Cittadinanza italiana, e “citadinanza itagliana”

Be’, e se si cominciasse col mettere in discussione la cittadinanza italiana di tutti quegli “italiani” che dimostrano palesemente di non saper scrivere correttamente nella propria lingua, ovvero di non saper padroneggiare uno degli strumenti culturalmente fondamentali per potersi dire parte della comunità sociale nazionale, per giunta pure uno di quelli più significativi al fine di comprendere il bagaglio culturale in possesso (ovvero, dall’altro verso, la gravità delle relative mancanze) del soggetto in questione?

Suvvia, non siamo più ai primi del Novecento, quando l’ancora scarsa alfabetizzazione della popolazione italiana non poteva essere correlabile né alla sua ignoranza culturale, né viceversa alla frequente intelligenza e saggezza che a quei tempi la vita anche più della scuola poteva insegnare! Siamo nel 21° secolo, anno 2018 (duemiladiciotto!), in piena era dell’informazione, con qualsiasi conoscenza culturale (lessicologica e non) a portata di tutti: la svista ci sta, l’errore di battitura causale e il sovrappensiero del momento pure, ma certe castronerie linguistiche che si leggono diffusamente sui social semplicemente non sono ammissibili dacché, ribadisco, risultano un segno inequivocabile di grave superficialità culturale oltre che di dissonanza cognitiva, di analfabetismo linguistico-funzionale, di “svacco” identitario (ma potrei dire di ignoranza, per farla breve), al punto da suscitare gravi dubbi sulla conformità di tali individui rispetto ai valori culturali storici del paese – scrigno di cultura senza pari, al mondo, è bene ricordarlo. “Italiani” che scrivono in italiano come fossero bambini di seconda elementare, ma con un maggior numero di errori di ortografia e grammatica: ditemi pure che sono cinico, sprezzante, arrogante o che altro, ma io costoro, prima di un adeguato e rigido periodo di rialfabetizzazione, non posso affatto metterli sullo stesso piano di altri italiani che invece dimostrano di possedere tali nozioni basilari.

E, per essere chiari, non è una questione di idee espresse da quelli o questi, ci mancherebbe. Anzi, semmai proprio l’opposto: che l’incapacità espressivo-linguistica di certi individui è garanzia certa di inabilità intellettuale. Di un cervello in consunzione, già, senza che il relativo proprietario faccia il minimissimo sforzo che in tal caso occorre per riattivarlo: per pensare a ciò che si scrivere e per scriverlo in modo da identificarsi come italiano, non come un forestiero che conosca la lingua nazionale da solo poco tempo. Forestieri che in molti casi, almeno da questo punto di vista linguistico, la cittadinanza italiana la meriterebbero più di molti “italiani”.

P.S.: peraltro, per singolare coincidenza, proprio in questi giorni (e dopo che ho scritto questo articolo), un comune della bergamasca ha pensato bene di istituire un corso di italiano per italiani. Ecco, appunto.

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Laurearsi in “Scrittura letteraria” (in Svizzera, non in Italia!)

La letteratura svizzera non è certamente tra le più popolari del mondo, nonostante in tema di produzione moderna e contemporanea presenti autori di altissima qualità – in fondo forse il solo Friedrich Dürrenmatt ha raggiunto uno status internazionale storicizzato (ciò senza considerare Hermann Hesse tedesco di nascita e svizzero naturalizzato). Questa alta qualità letteraria elvetica continua tutt’oggi, a differenza di altri paesi ove invece si assiste a un non indifferente scadimento in tal senso (ogni riferimento a qualche paese in particolare è puramente… beh, lo potrete immaginare), e di ciò va dato merito pure a un’istituzione molto particolare, che in Europa rappresenta quasi un unicum e ancor più rispetto alla situazione italiana: l’Istituto Letterario Svizzero di Bienne, nato nel 2006, che tiene corsi di scrittura di valore professionale universitario e, al termine del percorso di studi, rilascia un bachelor – una laurea breve, in pratica – in “scrittura letteraria”.

Di questa particolare scuola universitaria ne parla questo articolo di swissinfo.ch (lo potete leggere anche cliccando sull’immagine in testa al post). Per quanto mi riguarda, considerando la scarsisssssssima considerazione che nutro verso la maggior parte dei tanti corsi di “scrittura creativa” nostrani (in troppo casi veri e propri specchietti per allodole, o per allocchi, che non insegnano affatto a scrivere bene, soprattutto se non insegnano prima a pensare letterariamente bene e a conoscere approfonditamente la materia, lucrando sopra le speranze di tanti non scrittori), quello dell’Istituto Letterario Svizzero è un esempio da studiare e da seguire. Foss’anche solo per eliminare tanti aspiranti scrittori che sarebbe bene aspirassero a qualcos’altro più adatto alle loro capacità effettive.

Scrivere, per evitare una crisi (Emil Cioran dixit)

Scrivo per non passare all’atto, per evitare una crisi. Non ho scritto una sola riga alla mia temperatura normale. Scrivere è una provocazione, una visione fortunatamente falsa della realtà che ci situa al di sopra di ciò che è e di ciò che ci sembra essere. Esiste un vantaggio ancora più notevole, di cui lo scrittore ha il monopolio: quello di sbarazzarsi dei propri pericoli. Mi chiedo cosa sarei diventato senza la facoltà di riempire delle pagine. Scrivere significa disfarsi dei propri rimorsi e dei propri rancori, vomitare i propri segreti.

(Emil M. Cioran, Esercizi di ammirazione. Saggi e ritratti, Adelphi, 1988, traduzione di Mario Andrea Rigoni e Luigia Zilli.)

Quella di Cioran è un’ennesima attestazione nei confronti della reale e profonda essenza dello scrivere, per che compia tale pratica artistica con piena cognizione di causa. Una pratica sempre intensa, sconquassante, autodestabilizzante, a volte pure sconvolgente. Giammai solo una “passione”, un “divertimento” o altro di simile, no: qualcosa invece che brucia ovvero raggela l’animo nella sua parte più profonda, e che proprio per questo può diventare qualcosa di veramente grande – anche per ne gode, per il lettore. O qualcosa di annientante – spesso a insaputa dello stesso autore ma non del buon lettore, quello che legge per sua precisa volontà e non che legge per “calcolata persuasione”.

Ridere e scrivere, scrivere e ridere

[…] Perché nello scrivere, Libero si divertiva un mondo, quel mondo che la scrittura gli consentiva di crearsi e nel quale c’era molto più divertimento che in quello “normale”, senza peraltro che il primo ne fosse così distaccato. Era il diletto del sogno di un mondo purificato dai suoi errori e arricchito dalle sue virtù effettive, nella realtà solo latenti e potenziali, se non smarrite o vanificate, quindi gioco forza integrato nel mondo solito del quale diveniva l’ideale perfezionamento: tale purificazione doveva essere un piacere, una divertente gioia, perché soltanto una mente e un cuore allegri sopportano bene le aberrazioni in cui sono costretti a vivere, e per esse sanno meglio trovare le soluzioni. L’ironia e l’umorismo allegro che sempre caratterizzavano le espressioni delle idee di Libero, qualsiasi essere fossero, erano il segno di quel piacere, la prova dell’assenza di qualsiasi mera e ottusa iconoclastia mirante alla critiche fallaci, vigorose nella forma ma fugaci e aleatorie nell’essenza, cioè quelle di cui ci fa megafono imperioso e borioso per poi allargare le braccia al loro termine, quando dovrebbe cominciare la costruttività relativa, nell’incapacità di saper andare oltre. In fondo, spesso una semplice, gustosa e sentita risata è un elemento sovversivo mille volte più potente di qualsiasi mezzo d’assalto, e chi la sa produrre dimostra tranquillità d’animo in sé per sé e per il mondo che lo circonda, certo più di chi sbava idrofobicamente verso ciò che non gli aggrada, dimostrandosene inferiore e subordinato.

(Brano tratto dal libro qui accanto. Lo potete acquistare qui oppure qui ovvero presso altre librerie on line, oltre che ovviamente in quelle “reali”. Cliccateci sopra, invece, per saperne di più.)

“L’illusione dello scrittore”

Scrive Luca Sofri su Wittgenstein, in un articolo dello scorso 2 gennaio intitolato L’illusione dello scrittore (qui l’originale):

Sarebbe interessante una ricerca scientifica che interpelli gli autori di un libro sui risultati della pubblicazione rispetto alle loro aspettative: col tempo mi sono fatto l’idea che sia uno degli impegni che hanno il gap maggiore tra investimento di speranze e soddisfazioni, superando persino l’acquisto del biglietto della lotteria, su cui si è in grado di avere maggiore lucidità statistica.
Nelle ultime settimane mi è capitato di parlare con alcuni scrittori appena pubblicati, e vedere le misure diverse della loro ansia e incipiente delusione.
Se si eccettua un numero limitatissimo di autori di bestseller o comunque di libri di successo – quelli che superano le diverse decine di migliaia di copie vendute – e che rappresenta una quota meno che millesima degli autori di libri, quasi tutti gli altri scrivono un libro con la speranza che “svolti” e faccia il botto, come avviene in certi limitati “casi editoriali” di cui i giornali sembrano parlare spesso ma che sono invece limitatissimi. È normale: è un settore che suggerisce – ingannevolmente, con la complicità delle case editrici – che un’improvvisa celebrità e un cospicuo successo possano essere raggiunti da perfetti sconosciuti fino a quel momento poco gratificati e anche senza particolari competenze (siamo un paese di allenatori della nazionale e autori di libri). E che questo possa avvenire non nella disdicevole casa del Grande Fratello, ma su una scena di grande autorevolezza: i libri. […]

E dopo altre interessanti considerazioni sul tema, che vi invito a leggere, così Sofri conclude:

Scrivete libri se vi piace, tenetevi caro il bello di averli scritti e tutti quei lettori – da dieci a diecimila – che vi sarete meritati. Non ve lo rovinate con troppi investimenti di passioni, pensando di diventare un caso editoriale di cui tutti scriveranno: quello non succederà, fate prima con la roulette.

Per quanto mi riguarda ha ragione, Sofri, dacché sostiene cose che a mia volta da tempo sostengo. Quante volte, girando per eventi letterari, mi sono chiesto se molti di quelli che scrivono e pubblicano libri sanno veramente perché scrivono e pubblicano i loro libri, ovvero se sanno cosa ciò realmente significhi, dal punto di vista culturale e pur con tutte le possibili singolarità.

Mi torna in mente un aforisma di Ralph Waldo Emerson che amo molto: “chi scrive per sé stesso scrive per un pubblico immortale”. Che non è affatto un’osservazione contraria al pubblicare libri, come ho sentito qualcuno sostenere, ma sul senso autentico dello scriverli, del pensare e produrre parole, storie, idee, messaggi da mettere nero su bianco e poi rendere pubblici. Ecco, un po’ nella direzione di quanto sostiene Luca Sofri, e ispirandomi a Emerson, mi viene da dire che, se chi scrive libri pensasse più a scriverli per sé stesso piuttosto di pensare in maniera troppo boriosa e ottusa alla celebrità, forse avremmo in circolazione meno libri e più qualità letteraria. A tutto vantaggio delle case editrici e del mercato, peraltro, oltre che – anzi, soprattutto – per il bene della cultura diffusa.