Germano Celant

Se l’arte è stata un processo profetico, oggi invece è esclusivamente rivelazione di un nuovo potere, di un territorio. L’arte è veicolo di esotismo, di mera pubblicità turistica. Si tratta solo di un’espressione di potere […] Non è più l’arte a sollecitare la nascita di un museo, ma sono i musei a sollecitare l’arte.

(Germano Celant, durante la conferenza Che cos’è l’arte contemporanea? al PAC di Milano, 13 gennaio 2009.)

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Se pur io – da semplice appassionato della materia quale sono – ho sempre apprezzato di più l’analisi critica dell’arte contemporanea proposta da Achille Bonito Oliva – suo “rivale”, in tal senso – so bene che Celant è stata una figura fondamentale dell’arte, in particolare di e per quella italiana. Con la sua dipartita, circostanza assai triste, si chiude una porta che ci ha concesso di “entrare” e conoscere un periodo artistico sublime, di creatività, attività, visionarietà potenti e vibranti, senza che – mi pare – di “porte” se ne siano nel frattempo aperte altre, almeno di quella grandezza e di quell’importanza al punto da permettere di accedere a dimensioni artistiche di paragonabile qualità.

RIP. ∞

Dopo cinque anni siamo ancora Charlie Hebdo?

«Se oggi pubblicassimo di nuovo quelle caricature saremmo nuovamente soli. L’attacco non ha reso le persone più coraggiose. Al contrario.» Così afferma Laurent Sourrisseau, detto Riss, caporedattore di “Charlie Hebdo”, citato dall’Agi in questo articolo nell’occasione dei cinque anni da quel 7 gennaio 2015 quando avvenne il tristemente celebre attentato alla redazione del giornale satirico francese. Già, un lustro da quando tutti o quasi ci proclamammo un po’ ovunque «Je suis Charlie», “Io sono Charlie”; oggi, invece?

«A Parigi si sente spesso ripetere la domanda: cinque anni dopo, siamo ancora tutti Charlie Hebdo?» conclude il citato articolo dell’Agi. Perché ha ragione Sourrisseau, dal momento che la vicenda dell’attentato, una volta passata la suggestione collettiva, come tante altre è stata banalizzata, strumentalizzata, travisata, trasformata in uno strumento di polemica politica e ideologica, intrisa di stupidaggini propagandistiche d’ogni sorta. Al punto che si è perso di vista il senso principale degli accadimenti, che non fu affatto l’attacco terroristico di matrice islamista e la necessità di difesa conseguente ma il danno provocato tanto dall’azione terroristica quanto da ciò che ha voluto “opporsi”, politicamente e ideologicamente, alla libertà in quanto valore fondamentale della nostra società europea. Che, appunto come sostiene Sourrisseau, non è diventata più coraggiosa, culturalmente forte e sicura di sé ma più timorosa, egoista, meschina, mentalmente chiusa e, sostanzialmente, meno libera. E non certo per colpa di quei maledetti terroristi ma di chi, nelle stanze del potere, ne ha approfittato per giustificare tramite quello ed altri atti simili un tentativo di imbarbarimento culturale della nostra civiltà funzionale ad un maggior controllo politico e sociale, diventando con ciò il miglior alleato del terrorismo di matrice più o meno religiosa.

Quella libertà che invece “Charlie Hebdo” incarna benissimo, oggi come cinque anni fa: si può essere d’accordo o meno con la sua satira ma pensare che questa sia il “problema” e non, appunto, la difesa assoluta della libertà come valore filosofico e culturale della nostra società, comporterebbe a suo modo un’equiparazione simile ad una “vittoria” a favore di quel terrorismo, pur sconfitto (forse, speriamo) militarmente ma, come un pericoloso virus, penetrato in modo mutante nelle nostre menti.

P.S.: anche “Swissinfo.ch” dedica un bell’articolo alla questione, intervistando uno dei più celebri vignettisti satirici svizzeri, Thierry Barrigue, i cui toni sono assai similari ai miei. Cliccate qui per leggerlo.

Scrivere per non annegare

La mia letteratura è un continuo tentativo di rettificare quel che provo nella vita, come qualcuno che consulta febbrilmente un libro per sapere cosa bisogna fare per rianimare l’annegato sdraiato sulla riva.

(Jules Renard, Diario 1887-1910, traduzione e postfazione di Orio Vergani, a cura di Guido Vergani, SE, Milano, 1989, pag.77.)

(Photo credit: Henri Manuel [Public domain])
Ha ragione Renard: molti scrittori considerano ciò che scrivono come lo strumento per poter “sopravvivere” (spesso con non poca altezzosità) al loro tempo, e non si rendono conto che invece la scrittura deve innanzi tutto essere un modo (o un tentativo) per sopravvivere a se stessi, e con la massima umiltà.