di una restauratrice coordinata negli anni 2015-2017, le tombe hanno ora di nuovo un aspetto soddisfacente», rappresentando un ulteriore motivo di pregio per la splendida Val Bregaglia e di sosta per chi transiti di lì e voglia, come ribadisco, “accostarsi” seppur virtualmente e per pochi istanti a uno dei maggiori geni creativi del ventesimo secolo e al suo piccolo/grande mondo primigenio.

[Immagine tratta da centrogiacometti.ch, fonte originaria qui.]
Ringrazio molto Dario Sironi per la sua segnalazione e per il conseguente stimolo che mi ha offerto.

Un tempo felice

Quello era ancora un tempo felice, senza televisione e senza radio, in cui si leggevano i libri. Mio padre, per esempio, era un lettore appassionato. Mi ricordo ancora dei suoi romanzi preferiti: I tre moschettieri, Il conte di Montecristo, L’eredità dei Björndal, Il castello di Umberto di Ganghofer, e poi Dostoevskij e soprattutto Gotthelf, il preferito. A casa non avevamo tanti libri ma quelli che non avevamo noi li avevano gli altri. Allora ce li imprestavamo. Bestseller che passavano di casa in casa erano ad esempio La cittadella, Com’era verde la mia valle e soprattutto uno che tutti si contendevano, intitolato I soldati della palude, scritto da un certo Langhof, dove si raccontava quello che il protagonista aveva vissuto in un campo di concentramento. A tavola allora si svolgevano animate discussioni, finché mamma diceva che dovevamo parlare d’altro.

(Oscar Peer, Il rumore del fiume, Edizioni Casagrande, 2016, traduzione di Marcella Palmara Pult, pag.139. Cliccate sull’immagine qui sopra per leggere la mia “recensione”.)

“Grandi seghe” alpine

[Immagine tratta da duepertrefacinque.it, fonte qui.]
Il Resegone è senza dubbio uno dei gruppi montuosi più famosi delle Alpi lombarde e non solo: certamente per essere stato citato e così immortalato ne I Promessi Sposi manzoniani ma, in primis, per la particolare morfologia identificata fin dal toponimo: “Resegone”, italianizzazione del lombardo resegun, “grande sega”, per come l’infilata delle sue cime ne ricordi il profilo della lama.

Tuttavia c’è un’altra montagna nelle Alpi che può contendere al Resegone il “titolo” di «grande sega alpina»: è il Churfirsten, nel cantone di San Gallo in Svizzera, il qual profilo a sua volta ricorda chiaramente quello del classico utensile per tagliare, seppure in tal caso il toponimo ha origini diverse – potete ben constatare nelle immagini sopra e sotto l’analogia morfologica dei due gruppi montuosi.

[Foto di Janik Fischer da Unsplash.]
Ma un minimo di indagine geografica in più permette di trovare diverse altre analogie, tra Resegone e Churfirsten, per certi versi alquanto sorprendenti. Eccone alcune:

  1. Sono entrambi gruppi montuosi prealpini: il Resegone delle Prealpi Bergamasche, il Churfirsten delle Prealpi di Appenzello e San Gallo.
  2. Entrambe vengono considerate montagne geologicamente giovani.
  3. Le rispettive “seghe” hanno un numero di “denti” quasi uguale: il Resegone ha nove cime principali e ne conta quattordici con quelle secondarie; il Churfirsten ne ha sette principali e tredici in totale con le secondarie.
  4. Le varie cime di entrambi i gruppi montuosi hanno altezze piuttosto regolari: tra la vetta più alta e più bassa del Resegone c’è una differenza di 316 metri, sul Churfirsten la differenza è di 230 metri.
  5. Posta la loro morfologia, sia il Resegone che il Churfirsten rappresentano rinomati siti per l’arrampicata, con decine di vie di ogni difficoltà.
  6. Entrambi i gruppi montuosi sovrastano un lago: quello di Como (ramo di Lecco) il Resegone, il Walensee per il Churfirsten, bacini prealpini con caratteristiche a loro volta simili.
  7. Sia il Resegone che il Churfirsten nel passato hanno fatto da confine naturale a domini differenti: il Resegone era posto tra il Ducato di Milano e la Repubblica di Venezia, il Churfirsten tra i territori controllati dall’Abbazia di San Gallo e dal Vescovado di Coira.
  8. Entrambe sono montagne “suburbane”, trovandosi molto vicine a grandi città e a distanze sorprendentemente simili: tra il Resegone e la città di Milano ci sono poco meno di 84 km, tra il Churfirsten e la città di Zurigo ce ne sono 87…

[L’infilata di punte del Resegone da Est.]

[L’infilata di punte del Churfirsten da Sud.]
…E chissà, potrebbe ben essere che ce ne siano ancora altre, di analogie tra i  gruppi montuosi in questione! In ogni caso, senza dubbio si tratta di due “grandi seghe” che in fondo, piuttosto di “tagliare” e “dividere” qualcosa, uniscono (prima morfologicamente e poi emblematicamente) due territori delle Alpi relativamente lontani e differenti ma resi singolarmente simili da due montagne così peculiari, dalla loro geografia e dal paesaggio che ne scaturisce.

Di sicuro ce ne sono altre di “grandi seghe” in giro per le Alpi: se ne conoscete e vorrete raccontarmi ciò che ne sapete, sarò ben felice di esserne edotto: una prova ulteriore di come i paesaggi montani, con tutta la loro insuperabile varietà geografica e al contempo con la scoperta delle affinità che presentano, possano essere sempre affascinanti e sorprendenti.

Niente da tagliare

[Foto di Zacharie Grossen, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte: commons.wikimedia.org.]

Nonno ogni tanto trascorre qualche giorno da una delle figlie, a San Moritz da Ottilia o a Sent da Hermina. Quando viene da noi si porta sempre anche la falce per dare una mano sui prati. Solo che ormai fa fatica, si stanca da morire, sparisce nell’erba alta e non va avanti. «Riposati un po’», gli dice mamma; lui si siede ai bordi del prato e si asciuga il sudore. Una volta arriva anche a San Moritz con la falce e la famiglia si mette a ridere. Lui sembra completamente perso: non ha pensato che là non c’è praticamente niente da tagliare. San Moritz, sebbene sia nella stessa vallata, è un altro mondo. Già i grandi alberghi come palazzi, il traffico, le fisionomie straniere. Per la strada la gente non si saluta, non si vedono mucche né capre, ma cavalli e vetturini, si sente lo scampanellio delle slitte. Ogni tanto lui si ferma e le guarda passare.

(Oscar Peer, Il rumore del fiume, Edizioni Casagrande, 2016, traduzione di Marcella Palmara Pult, pag.107. Cliccate sull’immagine qui sopra per leggere la mia “recensione”.)