La triste agonia del Lago Azzurro

Trovarsi di fronte il celeberrimo Lago Azzurro di Motta, sopra Madesimo, completamente vuoto di acqua, anzi, persino con un accenno di crescita erbosa sul fondo, mette sempre una grandissima tristezza.

Non è la prima volta che ciò accade ma non è il fenomeno in sé a inquietare, semmai è la frequenza sempre maggiore con la quale si manifesta: per un lago come questo che vive sull’apporto di sorgenti sotterranee alimentate dallo scioglimento della neve invernale e dalle piogge primaverili, è la dimostrazione concreta della crescente scarsità di precipitazioni nevose sui nostri monti, già sancita da tempo dai relativi dati climatologici. Quest’anno poi, nella situazione di emergenza idrica che la gran parte della regione alpina sta vivendo, in unione alle temperature già torride a inizio maggio, l’inquietudine se possibile è ancora maggiore. La sensazione è quella di assistere all’agonia di un lago tra i più rinomati delle Alpi lombarde, assolutamente identitario per l’intero territorio circostante, per il suo paesaggio e per la relazione con esso di generazioni di residenti e di villeggianti, in procinto di trasformarsi in un bacino effimero, un grande buco pieno di massi e solo per brevi periodi di acqua nel mezzo della pineta che, senza più il riverbero nelle sue acque, appare a sua volta meno vitale, più sterile, più vuota di senso, per così dire.

Ora, la domanda non è la solita che molti pongono in tali casi, «Ma noi cosa possiamo farci?», perché è chiaramente una domanda retorica che pare fatta apposta per deresponsabilizzarsi e girarsi dall’altra parte. La vera domanda, quella più obiettiva e pragmatica, semmai è: ma se le cose continueranno in questo modo sapremo adattarci, oppure faremo pervicacemente finta di nulla così peggiorando ancor più la situazione? La risposta a un interrogativo del genere, in fondo, vale anche per quella prima solita domanda, ecco.

N.B.: la foto sopra è tratta da www.paesidivaltellina.it, la foto sotto è mia, scattata il 19 giugno scorso.

N.B.#2: peraltro leggo che le acque del Lago Azzurro verrebbero utilizzate a rinforzo degli impianti di innevamento artificiale delle piste di Madesimo. Se così fosse, e poi ci si lamentasse dell’assenza di acqua, credo saremmo di fronte a un caso palese e grave di demenza, da curare al più presto.

Una cosa desolante

[Foto di Callum Shaw su Unsplash]
Una delle cose più desolanti che a volte mi capitano: svegliarsi nel proprio letto, riprendersi dal sonno, pensare «Ah, questa notte ho proprio dormito bene, senza interruzioni… che bello!», per questo sentirsi riposato, poi guardare la sveglia.
E constatare che non è mattina ma è l’una e trenta.
E di colpo sentirsi uno straccio per aver dormito poco o nulla, fino a quel punto.
E seccarsi parecchio per tale constatazione quando invece si era sperato di dormire fino al suono della sveglia, alle sei, dunque, per questo motivo, faticare ancor più a riprendere sonno.
Infine, per tutto ciò, alzarsi al suono della sveglia per niente riposati.

Una cosa veramente desolante, già.

Basta con gli zoo!

Io credo che gli zoo, nella stragrande maggioranza dei casi, siano una delle cose più tristi e aberranti che l’uomo abbia mai creato, e che lo diventino ogni giorno di più. La “civiltà umana”, se fosse realmente civile e veramente umana, li chiuderebbe immediatamente – e non mi si venga a dire che «tanto sono animali nati in cattività!» “Cattività” significa schiavitù, prigionia, segregazione, cioè crudeltà, spietatezza, disumanità. È questo che l’uomo, l’Homo Sapiens, vuole manifestare con le sue azioni? Be’, negli zoo lo fa, senza alcun dubbio, peraltro (anche) con ciò dimostrando la propria reale, inquietante “natura”.

Nelle immagini (tratte da qui), il “compleanno” di un Panda gigante in uno zoo, imprigionato in una gabbia di plastica e vetro, esposto come mero e spassoso gadget vivente da fotografare. Immagini belle e divertenti, all’apparenza, ma in verità terribili, spaventose.
Una vergogna assoluta. Punto.

P.S.: aveva già scritto sulla questione, qui.

Se piove come in un Monet

[Claude Monet, “La pioggia”, 1886-87, olio su tela, collezione privata.]
A volte, piove così bene e con la pioggia tutto così bene si bagna e si lustra, illuminandosi e riprendendo colore o assumendone di così vividi, che a uscire con l’ombrello sembra quasi una cosa brutta, da maleducati, negligenti o da menefreghisti, già.

Tutto intorno è bagnato, le strade gli alberi le siepi i prati le pietre le case gli animali l’aria… e noi no? Almeno un po’ di quella bella pioggia noi non ce la prendiamo, e senza che ci sia alcun bisogno di lamentarsi? Va bene, se è in corso un gran nubifragio no, ma se invece la pioggia cade così bene che sembra di essere in un quadro di Monet

Ma, forse, sono “di parte”, per così dire. Nel senso che non sopporto gli ombrelli e, in certi casi, come le persone li utilizzano, ecco.

La pioggia

(Immagine tratta da https://pixabay.com/it/.)

Ribadisco (dacché l’ho già detto altre volte, qui): trovo che la pioggia sia bellissima.
Niente affatto triste, malinconica, deprimente – sono cose che può pensare solo chi le genera e le ha già nell’animo, a prescindere dalle condizioni meteo – e giammai fastidiosa, se non per le mammolette.
Lo è, bellissima, perché dopo tornerà il sereno e, quando di sereno ne ha fatto fin troppo, è bello vedere che si mette a piovere. D’altro canto, il ritorno del cielo sereno è ancor più gradevole dopo la pioggia, no?
Ecco.