La Valposchiavo vince premi e si dimostra sempre più un modello di sviluppo e di rinnovamento dei territori montani

I Comuni di Poschiavo e Brusio, che formano il distretto amministrativo Valposchiavo/Bernina (Canton Grigioni, Svizzera – una delle valli grigionesi di lingua italiana), si sono aggiudicati l’European Village Renewal Award (EV!RA) 2026, il più prestigioso riconoscimento continentale dedicato allo sviluppo e al rinnovamento dei territori rurali, organizzato con cadenza biennale dal 1990 dall’Associazione Europea per lo Sviluppo Rurale e il Rinnovamento dei Villaggi (ARGE), che ha sede in Austria.

È un premio di importanza assoluta a livello europeo e veramente di prestigio assoluto ma, per quanto mi riguarda, non così inaspettato: da tempo la Valposchiavo si è caratterizzata come uno dei territori alpini più capaci di costruirsi un futuro luminoso, solido e proficuo pur tra le mille criticità che contrassegnano la realtà contemporanea delle montagne, non solo alpine, con la piena consapevolezza dei propri mezzi economici, sociali, culturali, della relazione con il proprio territorio e con la capacità di elaborare quel senso di comunità che è oggi l’aspetto fondamentale per la salvaguardia della vitalità delle Terre alte, ben oltre qualsiasi altro elemento – soprattutto quelli legati a modelli economici più o meno monoculturali imposti forzatamente ai territori per ragioni del tutto strumentali che finiscono inesorabilmente per cagionare danni materiali e immateriali numerosi e ingenti.

[Immagine tratta da https://ilbernina.ch.]
L’annuncio della vittoria della Valposchiavo è arrivato al termine di un percorso di valutazione rigoroso che ha visto una giuria internazionale e interdisciplinare esaminare 25 candidature da tutta Europaquasi esclusivamente progetti di assoluta eccellenza» hanno rimarcato i giurati), culminato con la sessione finale a Monaco di Baviera. Questa la motivazione ufficiale della giuria che in poche righe riassume bene il contesto specifico valposchiavino e quanto di buono ne ha saputo trarre la comunità locale:

La Valposchiavo, situata in un’area particolarmente periferica, è riuscita a contrastare efficacemente lo spopolamento e soprattutto a favorire il ritorno dei giovani dopo il percorso di studi e le prime esperienze professionali.
Questo risultato è stato possibile grazie al forte impegno della comunità, espresso da oltre cento associazioni e iniziative, a reti di collaborazione stimolanti, anche transfrontaliere, alla cultura, alla formazione, alla digitalizzazione, all’innovazione, alla valorizzazione delle tradizioni e allo stretto legame con le risorse naturali.
Questo modello di sviluppo può rappresentare un esempio per numerose aree rurali europee.

Stando al di qua del confine viene inevitabile elaborare un confronto con l’attigua Valtellina, nella quale non mancano casi eccellenti di sviluppo e di rinnovamento dei territori rurali ma quasi sempre isolati, frutto di iniziative singole pressoché prive di un adeguato sostegno istituzionale che invece si rivolge quasi esclusivamente verso quei citati modelli di sfruttamento più o meno monoculturale dei territori montani e dei loro beni comuni – modelli turistici in primis, inutile rimarcarlo – a vantaggio di pochi e senza alcuna visione territoriale strategica a lungo termine, senza attenzione verso i reali bisogni delle comunità e, ancor più, senza nessuna cura di generare quel valore aggiunto comunitario che alimenta lo stesso senso di comunità. Il valore aggiunto comunitario (VAC) che io ed altri abbiamo messo alla base del progetto della Carovana dell’Accoglienza Montana, avviato lo scorso anno per Legambiente Alpi e in costante sviluppo.

Dunque, evviva e complimenti alla Valposchiavo per questo prestigioso riconoscimento, che si aggiunge al Premio Wakker assegnato lo scorso anno al Comune di Poschiavo da Patrimonio Svizzero, e soprattutto per essere un modello di sviluppo territoriale montano realmente equilibrato, sostenibile, contestuale ai propri luoghi, concreto, efficace e veramente comunitario, perché nascente dalla comunità e vantaggioso in primis per essa e per la sua relazione stanziale con il territorio. Ovvero, per essere ciò che probabilmente più di ogni altra cosa serve ed è utile alle montagne, oggi e nel futuro.

Sapremo, al di qua del confine, trarne la preziosa lezione?

(Dove non diversamente indicato, le foto che corredano l’articolo sono tratte da www.facebook.com/valposchiavo.)

La miglior tutela in assoluto di lupi e orsi

Ma quanta grottesca scempiaggine c’è in questo striscione? 😂🤣😂

Me l’hanno segnalato, viene dai social e non so in quale luogo e contesto sia stato esposto. In realtà è talmente ridicolo che potrei pure pensare si tratti di un’immagine fake, e per molti versi spero che lo sia.

Ammettiamo tuttavia che sia vera: ma sul serio i tizi che hanno esposto quello striscione, che peraltro rimanda ad altre frasi fatte tipiche di una certa ideologia politica, pensano di contrastare in quel modo la presenza di lupi e orsi? Con uno slogan così dozzinale e insensato che sarebbe imbarazzante per un bambino di sei anni? E, ancor più, senza rendersi conto che un atteggiamento del genere è il più efficace per favorire la tutela di lupi e orsi e sostenere chi li difende?

Be’, sono certo che, tra chi chiede la regolamentazione dei grandi carnivori a difesa degli allevatori ovvero per altri motivi, vi siano persone ben più ragionevoli e sensate con le quali chi invece li difende possa confrontarsi con buon senso e rispetto reciproco. Siamo nel 2026, non nel Paleolitico.

P.S.: ribadisco la mia posizione sul tema: viva pecore e capre, viva orsi e lupi!

L’avvelenamento dei lupi e della mente di certi uomini

L’ignobile e sconcertante vicenda recente dei lupi avvelenati in Abruzzo (e non solo quelli) è l’ennesima dimostrazione di come l’uomo sia non solo l’animale più crudele in circolazione ma pure il più stupido in assoluto, visto con quanta efficacia sappia farsi del male da sé. Anche per questo il rapporto dell’uomo con il selvatico è sempre stato estremamente rozzo e sostanzialmente rimasto irrisolto: non sappiamo convivere con l’ambiente naturale perché non capiamo di essere noi stessi Natura, così, quando ammazziamo la “Natura” – siano lupi, orsi, foreste, ambienti incontaminati, biodiversità – finiamo per uccidere noi stessi, per avvelenare la nostra presenza nel mondo, per soffocare l’intelligenza che diciamo di avere ma costantemente dimostriamo di non possedere.

Non è più, qui, una questione di pro o contro lupo, di difesa della fauna selvatica o degli allevatori e dei loro animali e di quant’altro del genere (ergo affermazioni come, ad esempio, «Gli allevatori non ne possono più!» diffuse per giustificare atti criminali come quello abruzzese sono solo parole vuote e ipocrite, e d’altro canto gli allevatori sono le prime “vittime” di atti criminali del genere): entrambi si potrebbero tranquillamente “difendere” e far convivere, se lo si volesse. Ma non lo si vuole fare, per alcuni è più conveniente lasciare la questione deregolamentata, priva di gestione, di confronti costruttivi, di comprensione non solo etologica ma pure ecologica, economica, ecosofica – termini, questi, che cominciano con “eco”, oikos in greco cioè casa, il nostro mondo. Che crediamo di dominare ma del quale evidentemente non facciamo parte, non siamo in grado di farne parte. E ciò, alla fine dei conti, non fa altro che dare ancora più “forza” al lupo e degradare noi, la nostra pretesa “civiltà”: constatando l’ignobiltà di certi gesti umani e come sia la realtà attuale delle cose, viene nuovamente e inesorabilmente da chiedersi «Ma dunque chi è veramente la “bestia” tra i due? E quindi chi dei due vanta più diritti sull’altro?»

Una cosa è certa, allo stato attuale delle cose e delle cronache: stiamo perdendo tutti, lupi, uomini, animali, montagne, comunità, senza che nessuna buona soluzione alla questione venga elaborata, anzi, facendo in modo che diventi sempre più caotica e ingestibile. Un’altra circostanza che dimostra come il titolo di Sapiens del quale ci siamo autoproclamati è quanto mai discutibile e vuoto di senso. Umano, soprattutto.

Sul lupo decapitato in Toscana

Quando leggo notizie come questa – un lupo ucciso, decapitato e con la testa appesa a un cartello stradale in provincia di Pisa – non resto sgomento solo per l’indignazione inevitabile che mi suscita e dalla bestialità che il gesto manifesta (già: il lupo o l’uomo, chi è la bestia dei due?) ma pure dalla sconcertante manifestazione di ignoranza assoluta che rivela. Non isolata peraltro, visto che di notizie del genere se ne sono già lette.

Ora, a prescindere dalle posizioni pro/contro lupo, più o meno legittime, e dalla deprecabile, ignorantissima polarizzazione conseguente, mi chiedo: cosa vorrebbe ottenere, quello che ha compiuto un tale crimine? Vendicare un assalto subìto? Supportare la causa degli allevatori contro le predazioni degli animali selvatici? Dimostrare che l’uomo è più forte del lupo? Attaccare enti e attivisti che difendono i grandi carnivori?

Di sicuro una cosa la otterrà anzi due, inopinatamente correlate: infangare l’immagine degli allevatori ovvero di chi sostiene la necessità degli abbattimenti (che sarebbero pure ammissibili, in certi casi e previ specifici studi scientifici multidisciplinari, seppur comunque arbitrari) e parimenti aumentare il consenso diffuso a favore della difesa del lupo. Complimenti, proprio una (criminale) genialata!

Be’, mi auguro che chi ha commesso questo gesto possa avere tutto il tempo di pensare a quanto sia stato “furbo”, chiuso per qualche anno in una cella carceraria*. Ecco.

*: Certo, so bene che ciò non avverrà mai, per come stanno le cose. Anche da ciò si capisce bene che, tra uomini e lupi, non sono questi secondi il problema maggiore.

C’è un luogo che si può definire più di altri il “centro delle Alpi”?

[Le Alpi svizzere dall’aereo. Foto di Leonhard Niederwimmer da Pixabay.]
Ci sono molte località che, un po’ per proprie convinzioni variamente legittime (o no), un po’ – be’, soprattutto – per suggestivo e accattivante  marketing turistico, si definiscono “il centro delle Alpi” o “al centro delle Alpi. Sono ovviamente libere di farlo e in ogni caso stabilire quale possa essere il centro della catena alpina, posto che ci sarebbe innanzi tutto da decidere cosa intendere con tale formula, è a dir poco arduo e nella sostanza pure parecchio vano.

Tuttavia, a ben vedere, c’è un luogo che per ragioni più giustificabili di molte altrui, dacché obiettivamente fondate, può sostenere di essere il/al centro o un centro della catena alpina: è il nodo orografico compreso tra la Val Bregaglia, l’Engadina e la Val Sursette, più nota come Surses (romancio) o Oberhalbstein (tedesco). È una zona con vette importanti ma non così eccezionali, visto che la più alta è il Piz Lagrev, di “solo” 3164 metri; però, come detto, delimita tre valli di notevolissima importanza geografica e storica, unite da altrettanti valichi fondamentali per i transiti attraverso le Alpi: il Passo del Maloja, il Passo dello Julier e il Passo del Settimo, i primi due frequentati almeno dall’epoca romana se non prima, il Settimo addirittura dall’Età del Bronzo ovvero da almeno 4000 anni.

[L’alta Val Sursette nel 1977 con il Lago di Marmorera, alle spalle la zona del Passo del Settimo e, sullo sfondo (verso sud), le montagne del gruppo Masino-Disgrazia. Fonte: ETH Library Zurich, Image Archive / WIH_FLs15-281, CC BY-SA 4.0.]
[Tratto di pavimentazione d’origine romana lungo la strada del Passo del Settimo. Foto di Jean-Louis Pitteloud, CC BY-SA 3.0, fonte commons.wikimedia.org.]
Proprio a questa epoca – ovvero a circa il 2000 a.C. – risalgono le tracce di insediamenti abitativi stabili nella Val Sursette: tra i più importanti c’è quello di Padnal-Savognin, un villaggio nel quale si stima abitassero circa cento persone composto da capanne a schiera, costruite a palo e a traliccio e adagiate su un avvallamento, con dotazione di stalle, magazzini, cisterne per la raccolta dell’acqua e officine metallurgiche. Ciò in quanto la zona del Surses è tra le più importanti della Alpi per l’estrazione preistorica dei metalli, oggi fatta oggetto di numerose campagne archeologiche che hanno anche rilevato le testimonianze del rilevante traffico di merci e persone dal versante settentrionale delle Alpi a quello meridionale che qui, evidentemente, aveva una delle sue direttrici transalpine principali, il che rende il territorio che vi sto raccontando ancora più meritorio di essere considerato “centrale” nella geografica storica della catena alpina.

[Gôt Sot, nella parte bassa della Val Sursette, con dietro (verso nord) i paesi di Tinizong e Savognin. Foto di Adrian Michael, opera propria, CC BY-SA 3.0, fonte commons.wikimedia.org.]
Peraltro, pare che la zona sia stata identificata e percepita come agevole per valicare le Alpi, nonché da abitare, in epoche ancora più preistoriche e non solo dai nostri antenati, visti i numerosi ritrovamenti delle orme dei dinosauri lasciate 200 milioni d’anni fa sulle pareti del Piz Ela, del Tinzenhorn o del Piz Mitgel, montagne che sovrastano la Val Sursette. Come se ogni creatura dotata di senno che si sia trovata in zona nel corso del tempo ne abbia intuito l’importanza strategica, seguendo linee di transito percepite come utili e convenienti alla propria sussistenza tanto nomade quanto stanziale.

[La Val Sursette in veste invernale vista verso nord dal Piz Grevasalvas, vetta tra Surses e Engadina. Foto di Capricorn4049, opera propria, CC BY-SA 3.0, fonte commons.wikimedia.org.]
Ma il fattore che fa della zona tra Bregaglia, Surses e Engadina un centro autentico delle Alpi e dell’intero continente europeo è quello idrografico, peraltro già piuttosto noto e citato. E il “centro del centro” è il Piz Lunghin, sommità che chiude il suddetto nodo orografico verso meridione i cui tre versanti guardano le altrettante valli sottostanti. Ciò comporta che l’acqua che dal Lunghin divalla a sud-ovest sul versante di Bregaglia finisce nella Maira/Mera, poi nel Liro, quindi nell’Adda, nel Po e nel Mar Mediterraneo; l’acqua che scende verso est e l’Engadina va nell’Inn, quindi nel Danubio e dunque nel Mar Nero; l’acqua che fluisce a nord verso il Surses va nel bacino del Reno e dunque nel Mare del Nord e nell’Oceano Atlantico. Ovvero, i tre grandi bacini marini che contornano e definiscono la geografia dell’Europa della quale, per ciò, il “modesto” Piz Lunghin (alto solo 2780 metri) rappresenta il principale baricentro idrografico.

[Cliccate sull’immagine per ingrandirla. Elaborazione mia su base Google Earth.]
Ecco, mi piace pensare che proprio seguendo il corso dell’acqua, fondamentale elemento di vita, che da queste montagne si origina per definire la geomorfologia dell’intero continente, anche gli animali e gli uomini siano arrivati, transitati, confluiti, defluiti, ripartiti e ritornati lassù seguendo il corso del tempo e della storia come linee di forza tanto materiali, incise nelle valli e sui fianchi montani, quanto immateriali, proprio come flussi primari della vita possibile sulle Alpi in epoche che sembrano così lontane, pensandoci oggi, eppure durante le quali già stava prendendo forma la grande civiltà alpina. Che tra le vette della Bregaglia, dell’Engadina e della Val Sursette può ben dire di avere uno dei suoi storici fulcri nodali, un “centro geoantropologico” oggi certamente meno imprescindibile di un tempo per i nostri viaggi ma nel quale – forse più che altrove per ciò che vi ho raccontato fino a qui – incontrare e poter dialogare con il Genius Loci delle Alpi e per ciò ancora profondamente affascinante.