L’editoria dell’egolatria

Devo confessare che queste diatribe fra scrittori coetanei, soprattutto coloro che sono così ben esposti sui media, mi lasciano ogni volta turbato, profondamente turbato. Anche persone che se incontri da sole si manifestano come intelligenti e modeste, due valori per me assolutamente essenziali, iniziano ad inalberarsi tanto che alla fine non conta più la ragione, il merito, conta lo scontro fra ego giganteggianti. E poi quel giochino idiota che ogni volta si manifesta: la delegittimazione dell’altro/altri che non ti capiscono – ossia non ti osannano come tu pretendi che accada – e quindi non capiscono nulla. Lunga è la strada per arrivare a Timbuctù, remota.

(Tiziano Fratus, sul proprio profilo facebook.)

Fratus dice e garantisce da par suo, con il prestigio che gli compete (a lui sì, certamente), quanto pure io vado sostenendo già da anni, che è poi il motivo sostanziale per il quale:

  1. non partecipo quasi mai a kermesse letterarie (e con “kermesse” intendo quegli eventi-passerella fatti di tanta immagine (sociale) e poca o nulla sostanza (letteraria);
  2. se vi partecipo, chiacchiero amabilmente di tutto meno (se non “incidentalmente”) che di scrittori, di editori e di certi libri;
  3. dico sempre che io non sono uno “scrittore”, sono uno che scrive libri;
  4. rido, come riderei dei passeggeri su una nave in galleggiamento precario che, piuttosto di dare una mano per evitare l’affondamento definitivo, si mettano a litigare su chi abbia più diritto a salire per primi sulle scialuppe di salvataggio.

Ecco.

P.S.: che poi è risaputo che le arti espressive siano una delle migliori “pompe” per il gonfiaggio dell’ego di chi le praticanessuno escluso. Ma in effetti pare che in troppi – nel campo letterario soprattutto – abbiano tolto il manometro della pressione, o evitino accuratamente di controllarlo.

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Salviamo il linguaggio! (Lo diceva Calvino, già 35 anni fa – parte III)

Vorrei aggiungere che non è soltanto il linguaggio che mi sembra colpito da questa peste. Anche le immagini, per esempio. Viviamo sotto una pioggia ininterrotta d’immagini; i più potenti media non fanno che trasformare il mondo in immagini e moltiplicarlo attraverso una fantasmagoria di giochi di specchi: immagini che in gran parte sono prive della necessità interna che dovrebbe caratterizzare ogni immagine, come forma e come significato, come forza d’imporsi all’attenzione, come ricchezza di significati possibili. Gran parte di questa nuvola d’immagini si dissolve immediatamente come i sogni che non lasciano traccia nella memoria; ma non si dissolve una sensazione d’estraneità e di disagio. Ma forse l’inconsistenza non è nelle immagini o nel linguaggio soltanto: è nel mondo. La peste colpisce anche la vita delle persone e la storia delle nazioni, rende tutte le storie informi, casuali, confuse, senza principio né fine.

(Italo Calvino, “Esattezza“, da Lezioni americane. Sei proposte per il prossimo millennio, 1a ediz. 1988.)

Si dimostra “chiaroveggente” in modo incredibile, Calvino, in questo brano delle Lezioni Americane, che pare una descrizione degli attuali social media scritta oggi, non 35 anni fa. Ma anche più avanti il grande scrittore ci offre un’illustrazione sorprendentemente attuale della nostra civiltà, ove segnala che, in fondo, le immagini sono inconsistenti perché il mondo è inconsistente, perché lo è la vita di molte, troppe persone, per le quali le immagini diventano l’unica manifestazione paradossalmente possibile, invero del tutto virtuale e priva di autentica vitalità se non di vera umanità. D’altro canto cosa sono “le storie informi, casuali, confuse, senza principio né fine” se non, pure qui, una profetica definizione del presente che viviamo, del tutto correlabile al concetto baumaniano di società liquida ovvero della “forma” con cui spesso si manifestano le (non) relazioni sociali odierne?

Sono passati 35 anni, appunto. E non sono passati bene, ahinoi.

Salviamo il linguaggio! (Lo diceva Calvino, già 35 anni fa – parte II)

Alle volte mi sembra che un’epidemia pestilenziale abbia colpito l’umanità nella facoltà che più la caratterizza, cioè l’uso della parola, una peste del linguaggio che si manifesta come perdita di forza conoscitiva e di immediatezza, come automatismo che tende a livellare l’espressione sulle formule più generiche, anonime, astratte, a diluire i significati, a smussare le punte espressive, a spegnere ogni scintilla che sprizzi dallo scontro delle parole con nuove circostanze. Non m’interessa qui chiedermi se le origini di quest’epidemia siano da ricercare nella politica, nell’ideologia, nell’uniformità burocratica, nell’omogeneizzazione dei mass-media, nella diffusione scolastica della media cultura. Quel che mi interessa sono le possibilità di salute. La letteratura (e forse solo la letteratura) può creare degli anticorpi che contrastino l’espandersi della peste del linguaggio.

(Italo Calvino, “Esattezza“, da Lezioni americane. Sei proposte per il prossimo millennio, 1a ediz. 1988.)

Si badi bene: nel 1985, quando Calvino scrisse le sue Lezioni Americane, il web era solo all’inizio e non esistevano i social, tanto meno la politica era degradata come oggi e il termine “ideologia” un qualche senso l’aveva ancora, nel bene e nel male.

Che mai potrebbe scrivere Calvino, oggi, se dovesse esprimere delle osservazioni come quelle delle Lezioni? Se già allora gli pareva che si stesse manifestando “un’epidemia pestilenziale“, di quale ancor più letale malattia soffre l’umanità contemporanea?

Salviamo il linguaggio! (Lo diceva Calvino, già 35 anni fa – parte I)

Perché sento il bisogno di difendere dei valori che a molti potranno sembrare ovvii? Credo che la mia prima spinta venga da una mia ipersensibilità o allergia: mi sembra che il linguaggio venga sempre usato in modo approssimativo, casuale, sbadato, e ne provo un fastidio intollerabile. Non si creda che questa mia reazione corrisponda a un’intolleranza per il prossimo: il fastidio peggiore lo provo sentendo parlare me stesso. Per questo cerco di parlare il meno possibile, e se preferisco scrivere è perché scrivendo posso correggere ogni frase tante volte quanto è necessario per arrivare non dico a essere soddisfatto delle mie parole, ma almeno a eliminare le ragioni d’insoddisfazione di cui posso rendermi conto. La letteratura – dico la letteratura che risponde a queste esigenze – è la Terra Promessa in cui il linguaggio diventa quello che veramente dovrebbe essere.

(Italo Calvino, “Esattezza“, da Lezioni americane. Sei proposte per il prossimo millennio, 1a ediz. 1988.)

Ci risiamo. Le Lezioni americane sono del 1985, eppure le parole di Calvino sembra espresse stamattina, osservando la realtà contemporanea (a prescindere che siano state enunciate da uno dei più grandi intellettuali italiani del Novecento, ovvio). Una realtà che è ormai per gran parte fondata su un linguaggio “approssimativo, casuale, sbadato“, sempre più spesso “intollerabile“. Certo, la letteratura sarebbe assolutamente una “via di salvezza” a tale situazione, ancora oggi, se solo molti editori non si fossero nel frattempo convertiti, a loro volta, all’approssimazione e alla sbadataggine del linguaggio…

Aiuto, ci invadono i barbari(smi)!

Sto navigando sul web in alcuni siti di informazione e capito su un articolo dedicato alle nuove tendenze della moda.
Leggo (e qui riporto le prime righe dell’articolo):

Mai più senza persino in Italia dove l’abbigliamento sportivo in città fino a qualche tempo fa era look da weekend. Oggi, sia che siamo neo sportivi e sempre più attenti al fitness e al wellness, sia per obiettiva comodità, abbiamo individuato nello streetwear una nuova religione nel vestire. Non a caso le sneaker e le felpe, in particolare quelle firmate da brand di lusso, sono protagoniste dell’ecommerce e hanno rilanciato anche negozi fisici e outlet.

Mmm… no, suona in modo proprio bislacco, questo testo. Sembra ci sia quasi una ricerca forzata dell’anglicismo al fine di rendere l’articolo “conforme”, per così dire, a ciò di cui disserta e all’immaginario lessicale relativo. Per renderlo “alla moda”, ecco. È formato da 75 parole in tutto, di cui ben 9 in lingua inglese: il 12% del testo. Eh, va bene tutto, ma forse qui si sta un po’ esagerando, tenendo poi conto che il tema dissertato non implica affatto una tale profusione di anglicismi per trasmettere il messaggio implicito: non è un testo che disquisisce di informatica o di nuove tecnologie, per essere chiari, tematiche nelle quali le parole straniere sono spesso inevitabili, ma di vestiti. Semplice abbigliamento.

Vediamo invece come va, così:

Mai più senza persino in Italia dove l’abbigliamento sportivo in città fino a qualche tempo fa era stile da fine settimana. Oggi, sia che siamo neo sportivi e sempre più attenti alla forma fisica e al benessere generale, sia per obiettiva comodità, abbiamo individuato nell’abbigliamento informale una nuova religione nel vestire. Non a caso le calzature sportive e le felpe, in particolare quelle firmate da marchi di lusso, sono protagoniste del commercio sulla rete e hanno rilanciato anche negozi fisici e spacci plurimarca.

Secondo me funziona perfettamente lo stesso. Anzi, pure di più. “Spacci” non è forse un termine bellissimo da sentire – si potrebbe usare rivendite o empori, ad esempio – ma per il resto direi che si legge ugualmente bene, e senza perdere nulla del suo senso e del fine originari.

Sia chiaro: come ho sostenuto altre volte, anche qui nel blog, non sono affatto contrario all’uso di lemmi stranieri nella lingua comune parlata e scritta, anzi, spesso la loro presenza rende la dissertazione più varia, ricca di senso e divertente da seguire. A patto, però, che l’uso dei termini stranieri (inglesi, in particolare) non finisca per svilire la nostra lingua o, addirittura, per renderla persino ridicola. In numerosi casi il loro uso è ormai diventato comune e del tutto accettabile (weekend, ad esempio, che peraltro è la paritetica forma inglese di “fine settimana”, oppure web o blog, che ho usato in questo mio articolo e che viene difficile riportare con simile sinteticità in italiano, ma passino pure parole come sexy, relax, okay, hotel, smog, marketing, social network, e così via), in altri casi non è solo tranquillamente evitabile, ma il forzato inserimento nel discorso assume toni veramente farseschi. Come fosse poi che tanta gente sapesse padroneggiare così bene l’inglese da permettersi di fonderla con la propria lingua madre! Ma quando mai?!

Ribadisco: ogni “nuova” parola straniera, quando inserita in una lingua peraltro di così alto valore storico come quella italiana, è la benvenuta se sa arricchirne il bagaglio lessicale, se aggiunge e affina e non toglie o surclassa. Altrimenti il suo uso diventa un effettivo impoverimento della lingua quando non una vera e propria minaccia alla sua esistenza e all’espressività che possiede. E un “popolo” che non sa salvaguardare e padroneggiare al meglio la propria lingua (per giunta finendo a “scopiazzare” quelle altrui), semplicemente non è un popolo. That’s it!