Non si perde tempo, qui!

[Foto di Yvonne Huijbens da Pixabay]
Comunque, volevo denotarvi che nel tempo in cui uno in città esce di casa, prende l’auto, resta bloccato nel traffico o nella folla sulla metro o sul bus, va in posta (c’è coda), va al centro commerciale, scrive dallo smartphone sui social, va a bere qualcosa (c’è pieno), cambia bar, scrive ancora dallo smartphone sui social, telefona (c’è rumore, non si sente bene) corre al parcheggio che sennò gli scade il biglietto, si rimette in coda nel traffico o tra la folla sulla metro, s’incazza per tutto questo casino, torna a casa, si rende conto di aver dimenticato di fare qualcosa, eccetera, io, qui in montagna, me ne sto sdraiato su un prato a osservare le evoluzioni in cielo di una poiana o le arrampicate d’una mamma camoscio col suo piccolo lungo una dorsale rocciosa o ancora, nascosto dietro un cespuglio, l’andirivieni infaticabile di una lepre oppure, semplicemente, a seguire i profili delle montagne stagliati all’orizzonte sull’azzurro del cielo.

Perché qui non si perde mica tempo come quelli laggiù in città, eh!
Il tempo è prezioso, non va sprecato!
Ecco.

Stereoscopiche scempiaggini

Leggo che un team di neuroscienziati dell’Università del Minnesota ha messo ad alcune seppie degli occhiali 3D e ha scoperto che godono della visione stereoscopica, una dote che «è frutto di un difficile calcolo che non avviene in modo automatico in ogni creatura dotata di un paio d’occhi», come ha dichiarato uno dei ricercatori coinvolti negli esperimenti, e che possiedono poche specie viventi, tra le quali l’uomo.

Cosa incredibile, senza dubbio… ma in realtà non è una buona notizia.
Per l’uomo non lo è, già.
Perché ora che sappiamo che anche le seppie sono dotate di facoltà comuni a quelle umane e d’altro canto rare tra le specie viventi, si conferma nuovamente che è l’uomo l’unica creatura sul pianeta a utilizzare tali elaborate e preziose facoltà per compiere di frequente delle gran scempiaggini*. E che pure le seppie, a quanto pare dotate di un’ottima capacità visiva, possono osservarlo nitidamente mentre le compie. Ecco.

(*: inizialmente avevo scritto “cazzate”, ma non volevo essere troppo scurrile ancorché il termine sarebbe probabilmente di più chiara e immediata comprensione.)

Margini spaziosi

Quando compro un libro, mi preoccupo sempre che abbia margini spaziosi: e non tanto per amore della cosa in sé, che pure fa piacere, quanto per l’opportunità che il margine ampio mi offre di scrivervi a matita le idee che mi vengono; se sono d’accordo o se ho opinioni divergenti, e, in generale, brevi commenti critici.

[Photo credit: W.S. Hartshorn – LoC “Famous People” collection, Library of Congress, Prints and Photographs Division, Reproduction Number: LC-USZ62-10610, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=23384 ]
(Edgar Allan Poe, Marginalia, in La filosofia della composizione, 1a ediz. 1846.)

(Dedicato a tutti quelli che, come me, riempiono le pagine dei libri che stanno leggendo di segni, sottolineature, note, appunti, rimandi e quant’altro che serva loro per far proprio il testo letto ma pure come forma di “appropriazione” dell’oggetto-libro, come “firma rivendicativa” e identificante riguardo il suo valore letterario, artistico, culturale, intellettuale e la relazione che con esso, i suoi contenuti e magari – in modo immateriale – il suo autore il lettore intesse.)

L’eccezione

[Photo credit: Andrew Martin da Pixabay]
Dicono che quando si è “giovani” si è pronti a conquistare il mondo, a fare rivoluzioni contro tutto e tutti, si è insofferenti alle regole, in fuga dalle imposizioni, ribelli, liberi alla massima potenza… Poi si cresce, si diventa grandi, o adulti, ci si dimentica tutto quel fervore rivoluzionario, tutta quella voglia di libertà assoluta, ci si scopre a vedere e pensare le cose in maniera diversa se non antitetica.

Be’, è vero, è così che succede. È una regola che vale, senza dubbio.
Io la posso confermare.

Ecco.

Pranzi kafkiani

Kafka dopo cena andava immediatamente a letto fino alla una. Alla una si metteva a scrivere; alle quattro o alle cinque si ributtava a letto fino a quando doveva alzarsi per andare in ufficio. Il suo modo ideale di vivere e lavorare lo ha descritto in una lettera all’amica Felice del 14 e 15 gennaio 1913: «Ho pensato spesso che il miglior modo di vivere per me sarebbe di trovarmi nell’ambiente più interno di una cantina molto vasta e chiusa, col necessario per scrivere e una lampada. Mi verrebbe portato da mangiare, ma il cibo dovrebbe trovarsi sempre lontano dal posto dove sto, di là dalla porta più esterna della cantina. Il moto per andare a prendermi da mangiare, in veste da camera, camminando sotto le volte della cantina, sarebbe la mia unica passeggiata. Poi tornerei al mio tavolo, mangerei lentamente e con concentrazione e ricomincerei subito a scrivere».

(Aldo Buzzi, L’uovo alla kok, Adelphi Edizioni, 1979-2002, pag.80.)