La povertà come scuola per lo scrittore

Non mi rammarico della povertà che ho vissuto. Se si deve credere a Hemingway, la povertà è una scuola irrinunciabile per uno scrittore. La povertà rende una persona perspicace. Eccetera.
È curioso che Hemingway lo abbia capito solo dopo esser diventato ricco.

(Sergej DovlatovLa valigiaSellerio Editore, Palermo, 1999-2017, traduzione di Laura Salmon, pag.94. Cliccate sulla copertina del libro qui accanto per leggerne la mia “recensione” e, comunque, leggetelo senza remore, Dovlatov, che è sempre una delizia farlo anche se non siete poveri – e spero che non lo siate mai stati e non lo sarete mai. Se poi siete ricchi come Hemingway, tanto meglio!)

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Salviamo il linguaggio! (Lo diceva Calvino, già 35 anni fa – parte III)

Vorrei aggiungere che non è soltanto il linguaggio che mi sembra colpito da questa peste. Anche le immagini, per esempio. Viviamo sotto una pioggia ininterrotta d’immagini; i più potenti media non fanno che trasformare il mondo in immagini e moltiplicarlo attraverso una fantasmagoria di giochi di specchi: immagini che in gran parte sono prive della necessità interna che dovrebbe caratterizzare ogni immagine, come forma e come significato, come forza d’imporsi all’attenzione, come ricchezza di significati possibili. Gran parte di questa nuvola d’immagini si dissolve immediatamente come i sogni che non lasciano traccia nella memoria; ma non si dissolve una sensazione d’estraneità e di disagio. Ma forse l’inconsistenza non è nelle immagini o nel linguaggio soltanto: è nel mondo. La peste colpisce anche la vita delle persone e la storia delle nazioni, rende tutte le storie informi, casuali, confuse, senza principio né fine.

(Italo Calvino, “Esattezza“, da Lezioni americane. Sei proposte per il prossimo millennio, 1a ediz. 1988.)

Si dimostra “chiaroveggente” in modo incredibile, Calvino, in questo brano delle Lezioni Americane, che pare una descrizione degli attuali social media scritta oggi, non 35 anni fa. Ma anche più avanti il grande scrittore ci offre un’illustrazione sorprendentemente attuale della nostra civiltà, ove segnala che, in fondo, le immagini sono inconsistenti perché il mondo è inconsistente, perché lo è la vita di molte, troppe persone, per le quali le immagini diventano l’unica manifestazione paradossalmente possibile, invero del tutto virtuale e priva di autentica vitalità se non di vera umanità. D’altro canto cosa sono “le storie informi, casuali, confuse, senza principio né fine” se non, pure qui, una profetica definizione del presente che viviamo, del tutto correlabile al concetto baumaniano di società liquida ovvero della “forma” con cui spesso si manifestano le (non) relazioni sociali odierne?

Sono passati 35 anni, appunto. E non sono passati bene, ahinoi.

Salviamo il linguaggio! (Lo diceva Calvino, già 35 anni fa – parte II)

Alle volte mi sembra che un’epidemia pestilenziale abbia colpito l’umanità nella facoltà che più la caratterizza, cioè l’uso della parola, una peste del linguaggio che si manifesta come perdita di forza conoscitiva e di immediatezza, come automatismo che tende a livellare l’espressione sulle formule più generiche, anonime, astratte, a diluire i significati, a smussare le punte espressive, a spegnere ogni scintilla che sprizzi dallo scontro delle parole con nuove circostanze. Non m’interessa qui chiedermi se le origini di quest’epidemia siano da ricercare nella politica, nell’ideologia, nell’uniformità burocratica, nell’omogeneizzazione dei mass-media, nella diffusione scolastica della media cultura. Quel che mi interessa sono le possibilità di salute. La letteratura (e forse solo la letteratura) può creare degli anticorpi che contrastino l’espandersi della peste del linguaggio.

(Italo Calvino, “Esattezza“, da Lezioni americane. Sei proposte per il prossimo millennio, 1a ediz. 1988.)

Si badi bene: nel 1985, quando Calvino scrisse le sue Lezioni Americane, il web era solo all’inizio e non esistevano i social, tanto meno la politica era degradata come oggi e il termine “ideologia” un qualche senso l’aveva ancora, nel bene e nel male.

Che mai potrebbe scrivere Calvino, oggi, se dovesse esprimere delle osservazioni come quelle delle Lezioni? Se già allora gli pareva che si stesse manifestando “un’epidemia pestilenziale“, di quale ancor più letale malattia soffre l’umanità contemporanea?

Salviamo il linguaggio! (Lo diceva Calvino, già 35 anni fa – parte I)

Perché sento il bisogno di difendere dei valori che a molti potranno sembrare ovvii? Credo che la mia prima spinta venga da una mia ipersensibilità o allergia: mi sembra che il linguaggio venga sempre usato in modo approssimativo, casuale, sbadato, e ne provo un fastidio intollerabile. Non si creda che questa mia reazione corrisponda a un’intolleranza per il prossimo: il fastidio peggiore lo provo sentendo parlare me stesso. Per questo cerco di parlare il meno possibile, e se preferisco scrivere è perché scrivendo posso correggere ogni frase tante volte quanto è necessario per arrivare non dico a essere soddisfatto delle mie parole, ma almeno a eliminare le ragioni d’insoddisfazione di cui posso rendermi conto. La letteratura – dico la letteratura che risponde a queste esigenze – è la Terra Promessa in cui il linguaggio diventa quello che veramente dovrebbe essere.

(Italo Calvino, “Esattezza“, da Lezioni americane. Sei proposte per il prossimo millennio, 1a ediz. 1988.)

Ci risiamo. Le Lezioni americane sono del 1985, eppure le parole di Calvino sembra espresse stamattina, osservando la realtà contemporanea (a prescindere che siano state enunciate da uno dei più grandi intellettuali italiani del Novecento, ovvio). Una realtà che è ormai per gran parte fondata su un linguaggio “approssimativo, casuale, sbadato“, sempre più spesso “intollerabile“. Certo, la letteratura sarebbe assolutamente una “via di salvezza” a tale situazione, ancora oggi, se solo molti editori non si fossero nel frattempo convertiti, a loro volta, all’approssimazione e alla sbadataggine del linguaggio…

Arto Paasilinna (1942-2018)

Arto Paasilinna se n’è andato. Ha preso le sue cose e via, probabilmente per andare a sorvegliare i boschi di qualche altra dimensione e raccontare le avventure di chi ci troverà. Ed è un po’ come, ora, se parte della foresta letteraria grazie a lui così rigogliosa, nella quale ho vagato per anni e anni senza mai smarrirmi, anzi, ritrovando di continuo nuove e sublimi strade narrative da percorrere, sia stata abbattuta, o quanto meno parecchio sfrondata.

Qualche anno fa, quando ebbi occasione di girovagare in lungo e in largo per la sua Finlandia, la rotta che seguii la stabilirono anche i suoi libri letti, le storie narrate, i meravigliosi personaggi protagonisti e i luoghi nei quali essi combinavano le proprie divertenti e illuminanti follie, che volevo visitare o dai quali volevo transitare per sentirmi almeno un poco dentro le vicende lì ambientate. Al punto che non potei lasciare Helsinki senza recarmi in “pellegrinaggio” alla WSOY, la sua storica casa editrice, e acquistare presso il bookshop interno alcuni suoi libri in lingua originale. Della quale, per inciso, non ci capisco pressoché nulla: solo per il piacere di averli nella stessa parlata con la quale li aveva pensati e scritti.
Ecco.

Poi, ci tengo a rimarcare che Paasilinna ci lascia qui, sulla Terra, alcuni tra i più fenomenali libri degli ultimi decenni, e il prezioso retaggio di uno stile narrativo unico, divenuto nel tempo profondamente emblematico di un intero panorama letterario, quello nordico-scandinavo, senza dubbio tra i migliori al mondo. Ma, soprattutto, a parte tali annotazioni meramente “critiche”, a quelli come me che l’hanno letto innumerevoli volte (grazie alla mai abbastanza encomiabile Iperborea) Paasilinna lascia delle emozioni così grandi da restare sempre stabilmente e solidamente forti, radicate, vive. Almeno quanto i grandi alberi delle maestose e infinite foreste finniche, ove un guardaboschi come tanti altri è diventato uno dei più grandi scrittori della nostra epoca.

In questa vita la cosa più seria è la morte; ma neanche quella più di tanto.

(Da Piccoli suicidi tra amici.)

P.S.: Qui trovate alcune delle personali “recensioni” dei libri di Arto Paasilinna letti.