Il nuovo libro

E finalmente eccovi, in anteprima, la “prima” e la “quarta” di copertina del mio nuovo libro Tellin’ Tallinn. Storia di un colpo di fulmine urbano, che sarà pubblicato a giorni da Historica nella collana dei “Cahier di Viaggio”.

Molto presto, appunto, potrete sapere tutto quanto al riguardo. Se volete invece già conoscere qualche dettaglio in più, date un occhio qui.

I non viaggiatori

[Photo credit: User:Cowboyzee1001 – Opera propria, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=27898206%5D
Ecco, ne ho trovato un altro.

Di quelli, ben pimpanti, esageratamente abbronzati, che «Ah, sono appena tornato da un bel viaggio in quel tal paese – e mi cita un posto lontano che da questa parte di mondo definiremmo facilmente “esotico” – ho trovato un villaggio bellissimo, sono stato da dio.»
«Sì, ma a parte il villaggio cos’hai visto, di quel paese?» chiedo io.
«Ah, nulla, d’altronde non c’è niente da vedere, lì

Eh, niente da vedere, già.

Be’, fare come fanno turisti del genere, che magari hanno pure la faccia tosta di definirsi “viaggiatori”, è un po’ come andare al cinema dove danno quello che tutti definiscono un capolavoro, un film vincitore di tot premi Oscar e del quale tutti parlano, con attori bellissimi e bravissimi eccetera, e starsene rinchiusi per tutto il tempo in bagno.

Pura coglionaggine, ecco.

Lucerna, la vita letteraria di una città

C’è, forse, un modo letterario per cercare di capire, o almeno di percepire, se un luogo – una città o un altro nucleo di forte presenza antropica, in particolar modo – sta smettendo di essere vivo: quando la sua “vita” viene narrata sempre meno dagli scrittori e sempre più dai cronisti, ecco.
Gli scrittori possono narrare la realtà ovvero la fantasia, a volte entrambe debitamente amalgamate, e possono raccontare del passato, del presente ma pure, immaginandolo con più o meno creatività, del futuro; i cronisti devono sostanzialmente narrare il presente-presente, riportandone le evidenze con la maggiore obiettività e la minore creatività possibili. Sono due attività diverse, certo, ma a ben vedere la loro diversità si manifesta soprattutto nel risultato finale e nella relativa funzionalità, che altrove: entrambi raccontano, in fondo, al punto che vi possono essere cronisti del tutto attinenti alla realtà dei fatti e profondamente letterari, nel racconto offerto, così come scrittori che pongono in secondo piano il valore letterario del testo al fine di conseguire la massima razionalità narrativa possibile.
Tuttavia ciò che conta è il racconto, la narrazione che non sia vincolata al mero resoconto di una realtà del tutto ordinaria, talmente ordinaria da palesare la propria ristagnante insignificanza, anche quando così non sembri. La città è primariamente un racconto, di natura realista ma pure immaginativa: contiene certamente anche la cronaca, che riferisce della sua realtà oggettiva quotidiana, ma non credo vi possa essere una tale realtà senza un racconto urbano dal quale possa scaturire. In altre parole: non vi potranno essere cronisti che riferiscono della realtà cittadina senza scrittori che l’abbiano costruita e plasmata, raccontandone le storie e, in tal modo, determinandone l’identità del momento.

(Autore ignoto, “Veduta della città di Lucerna con sullo sfondo la Rigi”, 1820-1825 circa. Fonte: Biblioteca Nazionale Svizzera, GS-GUGE-ANONYM-B-2.)

Lucerna non ha tale problema, inutile che lo denoti – non avreste questo libro in mano, d’altra parte. Da secoli ha ispirato scrittori, sia indigeni che forestieri, che hanno trovato indispensabile raccontarla ovvero narrarla attraverso le storie che in essa ambientavano. Ciò ha contribuito a costruire la sua aura cittadina, la sua essenza estetica, culturale, antropologica, dalla quale scaturisse la più ordinaria vita urbana quotidiana i cui fatti sono divenuti campo d’azione e di relazione dei cronisti. Ma, in fondo, non c’entra che Lucerna possa godere e far godere chiunque d’una strabiliante bellezza paesaggistica e architettonica – o meglio: conta, senza dubbio, ma non è ciò che possa realmente spingere gli scrittori a scriverne. Contano di più altre cose: conta di più, ad esempio, che prima che dagli scrittori la città venga narrata nelle storie private degli innamorati che la percorrano mano nella mano e, sulle sue forme architettoniche come disegnate dal vibrare delle loro emozioni, vedano rispecchiata la fervida passione che li infiamma. O che la racconti a sé stesso e ai suoi piccoli amici il bambino che nelle vie cittadine si senta un antico cavaliere conquistatore di quel reame fantastico protetto da un grande fossato liquido entro cui faccia buona guardia lo stesso drago che all’alba del 26 maggio 1499, dopo un temporale terrificante, emerse dalle acque selvagge della Reuss, nei pressi della Spreuerbrücke – come racconta la leggenda. Oppure ancora che Lucerna venga descritta, perché no, dall’immigrato giunto in città da chissà quale lontano e diversissimo paese – per cultura, costumi, usi, visioni e quant’altro – il quale nella propria descrizione a sua volta diversa dacché basata su metri di giudizio differenti e ancora vibrata da inquietudini, timori o incertezze, consapevolmente o meno cominci a mettervi una primigenia, confusa eppure percepibile sensazione di casa, di parvenza domestica, di nascente reciprocità urbana prima ancora che sociale e culturale.
Se tutto ciò avviene, se tutte queste e tante altre narrazioni elementari scaturiranno da chi, in un modo o nell’altro, avrà a che fare con la città e ne dovrà riferire il personale dialogo, allora potrà scaturire ogni altra narrazione più strutturata, approfondita, articolata ovvero letteraria. Perché dalla città scaturirà vita, appunto, fatta non tanto di meri e ordinari accadimenti quanto di frementi istinti vitali e di sentimenti, emozioni, passioni, fantasie, illusioni: allora gli scrittori racconteranno la città e ne continueranno la “costruzione” materiale e immateriale, preservando nel tempo la sua bellezza, il fascino, l’attrattiva, il mistero. A beneficio di tutti quelli che, lettori o meno, decideranno di visitarla, conoscerla e venirne quanto più intensamente ravvivati.

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Brano tratto da
Lucerna, il cuore della Svizzera
Historica Edizioni 2016
Collana Cahier di Viaggio
ISBN 978-88-99241-94-0
Pag.167, € 10,00

Cliccate sul libro qui accanto per saperne di più!

P.S.: voglio ringraziare Marco Piras Keller, lettore «italo-lucernese» che mi ha scritto ricordandomi come il Rigi, il monte ritratto nel dipinto sopra riprodotto, è in realtà identificato dagli svizzeri al femminile, die Rigi, dunque «la Rigi», quasi a definirne la grande simbolicità culturale e antropologica nell’immaginario alpino elvetico che la rende LA montagna (al femminile, appunto) per eccellenza. Ho così corretto la didascalia dell’immagine.

Come se la politica non fosse mai esistita

Ecco, a me, devo dire, piacerebbe moltissimo che qualche politico, di governo o di opposizione, facesse un discorso simile a quello che il poeta Iosif Brodskij ha fatto in occasione della cerimonia annuale per il conferimento delle lauree all’università del Michigan nel 1988, quando ha detto: «La sola cosa che di sicuro capiterà al mondo é di diventare più grande, vale a dire più popolato senza crescere di dimensioni. Non conta con quanta onesta l’uomo che avete eletto prometterà di suddividere la torta, questa non crescerà di dimensioni; in effetti, le porzioni sono destinate a diventare più piccole. Alla luce – o, piuttosto, all’oscurità – di ciò, dovreste far conto sulla cucina di casa vostra, vale a dire prendervi cura voi del mondo».
Sembra incredibile, ma è come se la profezia di Brodskij si fosse avverata: il mondo è diventato più popolato e, indipendentemente dall’onestà di quelli che abbiamo eletto, è ora che ce ne prendiamo cura noi, forse, come se la politica non fosse mai esistita.

(Paolo Nori, La grande Russia portatile, Salani Editore, 2018, pag.160.)

P.S.: ecco, questo indicato da Brodskij e citato da Nori sarebbe un ottimo proposito da realizzare nell’anno appena iniziato, prenderci finalmente cura noi del nostro mondo, mandando al diavolo tutti (e ribadisco, tutti) questi ignobili politicanti, come se la loro bieca politica non possa e non debba più esistere. Già.

 

Paolo Nori, “La grande Russia portatile”

C’è ne sono di posti al mondo ricchi di contraddizioni, senza dubbio, ma come la Russia credo pochi, forse nessuno. Voglio dire, anche gli Stati Uniti – per citare un paese di paragonabile “taglia” geopolitica – ne hanno, ma di natura per così dire più superficiale, più legata alla quotidianità di una dimensione socioculturale di recente formazione e tutto sommato uniforme anche nelle sue diversità più spiccate, quella coi poi a volte si definisce ancora “sogno americano” nonostante negli ultimi tempi la sua connotazione onirica sia sempre più scivolata versi ambiti tenebrosi, da incubo insomma.

La Russia invece, in quanto nazione e in quanto luogo peculiarmente antropologico, sociale, sociologico e culturale, presenta contraddizioni molto più profonde e più psicologiche, se così posso dire, legate a un’anima nazionale da secoli irrequieta e divisa, in primis “psicogeograficamente” tra Europa e Asia ovvero tra due culture generalmente differenti e in certi casi radicalmente diverse. Qualcuno ha imputato al popolo russo una certa tendenza all’autolesionismo, alla depressione “antropologica” e relativa remissione politica, o l’incapacità di concepirsi in maniera compiuta come “potenza”, in senso geopolitico e non solo, mancanza che la Russia svilupperebbe anche solo in forza dell’estensione del suo territorio e che invece, quando nel corso della storia sembra finalmente definirsi, finisce nuovamente per sgretolarsi e prostrarsi su se stessa. Già Diderot la definì «un colosso dai piedi di argilla», e uno dei russi più grandi di sempre, Tolstoj, così scrisse al riguardo dei propri connazionali: «“Noi non vogliamo prendere parte al peccato del governare. Se voi non lo considerate come un peccato, venite e governate”. Questa psicologia dei russi spiega la loro docilità verso gli autocrati più crudeli, o più pazzi, da Ivan il Terribile fino a Nicola II. È così che il popolo russo considerava il potere nei tempi antichi, ed è così che lo considera ancora oggi.»

Ecco: Tolstoj, ovvero la grande letteratura russa, forse l’unica cosa realmente potente, in fin dei conti, che la Russia abbia saputo preservare dentro i propri confini nel corso della sua tribolata storia politica. E a parlare di letteratura russa, in Italia, uno dei primi nomi che devono venire in mente è quello di Paolo Nori, che al mondo russo-sovietico ha dedicato buona parte della sua vita e dei suoi studi, impiegando la restante parte a scrivere libri che, a mio modo di vedere, lo rendono uno degli scrittori migliori e più concretamente originali del panorama letterario italiano – in ciò una cosa rara, se posso aggiungere. In alcuni di quei suoi libri, poi, Nori racconta proprio della sua “Russia”, paese che ha visitato più volte da appena dopo che l’URSS collassò, vivendone la trasformazione in un paese “(pseudo)occidental-capitalista” e, appunto, cogliendo tuttavia il gran fiorire di contraddizioni che quel cambiamento radicale aveva risvegliato e persino esaltato anche più di prima. Di questi suoi particolari “diari di viaggio” (definizione quanto mai esigua, in tal caso) ho già letto quello scritto a quattro mani con Daniele Benati, Baltica 9. Guida ai misteri d’Oriente, cronaca on the road di un viaggio e d’un’avventura umana dall’Italia a San Pietroburgo; ne La grande Russia portatile (Salani Editore, 2018), invece, il viaggio si stende nel tempo più che nello spazio e nella dimensione russa che, appunto, Nori conosce meglio di e come pochissimi altri, quella letteraria []

(Leggete la recensione completa de La grande Russia portatile cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)