Il selvatico da (ri)scoprire e (ri)vivere: “Luoghi selvaggi. In viaggio a piedi tra isole, vette, brughiere e foreste” di Robert Macfarlane

[Veduta di Rannoch Moor, in Scozia, una delle più vaste aree di brughiera “selvaggia” della Gran Bretagna. Foto di Iolaire McKinnon, CC BY-SA 2.0, fonte commons.wikimedia.org.]

Un luogo selvaggio ha un valore ben più alto di quello deducibile sulla base di un’analisi costi-benefici del potenziale ricreativo, dei minerali o delle risorse. No, i luoghi selvaggi ci sono necessari perché ci ricordano di un mondo al di là dell’umano. Foreste, pianure, praterie, deserti, montagne: l’esperienza di questi paesaggi può ispirare alla gente «il sentimento di una grandezza esterna all’uomo, un sentimento che oggi è in qualche modo andato perduto.» [Pag.84.]*

Quando sentiamo la definizione “luogo selvaggio”, probabilmente pensiamo a posti lontani, esotici, sperduti, dove la natura regna incontrastata senza tracce umane anche perché le condizioni ambientali sono difficili quando non proibitive. Ovviamente non è un pensiero sbagliato, tuttavia è molto legato alla nostra concezione occidentale del mondo, di noi conquistatori e antropizzatori di terre che da “Sapiens” ci sentiamo superiori, anzi, ormai avulsi da ciò che è definibile come “selvaggio” o “selvatico”. Dunque quel pensare a certi “luoghi selvaggi” non è sbagliato per convenzione ma lo è per principio o, per meglio dire, per miopia, tanto sensitiva quanto intellettuale. Perché i luoghi selvaggi sono spesso ben più vicini di quanto crediamo, a volte sono appena fuori le nostre case e le città in cui viviamo, solo che non sappiamo più vederli, percepirli, comprenderli. Ecco qui l’errore di principio.

In Luoghi selvaggi. In viaggio a piedi tra isole, vette, brughiere e foreste (Einaudi, 2011/2019, pagg.328; ed.orig. The Wild Places, 2007) Robert Macfarlane, alpinista, esploratore, docente a Cambridge, critico letterario e naturalmente scrittore, racconta il suo lungo viaggio alla ricerca degli ultimi (o quasi) “luoghi selvaggi” dell’arcipelago britannico, al fine di creare una rete di territori dove ancora la Natura riesce a resistere agli assalti della civiltà umana e dona ai loro visitatori non solo una bellezza primordiale e primigenia ma pure, e soprattutto, il contatto con il Genius Loci ancestrale di quei luoghi e di tutta quella parte di mondo – non così diversa dal resto del nostro continente europeo, soprattutto dalle Alpi in su – dunque con l’anima originale di essi prima che l’uomo la intaccasse più o meno pesantemente ovvero dove la trasformazione antropica del paesaggio non è avvenuta.

E nonostante «In un paese densamente popolato come la Gran Bretagna trovare spazi aperti può essere un’impresa. È difficile raggiungere luoghi dove l’orizzonte sia percepibile come una lunga linea ininterrotta, o dove si offra allo sguardo l’azzurro delle grandi distanze» (pag.78 – ne ho scritto anche qui), questi spazi ci sono, sono rari e preziosi in proporzione anche perché rappresentano «un’adeguata metafora di libertà e apertura mentale». Macfarlane nel libro racconta in modo affascinante le proprie esplorazioni di questi luoghi – a piedi, con tenda e sacco a pelo, spesso di notte o dormendo sotto le stelle e tra le tempeste -, le loro geografie e gli ambienti spettacolari, la loro importanza fondamentale per qualsiasi creatura vivente e ancor più per noi umani antropizzatori e spesso distruttori di essi. E fa capire, come accennavo all’inizio, che il “selvatico” è ancora presente ovunque, anche appena fuori le distese di asfalto e cemento dei più grandi conglomerati urbani, che non c’è bisogno di andare chissà dove per scoprirlo e esplorarlo ma spesso è lì dove lo vediamo ma non riusciamo a osservarlo veramente. Anche un faggio al margine di un’arteria stradale trafficata, a ben vedere, è un luogo selvatico: basta salirci sopra e infilarsi nella sua chioma per sentirsi altrove, “dentro” una Natura selvatica ancora formalmente originaria nonostante sia circondata dalla civiltà umana soverchiante. Ma pure solo la sua presenza, come anche quella di certi spazi urbani o periurbani che rimandano al concetto clémentiano di “terzo paesaggio”, sanno ancora conservare il senso antico del “selvatico” ne più ne meno che territori lontani e sperduti: Macfarlane invita a riscoprire la capacità di osservarli, comprenderli e riattivare la relazione con essi rigenerando al contempo quella parte “selvatica” che anche da Sapiens ipertecnologici noi abbiamo dentro – trascurata, ignorata, dimenticata ma c’è.

[Un “terzo paesaggio” periurbano, inatesso luogo “selvatico” nella città. Foto tratta da www.errenelbosco.it.]
Per questo, se Luoghi selvaggi è una sorta di “romanzo di formazione” per Macfarlane – a detta dell’autore stesso -, lo diventa senza dubbio anche per il lettore, di riformazione del legame con la Natura e con la comune componente selvaggia, di rigenerazione della relazione culturale che dobbiamo avere e salvaguardare con il mondo nel quale viviamo, di riattivazione dei sensi e dei pensieri verso di esso e dunque, di rimando, anche verso di noi.

Luoghi selvaggi è un libro veramente molto bello e importante da leggere. Per tornare selvatici abbastanza da poterci di nuovo – e/o finalmente – dire in maniera compiuta “umani”.

*: in realtà in questo passo Macfarlane sta citando Wallace Stegner e la sua celebre Wilderness Letter (da noi forse conosciuta come La lettera del deserto), del 1960.

Gli spazi aperti sono il contravveleno al mondo iperantropizzato

[Sulle mie montagne lo scorso dicembre al calare della notte, con la pianura milanese luminescente sullo sfondo.]

In un paese densamente popolato come la Gran Bretagna trovare spazi aperti può essere un’impresa. È difficile raggiungere luoghi dove l’orizzonte sia percepibile come una lunga linea ininterrotta, o dove si offra allo sguardo l’azzurro delle grandi distanze. Gli spazi aperti sono rari, e preziosi in proporzione. Vivere sempre tra case e strade genera un senso di clausura, di forzata miopia. Brughiere, mari e montagne sono un contravveleno. Ogni volta che torno dalle brughiere sento come una luce accesa dietro agli occhi, come se il mio raggio visivo si fosse allargato diventi gradi per parte. Una regione di spazi aperti non è soltanto un’adeguata metafora di libertà e apertura mentale, può anche rivelarsi un potente induttore di questi stati d’animo.

[Robert MacfarlaneLuoghi selvaggi. In viaggio a piedi tra isole, vette, brughiere e foreste, Einaudi, 2019, pag.78.]

Macfarlane scrive quanto sopra con ovvio riferimento alla sua «densamente popolata» Gran Bretagna, che con 261 abitanti per kmq è il 34° stato del mondo nella relativa “classifica”. L’Italia non è tanto da meno: è al 39° posto con 206 abitanti per kmq, ma se si fa riferimento al solo nordovest (Liguria, Piemonte, Valle d’Aosta, Lombardia) la densità sale a 275 abitanti per kmq, più della Gran Bretagna; e se si considera la sola Lombardia, la regione più densamente popolata d’Italia – dunque pure la più antropizzata, urbanizzata, cementificata – si arriva a ben 419 abitanti per kmq. Non parliamo della città metropolitana di Milano, peraltro: 7505 abitanti per kmq!

[Veduta di Rannoch Moor, in Scozia, una delle più vaste aree di brughiera della Gran Bretagna. Foto di Peter Aikman, CC BY-SA 2.0, fonte commons.wikimedia.org.]
Ecco perché lo stato d’animo raccontato da Macfarlane di ritorno dalle brughiere britanniche è lo stesso nostro di quando torniamo dalle montagne più vicine alle aree maggiormente antropizzate; parimenti ecco perché, quando osserviamo quelli che vivono in tali aree, a volte cogliamo in loro lo stesso senso di clausura, di forzata miopia, di “avvelenamento”. E – mi viene da sospettare – ecco pure perché nella nostra società le «libertà» e le «aperture mentali» sovente latitano.

Da «Sapiens» a «Silvaticus» il passo è breve (se è nel bosco)

[Foto di Harmony Lawrence da Pixabay.]
Sono certo che anche a molti di voi come a me, camminare nei boschi e nelle foreste sia una cosa che ci faccia stare bene nel senso più compiuto della definizione, ci genera una vivida sensazione di benessere, di equilibrio – al netto di quelle pratiche come il forest bathing, il tree hugging e altre simili che, con tutto il rispetto per chi le pratica, a me danno sempre una certa sensazione di affettazione modaiola.

Posto ciò, mi chiedo dunque perché lo stare in un bosco mi faccia sentire così bene, forse come in nessun altro ambiente che abitualmente frequento. E siccome capisco che sia qualcosa che vada indagato nel profondo, che non sia sufficiente analizzato nella mera materialità, cerco qualche indizio dove so bene che vi siano profondità da esplorare, in grado di custodire nozioni importanti: nelle parole e nella loro etimologia.

L’associazione tra bosco e natura selvaggia affonda le sue radici anche nell’etimologia. Si ritiene che i due termini inglesi wild e wood provengano entrambi dalla radice wald e dall’antico teutonico walthus, che significa «foresta». Walthus entrò nell’inglese antico nelle varianti weald, wald e wold, usate per designare sia un «luogo selvaggio» sia un «luogo silvestre», in cui sopravvivevano animali selvatici – lupi, volpi, orsi. Natura selvaggia e bosco sono uniti anche nella parola latina silva, che significa «selva», e da cui emerge il concetto di «selvaggio» nella sua connotazione ferina.

[Robert Macfarlane, Luoghi selvaggi. In viaggio a piedi tra isole, vette, brughiere e foreste, Einaudi, 2019, pagg.93-94.]

[Silvia De Bastiani, acquerello su carta Winsor & Newton, 2018.]
Ecco. A quanto denotato da Macfarlane aggiungo che pure il termine italiano «foresta» ha un’etimologia che a sua volta richiama il mondo selvatico. La parola deriva dal latino medievale forestis (o foresta), che a sua volta affonda le proprie radici nell’avverbio latino foris, il cui significato è «fuori». In origine indicava un «bosco esterno», ossia un’area selvaggia situata fuori dai centri abitati e dai terreni coltivati. Il termine era anche associato all’espressione foris stare («stare fuori»), dalla quale derivano forestiero («colui chi viene da fuori») e l’ormai desueto aggettivo forastico («selvaggio», «esterno»).

Il termine «bosco», invece, deriva dal latino medievale boscus (o buscus/busca), a sua volta proveniente dalle lingue germaniche: la radice originaria è rintracciabile nell’antico alto tedesco busk, che significa «cespuglio» o «arbusto». Boscus ha sempre indicato una porzione di vegetazione “addomesticata”, sfruttata direttamente dall’uomo per la legna, il pascolo o come riserva di caccia, in contrapposizione a silva ovvero – come detto – la foresta incontaminata, il luogo selvaggio e spesso associato a pericoli.

Poste tali evidenze, non serve poi rimarcare che nel nostro linguaggio comune bosco e foresta assumono significati e accezioni del tutto sovrapposte. I due termini si trovano anche nella lingua anglosassone, wood e forest, nella quale invece l’accezione selvatica è stata formalmente (ed è comunemente) associata al primo in forza della sovrapposizione germanica dei due termini.

[Vagabondando per le faggete dei monti sopra casa, qualche anno fa.]
Bene: appurato tutto ciò, e riflettendo sulle indicazioni che le parole citate e le rispettive etimologie mi forniscono, penso che forse quello stato di benessere profondo che provo stando nel bosco, vagandoci dentro, possa essere in qualche modo legato alla primordiale natura selvatica che, in quanto animali, noi umani abbiamo dentro, seppur dimenticata chissà dove, ignorata, rifiutata o negata. Quell’anima selvatica che, nel bosco, torna in superficie e riattiva la mia (nostra) relazione primigenia con la Natura, mi rimette in connessione con essa, con la sua vitalità assoluta, mi fa ritrovare una condizione antica e assoluta che da Sapiens non considero più per convenienze e convinzioni funzionali al vissuto quotidiano ma che ho sempre dentro, che tutti abbiamo dentro e che, quando si rigenera, ci rigenera riportandoci allo stato di equilibrio primordiale assoluto con il mondo in cui viviamo, il tutto manifestato nel qui-e-ora in modo inopinato e sorprendente, dunque emozionante, quindi in grado di alimentare una sensazione di benessere – ben-essere, essere nel posto giusto al momento giusto e lì stare bene come altrimenti non si può stare. Non perché non si possa in senso assoluto, ma perché si possa solo nelle particolari condizioni che a me dà lo stare nel bosco, appunto.

È così che vanno le cose, dunque? Magari sì, chissà.

Be’, forse posso solo capirlo in modo ancora più compiuto, e rispondermi per bene a quella domanda, tornando di nuovo nel bosco. Già.

P.S.: tutte (o quasi) le altre volte che ho scritto di boschi e foreste le trovate qui.

Rifugiarsi nei boschi non è da tutti

[Foto di Lukasz Szmigiel su Unsplash.]

Quello del rifugiarsi nelle foreste è uno spartito che può essere eseguito solo da un numero limitato di interpreti. Gli anacoreti formano una élite. Lo scrive anche Aldo Leopold nel suo “Almanacco di un mondo semplice” che ho cominciato a rileggere stamattina, subito dopo aver acceso la stufa: «Ogni forma di protezione della vita selvaggia è fatalmente destinata a fallire. Infatti per amare abbiamo bisogno di vedere e accarezzare, ma dopo che un numero abbastanza alto di persone ha visto e accarezzato, non resta più niente da amare». Quando le moltitudini invadono le foreste, è solo per abbatterle a colpi d’ascia. La vita nei boschi non risolve il problema ecologico. E un fenomeno che contiene in sé il suo contrario. Le masse, trasferendosi nei boschi, vi porterebbero i mali a cui credevano di sfuggire abbandonando le città. Non esiste una via d’uscita.

[Sylvain TessonNelle foreste siberiane, Sellerio, 2012, pag.45. La mia recensione al libro la trovate qui.]

Non voglio essere pessimista come l’Aldo Leopold citato da Tesson, riguardo le masse nei boschi, ma lo capisco bene quel suo pensiero cupo e lo trovo legittimo. Perché è bello vedere molte persone che apprezzano il vagabondare per i boschi e i territori naturali, e meno male che sono lì e non in un centro commerciale o in altri posti similmente tristi, ma a volte, osservandole, in tutta sincerità mi chiedo se quelle persone siano veramente consapevoli di dove sono, di cosa fanno e se realmente stiano elaborando una qualche forma di relazione profonda con l’ambito silvestre nel quale vagano, tanto fisica quanto mentale. Oppure se anche lì, in quei momenti, non stiano facendo altro che autoreferenziarsi usando il bosco come strumento – diretto o indiretto – di affermazione di sé, che appunto è uno dei mali con i quali ammorbiamo la nostra pur “civile” società.

Ovvero, per dirla in breve, se nel bosco siano veramente Natura, insieme a ogni altro elemento che dà forma, sostanza, senso e vita all’ambiente silvestre, o se restino Sapiens in mezzo agli alberi. Felici di starci, sensibili alla bellezza che hanno intorno, consci di godere di uno stato di sublime benessere ma tutto ciò, e ogni altra cosa del genere, sempre e comunque in chiave egoriferita, dunque senza che si instauri un’autentica relazione consapevole la Natura d’intorno.

[In alta Val San Giacomo (Sondrio), ottobre 2025.]
E ripeto che è meglio che le persone se ne stiano nei boschi invece che nei tanti altri non luoghi di cui il nostro mondo iperantropizzato è pieno. Tuttavia, senza una reale presa di coscienza del senso di starci, nel bosco e in generale nell’ambiente naturale ovvero in qualsiasi altro contesto nel quale la presenza antropica non sia palesemente dominante e assoggettante ogni altra, l’ascia utile ad abbattere gli alberi resterà a disposizione delle moltitudini imboscate sempre affilata. Magari ben chiusa nel proprio fodero ma comunque pronta all’uso.

Le vacche? Fanno latte!

Accarezzo tra le corna le vacche di mio padre, irrequiete come me. Rasente alle vacche, in uno stretto passaggio, passano le belle automobili, qualcuno ci fa delle fotografie. Sul treno c’è gente che guarda da dietro i vetri, chiusi; altri si sporgono, battono le mani. Gli automobilisti procedono lentamente, guardano che le vacche non urtino le loro macchine. Una donna, molto bella, coi guanti, sporge la testa bionda da un finestrino e chiede «Fanno niente queste mucche?». Fanno latte, penso, ma la donna è molto bella e sorride gentile, allora l’assicuro che proprio non deve aver paura.

(Giovanni OrelliL’anno della valangaEdizioni Casagrande, 1991-2017, pag.106; 1a ed. Mondadori 1965.)

Già, di quelle persone (e sono tante, per inciso) che si chiedono se facciano qualcosa, le vacche sui pascoli di montagna, io mi chiedo: ma che ci sono venute a fare quelle persone in montagna a guardare (senza osservare) le vacche?

Poi inevitabilmente sì che fanno qualcosa, alcune vacche a certe persone che salgono in montagna. Che vuoi dirgli?